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Presentazione standard2

È uscito, per iniziativa dell’editore Fabrizio Bianchi, direttore della Dot.com Press Poesia, un libro di carta intitolato Lavoro da fare, corredato da un saggio di Andrea Inglese (intitolato Alla ricerca di una possibile concretezza) e da un’appendice recante uno scritto di Giuliano Mesa, una corrispondenza dello stesso con l’autore e una riflessione critica di Florinda Fusco. Quest’ultima aveva scritto, undici anni fa, la postfazione del libro al tempo della sua prima pubblicazione, che avvenne in formato e-book in una delle prime collane di poesia italiana in PDF che il nostro paese ricorda, autoprodotta da Cepollaro e da lui curata insieme ad una pluralità di autori quali la stessa Fusco, Francesca Genti, Marco Giovenale, Andrea Inglese, Giorgio Mascitelli, Giuliano Mesa e Massimo Sannelli.

In un altro e-book uscito nella stessa collana vennero a suo tempo raccolti alcuni dei non pochi contributi critici che quell’uscita accompagnarono; questo libro cartaceo è stato…

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Registrazione audio della presentazione di Lavoro da fare (2002-2005), Dot.com press, Milano 2017, alla Libreria Popolare di via Tadino a Milano, 24 marzo 2014.

A parlarne con l’autore, Giulia Niccolai, Italo Testa, Giorgio Mascitelli.

 

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Da sinistra: Giorgio Mascitelli, Giulia Niccolai, Biagio Cepollaro e Italo Testa

 

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Da sinistra: Giorgio Mascitelli, Giulia Niccolai, Biagio Cepollaro e Italo Testa

 

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[Qui di seguito la trascrizione dell’intervento di Eugenio Lucrezi alla presentazione di Lavoro da fare , Dot.com Press, Milano 2017, a Napoli, Evaluna cafè libreria, l’11 marzo 2017.]

Questo libro esce in pdf più di dieci anni fa in una collana di ebook curata da Biagio con dei co-curatori. Già dieci anni fa fu accompagnato da diverse scritture critiche e da diverse riflessioni di compagni di strada. Biagio ha esordito più di 30 anni fa lavorando sempre a contatto stretto con altri poeti e critici. Ha sempre creduto che il lavoro intellettuale vada condotto nel confronto e nel dialogo. Ed è proprio il dialogo un tema centrale della sua poetica. Comincia dopo il primo libro dell’84 a progettare una prima trilogia. A quei tempi lavora prima nella redazione di Altri Termini poi, con dei compagni di strada che sono stati Mariano Baino e Lello Voce, fonda Baldus che si trova per qualche anno al centro delle iniziative culturali di quello che fu il Gruppo 93.

A quei tempi la sua progettualità si fondava su una scrittura “artificiosa”  che chiamava pastiche idiolettico che partiva dai duecenteschi, da Jacopone e Dante petroso e l’intenzione stilistica sua era quella di confrontarsi attraverso l’artificiosità dei linguaggio con l’artificiosità dei paesaggi umani.

L’intenzione stilistica era contrastare l’estetizzazione di massa che si diffonderà sempre di più, attraverso la deformazione linguistica. Guido Gugliemi parlava di un atto ostile nei confronti dell’estetizzazione di massa. Si trattava di complicare il verso, come scrisse Niva Lorenzini. Questo tipo di progettualità copre i tre libri che vanno da Scribeide (la cui stesura dura dall’85 all’89) fino a Fabrica (la cui stesura dura dal 1993 al 1997), ma già all’altezza di Fabrica, come rileva Giuliano Mesa che accompagna il suo lavoro con scambi frequenti e fraterni, già allora si passa dalla progettualità linguistica ad un tragitto che va dall’astrattezza del lavoro sulla matericità del linguaggio, dalla progettualità di deformazione linguistica al piano del confronto con la corporeità.

Si lascia la pura progettualità linguistica che era stata al centro della riflessione delle avanguardie storiche e anche della neoavanguardia, come del Gruppo 93, anche se l’intenzione critica era già non solo linguistica. Si passa dal progetto al tragitto. L’innovazione critica delle avanguardie si avvicina molto a quella che è l’estetica del capitalismo stesso, purtroppo. Allora  sia Mesa sia Inglese notano una sorta di conversione non in senso religioso ma dall’astrattezza della ricerca linguistica in direzione dialogica. Al centro di questa svolta credo ci sia la rivalutazione del logos nel senso dato al termine da Aristotele nella Retorica,  come prerogativa di quel vivente che è l’uomo che ha un’attitudine dialogica , il logos. Tale logos diventerà a cavallo del secolo e del millennio il terreno di pratica della poesia.  Questa sarà la caratteristica di Biagio: l’attitudine dialogica con se stesso e con gli altri, da Versi nuovi a Lavoro da fare fino alla seconda trilogia di cui conosciamo le prime due opere e un’anticipazione della terza. Il terreno di pratica di questa dialogicità, così come dice, Aristotele è il discorso condiviso, la doxa, il motore di questo discorrere sono proprio le passioni, la principale delle quali è la paura.

Non per caso Lavoro da fare comincia con quello che Mascitelli chiama la descrizione e il racconto di un attacco di panico ed è così. L’importante però, la principale passione, la paura e l’angoscia non sono attributi della psiche ma sono il carattere principale del corpo.  Sembra essere il sentimento dell’angoscia che tutti gli psicologismi prima romantici e poi caratteristici delle scienze psicoanalitiche, sono altro, sono l’attributo di base della corporeità che usa queste antenne proprio nel dialogare, sono il motore della dialogicità, dell’utilizzo del logos .

Questa cosa la dici nei tuoi versi: la paura, il pathos non è di pertinenza psicologica , come dici che il logos non è intelligenza e il linguaggio nella sua astrattezza ma è dialogo con se stessi e con gli altri.  La conversione dall’intelletto come logos che agisce sul linguaggio al logos come terreno dialogico, il percorso poetico suo dalla matericità linguistica alla concretezza dell’esistenza, è il principale degli snodi della sua poesia che è stata improntata comunque al confronto serratissimo tra l’esistenza e il fare poesia.

Il lavoro che Biagio fa come dice Inglese è spostare l’attività su di un piano di contrasto delle afflizioni. Questa libro è una partitura musicale vi sono delle parti in cui mostra come il canto percorribile monodico perda di significato perché porta per arretramento a delle coralità che perdono il fondamento dell’armonia per sprofondare in quella vociferazione dell’origine che è spesso disarmonica, che spesso è stridente, viene detto “stridio” in un punto.

Per Biagio  il poeta giovane, l’intellettuale giovane si estroflette molto , cerca in mille direzioni, dimenticando però la dialogicità senza cui non può esserci un discorso anche poetico o filosofico e più in generale di critica della realtà. Poi con l’esperienza si è certe volte capaci di recuperare questa dimensione, di portarsi quindi dall’astrazione alla concretezza.

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Qui di seguito la trascrizione dell’intervento di Angelo Petrella alla presentazione di Lavoro da fare , Dot.com Press, Milano 2017, a Napoli, Evaluna cafè libreria, l’11 marzo 2017.

Credo sia un bene che questo libro, Lavoro da fare (2002-2005), in ebook dal 2006, sia uscito in cartaceo ora, un bene per chi deve interpretare. Lo si capisce meglio se prima si è attraversato il bosco della seconda trilogia (Le qualità, La Camera verde, Roma, 2012) , La Curva del giorno (L’arcolaio, Forlì,2014) e Il centro dell’inverno,(inedito). Lavoro da fare corrisponde ad una svolta, ad un momento di riflessione, di abbandono della scena pubblica e del lavoro in riviste come Baldus e coincide con la chiusura del Gruppo 93 che si scioglie programmaticamente nel 1993. Il rapporto dialettico da stabilire è tra Lavoro da fare (2002-2005) e Versi nuovi,(1998-2001, uscito nel 2004  da Oedipus) immediatamente precedente, perché in entrambi i libri, senza preavviso, la poesia di Biagio passa da un alto grado di sperimentazione e di possibilità di lettura multilivello al suo grado zero, direttamente, senza passare per stadi intermedi.

Anche l’ultimo libro della prima trilogia, Fabrica (1993-1997, edito da Zona nel 2002) era ancora ancorato alle dinamiche proprie della post-avanguardia  che si riassumono nella domanda: “come comunicare dopo l’esaurimento del dicibile, del contrastabile, operato dalle avanguardie?”. L’idea elaborata da Biagio e accolta nell’ambito di Baldus e del Gruppo 93 di “postmodernismo critico” era una risposta a questa domanda, attraverso la pratica, nel suo caso, del pastiche idiolettico, del citazionismo di marca benjaminiana, delle pratiche di montaggio etc etc. Si trattava di ricostruire un discorso critico, stabilire un contatto critico con il lettore , sapendo che ormai agire sul linguaggio poetico non voleva dire agire direttamente sull’ideologia, come pensava Sanguineti. Le tecniche di costruzione poetica provavano a stabilire un contatto anche se negli anni ’90 il boom dell’editoria e di internet rendono già impossibile orientarsi, svanendo anche la funzione del critico militante. Da tale altissimo livello di sperimentazione bachtiniana veder passare al grado zero di Lavoro da fare e prima di Versi nuovi, è stato all’inizio per me poco comprensibile. Quasi scioccante fu per me la lettura di Versi nuovi. Retrospettivamente ho compreso attraverso la seconda trilogia ciò era stato realizzato in questi due libri con il loro grado zero. Ma già Lavoro da fare , già dal titolo, programmaticamente allude a ciò che era “da fare” per superare l’impasse tipico della modernità.

Ma cos’è esattamente questo grado zero? Non è certamente il grado zero del minimalismo. Non è neosentimentalismo, né neorealismo. Non è un tipo di poesia che ha la presunzione di nominare direttamente le cose in maniera oggettiva o oggettuale magari per liberarsene. No, secondo me, questo grado zero è il frutto di una grande dialettica, di un grande ragionamento che sta nel fondo. Mi sono permesso di azzardare un’ipotesi teorica su questo passaggio. Perché ho citato la seconda trilogia per parlare di questo libro? Biagio ha lasciato degli indizi nel secondo libro della trilogia, La curva del giorno 2011-2014, i titoli delle sezioni sono programmatici: “Attraversare il bosco”, “La luce dell’immanenza”, “L’alacrità del vuoto”. Esistono termini più heideggeriani e taoisti di questi? Heidegger aveva costituito un terminus contra quem per tutti gli anni ’80. In alcuni saggi si ritrovavano tracce ironiche di Biagio, ad esempio un titolo come questo: “Perché i poeti nel tempo del talk show?” (in Remo Cesarani,Trent’anni dopo, una convitata di pietra di nome Avanguardia, il Manìfesto, aprile 1993) Heidegger era visto come la facile fuga nello spiritualismo o neoermetismo  realizzata da alcuni poeti. Perché allora viene recuperato adesso? Perché secondo la mia interpretazione il suo lavoro sull’ontologia consente a Biagio di recuperare l’ultima forma resistenziale  dell’esercizio del pensiero, la differenza ontologica fondamentale in Essere e tempo. l’essere come qualcosa in cui siamo già gettati ma su cui non si può dire, che si può esperire come evento senza mai poterlo dire del tutto.

In Lavoro da fare accade qualcosa del genere. Le aeree semantiche più presenti sono quelle che riguardano la mente, l’apertura, il pensiero paradossalmente in contraltare al corpo. Paradosso apparente perché la corporeità di cui Biagio parla non è più la corporeità del materialismo degli anni ’90, il corpo inteso in senso rabelaisiano, come comico, come basso-materiale ma non è più nemmeno il corpo allegorico, della corporeità assoggettata al capitale, all’industria etc etc. Qui il corpo è semplice- presenza, il semplice tramite che il sé ha per fare la propria esperienza del mondo, del presente. Heidegger è soltanto un tramite per toccare quei temi tanto cari al taoismo e anche al buddismo zen. Ciò che dico si basa sulla fonte costituita da Notizie autobiografiche reperibili sul suo sito dove si parla dei rapporti con Adriano Spatola ma soprattutto con Giulia Niccolai già negli anni ’90 e Giulia, oltre ad essere una poetessa è anche una monaca buddista. Qui viene detto che la stesura delle qualità , almeno delle prime, erano preceduta da esercizi di meditazione. Da qui la misura breve, l’accensione improvvisa di quei componimenti, come se fossero dei koan buddisti. Secondo me è a questi temi che vanno riferite le idee del vuoto e del cominciamento molto presenti anche in Lavoro da fare.

Dunque Heidegger attraverso il buddismo. Per giungere a cosa? Il suo lavoro non dimentica mai da dove è partito: se è vero che con gli inizi degli anni ’90 dopo che le avanguardie pare che abbiano distrutto tutto e che anche l’esperienza del Gruppo 93 si sia rivelata infruttuosa perché non ha consentito uno sfondamento, un nuovo dialogo con il lettore, proprio dalla fine degli anni ’90 nessuno la legge la poesia, e lo dico provocatoriamente.

E allora che fare? Come fare poesia? Quale poteva essere un ulteriore modo di fare poesia? Differentemente da Sanguineti che si rifugia nel crepuscolarismo o, nei momenti alti, nelle Ballate, nella poesia didattica, moralistica, l’unico modo era interrogarsi sulle possibilità stesse del pensiero e quindi anche sulla possibilità di fare poesia. Come diceva Eugenio Lucrezi, fare poesia è esercizio di logos, nella versione della poesia di ricerca, sperimentale. Recuperare questa interrogazione sul presente, sulla possibilità stessa della poesia. E’ il punto di partenza per i poeti che verranno, è questo che ha aperto che ha dato Biagio. Capire le possibilità che il presente offre anche se non si intravede ancora una risposta. Il lavoro da fare è continuare a interrogarsi sulle possibilità stesse della poesia. In tale contesto il tema del corpo è reiterato in tutta la seconda trilogia, la parola “corpo” è all’inizio di ogni componimento. In questo modo gli ultimi libri della seconda trilogia si ricollegano agli esordi, a Le parole di Eliodora del 1984. Qui il corpo era riferito alla poesia latina classica e a Nietzsche, era il corpo erotico. Un tragitto da Nietzsche a Heidegger con la scimmia del logos che compare in un punto di Lavoro da fare di cui liberarsi. Ora sono curioso, dato che ho potuto leggere in anteprima l’ultimo libro ancora inedito della trilogia, Al centro dell’inverno, su cosa Biagio lavorerà. Cosa farà dopo.

 

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Lavoro da fare è un grande testo di meditazione poetica, dove si fa ancor più accentuata, quasi “naturale”, la capacità di fondere pensiero, preghiera, lacerti di quotidiano e di storia sociale. La lingua scorre, senza incrinarsi o implodere, ma è lo scorrere, penso, di chi cammina su un filo, conoscendo l’abisso sottostante; una sorta di esercizio zen.

Giuliano Mesa (2006)

Questi versi dunque non annunciano un programma per la poesia, ma semplicemente spiegano una condizione soggettiva (che poi certe condizioni soggettive risultino più interessanti per tutti di molti programmi oggettivi è una cosa talmente ovvia che non vale la pena di dirla) (…) Ma naturalmente il lavoro da fare è lavoro che riguarda innanzi tutto il senso della propria esperienza e la poesia è lo strumento malleabile di questo percorso, senza diventarne mai il monumento.

Giorgio Mascitelli (2006)

La centralità del nesso scrittura–vita in Cepollaro non assume mai comunque i toni dell’autoironia, della mascherata tra l’indulgente e il sacrificale che ritroviamo in Giudici e, seppure con toni più grotteschi e parodistici, in Sanguineti. In entrambi questi autori il nesso scrittura–vita è esibito costantemente, ma attraverso una forma di esorcismo se ne vuole neutralizzare l’eccessiva gravità. In Cepollaro, invece, questa gravità persiste. Nessun tentativo ludico o teatrale di depotenziare questo nesso, quindi, ma neppure l’esigenza di sbandierarlo. (…) In realtà, con Lavoro da fare si annuncia un moto duplice, che è al contempo di denudamento e d’intensificazione.

Andrea Inglese (2013)

Registrazione audio della presentazione di Lavoro da fare di Biagio Cepollaro.

La conversazione è avvenuta a Napoli, libreria Cafè Evaluna, l’11 marzo 2017, a cura di Viola Amarelli. A parlare sono due relatori: Eugenio Lucrezi e Angelo Petrella. Sono stati letti dall’autore il canto II, V e VII del poema. Lavoro da fare (2002-2005) dal 2006 in rete come uno dei primi e-book di poesia in Italia, dal 2017 è cartaceo grazie all’interessamento dell’editore Fabrizio Bianchi e della Dot.com Press. Il logo sulla copertina della farfalla si riferisce al blog Perigeion che con questo libro comincia a costruire una specifica collana all’interno delle edizioni Dot.com Press.

Da Lavoro da fare

 

V

 

ora  si prova con brivido

dell’inizio a navigare

– che è diverso dallo stare

a galla solo perché non si hanno

più segreti che dall’interno

bucano col tempo vele e scafo.

 

ora lo possiamo dire quasi tranquilli

che sembrava per attimo tutto

perduto e che una parte importante

e tenace di noi è morta e ci siamo svegliati

quando eravamo ancora in corsa

come nel film del viaggio tra stelle

in cui il cattivo a metà del tragitto

interrompe l’ibernazione: il tempo

azzerato ricomincia a scorrere

come nulla nell’immensità del tempo

cosmico

 

ora il tempo è reale e il viaggio

torna a misura umana che non è

affare di stelle ma di tensione tra paura

e suo superamento: non siamo mai

speciali nessuno lo è ci muoviamo

incerti come possiamo e quanto più

alziamo la voce tanto più ci stiamo

mancando mentre l’urlo vero

si fissa in un gesto congelato

 

ora noi veniamo da quel freddo

e dall’oblò le stelle non scorrono

come alberi dal finestrino dell’auto

ma restano stelle del cielo e noi

anche veloci sembriamo fermi

al nostro posto: non c’è altro

da fare che fare pace con nostre

miserie e sentirle fino in fondo

rospi da buttare giù

se vogliamo ancora mangiare

che non importa innanzitutto

raffinatezza di cibo ed esperienze

la tavola solo in parte è decisa

da noi e solo talvolta ci è stato possibile

aggiungere tocco elegante al centro

con vaso luminoso di fiori aperti:

importa possedere corpo che molto

in sangue trasforma e l’accaduto

ringraziare

 

forse per questo c’era piccola

preghiera all’inizio del pranzo

di Natale: perché navi partissero

bisognava fare sacrificio

di ciò che per anni ci era cresciuto

accanto

è strano come parti

di noi malate si fanno per noi

oggetti

sacri d’amore: fu questa

vera tracotanza di Agamennone:

non l’aver cacciato animale

proibito ma aver distolto sguardo

da sua vita concreta per vivere

sogno da re

 

e chi prega intorno alla tavola

già con l’occhio nel fumo odoroso

della pietanza cosa porta di sé?

non l’essere santo per solo

attimo rivolto al sacro ma proprio

quelle malate parti di sé: noi

siamo nell’occhio pieno di orrore

di Agamennone fisso nel terrore

della piccola Ifigenìa

e sapere cosa davvero sacrificare

è già una bella storia

 

e in quel fermarci a mani giunte

noi ci facciamo magico cerchio

 

e dentro, arresi, alla rinfusa spezzoni

di vita – chi può dire agìta

 

o subìta – alla rinfusa ché

a districare ci siamo fatti male:

 

che non solo allora ma anche ora

ci tiene tutti un palmo aperto

 

di mano

 

i cristiani all’inizio

nell’umidità dei rifugi

dicevano: Signore, io non sono

degno e poi dicevano: tu dì una sola

parola e l’anima mia

(io non sono

degno ma tu dì)

(una sola, una sola

parola)

(e l’anima mia)

sarà salvata

 

ed erano in tanti appoggiati

di schiena alle pareti con i topi

già al riparo dentro i buchi

e i suoni del mercato che prima

venivano dalla strada risolti

ora in nulla

in colpi di tosse

in agitazione dei corpi

 

e il Signore che era in loro

forse principio di vita

emissione

iniziale di raggio

da cui protone

prese a stare in equilibrio

e danza

probabilistica

delle particelle

cominciò a disegnare l’intero

che mai fummo in grado

di scorgere

costretti sempre ad un sol polo

limitati in breve spazio

anche nell’ostinazione

da noi stessi fatti

più miseri

e questo mistero del vasto

e del senza tempo

questo suono che talvolta

ai più fortunati sembrò formarsi

nella gola per venire all’aria

stupito di dire ciò

che senza articolazione di parole

era puro senso

questa cosa che chiamavano

Signore forse davvero

diceva loro parola che cercavano

 

è questa parola anzi è questo suono

puro senso che da soli

non avremmo mai scoperto

illusi su nostra auto-

sufficienza

e che scoprimmo solo

quando spezzati

fummo raccolti da chi

da anni già sapeva

che maggiore inganno

è credere di dover dare

senso e non esserlo già

nell’ignorato trafficare

delle strade

 

è questo suono acuto

e grave, limpido e

rauco

pieno e gracidante

questo suono ora

è dentro

al cerchio

di noi che non siamo

già più noi finalmente

 

a mani raccolte

ora

cerchiamo di capire dai moti

di labbra convulse che a noi

 

vengono dallo specchio di fronte

questa parola non sarà solo

 

per noi che non avrebbe senso

che il male non sciolto di uno

 

è in atto o prossimo male

per un altro: dentro al cerchio

con gli spezzoni – alcuni ancora

roventi – di vita alla rinfusa

 

noi cerchiamo di capire la parola

che salvandoci salvi i prossimi

 

a noi dall’odio

per noi stessi

 

 

e ora su quel palmo aperto

di mano che ci tiene proviamo

a starci tutti: ognuno con suoi

occhi bassi e col disagio

di non sapere come stare

in piedi o sedersi

proviamo a guardarci:

ciò che più ci ha feriti

al punto da doverlo

dimenticare ci dice che cose

non sono andate come ci piacerebbe

che il racconto deve essere scritto

di nuovo e l’ultimo capitolo

dovrà cambiare

 

 

e ora che di nostre debolezze abbiamo fatto

fianchi in cui immergere spade

ora ognuno cercherà il suo posto

e lentamente si piegherà

fino a sedersi e a giungere mani:

 

Signore o Modello che incessantemente

si compie tirandoci dentro

con fili che non sappiamo

scorgere

con nostra testa piegata

ossessi digitiamo

sui nostri cellulari

cellule che non riconoscono

più il tessuto

negate alla radice

che durano come si dice

un tot  di tempo

totale parziale

e nostra inezia

 

Signore, non siamo degni ma tu dì

solo una parola, la stessa parola

che balbettando abbiam provato

mille volte a dire e maldestramente

Signore, insegnaci la parola che troppo

confusi siamo per dire e per ascoltare

insegnaci una nuova tenerezza

che le nostre madri furono troppo

oscurate per amarci – loro stesse

da te troppo lontane – fa che l’orrore

di Agamennone e il terrore di Ifigenìa

abbiano avuto un senso, fa che le navi

possano partire che il vento si alzi…

Signore, non siamo degni ma amare

per noi è cosa difficile: anni e anni

di disamore hanno coperto la nostra

voce e abbiamo rabbiosamente preteso

che qualcun altro, oscurato quanto noi,

per noi cantasse la tua canzone

 

 

Signore, noi non siamo degni, ma il volto

che stamani vediamo allo specchio

è il nostro e quella bocca ci parla

e fluente scorre la parola e dagli occhi

agli occhi ci riversa un fuoco che fin qui

mai ci ha bruciato: accettalo e l’anima

nostra sarà salvata

 

 

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Composto tra il 2002 e il 2005, è rimasto in rete dal 2006. Ora è stampato dalla Dot.com Press.

Prologo

calmati o il cuore ti scoppierà e non è metafora
poetica ma proprio sordo tonfo d’organo
risposta che travalica
domanda e nel vuoto degli occhi
si schianta
ora scrivi come hai sempre fatto
e non scherzare più col fuoco
della vita
o in una di queste mattine la piccola
storia sgangherata e sempre
pronta a rimangiarsi il cielo
finirà tra lo strepito del condominio
non come si chiude un volo
ma come un colpo di tosse
calmati e scrivi: fallo anche ora
in mezzo ai capelli bianchi
fallo come quando eri ragazzo
col terrore negli occhi
fallo anche solo per non crepare
non si tratta più di conoscere
si tratta ora nel pericolo
grande solo di portare a casa
la pelle: non c’è niente in questo
di cui ti devi vergognare: è così
e basta.
e ora che la voce si alza riesci
perfino a vedere nella finestra
di fronte l’onda del mondo
che s’appiana in risacca di pietra
e metallo: senza prodigio non vai
da nessuna parte ché quello
che non ti fu dato all’inizio
non cesserà mai di mancare
e lo hai sempre saputo di andare
storto nel mondo come uno
che anche correndo lo fa
con una corda al collo: ora
non dare strappi: fa colazione
fatti la barba siediti pure
ma fallo lentamente senza la stretta
non è colpa di nessuno se la voce
che ti dai è la sola che in piedi ti tiene
*
ora ti tocca prendere
questo dolore rancido
e portartelo ovunque
con te: puzza, certo,
come ogni cosa che viva
è andata a male senza
per questo sparire
ma non hai scelta:
è roba umana comunque
pensa che ognuno c’ha
qualcosa nascosto
del genere da qualche
parte e come te è fresco
di scoperta o peggio
morirà senza averlo mai
saputo
e pensa anche che all’aria
il sapore rancido
si seccherà
e un bel giorno per via
farai finta che quella
muta non ti appartiene:
tirerai dritto
come se il verme
fosse di un altro
quello che ti tocca
ora
è tenerti una tristezza
in più
come ad un certo punto
uno accetta gli anni
che ha
e si sente la faccia
più calda e pesante
come se appunto
fosse passato del tempo
a dispetto delle ridicole
mosse che faceva
per restare in quella buca
dove una volta
era caduto
ora lo sai che se non esci
è perché hai imparato
a giocare
non importa con che
pur di restare:
hai fatto il morto
insomma
per non morire
e adesso che sei fuori
a metà
senti come normalmente
il mondo sia lontano
ed è giusto così:
ognuno parla davvero
se lo fa
dal chiodo
che un bel giorno
l’ha fissato
altrimenti è tanto per fare
altrimenti è solido teatro

 

Prologo a La curva del giorno (L’arcolaio 2014)

Prologo a Al centro dell’inverno (inedito)

Ritratti di poesia 2017, Ottava parte. Roma 3 febbraio  2017

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Il Gruppo 93 dopo circa trent’anni.

 Conversazione di Angelo Petrella con alcuni poeti a Tu se sai dire dillo, Milano,2016.

Interventi e letture  in ordine di apparizione: Angelo Petrella, Biagio Cepollaro, Costanzo Ioni, Paolo Gentiluomo e Marcello Frixione.

Interventi dal pubblico di  Luca Vaglio e di  Ferdinando Tricarico

La nascita del Gruppo 93 e la costellazione dei suoi protagonisti, i critici militanti, l’Italia alla fine degli anni ’80.

 La possibilità o impossibilità delle avanguardie e la lirica.

Il postmoderno e la ricerca del nuovo.

La tradizione, la continuità e la rottura. La dimensione orale della poesia.

Adesso che è imminente l’uscita di Lavoro da fare in cartaceo, alla vigilia dell’inaugurazione della rassegna dedicata a Giuliano Mesa, Tu se sai dire dillo V edizione, pubblico come anticipazione una parte dell’appendice del libro che riguarda la nota critica di Giuliano e lo scambio di mail che avemmo tra il 2005 e il  2006 intorno al libro.

Una nota di Giuliano Mesa e uno scambio di mail

In Lavoro da fare, nel testo di prologo, si legge: “quello / che non ti fu dato all’inizio / non cesserà mai di mancare”. Associando frammenti di memoria culturale, si pensa sùbito ai Four Quartets di Eliot (East Coker I, “In my beginning is my end”) e all’Eraclito da Eliot richiamato e posto in esergo (“hodòs áno káto mía kaì houté”, “strada all’in su e all’in giù una sola e medesima”: fr. B60 Diels-Kranz, A 33 Colli). E vi si pensa anche perché, pochi versi prima di quelli appena citati, Cepollaro ci offre un’ulteriore variante del distico conclusivo, ormai divenuto formulare, di The Hollow Men (“This is the way the world ends / Not with a bang but a whimper”), scrivendo: “e non scherzare più col fuoco / della vita / o in una di queste mattine la piccola / storia sgangherata e sempre / pronta a rimangiarsi il cielo / finirà tra lo strepito del condominio / non come si chiude un volo / ma come un colpo di tosse”.
Ancor più dei Versi nuovi, questo è un libro “di meditazione e di preghiera”, e potrebbe sembrare irriguardoso soffermarsi sui riferimenti culturali. Potrebbe non esserlo ricordando che il “lavoro da fare” “non è lavoro / da fare da soli”. E’ anche, dunque, “lavoro fatto”, nel corso dei millenni. E il legame con questa tradizione di lavoro è lo stesso Cepollaro a ribadirlo, ribadendo, nella V sezione, la memoria di Ifigenia e Agamennone.Che cosa “suoniamo”, “con corde rimediate / tra le rovine della storia”? A questa implicita domanda, nella sezione II, sembrano rispondere alcuni versi della sezione V: “è questo suono acuto / e grave, limpido e / rauco / pieno e gracidante / questo suono ora / è dentro / al cerchio / di noi che non siamo / già più noi finalmente”. E il percorso, anche il percorso del libro, conduce alla “Porta / del ritorno e della restituzione”, ritorno al mai stato e restituzione del mai avuto. “tu vai incontro / all’origine / invecchiando / e ciò che col tempo / hai imparato / è stato solo parafrasi / di versi / all’origine ascoltati” (III). Si “suonano” parafrasi di versi, di suoni, ascoltati all’origine, ma quell’origine è una memoria immemorabile, sempre mancante, “non data all’inizio”. Quell’ascolto, se fosse davvero accaduto, avrebbe dovuto consentire la mimesi, non soltanto la parafrasi. Quel suono onnicomprensivo, onnisonante, risuona dentro il cerchio che congiunge la fine e l’inizio, la strada che scende e quella che sale – il cerchio dentro cui si può giungere e stare, soltanto, finalmente, non essendo “più noi”. Così, il lavoro di Cepollaro sembra un lavoro a de-formare, a slegare suono e senso per non de-legare più alle forme una nominazione potenziale impossibile, che nel darsi come potenziale può allontanare dalla consapevolezza della sua impossibilità. E tuttavia parlando, dicendo. E ogni parlare e dire è sempre, anche, un formare, un fare e dare forma. Questa contraddizione non ha superamento. Ma può non essere conflitto se si abbandona l’ab-soluto per restare dove siamo: nel legame, nella relazione, con tutti i conflitti e le contraddizione che vorremmo sciogliere, ab-solvere. Forse non c’è soluzione. Forse non c’è assoluzione.

Giuliano Mesa, marzo 2006.


 

Caro Biagio,

ho sùbito stampato e letto Lavoro da fare. E’ un grande testo di meditazione
poetica, dove si fa ancor più accentuata, quasi “naturale”, la capacità di
fondere pensiero, preghiera, lacerti di quotidiano e di storia sociale. La
lingua scorre, senza incrinarsi o implodere, ma è lo scorrere, penso, di chi
cammina su un filo, conoscendo l’abisso sottostante; una sorta di esercizio
zen. Sono importantissime le riflessioni sull’età, sul saperla accogliere,
accettare. Ed anche, vorrei dire, nel sapervi trovare “bellezza”. Il
“meriggio della vita”, caro Biagio, ha una sua grande suggestione, a cui di
certo non saprei rinunciare per ritornare, se mai fosse possibile, al
mattino.
Nel leggere “d’un fiato”, ho constatato che, a partire dalla sezione V, o
già alla fine della sez. IV, riprendi la tecnica (?) di eliminare gli
articoli determinativi, che era tratto “stilematico” dei Versi Nuovi. Il suo
ricomparire a metà libro riaccende l’attenzione, appunto, sullo “stile”,
mentre fino a quel momento la concentrazione era tutta sui “contenuti”. Per
pignoleria, voglio poi dirti che, in una scrittura così priva di “giochi”,
di artificio, lo spezzare avan – scoperta all’inizio di III mi ha stupito.
Sono molto contento che tu abbia deciso di affidare la postfazione a
Florinda.
La nevralgia sembra ormai guarita e sto riprendendo il “ritmo buono”, senza
farmi troppe illusioni. I problemi non mancano e non mancheranno, sia quelli
derivanti dalla mia precarietà lavorativa (che ovviamente si aggrava col
passare degli anni) sia, soprattutto, quelli derivanti dalla famiglia. Ma ho
forse finalmente imparato, dopo la grave crisi di due anni fa, a non reagire
autodistruttivamente, pur non potendo ancora inibire le reazioni
psicosomatiche negative.
Scusa per le chiacchiere. Un grande abbraccio

Giuliano
giovedì 22 settembre 2005


Carissimo Giuliano,

grazie delle tue parole che sono sempre ‘interne’ a ciò che dico perché interne a te e quindi al nostro silenzioso dialogo: la relazione non si aggiunge, costituisce ognuno. E la qualità del dialogo dipende anche dal lavoro che ognuno fa per sé: si conosce perché si riconosce, e alla fine , per riconoscenza.
Come la tua nota evidenzia subito, a differenza di ciò che appariva in Versi Nuovi, ora c’è un senso della relazione con la tradizione letteraria più esplicito e positivo: i grandi autori dell’Occidente possono ancora nutrirci, come sai bene tu che ti rileggi i classici…Da lì sono giunto ad un punto che non è né occidente né oriente ma lavoro per aderire al presente, cosa che hai rilevato e che da tempo fa parte di tua acquisizione profonda. Presente scarnificato, tendenzialmente senza infingimenti ma anche senza autolesionismo, c’è posto per la gaiezza se ce n’è per un dolore che non si appaga di una metafora per cambiare le carte in tavola…
Certo, non è il Poetico che dà fondamento alla poesia (ne costituisce al massimo orizzonte d’attesa, categoria sociologica), ma è la Poesia che dà fondamento al poetico, dissolvendo di volta in volta ciò che viene considerato tale e suggerendone uno nuovo. Noi diciamo, credo, comincio davvero a credere, che una cosa è poesia per la qualità dell’esperienza che facciamo e poi ci abituiamo a riconoscere quell’esperienza, quella qualità, fino al punto da codificarla. Come dire che la poesia oggi per me non è un insieme di regole del gioco, o almeno non solo quello, non innanzitutto quello, ma il porre in essere l’invenzione del gioco, lo stupore di vedere formarsi innanzi a sé un altro gioco, come talvolta il bimbo scopre di star giocando con un oggetto che fino ad allora non aveva considerato un gioco.
L’importante comunque è giocare con qualcuno, è sapersi commuovere , e quindi muovere insieme, termine antico, fino al punto che un altro si metti in gioco, per sua conoscenza, per suo godimento, se vuole, se sa. La poesia, comincio a credere, credo sempre di più, è un effetto collaterale della qualità della propria umana esperienza (ciò che manca, ciò che è stato promesso, ciò che non è stato dato, ciò che era lì da sempre) a cui si allude con mezzi inevitabilmente retorici ma al di là di ogni cinismo come di ogni ingenuità. Quindi niente manierismo come niente ingenuo contenutismo. Ciò che non può essere nominato non sarà nominato. Ma ciò che possiamo nominare è il nostro lavoro, il nostro gettare ombra e luce sull’accadere degli inizi in cui consistiamo ma che dobbiamo meritare, appunto. Ciò che non può essere nominato dona il senso ai nostri piccoli nomi…Carissimo, grazie ancora di avere incarnato per me questa possibilità che da giovani entrambi abbiamo scelto (o che da essa siamo stati scelti), grazie insomma per la qualità dell’esperienza, per averla mostrata possibile e per averne cominciato a fare, nel nostro piccolo, grazie ai più giovani, tradizione. Un abbraccio forte, Biagio

19 marzo 2006