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Il Gruppo 93 dopo circa trent’anni.

 Conversazione di Angelo Petrella con alcuni poeti a Tu se sai dire dillo, Milano,2016.

Interventi e letture  in ordine di apparizione: Angelo Petrella, Biagio Cepollaro, Costanzo Ioni, Paolo Gentiluomo e Marcello Frixione.

Interventi dal pubblico di  Luca Vaglio e di  Ferdinando Tricarico

La nascita del Gruppo 93 e la costellazione dei suoi protagonisti, i critici militanti, l’Italia alla fine degli anni ’80.

 La possibilità o impossibilità delle avanguardie e la lirica.

Il postmoderno e la ricerca del nuovo.

La tradizione, la continuità e la rottura. La dimensione orale della poesia.

Adesso che è imminente l’uscita di Lavoro da fare in cartaceo, alla vigilia dell’inaugurazione della rassegna dedicata a Giuliano Mesa, Tu se sai dire dillo V edizione, pubblico come anticipazione una parte dell’appendice del libro che riguarda la nota critica di Giuliano e lo scambio di mail che avemmo tra il 2005 e il  2006 intorno al libro.

Una nota di Giuliano Mesa e uno scambio di mail

In Lavoro da fare, nel testo di prologo, si legge: “quello / che non ti fu dato all’inizio / non cesserà mai di mancare”. Associando frammenti di memoria culturale, si pensa sùbito ai Four Quartets di Eliot (East Coker I, “In my beginning is my end”) e all’Eraclito da Eliot richiamato e posto in esergo (“hodòs áno káto mía kaì houté”, “strada all’in su e all’in giù una sola e medesima”: fr. B60 Diels-Kranz, A 33 Colli). E vi si pensa anche perché, pochi versi prima di quelli appena citati, Cepollaro ci offre un’ulteriore variante del distico conclusivo, ormai divenuto formulare, di The Hollow Men (“This is the way the world ends / Not with a bang but a whimper”), scrivendo: “e non scherzare più col fuoco / della vita / o in una di queste mattine la piccola / storia sgangherata e sempre / pronta a rimangiarsi il cielo / finirà tra lo strepito del condominio / non come si chiude un volo / ma come un colpo di tosse”.
Ancor più dei Versi nuovi, questo è un libro “di meditazione e di preghiera”, e potrebbe sembrare irriguardoso soffermarsi sui riferimenti culturali. Potrebbe non esserlo ricordando che il “lavoro da fare” “non è lavoro / da fare da soli”. E’ anche, dunque, “lavoro fatto”, nel corso dei millenni. E il legame con questa tradizione di lavoro è lo stesso Cepollaro a ribadirlo, ribadendo, nella V sezione, la memoria di Ifigenia e Agamennone.Che cosa “suoniamo”, “con corde rimediate / tra le rovine della storia”? A questa implicita domanda, nella sezione II, sembrano rispondere alcuni versi della sezione V: “è questo suono acuto / e grave, limpido e / rauco / pieno e gracidante / questo suono ora / è dentro / al cerchio / di noi che non siamo / già più noi finalmente”. E il percorso, anche il percorso del libro, conduce alla “Porta / del ritorno e della restituzione”, ritorno al mai stato e restituzione del mai avuto. “tu vai incontro / all’origine / invecchiando / e ciò che col tempo / hai imparato / è stato solo parafrasi / di versi / all’origine ascoltati” (III). Si “suonano” parafrasi di versi, di suoni, ascoltati all’origine, ma quell’origine è una memoria immemorabile, sempre mancante, “non data all’inizio”. Quell’ascolto, se fosse davvero accaduto, avrebbe dovuto consentire la mimesi, non soltanto la parafrasi. Quel suono onnicomprensivo, onnisonante, risuona dentro il cerchio che congiunge la fine e l’inizio, la strada che scende e quella che sale – il cerchio dentro cui si può giungere e stare, soltanto, finalmente, non essendo “più noi”. Così, il lavoro di Cepollaro sembra un lavoro a de-formare, a slegare suono e senso per non de-legare più alle forme una nominazione potenziale impossibile, che nel darsi come potenziale può allontanare dalla consapevolezza della sua impossibilità. E tuttavia parlando, dicendo. E ogni parlare e dire è sempre, anche, un formare, un fare e dare forma. Questa contraddizione non ha superamento. Ma può non essere conflitto se si abbandona l’ab-soluto per restare dove siamo: nel legame, nella relazione, con tutti i conflitti e le contraddizione che vorremmo sciogliere, ab-solvere. Forse non c’è soluzione. Forse non c’è assoluzione.

Giuliano Mesa, marzo 2006.


 

Caro Biagio,

ho sùbito stampato e letto Lavoro da fare. E’ un grande testo di meditazione
poetica, dove si fa ancor più accentuata, quasi “naturale”, la capacità di
fondere pensiero, preghiera, lacerti di quotidiano e di storia sociale. La
lingua scorre, senza incrinarsi o implodere, ma è lo scorrere, penso, di chi
cammina su un filo, conoscendo l’abisso sottostante; una sorta di esercizio
zen. Sono importantissime le riflessioni sull’età, sul saperla accogliere,
accettare. Ed anche, vorrei dire, nel sapervi trovare “bellezza”. Il
“meriggio della vita”, caro Biagio, ha una sua grande suggestione, a cui di
certo non saprei rinunciare per ritornare, se mai fosse possibile, al
mattino.
Nel leggere “d’un fiato”, ho constatato che, a partire dalla sezione V, o
già alla fine della sez. IV, riprendi la tecnica (?) di eliminare gli
articoli determinativi, che era tratto “stilematico” dei Versi Nuovi. Il suo
ricomparire a metà libro riaccende l’attenzione, appunto, sullo “stile”,
mentre fino a quel momento la concentrazione era tutta sui “contenuti”. Per
pignoleria, voglio poi dirti che, in una scrittura così priva di “giochi”,
di artificio, lo spezzare avan – scoperta all’inizio di III mi ha stupito.
Sono molto contento che tu abbia deciso di affidare la postfazione a
Florinda.
La nevralgia sembra ormai guarita e sto riprendendo il “ritmo buono”, senza
farmi troppe illusioni. I problemi non mancano e non mancheranno, sia quelli
derivanti dalla mia precarietà lavorativa (che ovviamente si aggrava col
passare degli anni) sia, soprattutto, quelli derivanti dalla famiglia. Ma ho
forse finalmente imparato, dopo la grave crisi di due anni fa, a non reagire
autodistruttivamente, pur non potendo ancora inibire le reazioni
psicosomatiche negative.
Scusa per le chiacchiere. Un grande abbraccio

Giuliano
giovedì 22 settembre 2005


Carissimo Giuliano,

grazie delle tue parole che sono sempre ‘interne’ a ciò che dico perché interne a te e quindi al nostro silenzioso dialogo: la relazione non si aggiunge, costituisce ognuno. E la qualità del dialogo dipende anche dal lavoro che ognuno fa per sé: si conosce perché si riconosce, e alla fine , per riconoscenza.
Come la tua nota evidenzia subito, a differenza di ciò che appariva in Versi Nuovi, ora c’è un senso della relazione con la tradizione letteraria più esplicito e positivo: i grandi autori dell’Occidente possono ancora nutrirci, come sai bene tu che ti rileggi i classici…Da lì sono giunto ad un punto che non è né occidente né oriente ma lavoro per aderire al presente, cosa che hai rilevato e che da tempo fa parte di tua acquisizione profonda. Presente scarnificato, tendenzialmente senza infingimenti ma anche senza autolesionismo, c’è posto per la gaiezza se ce n’è per un dolore che non si appaga di una metafora per cambiare le carte in tavola…
Certo, non è il Poetico che dà fondamento alla poesia (ne costituisce al massimo orizzonte d’attesa, categoria sociologica), ma è la Poesia che dà fondamento al poetico, dissolvendo di volta in volta ciò che viene considerato tale e suggerendone uno nuovo. Noi diciamo, credo, comincio davvero a credere, che una cosa è poesia per la qualità dell’esperienza che facciamo e poi ci abituiamo a riconoscere quell’esperienza, quella qualità, fino al punto da codificarla. Come dire che la poesia oggi per me non è un insieme di regole del gioco, o almeno non solo quello, non innanzitutto quello, ma il porre in essere l’invenzione del gioco, lo stupore di vedere formarsi innanzi a sé un altro gioco, come talvolta il bimbo scopre di star giocando con un oggetto che fino ad allora non aveva considerato un gioco.
L’importante comunque è giocare con qualcuno, è sapersi commuovere , e quindi muovere insieme, termine antico, fino al punto che un altro si metti in gioco, per sua conoscenza, per suo godimento, se vuole, se sa. La poesia, comincio a credere, credo sempre di più, è un effetto collaterale della qualità della propria umana esperienza (ciò che manca, ciò che è stato promesso, ciò che non è stato dato, ciò che era lì da sempre) a cui si allude con mezzi inevitabilmente retorici ma al di là di ogni cinismo come di ogni ingenuità. Quindi niente manierismo come niente ingenuo contenutismo. Ciò che non può essere nominato non sarà nominato. Ma ciò che possiamo nominare è il nostro lavoro, il nostro gettare ombra e luce sull’accadere degli inizi in cui consistiamo ma che dobbiamo meritare, appunto. Ciò che non può essere nominato dona il senso ai nostri piccoli nomi…Carissimo, grazie ancora di avere incarnato per me questa possibilità che da giovani entrambi abbiamo scelto (o che da essa siamo stati scelti), grazie insomma per la qualità dell’esperienza, per averla mostrata possibile e per averne cominciato a fare, nel nostro piccolo, grazie ai più giovani, tradizione. Un abbraccio forte, Biagio

19 marzo 2006

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TU SE SAI DIRE DILLO

V edizione

Milano, Spazio Ostrakon e Bioforme, 21, 22 e 23 ottobre 2016.

Via Aosta,2 (MM5 Cenisio)

VENERDI’ 21 OTTOBRE ore 20.30

La poetica emergenza: la poesia a Napoli. 

Le poete e i poeti (8) : Angelo Petrella. Con una lettura di Eugenio Lucrezi

Cosa sono queste indecenze?

Queste strofe bisbetiche?

licenze, licenze,

licenze poetiche.

Sono la mia passione.

  1. Palazzeschi

 

 

Se uomo ama donna più di birra ghiacciata

davanti a televisione con finale Champions,

forse vero amore. Ma no vero uomo.

  1. Boskov

 

 

 

Poesia delle vetrine infrante

Amore, non

guardare il mio presepe di plastica,

potresti aspirare le polveri degli

ossidanti cinesi e

diventare anche tu maoista.

 

Ormai

passo le serate da solo,

sento la mandibola che schiaccia

la pasta poco cotta,

poi pulisco i piatti e

mi stendo con accanto il bicchiere,

contando – come Messico – i giorni che mancano alla fine

del mondo.

 

Ai nuovi pezzenti non resta

tanto, se non il whisky la sera,

il caffè la mattina e un’ora

di straordinari passata a giocare a

sudoku.

 

I ricordi li abbiamo barattati in

cambio dello stipendio e i sogni,

cazzo, pure quelli ce li ha tolti

lo psicanalista.

Restano i tweet per prendere per il culo il papa,

un po’ di metamfetamina pippata sul bus al ritorno

dal lavoro

 

e il sorriso,

 

che con quello

 

quanti stronzi ti hanno fregato finora

e quanti pochi ne riuscirai, tu, a fregare…

 

 

 

Poesia dei calzini musicali

Stamattina ho indossato dei calzini musicali

perché avevo voglia di camminare

leggero, tre metri sopra il cielo,

ma poi mi sono accorto che c’era già

un sacco di folla lassù.

 

Allora ho pensato che

era meglio se compravo dei

calzini autochiavanti,

così mi bastava passeggiare sul

lungotevere per diventare un playboy.

 

Solo che costano un

fracco di moneta

e i risparmi di questo mese

ho deciso di investirli per

comprare una rosa per te, amore mio,

 

o anche un perizoma brasiliano

triangolare di fibra con

risvolti plissettati e decorazioni

a uncino in tinta

rosso-pompeiana

 

che così richiamano il colore

della rosa e quando elemosinerò

la prossima trombata

sembrerà un miracolo veder spuntare

un fiore,

 

nel deserto del nostro amore.

 

 

 

Poesia del pub sotto casa

Il tizio del pub sotto casa

dice che sta là da trent’anni

e che non ha mai visto nessuno leggere

un libro mentre aspetta il panino.

Io lo guardo e rido e non so

cosa dirgli,

poi mi cade l’occhio sul verso

di Ezra che fa: but stockjobbing goes on

uninterruptedly at coffee houses

on Sundays and holidays.

 

E glielo leggo e aspetto

la sua reazione

magari un pugno dritto nell’occhio

magari mi brucia la testa sulla piastra

in mezzo agli hamburger.

 

Ma invece, ci credereste?,

 

lui si gira e when it cannot be held upon ‘change

(chiude

il verso

a memoria

e mi spiazza

poi mi incarta il panino e mi chiede

40 centesimi in più, per le bustine di

ketchup).

 

Gli urlo, infuriato, che non tornerò mai più

in quel posto di merda,

mentre pago

e

mentre tutti mi ridono dietro:

 

però mi dimentico i Cantos aperti, ad arte,

con le sottolineature sulle pagine dispari

per fargli capire che,

cazzo,

non ho uno straccio di lavoro,

ma almeno

l’università e il dottorato li ho fatti!

 

 

 

[quando poi arriva l’alba

e mi sento morto dentro

per scordarti accendo al massimo

i miei rimpianti di riscaldamento]

 

 

 

Poesia del cachemire

Veronica

la tua vita era pratica;

la mia idealistica (e

un po’

patetica).

 

Ora,

che sei lontana

e hai un buon

lavoro una bella

casa un bravo marito,

 

ricordi le nostre corride

per le strade maleodoranti di

Ischia? Tu a scansarmi,

io ubriaco e infuriato a tentare

di piantare

banderillas

sul tuo cuore artico (con

la mia patta in

sciopero).

 

Poi, quella notte

di carnevale (tu,

mezza nuda a bere vino –

io, addosso solo i rimorsi e

una stupida maschera da

toro)

 

mi

attirasti a testa bassa

sul tuo cachemire rosso (tra

il camino acceso e il mare

mosso):

e mentre ti atterravo sul divano,

dalla tasca ti scivolò fuori la foto di quel tizio,

«è solo il commesso del negozio»

dicesti, «dove ho preso il tuo costume

per la festa».

 

così, tra uno sbuffo

e la mia maschera in testa,

già finiva – prima di iniziare –

la nostra pseudo-battaglia:

e le mie corna restavano incastrate

nella tua coda

di paglia.

 

°°°

Poesie sgarbate, queste di Petrella, fatte con la stoffa tagliata storta di una lingua dismetrica, anticlassica e antibarocca nello stesso tempo (e pure antiavanguardistica: perché il comico, che è in più punti irresistibile, non viene perseguito per la strada della deformazione linguistica, ma per le vie, meno battutete e più interessanti, dell’intrusione massiva, tra le fila del discorso, delle merci da quattro soldi e dei tic, dei paesaggi waste e delle identità posticce, del junk food e dei bonus tarocchi che di tutte le loro sfavillanti miserie fanno ricchi e mai sazi i poveri cristi dell’oggi). Il nume che sorveglia questa scrittura (e che la sguinzaglia, pure) è Palazzeschi, ma il suo assistente, in panchina, è Vujadin Boškov. L’aria che tira è la stessa che hanno respirato geniali ubriaconi come Charles Bukowski o Tom Waits, mentre risuonano gli echi della lezione di Balestrini,  spogliata del muso duro della rivolta sociale e riproposta, al netto anche degli oltranzismi asemici, nella sua intenzione principale di linguaggio che svicola sottraendosi alla dittatura del senso dato e anche della Letteratura che si vuole, per sola forza d’inerzia, campicello degli Intelligenti: (e.l.)


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Modus Terrae Installazione I Performance

a cura di Fabio Orecchini

Del perseverare 

Immaginare l’atto poetico come il risultato di una partitura spaziale, un paesaggio di segni, il luogo come fosse un testo, una relazione di forze, la voce come corpo, un corpo attraversato che attraversa, la parola una ferita infetta, che rimargina e riapre -dal bianco e continuamente- tracciare infinite cicatrici. Nessuna traccia del tempo: una “zona rossa” il passato, da sfondare da presidiare, il presente il contagiato, che al suo interno sopravvive -il corpo negato, ricontamina il passato- un modo oltrechè un moto, incessante della Storia -la memoria della crisi, la crisi della memoria- un abisso di parola in cui cadere, lenti, un vuoto di presenza -questo infinito tenere- di mani con mani, gli occhi rivolti al cielo, un cielo interno agli occhi, in attesa sempre di qualcosa, di qualcuno. << Non c’ è che questo andarsene, da dire >>, recita un verso del poeta Giuliano Mesa, alla cui opera il “Modus Terrae” è dedicato, verso che racchiude una vera e propria dichiarazione di poetica, matrice-motrice, legante di tutte le stanze dell’installazione; un lavoro scaturito da una analisi politica e antropologica dello scenario post-sismico de L’Aquila, un processo di ri-contaminazione, uno stato permanente di crisi, da sostanziare e ritualizzare, un processo di riscrittura e ripensamento continuo -le parole sono la miseria della memoria- che si nutre di fallimenti e riproposizioni, piccoli sommovimenti per la ricomposizione, la ritessitura, perlomeno, di un segmento di storia e di immaginario; tentativo estremo e senza fine di tracciare un nesso col mondo della realtà superstite, della memoria estromessa, di ricucire la frattura, lo iato tra rimozione e rigenerazione, tra scrittura e Storia, la faglia emersa della gola. Divenire, un tramite tremante, voce trapassata, che trapassa, un dialogo mancante: che sia la voce di chi cerca la voce di chi è cercato? Lo spazio installatativo immaginato come un paesaggio/passaggio di oscillazioni e scarti semantici, faglie di suono, luogo di rimemorazione che sedimenta_si dimentica, alla continua ricerca di uno sguardo tattile, riverberato: un universo ctonio popolato di corpi disabitati, bocche-paesaggio, voragini del dire, cartografie inesatte di un abbandono annunciato ; una macchina sciamanica trascrive incessantemente la traccia del remoto, della terra il moto, edifici crollati che crollano, ipocentri devastati dal di dentro, le faglie si aprono tra muri e memorie, le voci in quelle crepe, urla vecchie di giorni: allegoria dell’odierno luogo “comune”, il nostro tempo, che non da scampo, e come un forcipe attrae_sottrae vita, verità e vita.

Note: -Hanno collaborato al progetto, ideato e curato dal poeta e artista Fabio Orecchini, il gruppo di teatro-canzone d’avanguardia Pane, il visual artist Koreman, il pittore e scultore Alessandro Morino , il video-maker Marco Vitale, la performer Kate Louise Samuels e la poetessa ed attivista Isabella Mattazzi. -Il progetto è stato presentato, nel corso 2015, presso i seguenti Festival : PoesiaPresente (Teatro Binario7, Monza), Giardini d’inverno (RialtoSantAmbrogio, Roma), Licenze Poetiche (Case di Terra, Macerata), Poietika Festival (Palazzo GIL, Campobasso), La luna e i calanchi (Aliano). – Alcune foto sono visionabili qui.Alcune sezioni del testo-partitura sono leggibili al seguente link.

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TU SE SAI DIRE DILLO

V edizione

Milano, Spazio Ostrakon e Bioforme, 21, 22 e 23 ottobre 2016.

Via Aosta,2 (MM5 Cenisio)

VENERDI’ 21 OTTOBRE ore 20.30

La poetica emergenza: la poesia a Napoli. 

Le poete e i poeti (7) : Daniele Ventre. Con una lettura di Eugenio Lucrezi

(Da Elegia 2.0)

Ecco perché d’una vita paretica resti ragione,

saldo di conto virtuale, eco di morbilità

d’economie. Tu dei vizi degli uomini contabilizzi

il decomposto interesse e se ne accreditano

spogliarelliste moldave e speculatori di borsa

e baciapile col mitra abbacinati al jihad.

Tu ci costringi nei porti di Siria e ai confini del nulla

ombre di russi e iraniani e la conquista dal west:

non si contentano infine dell’ultima speculazione

sugli interessi e sui pigs che ci si indebitano.

Tu ci riaccrediti in conto il reattore e il nucleo in camicia

del principato di Kiev e la bolletta del gas:

l’utilità poco chiara di quel che depositi al giorno

l’ombra che i pegni del banco ora disseminano

sulla moneta e l’impero sull’ammonimento e lo spreco

sulla Giunone a tre seni e la ragione del freak.

Certo l’Egeo non è stato mai ricco e Micene è caduta

dopo le guerre del bronzo –e se ne numerano

le tavolette bruciate con i documenti d’archivio

a registrare in default l’ultima passività

e lo sapevano i traders all’epoca –vele pirata

fra la Sicilia e il Levante e Singapore e Wall Street.

Tutti in Egitto a cercare fortuna –era il senso del tempo

perso sul delta in un tour scomodo d’eternità

verso la terra promessa e non mantenuta davvero

e non tenuta granché nella follia dei mullah.

Ecco perché d’una vita falotica resti misura,

saldo di conto virtuale, eco di fragilità

e di anomie. Tu dei vizi di forma alle norme dei vezzi

stringi nei nodi scorsoi fiocchi e lustrini e bijoux

–slacci le gonne d’argento alle danze delle cubiste

scatti fra stroboscopie di pulsazioni in refrain

–offri finzioni di specchi ai nativi e il piombo ai morenti

–i mandarini al declino ori ne accreditano.

 

truismi II (da Forme chiuse)

perché in fondo non ci metto niente
a dirvi che il letto è sfatto
e che le parestesie di notte ti svegliano
e le case si dipanano in Abbau
lungo le periferie suburbane
che il pagamento è pronto cash
e il supermercato disperso
fra le fila delle periferie suburbane
è l’unico punto di incontro
per l’umano commercial-degradato
e potrei continuare per ore
ricordandovi che la chiesetta
con il crocifisso in vetroceramica
aperto sul muro da condominio
pitturato con vernici al quarzo
è piuttosto bruttina e che poi
tutto quanto va sempre alla stessa
maniera che si abusa perché poi
questa sarà pure la descrizione
del gran paese e la vita pirata
col gran pavese e il pavesino
e i surgelati lasciati a scongelare
saranno buoni senz’altro
ma per quelli ci sono altre cucine
e poi potrei continuare per ore
a dirvi che le strade coi muri
chiusi a livello del marciapiede
e le finestre tutte uguali
sono in definitiva poco accoglienti
potrei continuare per ore
col dirvi quanto il trading
la tradizione il cash e il casco
integrale e il nudo integrale
delle modelle e il re nudo
e il tronista e la sciampista
e la fabbrica di passamaneria
e andiamo e andiamo pure
e torniamo e torniamo pure
e ci siamo e ci resteremo
e se continuo ci rimango
e dunque andiamo e andiamo pure
perché in fondo ci rimane
e potremmo aggiungere in fondo
che le case in fila sulle strade
delle periferie suburbane
(sempre immarcescibilmente loro)
sono architettura vecchia
e le voci lasciate in serie
dalle periferie degli imperi
sono architettura vecchia
e gli imperi anche loro
sono architettura vecchia
infatti crolla e noi sotto
e andremo in prigione
giocando a monopoli
dire fare baciare lettera
testamento e testacoda
sulla solita strada piovosa d’una
periferia suburbana di notte
(bravi avevate indovinato)
è facile indovinare
del resto siamo qui
per farci indovinare
e per indovinare i gusti
e i disgusti del pubblico
e del privato ma il tempo
di cui vi ho privati non era un tempo
primo di qualche metropolitana
o di qualche metropoli-tana
tana di qualche elenco
di cose abbandonate
in serie in qualche (indovinate un po’)
periferia inurbana
(sorpresa!) perché in fondo
in fondo in fondo in fondo
fra le case schierate in Abbau
e il babau del bambino
notturno e il metronotte
c’è un legame un qualche tipo
di legame nascosto
di cui però non vi dirò cosa
perché infine anche il dissimile
non fraterno deve faticare
a capirci cosa che valga
indagare

***

C’è un che di naturalistico in queste sequenze che ci propone un autore come Daniele Ventre, che conosciamo quale abitatore delle antiche stanze e traduttore degli antichi poeti. In queste descrizioni di descrizioni non c’è riformulazione del mondo in nuove figure linguistiche come è tradizione dell’avanguardia: tira l’aria, piuttosto, di certa dolenza severa che si respira nelle tiritere di un Fortini o di un Pasolini. Eppure anche qui, come negli altri emergenti nella città di Napoli, è la lotta con sua Maestà la Realtà a trovare campo. Sembra di leggere da un opus vasto al limite dello sconfino, che vorrebbe coincidere, così come la favolosa mappa geografica di cui ci racconta Borges, con il Regno nella sua interezza, e cioè con il mondo che già tutto si racconta. Il naturalismo paradosso di cui si diceva si tiene ovviamente ben stretta una sua poetica della classicità; ma è puro racconto del tempo nostro, nel quale la natura sopravvive nelle forme nostalgiche di un feticcio onirico, essendo il pianeta da tempo e del tutto antropizzato. E cioè annichilito dalla stupidità umana, della quale quanto scritto qui sopra è piccolo baedeker. (e.l.)

 

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TU SE SAI DIRE DILLO

V edizione

Milano, Spazio Ostrakon e Bioforme, 21, 22 e 23 ottobre 2016.

Via Aosta,2 (MM5 Cenisio)

VENERDI’ 21 OTTOBRE ore 20.30

La poetica emergenza: la poesia a Napoli. 

Le poete e i poeti (6) : Eugenio Lucrezi. Con una lettura di Bernardo De Luca

 

Ave Bernhard!

sei poesie per Ave Vergil – Gedicht  di Thomas Bernhard

 

1 (Ave Bernhard)

… morte le gore, morte le campagne,

morta la morte e morta la rimorte

(un sole nero in pieno giorno guarda

sul golgota due morti ed un rimorto),

rimorti i morti e i non ancora nati,

morti i sepolti, morti gli esumati,

gli agnelli divorati, con le cagne

morte già prima di averli sbranati …

 

 

2 (Tombstone blues)

Selfportait  dai mille

cristalli, in Alphaville:

sopra e sotto cristiani

respiranti, si dice,

anche loro, once

upon a time, e inoltre:

di animali e di piante

una ridicola morìa;

di suole di monaci

un incessante scalpiccio;

di suore gli incesti

col superiore, spacciati

per altro, e una preghiera

che sale, che sale,

ai beati, in bisbigli;

nuovi nati già morti, con figli;

il cane e il suo latrato;

la capra e il suo belato;

un brulicare di seppellitori.

C’è inoltre, extramoenia,

un cimeterino di campagna,

la somma delle grazie, se ci capiti.

 

 

3 (Acufeni)

Dunque: di là per sordi,

mentre nell’aldiqua c’è un gran frastuono,

compendio dei lamenti. Pure il cane

si lecca la ferita e non sa stare

senza piagnucolare. Gli acufeni

come la musica celeste delle sfere?

Pioggia di neri sangui che ticchettano

sui guanciali del sonno, l’abitacolo

di chi non tiene voce non è memore

di quei grandi frastuoni. Se disabiti,

cessa quel delicato gorgheggiare,

piomba ancora chi bussa,

accanto a te che dormi, lo spavento

che non conosce fine, dall’infanzia

a questa fine bassa. La fantasima

bussa e ribussa, chissà chi se la tira,

la funicella. Se tu. Se l’altro mondo.

 

 

4 (Springfood)

Lovely lovely

Flower time

Springtime springtime

Skinny line

Roaring roaring

Teethy alarm

Catfood catfood

In my mind.

April april

Once more time

Songs are leaving

When you come

Growing growing

Up from toes

Walk the line

Up my shoes.

Songs are leaving

When you come

Growing growing

From my bones

Lovely flower

Springtime shines

Lovely april

Skinny line.

 

 

(cibo per gatti, dai tempi dei king crimson,

alimento per anime dementi,

carcere e carcerato, carceriere,

faccia a faccia, per casa, struscialetto,

anime belle, anime fioriere,

amici dei nemici, con i denti

sguainati a coda in su, miao e grrr …)

( furono e sono i k.c,, ben detti,

jazzisti medievali e progressivi,

furetti agnostici, nani maledetti

del bosco velenoso dei ’70 …)

 

 

5 (Distinguere tenebra da tenebra)

Altero stilo,

et nigro et rubro,

Bernhardus fingit.

Mutatis oculis,

ad unum,

et nigrum et nigrum.

In spiritus spectros

mutat, et feles

in aves. Felina

voce aves. Volant

ex sepulcris,  erectis

auribus, sepulti.

Abbiatevi le grazie e i miagolii,

Animelle gentili, che vi crescano

Orecchie a punta, vibrisse sconcertate

che vi guidino miti ed orientate

nel salto dalla pietra, per le scale

saturate da armonici inauditi

dalla gran massa viva, tranne che

dai gatti, fin lassù, nelle alte sfere

da cui precipitare, o se vi accomoda,

dentro le quali sedere stabiliti.

 

 

6 (Paint it, black)

Nulla pur’io, mi par …vel etiam minus.

Ne do conferma, e chiamo a testimoni

Virgilio e Dante, Càtulo e Augustino,

e poi Bernhard che maledice il meo

essere il nullo e l’uno, con la tua

lieta infelicitate, e se non dice

de Dei la civitate  cilestrina,

una, bina e quaterna, nonché trina,

dice per interposto la disposta

superficie spaziata, riflettente

sulla pancia di nubi in movimento

il nero degli avelli, dei porcili,

il sudiciume, ahinoi, lo sperdimento

di spiriti azzoppati, corpi vili,

paesi extramondani, cosmi nani,

etc. etc.

 

^^^

 

Zebra song ( a country waltz)

Mi vida es un erial….

                                              Béquer

 

La mia vita è una brughiera,

tocco il fiore e si sfoglia.

C’è chi semina il male

perché io lo raccolga.

Passi che ripercorrono

piste lontane,

zoccoli che le riperdono.

 

Questa stanza è una savana,

la foresta è lontana.

Tra le stoppie il leone

non sbadiglia per me.

Vento che fai ondeggiare

neri bambù,

scuoti la mia solitudine.

 

Questo mondo è una prigione,

se lo abbatti hai ragione.

Se galoppi da solo

chi trottava con te?

Sbarre nere come strisce,

zoccoli blu,

annegati nella polvere.

 

***

Di fronte al foglio bianco, e non solo, spesso si ha la sensazione d’essere già detti, d’essere nient’altro che un déjà-vu linguistico. E se il kafkiano messaggio dell’imperatore (vera e propria teoria letteraria) dovesse un giorno mai giungere a destinazione, vi leggeremmo un messaggio già ricevuto da molte, innumerevoli spedizioni. In altre parole, oggi, alla vertigine dell’attesa interminabile possiamo sostituire quella della ricezione seriale.  Eugenio Lucrezi risponde a ciò con il metodo della vaccinazione: introduce nella poesia un agente patogeno per stimolare gli anti-corpi; nella pratica, Lucrezi ripercorre la trama di testi già intessuti, li sfilaccia e li ricuce (magari con altro materiale pregiato), affinché proprio in quel già-detto si faccia luce su ciò che bisogna ancora dire. La materia può essere incandescente (qui, Thomas Bernhard), e le riscritture possono appoggiarsi ad altre lingue (l’inglese) o altri linguaggi (la musica) – in un gioco di specchi deformanti e performanti -, ma lo scopo è sempre lo stesso: resta ancora da dire il resto. (b.d.l.)

mappaTU SE SAI DIRE DILLO

V edizione

Milano, Spazio Ostrakon e Bioforme, 21, 22 e 23 ottobre 2016.

Via Aosta,2 (MM5 Cenisio)

VENERDI’ 21 OTTOBRE ore 20.30

La poetica emergenza: la poesia a Napoli. (4)

Le poete e i poeti: Ferdinando Tricarico

Con una lettura di Eugenio Lucrezi

 

Milano

 

da Piazza del Duomo al Parco Sempione

Fiocchi di pioppo

neve di primavera

allergie e letargie.

Groviera di nidi in mattoncini sforzeschi.

Frecce freccette semafori strisce cartelli info

segnali stradali verticali orizzontali obliqui propinqui lontani

proni carponi a pecorina

lei sopra lui sotto

spiaccicati al suolo

ad un certo punto c’è sempre un point.

Segreti di Pulcinella nelle segrete di Brighella

la pelle meneghina è un iterativo pannello disciplinativo.

M rossa di metrò

M gialla di hamburger

M smog della Madunina

Milano figlia di emme emme.

Il ferroso lucertolone elettrico giallo chiamato desiderio.

Cavalieri di bronzo in sella e in tiro con la guaina a portafoglio

monumenti agli eroi ricchi e stalloni.

Il burattino scheletro balla dark e dinoccolato davanti al grande piccolo teatro.

Dimore sobrie e silenziose vetrina di merci pacchiane e rumorose

in un quartiere rosso dove non si scopa.

Il Parini assicurato dal beccaggio dei colombi

non dall’oblio del magistero morale.

Vetri infrangibili videosorvegliati e oscuri dove sbattere il muso

mattonella e mattone a muso duro.

Porticati dei mercanti occupati dai mendicanti

rassicurazioni con i denti sanguinolenti.

Megascreen e videomapping

leasing e franchising

le catene si pappano le botteghe.

Caricatura bianco e nero in cinque minuti cinque euro

la caricatura del cinque.

Il banchetto Lotteria vintage

in legno fòrmica anodizzato

ha code ludopatico telematiche.

Aste selfagge contundenti

modelle in posa davanti al Duomo con turbanti.

La cosa dei giapponesi fotossici non la dico

milioni di paparazzi del proprio anonimato

spie di spie di spie.

Guglie e capitelli

capezzoli e cappelle

contorsioni e collezioni

cappellini e centesimi.

Pericolo d’inciampo

pedoni a sinistra centauri a destra terroni sotto

immigrati extracomunitari sepolti

una regia dietro ogni comparsa.

Il milanese milanese è pugliese.

Balle di fieno dell’arte contemporanea sempre fresche

come pietre neolitiche.

L’underground è meno dark del cielo bigio dove tutte le vacche sono magre.

Marche e marchette griffe e gaffe

i poveri marchiati dalla moda si notano di più.

C’è il sole a picco ma alla gente piace la luce elettrica e l’aria condizionata.

Si va di corsa senza fretta e piano trafelati

tutto fila tutto fibra anche se non si vede.

Il movimento è felicità

la poesia un claim di pubblicitari precari.

 

***

 

Così come una coppia Totò & Peppino che si trovasse sbattuta di botto in una Capitale Morale del futuro, ai tempi della fibra ottica e dei terabyte, dei megascreen e dei monumenti pixellati, questo Ferdinando Tricarico a spasso per Milano sarebbe piaciuto a Filippo Tommaso Marinetti il Palingenetico e ad Aldo Palazzeschi l’Incendiario, padri nobili di tutte le avanguardie, entrambi a tal punto felicemente spregiudicati da esser capaci di percorrere all’incontrario i tragitti dall’impressionismo naturalistico all’espressivismo segnico che accompagnarono, più di un secolo fa, quegli incendi e quelle palingenesi. Ci sono autori che costringono l’immaginario in una storia non qualunque, nell’alveo stretto e per lo più problematico della tradizione che si sono scelti; altri che s’illudono di cavalcare senza sella e senza briglie quella che credono essere la temperie dell’Epoca in cui sono capitati, che poi è sempre un momento qualsiasi. Tricarico è della prima razza: avendo scelto l’avanguardia, si può concedere la sua passeggiata, distendere agevolmente il passo del verso senza tradire se stesso: il linguaggio gli tende ugualmente le sue trappole, non si dimentica dei suoi trabocchetti. Non lo tradisce, insomma, non lo lascia da solo. (e.l.)

 

 

 

 

 

 

 

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TU SE SAI DIRE DILLO

V edizione

Milano, Spazio Ostrakon e Bioforme, 21, 22 e 23 ottobre 2016.

Via Aosta,2 (MM5 Cenisio)

VENERDI’ 21 OTTOBRE ore 20.30

La poetica emergenza: la poesia a Napoli. (4)

Le poete e i poeti: Bernardo De Luca

Con una lettura di Eugenio Lucrezi

 

Da Gli oggetti trapassati (d’if, 2014)

*

Scricchiolano le buste al passaggio

delle ruote. Uno stuolo di corpi sembra

la strada che ammassa le esistenze scartate.

La metamorfosi del mondo diventa

degradazione, gli occhi raccolgono

l’evento della trasformazione

come una condanna. L’auto procede

il suo viaggio minimo tra tappeti

di oggetti trapassati, l’elenco impossibile.

 

«Qui si fa la storia» mi ha detto ieri

la figura che prevede il percorso.

E nella storia ci cammino, ci navigo

nella storia che percola.

 

«Di qui non passi». Ora la strada è chiusa,

un camion con tre uomini la sbarra.

«Perché non dovrei passare? Dall’altra

parte non esisterò più per voi

sono ora meno che niente». L’indifferenza

dello sguardo, poca cosa la stupida

mia presenza. Mi spingo a guardare

al di là, ma s’allunga l’ombra del veicolo

raggiunge le colline e si unisce con la notte.

 

 

*

Nulle presenze nello spazio cavo

deserto come solo il mattino

annienta le distanze in punti vuoti.

La fauna improbabile s’aggira

disperata per le tane, reduplica

i moti nel suo stabile smarrimento.

Annunciano i suoi occhi che disperano

un’altra vita.

 

La gobba appare di uno spazzino

il rumore della scopa ridesta

foglie, tende e insegne.

Scartavetra l’asfalto, spazza croste

essiccate del giorno precedente

in un lavorio di rozza precisione:

la cicca che s’instrada nei rametti,

il sacco che spalanca fauci e bocca,

l’avambraccio che chiude la materia.

Bisogna scarnificare le strade

scartocciare la massa che opprime.

 

*

Rifiuto dei rifiuti, oggetto trapassato tu stesso:

l’ombra che mi ritorna dallo specchio

sfugge al perimetro del suo luogo

e s’impossessa dei mie spazi, estorce

ad uno ad uno gli angoli di casa

di stanza in stanza colmando di sé

pavimenti, pareti e soffitte.

 

Passeggia indifferente tra le camere

e la notte mi veglia muto a letto

l’individuo che non torna al vetro.

Gli innumerevoli frammenti sparsi

a terra formano le incomponibili

schiere di me stesso, inerti saranno

cumulo. Custodisce minacciosa

la sua vita l’ombra che non vuol vedersi.

 

 

Inediti

 

Sopravvivere

 

«Noi dobbiamo assolutamente sopravvivere».

Parla il televisore le sue lingue,

sale dai bicchieri un odore di detersivo.

 

Sono andato alla finestra. Ho aperto

un’anta e a passi lenti ho camminato:

la ringhiera, il freddo ferro verde,

mi divideva dalla strada e il piombo

scendeva dentro nei polmoni.

 

Una rabbia

che non so

mi ha preso.

 

Sono rientrato in casa, ho messo su

l’acqua: ho aspettato che il tè bruciasse

gli organi.

 

*

Punto di visuale rasoterra, asfalti stradali che dei risultati del vivere si fanno ricettacolo esemplare, loquace espressione. De Luca parla così della storia entro cui ciascuno scorre, spara i suoi colpi ad alzo zero perché la poesia è lascito, la figurazione del mondo si aggrega e si disfa nei rimasugli, mei residui del senso che una volta potevano dirsi ridondanza ed eco dell’ineffabile, esclusiva e privilegio dell’iperconnotazione poetica, del nobile overload capace di invaghire il lettore di cui ci hanno detto, al loro tempo, Edgar Poe e il nostro contino. Qui invece ci sono strade da scarnificare, la poesia è una scopa che monda strisce di asfalto dalla massa che le opprime dopo che il mondo, in correlata assonanza, ha a sua volta spazzato via le masse oppresse, le ha tolte dalla vista. Negli inediti, poi, assistiamo ad un rientro nel domicilio, ai ripetuti incroci del domestico e dell’indomestico, allo sconforto che ride in faccia all’illusione del comfort, senza scampo. (e.l.)

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TU SE SAI DIRE DILLO

V edizione

Milano, Spazio Ostrakon e Bioforme, 21, 22 e 23 ottobre 2016.

Via Aosta,2 (MM5 Cenisio)

VENERDI’ 21 OTTOBRE ore 20.30

La poetica emergenza: la poesia a Napoli. (3)

Le poete e i poeti: Francesco Filìa

Con una lettura di Eugenio Lucrezi

da Il Margine di una città ( 2008 )

VI

Creato in un luogo comune di fili sospesi, antenne

e asfalto di tetti addossati l’un l’altro. Sfuggo

all’agguato di bancarelle e ragazzi urlanti nel sole

cercando il freddo di travi che oscillano

nell’ultima stanza. Il grido delle strade si perde

nel grumo irrisolto del giorno, in un pensiero

aggrappato alla sua radice alla sua origine

oscura.

 

VIII

Ho gommapiuma dove dormire e acqua

da bere nel cassetto, ma ora vi immergo

un polpastrello rinsecchito e intingo

la vita nell’inchiostro

della biro esplosa in tasca, ora le

unghie sono sporche di terra e nero.

Mentre una scheggia del bicchiere apre

la via al sangue.

 

da La neve ( 2012 )

(I frammento, Napoli 2007)

                                                                                                                                      .

La neve, quella vera, non l’abbiamo mai vista

se non nella bocca a nord del vulcano

nei pochi giorni di cristallo dell’inverno come una minaccia

che ricorda quel che non abbiamo temuto abbastanza

ma il gelo, quello sì, è dentro di noi fino alle ossa

e lo sentiamo che morde le giunture e crepa le ossa

fino al midollo. Ce ne accorgiamo dai sorrisi tirati

dei passanti, dai gesti circospetti di chi vive per strada

dalle urla dei ragazzi impresse nell’aria, dal nostro esitare.

E non ci sono di conforto i nostri sogni agitati in piena estate

lo scambiare la notte per il giorno o il ricordo di una madre

il tepore della sua ombra. E se anche qualcuno di noi

si chiede qual è il respiro di queste strade, del loro teso

vibrare, della luce che apre spazio tra palazzi e i nostri

incerti passi affrettati rimarrà come un brusio di fondo

tra risate e un colpo di clacson. Tra misericordia

e cielo non c’è più tempo per esitare. L’assedio

è dentro le case. E’ tra la mano e il buio di stanze abbandonate

e non serve ritrarsi di scatto, anche le mura sapranno chi siamo

scrutando la paura nei nostri occhi e allora potremo solo obbedire

ascoltando il silenzio che si insinua tra il vocio e il magma di piazze

e strade, che invade portoni e giardini a mezzacosta, che copre

frammenti di dialoghi affamati di bocche e cuori e allora, tra vestiti

gettati e l’odore di arance cadute, saremo veri e senza età

come chi dovrà morire sul serio.

 

da La zona rossa ( 2015 )

Il contesto

I

“Né eroina né polizia.” Contro
cosa protestiamo contro chi
urliamo il nostro disprezzo
di generazione in generazione?
Il fallimento dei padri – le loro
nevrosi cadute su di noi
come una colpa – che hanno
perso e barato che hanno spergiurato
e credono di essere esempio.
Non c’è un ordine contro cui
lottare ma un’anarchia del potere
che ci fa fare ciò che vogliamo,
non desiderarlo. Memorie
di una nazione morta
diciamo tra noi ridendo
giocando un gioco di ruoli: l’artista,
il nichilista, l’impegnato, la giornalista
ma ognuno è di meno di più di una
forma rinsecchita. È  la gloria di una resa.

 

II

Ardi divina tenaglia sul mondo!
Denaro merce più denaro. In quale
fase di questo ciclo ci colloca
il sistema che fa muovere
ogni singolo passo? Fine e mezzo
interscambiabili, la mano invisibile
che comanda un acquisto e un amore
indifferentemente. E se anche questo
fosse un rimedio? Alcuni ci vogliono al gelo
alla crudeltà della lotta per la vita
e credono così di aver colto
il nocciolo dell’esistenza, denaro
più denaro. Un vento travolge ogni
cosa per voler solo se stesso.
C’è una macina che trita i suoi grani
secondo dopo secondo, eone dopo eone
e noi torniamo sempre di nuovo
su quest’identici passi a correre
a urlare a cercare di aprire
il cerchio imperfetto di queste vite.

 

Primo Gennaio 2015 (Epilogo)

 Non abbiamo avuto nulla di meglio dopo
è vero, ognuno di noi assiderato
in questo crepaccio di piazze e tempo
in un mutismo attonito, occhi
sbarrati che scrutano dal nulla.
Un rimorso, il soffio di un’altra vita
sfuggente, sfumata. L’artiglio dei giorni
che implodono uno sull’altro. Sembra vero
il brulichio di corpi nelle strade,
cataste senza nome di desideri e grida,
anche le nostre ombre, tra le infinite altre
scivolarono su questi ciottoli di pietra lavica.
Non rimarrà traccia del filo di luce
amore bellezza furore – non so
ancora come chiamarlo – che ci ha legati
l’uno negli occhi degli altri per un attimo,
per quella gioia mozzafiato. Ognuno
tradito, da se stesso e dagli altri. Ora
con devozione e calma non resta
che allargare i labbri della ferita
che ci tiene in vita, non resta
che inoltrarsi, silenti, nella resa.

 

***

 La voce in versi di Filia ha un’intonazione ferma che dalle prime prove ad oggi, pur rispondendo colpo su colpo alle fughe e agli stalli del tempo e dell’età sua e della generazione nella quale si riconosce, non smette di mostrarsi in accordo con un’intenzione di realismo, inteso quale visione dinamica dei mutamenti interattivi tra soggetto, moltitudine e luoghi della pratica sociale: luoghi fisici nei quali l’esperienza viva della scrittura non cessa di trovarsi scomoda, se abitare le strade o gli interni non è mai uno star di casa.

La valenza politica di queste narrazioni in versi, che non nascondono ascendenze fortiniane e pasoliniane, declina da un espressivismo puntuto a una più distesa coralità, sommessa per aver dimenticato l’enfasi, spoglia per essersi lasciata alle spalle l’euforia stessa della figurazione. Resta l’ostensione di una parola disalonata e disambiguizzata, che arretrando s’interroga sulle possibilità di comunicazione della poesia. (e.l.)

TU SE SAI DIRE DILLO

V edizione

Milano, Spazio Ostrakon e Bioforme, 21, 22 e 23 ottobre 2016.

Via Aosta,2 (MM5 Cenisio)

VENERDI’ 21 OTTOBRE ore 20.30

La poetica emergenza: la poesia a Napoli. (2)

Le poete e i poeti: Viola Amarelli

Con una lettura di Eugenio Lucrezi

 

mappa

*

 

vi vedo dietro il vetro,

non vi tocco, un lucido delirio

l’urlo muto, pesci:

chi è il morto

 

morto morto morto
fare il morto sull’acqua
vivo
passa il sale

 

sale le scale avvolge il suono

 

emette e squaglia

 

gioia
per poco

 

siate siate gioiosi

l’intento tenace

 

non s’ulcera più

lo sbrego, diruto

 

l’io spiritato,

arso, scomparso

 

il truciolo sbriciola

novo, un tarlo suicida per fame

la vittima  in progress

(il prezzo, alto/basso)

 

Spett.li
Come già
Nel rimarcare
Non si ha modo
Riscontro
Saluti saluti saluti
Molto vi piango

 

per gli affollati démoni che siamo

amplifica: miriadi di voci

   ———–

 

in simultanea la metropolitana, la fila la coda il coperchio già urna

le microscopiche viscere, la polvere, del nato morto

 

nell’attimo del castigo perenne, non chiederà mai perdono decide
mentre si forma, sformato, sbagliano tutti sulla rotatoria, le canaline adagiate
sotto la sabbia, impronta d’acqua, nomadi di fili di rame, cavi,

 

ancora nell’istante di organico exultet
battito in volo, collasso di insetto, brivido freccia
il secondo protratto di orgasmo la carne, le membrane
certo opalescenti, la bocca sicuramente a murena a lemure a
voltaggio, trifasico,  pagine e pagine e pagine
blateranti al vento, pregate quel, chi, volete

 

si è rinserrato dentro un amnio qualunque, spiccona concetti,  ribosomi
chi è la più bella del reame, fuori livori
lucean le cupole di zaffiro nei laghi centroasiatici

 

in simultanea nasce già livido morto,
avendo dato un’occhiata intrauterina,
sequenzialmente
s’era impiccato, evitiamo la lunga inesorabile
attesa del falco, del giorno, dello shopper di plastica

———

 

una piccola nausea, vomita parole, non sta meglio. una piccola ferita, invisibile a tutti, emorragia costante, avvelena, marcisce, investe i giorni. cancella il cuore. nasconderla, tacerla. vomitare sorridendo, nessuno veda. nessuno sia. il sangue. una giostra stranota. una nausea, costante. non c’è fine. forse l’inizio, ad andare indietro, cauterizzando cauta, sé. il mondo sviene.

—————

 

le cose non vanno come dovrebbero
come vorresti, piuttosto, dillo
non sei le cose

 

falle andare, resta amato un attimo
la stria di catrame degli stradini
roventi di sole al calore

 

la striscia di sangue, peonia su gambe
le cose la cosa che dici
che parli che ignori, non vedi
la tocchi

 

partirono in tanti, arrivano in molti
ricambio dell’aria al riciclo
gli affetti, abbracciano culle
i silenzi, risate nei grappoli

 

beata lussuria di buio e di acqua, le aringhe
sul Baltico, il freddo, corrente
il geyser e la lava, l’hai vista? l’hai detta?

 

che spreco di suoni, starnazzo noi oche
le cose non vanno, si fermano, splendono e
piangono

———

 

si aggregano le pecore. persino quelle nere

———————

 

l’imbecillità dilagante
niuna nova

 

lo starsene da soli
la risposta

 

il silenzio lungo il bordo
il frattale, della costa

 

il colore sbiadito delle ossa

———————

 

le parole sono pietre.

tu scheggiale

fino a che non diventano sabbia, polvere.

fine.

*

Quest’autrice nasce come Minerva dalla testa del padre, già bell’e fatta, esordisce sicura in età non più verdissima, dopo meditata maturazione che è stata individuazione di voce e di intonazione, scelta accurata dei campi del proprio fare intellettuale e di pertinenza dell’azione scrittoria, delle amicizie e delle inimicizie da coltivare. Fin da subito riconoscibile per un suo procedere per locuzioni incalzanti, talvolta non aliene dallo scherzo, purché urticante, si vuole e si offre al pubblico quale poeta della realtà e dell’avanguardia, del corpo individuo, del corpo sociale e del corpo della lingua: l’uno non meno spezzato dell’altro, tutti franti senza rimedio. La sua presenza in questa rassegna è utile come il meccano della distribuzione in uno scambio ferroviario, che indica e determina, in tempi confusi, una direzione ai più giovani praticanti. Prossima al tono degli antichi come ogni scrittore dell’oggi, predilige la locuzione corale, alla quale affida lo svariato succedersi di versi implacabili, ricco di figurazioni mobili e sorprendenti. (e.l.)