Dal collasso della storia

Prologo a Al centro dell’inverno

work in progress 2016

terzo libro della trilogia del Poema delle qualità

1.

il corpo ogni giorno si accende come si avvia un terminale
a lui fanno capo i messaggi in arrivo e ogni input che suona
è richiesta di attenzione e risposta. è pioggia che batte
sui vetri la chat che moltiplica i gruppi divisi per tema

2.

il corpo al centro dell’inverno può anche coprire con un respiro
lo spazio della stanza: desiderio e gioia ripetono la loro danza
ma è come stare su di una zattera o dentro un cerchio di luce
che scivola sulla terra: è tutto intorno che non si vede o peggio
è questo mondo prossimo che anche visto non si può toccare: sono
i corpi tutti nell’acquario che “postano” di cibi, gatti, e grandi imprese

3.

il corpo ogni giorno si connette attraverso un fascio di luce
ad altri corpi e le teste si annodano con onde invisibili
che muovono e smuovono anche di notte senza sudare
ciò che prima era solitaria fantasticheria ora è fantasma
di gruppo che si solleva dai cuscini e plana attraverso le porte
se il corpo tagliasse questo filo che lo lega agli altri
si sentirebbe immediatamente respirare ma l’incertezza
della strada sarebbe più grande e anche assordante
sarebbe l’immediato silenzio sceso nella stanza

4.

il corpo si tuffa nella piscina riempita da parole
che scorrono incessanti attraverso tubi invisibili
e lo connettono al mondo da ogni lato. sono continue
trasfusioni di senso che nella quotidiana insensatezza
affollano psiche fino a farla sola e febbricitante

5.

il corpo anche nel sonno avverte il sussulto del terminale
che dice il messaggio in arrivo o la battuta di qualcuno
a proposito di qualcosa ad una certa ora della notte: il silenzio
non c’è: in suo luogo una modalità silenziosa che piano
sovverte la calma del corpo e la sua greve indifferenza

6.

il corpo al centro dell’inverno è un vuoto che non si risolve
è un punto interrogativo che attende il tempo che lo prende
e lo solleva come quando è dentro al suo dire e non c’è differenza
col suo fare. affacciato sull’istante luminoso che non viene si sporge
oltre la minaccia di morte e malattia: ripassa a memoria i volti
pochi dell’incanto che lo salvano forse dal collasso della storia

7.

il corpo che si disconnette sguscia via dall’involucro
d’onde che lo stringe. fuori torna ad essere assenza
di linguaggio: ora è soltanto pelle e patina tempo
e postura mentre l’aria al centro della primavera profuma


8.

il corpo al centro dell’inverno vede ancora più buie
le strade che portano fuori dalla città verso un’ecologia
di confine tra periferie sfigurate e il grigio negli occhi
molte vite si sbranano qui senza neanche un racconto
basta la rabbia e la tristezza basta per ogni giorno
l’abitudine e per ognuno la morte è la fine del mondo

 

Eugenio Lucrezi

Proposta di lettura

di Biagio Cepollaro

 

Eugenio Lucrezi è un poeta che ha avviato la sua ricerca ormai quaranta anni fa nel contesto particolare della rivista napoletana Altri Termini, un contesto caratterizzato dalla ricerca spregiudicata che comportava non solo l’uso della lingua poetica non convenzionale ma anche la sperimentazione del contatto della lingua poetica con le dimensioni del visivo, del plurilinguismo, del dialettale. Vi sono anche spesso riferimenti alla lingua latina.

Da Arboraria (1978)

1

che la radice nel cielo veniva

raccontata: scheletrica a

suggere dalla cieca luce: che poi

portava l’umore alla pianta (è il contrario?)

nel buio: dove lo spazio

assomigliava al tempo: e dico dell’uomo,

che vive e poi muore: sopra-sotto

2

che mi capisse: dove

foresta di copule tra il nero e l’azzurro

esprimeva: quando non c’era tempo: quando

dita spiegate delle più varie piante:

dove c’era respiro, e noi no:

che poi:

3

che fosse

da quel punto  –

un verde strano:

infinito di sotto e sopra piano

4

che i sessi dell’albero erano troppi

( io ne ho uno, ma corro )

5

che fosse – nei sogni – più mobile:

come a somigliarlo a chi:

perché l’albero è

accelerabile da

rallentabile ma

annerato in linea di chi

( misteriato )

come se noia capisse, come

se segni, pappa e noleggio, all’albero:

come se chi, e l’albero:

albero e dita sue

( lingue feroci )

lontano è l’albero

( curvo chi intanto )

In questo testo è evidente il problema del rapporto tra cosmo e uomo, tra creatura e cosmo vegetale. Si tratta di un rapporto di separazione. E questa umiltà creaturale a cui viene richiamato l’uomo, nonostante la sua presunzione, è sottolineata dalla lingua poetica che continuamente si interrompe, si frantuma mancando costantemente il suo termine di paragone. Di qui la continua interruzione dei versi, i due punti che si affastellano. Vi è distanza e frattura non recuperabili tra la condizione umana e il cosmo: il paesaggio dice soprattutto la distanza e l’inconcludenza. Tutto questo viene ripetuto nel lavoro di ekfrasis operato sulle opere di Paul Klee. La scrittura germina dalla visione della pittura: non si tratta di descrizione del quadro ma di gemmazione. E ciò ricorda gli scritti sull’arte di Emilio Villa, autore che risuonava spesso nell’ambiente della rivista napoletana Altri Termini che, con Tam tam di Adriano Spatola, per tutti gli anni ’70 e ’80 aveva investito proprio nella relazione tra le arti. Paul Klee diventa origine di questa gemmazione di scrittura. In Arboraria che esce come edizione di Altri Termini nel 1989 leggo queste poesie dedicate a Klee:

3

Der Schrank

 

Rappresentare una porta

che si apre e si chiude

è come dire alla propria anima:

tu mi devi lasciare.

Ma se la porta è chiusa

toccare i paesaggi di fuori

con il legno rugoso

che dall’interno non vedo.

 

6

Se tutte le linee di questo percorso

corrono l’una verso l’altra

l’incontro si annoda e si aggruma.

Così io apro queste ali di inchiostro

e questa poesia continua,

domani, a colare muta

dentro tutte le altre.

 

Qui avviene la trasformazione del segno pittorico nel segno verbale, poetico. Questo segno continua quell’unico e iniziale flusso creativo che era partito da Klee. Questa curiosità del poeta per le dimensioni più disparate tocca anche il dialetto dove ci sono prove che Lucrezi lascia di grande interesse. E’ il caso del Cavaliere del secchio del 1995, dove la curiosità per il visivo si sposa alla visionarietà:

 

 

Il cavaliere del secchio, 1995

 

il cielo, uno scudo proteso

contro chi ad esso si rivolga

 

Kafka, Il cavaliere del secchio

 

Stanotte ‘a veco e ‘un ‘a veco,

‘mmiez’ a ‘sti lluce ‘mbrugliòse, ‘a faccia toja,

ccà ddint’ ‘a sento e ‘un ‘a sento,

‘mmiez’ a ‘sti suone ‘mpicciòse, ‘a vocia toja,

mò s’è appicciato e se sta già stutànno

‘o ggenio ‘e sta’ cu’ tte,

me vaco a ffa’ na passiata cca ffôre,

‘o friddo fa’ pe’ mme.

 

Llà ‘ncoppa tremma e nun  trema,

aret’ ‘o  ‘mbruoglio d’ ‘e nnuvole, ‘a luna ‘iànca,

ccà ffore canta e nun canta,

‘int’ a ‘sta neve scura, na voce ‘e notte,

mò acchiapp’ ‘o sicchio, ‘o zompo ‘ncuoll’ a cavallo,

faccio nu giro,

vaco a cercà chi me venne ‘o ccarbone

pe’ me scarfà.

 

Ccà ‘ncopp’ ‘o friddo se sente,

nisciùno sente ‘e lamiente e ‘e ghiastemme,

‘a notte è grande e carogna,

e gira e riggira nun c’esce niente,

‘a giacchetella è liggièra

e nun me pare overo ‘e turnà,

ma chi c’ ‘o ddice a ‘stu sicchio

‘e avutà ‘a capa  ô cavallo

e atterrà?

 

 

(da “L’air”, edizioni Anterem, Verona, 2001)

 

Tale forza visionaria torna nei componimenti più recenti come in Viola di morte (landolfiana), 2006-2012:

 

2

(viola)

 

Viola che vai centrifuga

Come sole abbrunato:

 

Congedi ogni tuo braccio

Come fosse mai nato.

 

Fenomeno autoerotico

Al cuore ti precipiti:

 

Petalo malinconico

Ti curvi e ti gratifichi.

 

Prurito intergalattico

Frughi nel buco nero:

 

In un cosmo sintattico

Non ne violi il mistero.

(da “mimetiche”, edizioni oèdipus, salerno-milano 2013)

 

Con questo testo torna la solitudine cosmica iniziale leopardianamente collocata nella storia di questa viola ma l’afflato lirico viene completamente reinterpretato. Qui si nota anche una particolare importanza attribuita alla metrica e alla struttura ritmico-sonora. La musica è molto importante in questo tipo di costruzione e d’altra parte Lucrezi è anche oggi un musicista piuttosto attivo. Dunque il visivo, il sonoro e la scrittura che comunica con queste dimensioni in profondità.

Dal punto di vista teorico e della poetica, vi sono dei pensieri come questo, Stile, tratto da un articolo apparso in Diario, anno XII- numero 2/3, 19 Gennaio 2007:

 

Stile 

 

Lo stile è stato, per secoli, il fattore umano dell’arte, la sintesi ideale tra esigenze espressive dell’individuo e consapevolezza partecipe del divenire storico di un gusto comune. Poi l’arte ha smesso di raccontare la realtà in maniera univoca, e l’opera ha preso a rappresentare la complessità della visione, moltiplicando le prospettive fino alla disgregazione dell’identità stessa dell’artefice. Il grimaldello di quanti oggi, in questa maniera, si provano a riscrivere artisticamente la storia collettiva non può essere, pertanto, che l’abbandono dello stile. Al suo posto, l’inciampo, l’interruzione e il ricominciamento permettono ai più audaci di sperimentare una pluralità di materiali e di forme nella più grande libertà, ma a prezzo di una svalutazione d’intenti e di una perenne precarietà di risultati.                            

 

Lucrezi si rappresenta la sua scrittura come qualcosa che viene dopo la fine dello Stile, inteso come visione sintetica che l’arte dava del senso della società, dalla prospettiva untaria (e identitaria) dell’artista. In seguito la moltiplicazione delle prospettive ha provocato il dissolvimento dello stile stesso. Si crea così una condizione in cui lo stile è impossibile. Ad esso seguono l’inciampo, come scrive, l’interruzione e il ricominciamento. La condizione è tale da non essere gradevole se occorre tollerare e accettare questi sentieri interrotti che danno vita a risultati non stabili e rassicuranti. In questa visione la precarietà dei risultati non è da attribuire ad incapacità dell’artista ma alla condizione storica e sociale in cui il senso può essere prodotto.

logo7 Nel 2005 pubblicai on line nella mia Poesia Italiana E.book un bel libro di Gherardo Bortolotti , Canopo.  http://cepollaro.it/poesiaitaliana/BortTest.pdf

Da La mia vita, pag. 1-2

1.25 nella mia vita, come in un piattino per quegli oggetti che mi sono stancato di vedere in giro, ed in cui, con il colpo d’occhio di chi legge un emblema, accanto all’ennesimo bottone, o all’elastico con cui avevo chiuso il pacchetto delle fotocopie, e la chiave di un lucchetto di cui ho scordato sia la collocazione che l’utilizzo, raccolgo monetine fuori corso, un fermaglio, una spilla da balia, un mozzicone di matita ed un pacchetto di cerini con la raffigurazione, e la descrizione succinta, del segno del sagittario, dispongo la teoria delle singolarità che attraverso, pronto a riporle come resti dentro a vasi canopi, in continue rielaborazioni di uno schema strategico di distribuzione e indicizzazione di esse in quanto esperienze uniche e, alternativamente, di esse in quanto snodi di successive catene paradigmatiche di relazioni logiche, analogiche, sintattiche ed insiemistiche. 1.22 lungo le creste delle frasi della mia ragazza, procedo tra le profonde vallate del suo pensiero e delle sue preferenze, in un panorama di troppo grande ampiezza perché, con il solo sguardo, e con la memoria dei particolari che mi hanno colpito, come genziane sul bordo di una roccia, possa risalire dalla mia vita ad una geografia completa del suo animo, ed all’orografia delle sue vere intenzioni. 2 2.24 sorpassando la fiancata di un tir, mentre leggi, tra uno sguardo allo specchietto retrovisore ed uno alla campagna che, tra coltivazioni e piccole aziende agricole, in un pullulare di vita e di opere, si estende attorno all’autostrada, i numeri di telefono stampati sulla plastica del telone, che rimandano ad uffici nella periferia di una piccola città ungherese in cui ti immagini l’attività di chi, nel mezzo dell’europa, manda avanti le proprie giornate cedendo il valore della sua forza lavoro, e accumulando, per conto di chi gli dà un salario, una quantità alienata di plusvalore, ripensi alla superficie della scrivania a cui lavori, ai riflessi del neon, nelle mattine di autunno, che catturano il tuo sguardo, nella contemplazione della porosità, diffusa e continua, del materiale di rivestimento su cui appoggi la penna. 3.33 dopo cena, nel silenzio dell’assenza di una prospettiva, mentre trascorrono i primi minuti della digestione e, nello stomaco, tra le pieghe di adipe e gli strati di vestiario, sente la pesantezza del bolo venire corrosa, si domanda, rivolto all’estraneità del muro che ha di fronte, in cui la sua tristezza legge i termini di un contratto con l’estinzione, organizzata secondo le volute dispersive dell’entropia e della consumazione della materia in calore, che completa l’incartamento della sua pratica presso il reale, se riuscirà, dopo l’attesa di un’occasione propizia, e del bando di un corso di formazione professionale, ad essere ammesso ad una vita di opere.

 

 

logo1Autoriale

L’esperienza della poesia

Nuova collana di poesia della Dot. com Press Edizioni

diretta da Biagio Cepollaro

La nuova collana di poesia delle edizioni Dot. com Press si propone di pubblicare delle auto-antologie di autori che hanno raggiunto una certa maturità letteraria e che incarnano diversi modi di considerare la poesia come una forma di conoscenza del mondo.

Ogni volume della collana è costituito, oltre che da una corposa selezione di versi dalle opere dell’autore, anche da una conversazione con il poeta, da una breve rassegna antologica della critica e da una bibliografia ragionata.

Si intende così dare un’idea il più possibile precisa del percorso dell’autore, della sua formazione e delle sue ragioni culturali . Ciò che vuole essere messo in risalto è  la responsabilità dell’autore che investe sia il piano strettamente estetico del suo fare versi che quello più generale della sua presenza nel mondo, nella realtà condivisa.

Autoriale vuole riconsiderare la poesia come luogo di conoscenza, di intuizione e di configurazione particolare dell’esperienza del mondo.

Biagio Cepollaro

Viola Amarelli

Proposta di lettura

(2016)

Pater

Questo vecchio che sta per morire

dietro il vetro del tubo catodico

grigio cenere nel blu del tracciato

lontanato il pensiero e il dolore

è stato suo padre, stupito e a disagio.

Può durare a lungo, avverte il dottore

di turno, non credo – ribatte la figlia,

probabile l’unica che l’abbia mai amato –

ha sempre cercato di non dare fastidio.

 

E ancora, da Le nudecrude cose e altre faccende, L’arcolaio, 2011:

 

campagna d’inverno

 

La luce di gennaio che ora è febbraio filtra le foglie

dei sempreverdi

i tronchi con i rami pazienti di vento

questa immane stanchezza di

nuvole in corsa, riepilogo di temporali,

spossa il midollo e la pelle a toccarla si secca

restano, eroi, i cani randagi e le code di uccelli

ci vorrebbe un riposo incessante

un letargo che plachi la crosta e protegga le ossa,

il latte che è inacidito l’hanno

buttato nel pozzo, gli sciocchi.

 

Sono sempre versi tratti da L’ambasciatrice a dirci quale è l’idea della lingua poetica che ha Viola Amarelli nella poesia intitolata Recherche:

 

Io ho questa lingua, ereditata. La torco, la smonto la brucio. Rimbalza,

reingoia, la lingua già amara. La spezzo, si spezza, paterna, conata. il

mondo è  parole, a cambiarle, il mondo si cambia. Una rosa è una rosa è

una rosa. roseggia. L’ortica orticheggia. e risana.

 

Questa mi sembra sia l’idea che della poesia ha Viola Amarelli. E’ l’idea di una conoscenza che nasce da un “corto circuito”, come altrove dice, ma che è soprattutto la consapevolezza dell’immagine che noi abbiamo delle cose e del mondo. E l’esperienza così come si configura dipende dal  modo con cui mettiamo insieme le parole. La trasformazione della relazione tra noi e il mondo passa attraverso la possibilità di trasformare le parole che quel mondo narrano. La trasformazione prima che pratica è cognitiva. Anzi la trasformazione cognitiva è già pratica alternativa del mondo.

La libertà che si sente, talvolta ilare, nel suo modo di montare i versi per associazione fonica o per continuità dell’immagine, è la libertà di stare nelle cose senza stare al loro gioco ma al contrario ridefinendo le regole del gioco. E’ così che si possono mettere in luce degli aspetti della realtà che con questo modo di fare è possibile mettere in luce mentre non lo è nella seriosità ordinaria. Valga come esempio la poesia “Pater” che ho letto. E’ una poesia drammatica che tratta del tema dell’agonia facendo un omaggio sofferto alla discrezione del morente sullo sfondo di dettagli precisi, dell’ospedale, dei tracciati, del loro colore, delle macchine indifferenti. Si scontrano la neutralità distante del medico e la relazione di affetto che viene conservata nonostante tutto. C’è anche un registro critico che risulta irridente puntando all’epigramma se non all’invettiva. Ciò accade ad esempio, sempre ne L’ambasciatrice, nel caso della tautologica autoreferenzialità dell’ambiente letterario:

io scrivo te

io scrivo te che prefazi me che pubblico il tuo amico che plaude i miei

interventi critici che insieme organizziamo algidi evenenziali ostensioni

di tosti testi nostri diffondendo asemantiche endovene, sintassi

scarrupate, lacerti necrofori. Amen

 

Qui c’è la denuncia del degrado di un’arte che viene ridotta a gioco di società e di simulacro, di potere fantasmato più che reale.

 

Locandina Bologna in lettere

Biagio Cepollaro
La singolarità di Luigi Di Ruscio

Intervento sulla figura di Luigi Di Ruscio
nell’ambito del Festival Bologna in lettere,
sabato 19 marzo 2016

 

 

 

Leggerò alcuni versi di Francesco Tomada tratti da Portarsi avanti con gli addii (Raffaeli  Ed.,2014 ) e di Gherardo Bortolotti tratti da Senza paragone (Transeuropa Ed.,2013)

Accosto questi due autori perché secondo me indicano due possibili vie del realismo per i nostri tempi. Nel caso di Tomada vi è una distruzione del lirismo e del biografismo dall’interno per scarnificazione. L’effetto di realtà, per così dire, lo si ottiene attraverso l’eliminazione dell’apparato retorico proprio a ciò che Sanguineti avrebbe detto “poetese” , un insieme di convenzioni linguistiche abusate e prive di senso (come “politichese”) più o meno liriche o misteriose che in realtà occultano l’esperienza, non solo quella estetica ma anche quella “conoscitiva” del mondo. La gratuità del “poetese” non restituisce nessun apporto di conoscenza.

Nel caso di Gherardo Bortolotti abbiamo invece una macchina retorica che, per eccesso di consapevolezza, attraverso la distanza ottenuta da una certa incongruità del linguaggio rispetto all’oggetto, sottolinea la realtà dell’esperienza condivisa. Anche perché al di là dei facili relativismi bisogna ribadire il fatto che vi sono delle esperienze di realtà ampiamente condivise nelle nostre società occidentali. E Bortolotti riesce, utilizzando un linguaggio esso stesso frutto di reificazione, ad esprimere la disumanizzazione delle nostre vite. Questo sguardo neutro ma anche ironico e melanconico, gettato su di un orizzonte assolutamente alienato, esalta la concretezza e la densità della nostra vita “normale” quotidiana in Occidente.

Nel caso del lavoro di Tomada si giunge ad una grammatica essenziale degli affetti e del dolore , nel caso di Bortolotti le realtà emergono attraverso accumulazioni di strati, di codici, fino ad una sorta di neutralità procedurale.

Due strategie opposte: o per sottrazione o per eccesso. Ma entrambe eliminano d’un colpo tutta la zavorra del poetese, cercando di andare al di là di ogni conformismo o di anti conformismo a sua volta conformista, attraverso la conquista di una parola ricca di significato perché si àncora a delle realtà comuni, riconoscibili, senza farne però una maniera, un manierismo né aulico né basso. Due strategie caratterizzate da uno sguardo che in forza della propria eticità scolpisce la dimensione estetica nell’approfondimento dell’esperienza. Sono indagate la prossimità del mondo e le ragioni della sua “miseria”.

Francesco Tomada, da Portarsi avanti con gli addii, Raffaelli, 2014

Le donne della Seleco

Le ho viste uscire alla fine del turno

camminando ma senza toccare il suolo

guardando i lampioni ma senza vedere

la luce e mentre svanivano le ho

immaginate aprire la porta

baciare i figli scaldare in forno

la cena e poi ripulirsi e a volte

giacere sotto un marito qualsiasi

con l’aria di chi da anni ha imparato

che manca sempre mezz’ora di troppo

alla fine del giorno

 

 

Gherardo Bortolotti, da Senza paragone  Transeuropa 2013

  1. come le poche cose che ti ricordi, di quasi tutto quello che ti è successo, come le vicende secondarie scartate, in qualche processo di filtro della memoria a lungo termine, riallocate lontano, depositate in catene paradigmatiche di associazioni di idee, affinità, paragoni i cui elementi, come quello che avanza di una vecchia collana, in fondo a un cassetto
  2. diverso dalle nuvole in aprile, dalla profondità del cielo sereno contro cui veleggiano, al di sopra delle aree residenziali, dei distretti commerciali periferici, in vista di un futuro imminente, votato alla perfezione ed agli acquisti pomeridiani
  3. come tutto quello che manca perché si possa chiudere, per sempre, la vicenda arbitraria della tua vita, il reale come termine di paragone di qualcosa di cui ti hanno detto, di cui pare sia vero, aggiungendo alle vicende dei tuoi mattini in ufficio, alle soste nei bagni illuminati dal sole tra pensieri grandi e impersonali, fatti di una materia diafana, di voci, di frasi ripetute in cui qualcosa di urgente, e impreciso, ancora una volta cerca di farsi ubbidire

Ecco questa è una poesia che non “stacca” dalla concretezza della realtà e lo fa attraverso un linguaggio che ha nostalgia del senso e che ormai può solo prendere atto dell’insensatezza: i saperi umanistici e scientifici vengono qui convocati nel quotidiano per descrivere i gesti di ogni giorno. Non che la quotidianità di per sé sia insensata ma è quella quotidianità che quasi non si avverte più, come una sorta di destino socialmente condiviso ma anche socialmente imposto. La poesia qui sembra ricordare attraverso questa nostalgia di senso che sottende il discorso antropologico pessimista che non vi è via di scampo ma anche che vi è possibilità di respirare proprio attraverso quella nostalgia.

I paesaggi poi sono aree industriali, distretti commerciali: la perfezione qui possibile non è la perfezione della conoscenza della morale, della felicità o della bellezza ma solo la perfezione degli acquisti pomeridiani. La routine non è più l’instaurarsi di un’abitudine ma è un sistema che entra in profondità e colonizza la stessa biologia. Vi è un livello biologico dell’introiezione dei modelli e dei sistemi di vita. Contro questa condizione “macchinica”, senza finalità reale se non la follia dell’insieme, vi è un’ultima resistenza che consiste nel non sfuggire alla realtà ma restare ad essa aderenti per poterla illuminare proprio lì dove questa realtà non ama farsi vedere.

2.

Vorrei aggiungere che entrambe le strategie poetiche mostrano un controllo sulla parola estremamente rigoroso. Non vi è nulla che non sia utile al lavoro di significazione. Questo non può dirsi per tantissima produzione che affolla la rete e che incarna, come dicevo il “poetese”. Qui non c’è solo la stereotipia, la convenzionalità, la ripetitività: c’è qualcosa in più. C’è l’abitudine a riproporre vecchi modi mutuati dal simbolismo, ermetismo, surrealismo, crepuscolarismo che per lo più si risolvono nell’incongruità di senso: parole che vengono accostate secondo procedimenti di scrittura automatica per produrre nel migliore dei casi una suggestione. Quasi mai viene fuori una vera suggestione, per lo più emerge quella patina superficiale di poetico che si vuole identificare con la poesia.

Il controllo nelle scritture di Tomada e Bortolotti non diventa mai manierismo e non si affida alla forma chiusa come un vincolo che possa garantire dall’esterno quella precisione che la propria misura non saprebbe offrire. Rispetto al metricismo questo tipo di poesia che io definisco “realista all’altezza dei tempi” non ha bisogno di una misura esterna, non ha bisogno di “incatenarsi” perché al suo interno ha una salutare e naturale tendenza all’equilibrio. Tale equilibrio appare indispensabile per dire ciò che è sotto gli occhi di tutti ma che spesso non si è in grado di farlo. D’altra parte è proprio questa la grande meraviglia e la grande sorpresa dell’arte. Anche per questo non credo ci si possa sottrarre a questo compito di presenza nel mondo attraverso una presunta quanto improbabile versione “concettuale” e astratta della poesia, priva di soggetto (da augurarsi la scomparsa dell’io ma non del soggetto). Una poesia concettuale sarebbe una poesia disincarnata, scritta da nessuno e soprattutto destinata a nessuno. Sia questi modi concettuali che quelli metricisti si riducono a forma di feticismo linguistico che in parte derivano dalla centralità del linguaggio nel pensiero e nella poesia del ‘900 ma che in questi anni, a mio avviso, non hanno la capacità di illuminare questo nostro mondo.

E ciò è particolarmente importante dal momento che negli ultimi venti anni, per le politiche perseguite, la funzione intellettuale nel suo insieme ha subito dei danni strutturali: proprio le istituzioni culturali come l’università, l’editoria a grande diffusione e la stampa sono sostanzialmente venute meno al loro compito di sostegno della poesia e dell’arte.

 

Biagio Cepollaro

A proposito delle auto-antologie per il blog Nazione indiana

2016

Una sorta di rubrica che sto curando per il blog Nazione indiana ha l’obiettivo di suggerire delle auto-antologie poetiche. Il poeta viene invitato a ripercorrere il tragitto compiuto e a riflettere su questo percorso dedicando a ciò una pagina di annotazioni. E’ l’autore stesso che scrive la sua storia e l’intervento dall’esterno è ridotto al minimo. Questa richiesta di riflessione necessaria all’auto-presentazione in mi pare che vada in direzione opposta al flusso della rete che per sua natura tenderebbe a non coagulare, fermare, riflettere ma, al contrario, a costituire un continuum di informazioni senza soluzioni di continuità.

Queste auto-antologie vorrebbero opporsi a questa dispersione o disseminazione più o meno euforica che la rete sembra esprimere. Spero che in questo modo si possa dare un’idea della produzione di poeti giunti ad una prima piena maturità letteraria. Questa iniziativa vuole contribuire, in questo caso solo sulla rete, ad offrire un rallentamento riflessivo, in parte correttivo, alla tendenza entropica della diffusione attuale della poesia.

Fin qui vi sono state due proposte di auto-antologia: quella di Francesco Tomada che si può leggere qui  e di Vincenzo Frungillo che si può trovare qui, in seguito altri saranno invitati a soffermarsi sul loro percorso. Questo è anche un modo, sia pure in minima parte, di restituire alla poesia quella funzione riflessiva, intellettuale e critica che per lo più in questi anni, forse per troppa ricchezza di offerta creativa, sembrerebbe quasi perduta.

 

Biagio Cepollaro

stravaganze

da Il poema de le qualità

(work in progress)

2016

 

il corpo al centro dell’inverno fa il suo giro mentre le vite

passano nelle stravaganze oltre che nell’ordinario: c’è chi

porta a passeggio quattro cani legati ad un guinzaglio: è suo

mestiere e c’è chi invece coglie l’occasione per tagliare una gola

in questo lento voltare del sole arrivano enormi lenzuola

di luce: qualcuno chiude gli occhi. altri li aprono di più

 

Il percorso poetico di Francesco Filia potrebbe essere esemplificato già da alcuni versi del suo primo libro Il margine di una città uscito nel 2009.

In questi versi vengono posti i termini del campo semantico, tematico e forse anche ideologico entro il quale Filia lavorerà.

“Creato in un luogo comune di fili sospesi, antenne

e asfalto di tetti addossati l’un l’altro. Sfuggo

all’agguato di bancarelle e ragazzi urlanti nel sole

cercando il freddo di travi che oscillano

nell’ultima stanza. Il grido delle strade si perde

nel grumo irrisolto del giorno, in un pensiero

aggrappato alla sua radice alla sua origine

oscura.”

Già in questi versi c’è il collocarsi di chi scrive in un contesto comune, in un luogo comune, in una città ben caratterizzata da un aspetto caotico di sovrapposizioni di piani: alto e basso, antico e moderno. Rispetto a questo caos che è anche vitalità, anche istintualità, c’è un tentativo di concentrazione attraverso il ritagliarsi uno spazio di solitudine e di riflessione. Eppure il proprio tempo non riesce ad accordarsi col tempo collettivo:  il giorno continua ad essere un “grumo irrisolto”, la strada appare soprattutto come “grido”, non come articolazione di senso e il pensiero deve fare il tentativo di restare legato alla sua origine. Ma questa origine è appunto “oscura”. Il contesto è quello di una città luminosa ma di una sostanziale oscurità del senso. Si scoprirà lungo il percorso di Filia che questa oscurità nasce dalla non relazione tra i destini individuali e generazionali e l’insieme della città e della storia. La città come allegoria dell’intera storia.

Ciò che vorrei sottolineare del lavoro di Filia è soprattutto la questione della poesia narrativa. Di una narratività che non incontra l’archetipo del teatro o in generale forme drammaturgiche di relazione ma si confronta direttamente con il romanzo o addirittura con l’epica. D’altra parte ogni parola che si voglia collettiva, che implichi un profondo “noi” alla sua radice, inevitabilmente tende all’epica. Questa poesia narrativa vuole porre sin dall’inizio il soggetto narrante all’interno di un luogo comune di una collettività non si lascia intrappolare nel crepuscolarismo che pure sarebbe possibile. In fondo nella nostra tradizione, da Foscolo a  Pagliarani, c’è questa tensione tra le sorti  -anche sentimentali- dell’individuo e le sorti collettive. In un certo senso è inevitabile una certa atmosfera crepuscolare, anche di auto-commiserazione del soggetto lirico, se è ancora tale in un contesto del genere. In qualche modo Pagliarani e Filia si ritrovano ad affrontare la stessa questione…

La tensione che Filia stabilisce soprattutto nell’ultimo libro di questa trilogia che sì è andata formando,  La zona rossa (Il laboratorio, 2015), si è risolta in una decisione. Tale decisione prevede la collocazione l’individuo in un punto della storia dichiaratamente riconoscibile. Ciò che è privato qui passa decisamente in secondo piano perché è direttamente pubblico. La scelta degli scontri di Napoli, anteprima della tragedia del G8 di Genova, è una scelta non solo politica ed etica ma anche narrativa, di scrittura. E’ come se ponesse la domanda: è possibile oggi alla poesia dire la storia? Il poema pare rispondere di si. E’ possibile se la storia si va a concretizzare in un giorno particolare. L’esperienza di un uomo diventa esperienza collettiva e anche esperienza storica. Filia è bravo ad articolare questo giorno come una sorta di microcosmo allegorico che racconta una sconfitta. Si tratta della sconfitta delle speranze che dall’illuminismo hanno caratterizzato la modernità, attraversando la Rivoluzione francese e la Rivoluzione russa. Ciò che viene meno qui è la possibilità di “barare” come ha fatto la generazione precedente. Non è più possibile credere alle frottole della generazione precedente. Vi è una sconfitta storica materiale, quantificabile, osservabile e non c’è modo di indorare la pillola. E’ questo senso tragico generazionale che Filia in qualche modo ci restituisce attraverso la poesia.

Si considerino i seguenti versi a conclusione:

da Il Margine di una città (Il Laboratorio/ Le edizioni, 2008)

Sei sceso nell’agguato delle strade per provare

che è lì il tuo ultimo respiro, che la tua vita

è nel gorgo di questi palazzi e non oltre

non altrove. La consegna da rispettare.

 

 

Da La neve (Fara, 2012)

La cenere dei falò i copertoni delle auto abbandonate

la scaramanzia dei nostri cellulari accesi tutto è pronto

per un oltre di forme geometriche e cristalli da sciogliersi

al sole per essere nel silenzio di esagoni poggiati uno

sull’altro di fiocchi che definiscano il recinto

delle nostre preghiere, per un dono che non chiede

nulla in cambio, se non l’ultimo dei nostri respiri.

 

 

Da La zona rossa (Il laboratorio, 2015)

Il fallimento dei padri – le loro

nevrosi cadute su di noi

come una colpa – che hanno

perso e barato che hanno spergiurato

e credono di essere esempio.

Non c’è un ordine contro cui

lottare ma un’anarchia del potere

che ci fa fare ciò che vogliamo,

non desiderarlo. Memorie

di una nazione morta

diciamo tra noi ridendo

giocando un gioco di ruoli: l’artista,

il nichilista, l’impegnato, la giornalista

ma ognuno è di meno di più di una

forma rinsecchita. È  la gloria di una resa.

(…)

Non rimarrà traccia del filo di luce

amore bellezza furore – non so

ancora come chiamarlo – che ci ha legati

l’uno negli occhi degli altri per un attimo,

per quella gioia mozzafiato. Ognuno

tradito, da se stesso e dagli altri. Ora

con devozione e calma non resta

che allargare i labbri della ferita

che ci tiene in vita, non resta

che inoltrarsi, silenti, nella resa.

2016

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