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Intervista a Biagio Cepollaro di Alessandro Mistrorigo 

Da Carteggi letterari, 9 febbraio 2015

 

In questo nuovo libro Biagio Cepollaro, La curva del giorno, continua il lungo poema iniziato con Le qualità. Anche in questo testo il corpo è il centro propulsore del dettato poetico tanto da formare un poema privo di cornice, privo di un apparente schermo protettivo dall’esterno. Il nucleo tematico del poema, anzi, è ancora un volta la stessa relazione con l’esterno. Per questo possiamo anche parlare di poesia ecologica, nel senso etimologico del termine che indica un movimento di ricollocazione nel proprio ambiente. Per fare ciò la voce del poeta si affida alle percezioni (nel senso di aisthesis) del corpo. Qui il corpo torna ad essere il mezzo, non nel senso biologico della funzione. Non parliamo di un’eziologia, non esiste appunto un occhio esterno che osservi i fenomeni. Qui il corpo è già sempre tramite con l’esterno. In questo possiamo intravedere lo spirito epicureo del poema che già ispirava Le qualità. In tutto il poema di Cepollaro non c’è il primato della ragione o del logos sulla natura, tra loro esiste semmai una relazione problematica. Questa è la forza del libro. Se la poesia lirica, come è noto, si fonda sullo sguardo, e quindi sulle idee e su una consequenziale metafisica razionalistica (ricordiamo che la radice del termine idea proviene da idein ossia vedere), qui non esiste una senso privilegiato rispetto ad altri. Se riflettiamo sulla metafora del bosco, che occupa l’intero poema, a partire dal titolo del prologo Attraversare il bosco, possiamo insistere sulla relazione con la lirica. L’opera simbolo della lirica moderna I fiori del male di C. Baudelaire è spesso interpretata attraverso un testo arcinoto, Corrispondenze, in cui il poeta francese scrive: E’ un tempio la Natura, dove a volte parole/ escono confuse da viventi pilastri;/ e l’uomo l’attraversa tra foreste di simboli/ che gli lanciano occhiate familiari (trad. G. Montesano). Anche qui si attraversa un bosco, ma le cose si presentano come simboli da interpretare. Nel verso che chiude la prima quartina il senso privilegiato è lo sguardo (gli lanciano occhiate familiari). C’è “una corrispondenza” tra l’io e gli oggetti che muove dagli occhi, ed è tramite questi che gli oggetti vengono interpretati. In Cepollaro l’attraversamento del bosco è una relazione tra corpi in cui cessa lo schermo della rappresentazione lirica. Il poeta è ridotto a corpo tra altri corpi e non appartiene più all’Io lo spazio della presenza, proprio perché “il corpo è oltre l’io”, così come è scritto in una delle poesie del volume. Ci muoviamo in uno spazio orizzontale, sul piano della presenza creaturale delle cose. Ogni lassa inizia non a caso con la parola “corpo”, che ribadisce il mettersi in disarmo di fronte ai fenomeni. Nel poema di Cepollaro, come vedremo, questa ripetizione non è per niente un espediente letterario, è un’acquisizione profonda e meditata.

Se risaliamo alla tradizione presocratica, ancora prima della divisione di anima e corpo, e torniamo per un attimo al poema omerico, notiamo che la parola corpo compare di rado come soma, che, come ci insegna Bruno Snell, indica “il corpo privo di vita”, privo di soffio, il “cadavere”. Il corpo è più spesso indicato con “insieme di membra”, “statura, “contenitore”, “pelle” etc. Questi sono termini che definiscono lo spazio che testimonia una presenza. Ciò accade perché il corpo da solo non esiste, esso è sempre in una condizione dinamica, di relazione potenziale con l’esterno (anche se in Omero questa relazione ha sempre un valore agonico). Un altro studioso, Onians, ci dice addirittura che nel poema omerico la parola corpo dovrebbe essere sostituita con la parola thymos, che deriva dal sanscrito dhūmas, poi in latino fumus, «respiro». Ora Cepollaro scrive in una lassa del prologo: mentre il corpo galleggia/ sul suo respiro. Anche in questo poema quindi il corpo è sempre tra gli altri corpi in un rapporto osmotico con l’esterno. Altrimenti sarebbe soma, corpo morto. Il confine tracciato dal poema di Cepollaro è invece una faglia di interiezione tra fenomeni naturali e culturali. Il poema si apre con questi versi:

 

occorre stabilire i confini del corpo: anche una casa

con le sue camere e le sue funzioni è una guaina

e aderisce ai suoi moti.

 

Lo spazio del corpo è dato da quanto noi riusciamo a trattenere nel fiato, a riprodurre nel verso. Le cose omesse costringono ad un allontanamento. Bisogna saper calibrare il proprio mondo. La reiterazione della parola corpo ad incipit di ogni verso è come se obbligasse il poeta ad un compito: trovare il proprio spazio, la propria misura, non disperdere energia, non perdere fiato. Così come l’etica epicurea ci insegna.  Leggiamo ancora dal testo:

 

occorre stabilire i confini del silenzio non rispondere sempre

non sempre essere informati fare in modo che ogni parola

sia pleonasmo a fronte di ciò che già c’è. non dicendo

di sé ma dando voce alle spalle alla schiena curva dell’intuizione

che ha percorso tutta la stanza trafiggendo in uno i molti pensieri

occorre che ogni parola distillata sia essa stessa una guardia

di frontiera che vigili insonne i confini dall’alba al tramonto

con gli occhi rivolti al silenzio sia la sua unica verità corporale

 

La misura dettata dal corpo e dalla sua legge non è passiva accettazione dell’istinto, è invece anch’esso uno sforzo. Il respiro, che nel poema di Cepollaro è tradotto in misura metrica perfetta, deve trovare con forza e precisione la propria forma. Se fosse mero istinto sarebbe accettazione dell’indistinto, del si dice o del si muore. Nel De rerum natura di Lucrezio -allievo di Epicuro- il clinamen è la deviazione dalla caduta degli atomi, è la faglia che costituisce la natura umana, che gli permette di sentire e di parlare. Scrive Lucrezio: “Ma che la mente stessa in ogni/ sua iniziativa non segua una necessità insita in lei,/ né come domata sia costretta a sopportare e a patire,/ deriva da quella esigua inclinazione dei corpi primordiali/ che si produce in un punto dello spazio e in un momento indeterminati”. Senza la differenza di un corpo senziente, nel senso della percezione estetica, l’uomo sarebbe una specie come le altre, confuso nella caduta libera degli atomi. Cepollaro si ricollega a questa verità in una fase post-umana e post-ideologica della nostra Storia. Scrive su questo una mirabile lassa:

 

il corpo nel verso si sottrae al senso

stabilito e si muove come se non vi fosse

argine e direzione: è luogo questo

dove sembra fermarsi il potere

tale è l’impatto del singolo corpo

che di sé nella lingua fa allegoria

 

Restando tra le cose si riesce a salvare la differenza e l’inciampo che ogni corpo porta con sé. E Biagio lo fa con un dettato apparentemente semplice e lineare, lì dove la versificazione asseconda il respiro. La misura e il respiro permettono al corpo di essere qualcosa di nostro e di mostrarlo nello spazio come dono. La poesia è allora esperienza del confine, ma è anche presenza nello spazio della condivisione. Qui c’è il portato profondamente etico dell’opera di Cepollaro. “Occorre lasciar passare da quei confini la notte/ e lasciar mescolare i corpi perché parlino tra loro”.  Questo è il nucleo della seconda parte del poema La luce dell’immanenza. Il tempo, che è per eccellenza il tema della poesia lirica, si misura ora con lo spazio imposto dalla dinamica del corpo.  Questa poesia chiede di essere condivisa, in quanto è espressione stessa della vita (bios) del poeta. Se in questa prospettiva la solitudine non esiste, essa è da considerare come condizione dell’ascolto degli altri, ma ancora prima del silenzio da cui ogni verso e ogni nostra forma proviene:

 

il corpo distende sotto ai suoi piedi il pezzo di terra

che limita il presente: sa che al di là di questo cerchio

si diffonde l’incerto non solo della cometa e dei suoi

incontri ma anche della replicazione cellulare e delle

movenze benevole o tragiche della statistica

dentro il cerchio su cui poggia il corpo respira

e cerca di fare del tempo e dello spazio una cosa sola

 

Questa meravigliosa lassa contiene il nucleo stesso del poema. In particolare il verso finale ci indica il tentativo di far coincidere il tempo (metrico, cronologico) con lo spazio. Ricollocarsi appunto. Un’altra lassa recita:

 

non dicendo

di sé ma dando voce alle spalle alla schiena curva dell’intuizione

che ha percorso tutta la stanza trafiggendo in uno i molti pensieri

occorre che ogni parola distillata sia essa stessa una guardia

di frontiera che vigili insonne i confini dall’alba al tramonto

con gli occhi rivolti al silenzio sia la sua unica verità corporale

 

Il ritorno all’elemento creaturale non è quindi un ingenuo ritorno alla natura. Cepollare non fa un salto oltre il razionalismo, oltre la complessità del postmoderno, per ritornare alla vita semplice della natura. Qui non c’è nessuna fuga roussoiana. Con un bellissimo verso Biagio sentenzia:

 

anche la pace senza un volere non vuole

dire niente

 

Ricordandoci la hybris che è propria della nostra cultura. Il rapporto osmotico con l’esterno, sia quello mondano con gli altri corpi che quello originario con il silenzio, deve fare i conti sempre con una forza che induce alla dispersione. Il movimento di conservazione dello spazio si relazione sempre con un movimento opposto.

 

il corpo sembra fatto per ripetere l’accumulo e la felice

dispersione è palmo che raccoglie all’inverosimile e

palmo che disperde allargando le dita e aprendo finestre

il suo godimento funziona come il doppio ritmo

del respiro e del cuore è un muoversi e uno stare

è uno stringere ed un allargare: è sempre entrare e uscire

 

Cosicché ogni pieno si posiziona grazie ad un vuoto, che si palesa nella parola, ed ogni verso è la cucitura della luce e dell’ombra, della conservazione e della dispersione: “la meta condivisa è quel pieno che ti svuota” scrive Cepollaro. Ed è proprio il vuoto, con la sua alacrità, ad occupare la terza parte del poema (L’alacrità del vuoto). La dinamica del corpo che si concentra sul respiro per dare misura allo spazio, deve a sua volta tenere conto della forza contraria che tende alla dispersione degli atomi. Questa legge universale riguarda tutti i corpi, non solo quelli della nostra biosfera. Così nel poema, dall’attraversamento del bosco iniziale, passiamo all’immagine astronomica di una meccanica celeste.

 

il corpo nella sua navigazione provvede per quel che può

a fronteggiare l’incerto mentre ai suoi lati l’agitazione prende

i passanti e anche gli amici ognuno incastrato nella situazione

che lo dipinge: i racconti sono dell’esser presi e costretti

invece per lui davanti ad ogni passo spesso ritorna il vuoto

che permette con l’assenza di nomi il suo moto: c’è cielo

 

La resistenza al vuoto, che ci porta a ruotare intorno ad un altro corpo (altrimenti, ricordiamo, saremmo soma), è compresa a sua volta in una dinamica maggiore. Il nostro nucleo è frutto di una reazione, ma anche di una relazione, col nucleo di corpi dalla massa maggiore. Questo è ciò che solitamente si definisce legge gravitazionale. Dalla gravitazione terrestre, che stabilisce l’attrazione e la repulsione di ogni corpo, si passa a quella celeste. Tutto è regolato da una dinamica superiore che noi dobbiamo assecondare. Grazie al moto di rotazione e di rivoluzione della terra siamo compresi nell’alternarsi del giorno e della notte, e delle stagioni.

 

il corpo nel verso si distende: il suo dire

incede di piede in piede di accento

in accento verso un suo luogo che andando

chiarisce. poi si volta tornando a capo

per mostrare il raccolto: intorno vede

la curva del giorno come sua misura

 

Biagio Cepollaro, La curva del giorno,copertina

La nuova raccolta di Biagio Cepollaro La curva del giorno  conferma che nel lavoro poetico di questo autore si è aperta una nuova fase cominciata  con Le qualità, del quale questo libro si pone come esplicita  prosecuzione nell’ambito di una componenda trilogia.Se il segno macroscopico di questo cambiamento è facilmente individuabile nell’esclusiva presenza di poesie brevi, perlopiù inferiori ai dieci versi che hanno come soggetto della parola e dell’azione poetica il corpo, tanto più sorprendente in un poeta che finora aveva mostrato di prediligere la misura spesso superiore ai cento versi fino addirittura al poema, si può indicare nell’aggiustamento stilistico-retorico del dettato che la nuova misura richiede,  o meglio nella novità del dettato stilistico e dell’organizzazione retorica che impongono questa nuova misura, il vero elemento innovativo. Abbiamo una lingua standard organizzata entro una sintassi e una retorica che eliminano ogni effetto di ridondanza sia emotiva sia metalettararia, pur non priva di qualche connotazione ironica, al servizio di quella che potremmo chiamare la ricerca della certezza di uno stato di cose.

Così possiamo leggere le poesie de La curva del giorno  come il risultato di una doppia sottrazione sia di quella relativa alla lunghezza dei testi sia delle interazioni emotive che costruiscono e, in un certo tipo di poesia, interpolano il significato. Come nell’algebra anche qui la moltiplicazione di due quantità negative dà un prodotto positivo, che è da individuare in un tono  che sembra rendere plausibile un approccio poetico  all’esperienza. Del resto, per citare  Wittgenstein,  “la certezza è un tono in cui si constata uno stato di cose”, anche se naturalmente questo tono non è sufficiente a garantire l’effettiva verità delle cose.

“il corpo chiede alla strada di farsi percorrere: un gesto/ di resa minima anche solo per metafora: l’andare non può/essere solo ostinato di volontà ma anche una certa/ naturalezza nel fidare che improvviso non crepi l’asfalto..” in questi versi  chiusi dalla constatazione che “queste promesse (…) nessuna strada le fa” ( p.30) è possibile cogliere tanto l’operazione estetica quanto la temperie etica in cui si svolge questa sottrazione.

Il corpo non è l’argomento della raccolta o un’istanza astratta che informa di sé tutta l’esperienza secondo il gusto di una certa metafisica, che si vuole materialista, oggi abbastanza diffusa, ma il personaggio soggetto dell’enunciazione così come lo è l’io lirico nel Canzoniere e Sherlock Holmes nei gialli di Conan Doyle. A differenza della tradizione lirica, però, il poeta, come una sorta di dottor Watson appena più avveduto, trascrive con fedeltà notarile e assenza di complicità movimenti e pensieri del corpo. Questa invenzione poetica rappresenta un’istanza che sospende le tempeste psicologiche e i pregiudizi ideologici del soggetto rendendo possibile il dire l’esperienza al di fuori delle istituzioni che inquadrano l’io in poesia, forse non il più lurido, ma certo uno dei più pericolosi tra  tutti i pronomi. Così si può affermare che il corpo è l’unità logica minima che senza costruzioni ridondanti cerca il senso dell’esperienza e la sua certezza nella concretezza quotidiana e nel linguaggio.

Tale mossa è un esito perfettamente comprensibile della poetica di Cepollaro, nella quale, approssimando in maniera un po’ brutale, la verità della poesia dipende dalla postura, anche psicologica, del soggetto che enuncia il testo. Naturalmente questa poetica non è ingenuamente contenutistica né al contrario si colloca sul piano della struttura e dell’ideologia del linguaggio, ma si attesta a livello delle convenzioni letterarie e retoriche che in poesia regolano la figura del soggetto parlante. Ne segue che in tutta l’opera di Cepollaro ricorre una sfiducia sistematica nella figura dell’io poetico, si pensi allo scriba di Scribeide e al biagiocepollaro di Versi nuovi, che crea un campo di tensione con l’impulso al dire ( e si tratta di una tensione non programmatica, ma oggettiva e fondante, quella che i prof di lettere di una volta avrebbero chiamato le ragioni di una poesia). Il personaggio corpo è il frutto e nel contempo l’artefice di un nuovo equilibrio dinamico in questa tensione.

La raccolta si apre con l’enunciazione di un imperativo (“occorre stabilire i confini del corpo” p.11) che accompagnato, specie nella parte iniziale del libro, da altre immagini di perimetrazione e confine, sembra metonimicamente richiamare l’urgenza anche morale del dire l’esperienza, che diviene poesia: stabilire i confini significa allora distinguere le cose che il corpo fa effettivamente dai pensieri pieni di belle speranze e dagli attributi che retoricamente gli si conferiscono. A questo primo momento fa da contraltare un richiamo altrettanto frequente alla liquidità, fosse anche solo degli umori corporei (per es. “l’incastro è ora affare di liquidi e umori/il più e il meno l’umido e il secco tornano/ a dire qui e là dove la vita tracciando è passata” p.19), nel quale si riverbera metaforicamente la varietà dell’esperienza a stento riducibile al discorso.

Il costituirsi di una stabilità precaria delle condizioni minime del dire poetico( “il corpo è occhio che racconta e lingua che assaggia/ il resto è una notte che lo circonda da ogni parte”, p.22) è il risultato che caratterizza La curva del giorno nel quadro di quella tensione di cui si è detto ed è nel contempo, proprio in ragione della sua provvisorietà, segno della rinnovata vitalità del lavoro poetico di Cepollaro.

Da Alfabeta2 

 

 

Biagio Cepollaro

La curva del giorno

L’arcolaio, Forlì, 2014, euro 11

 

invito Biagio Cepollaro

Dal 1° febbraio esordisce PERIGEION, nuovo luogo di interscambio culturale. Vogliamo proseguire sulla strada aperta dalla “Dimora del tempo sospeso” che è stata per noi la casa accogliente nella quale imparare ed incontrare scritture libere, feconde, propositive. Vorremmo allora seguire l’esempio di Francesco Marotta e per questo siamo qui a sognare un luogo in cui, sotto i buoni auspici della farfalla che Francesco scelse a suo tempo come segno di bellezza e di speranza, si possa, avvicinandosi alla terra e su di essa, al contempo, compiendo voli della fantasia e del desiderio (ed è questo il senso del nome “perìgeion”) attraversare scritture ed arti che sappiano restituirci la gioia di leggere e di meditare. Benvenuto dunque a chiunque abbia, con serietà ed onestà, qualcosa da dire, benvenuto a chiunque rechi con sé il desiderio di ascoltare e benvenuto a chiunque creda nella bellezza e nella scrittura come atti di libertà, riscatto e resistenza. Desideriamo non ci sia posto per i narcisismi, né per gli esibizionismi, ma per la poesia e l’arte senza limitanti aggettivi e senza aberranti etichette. Non pubblicheremo nulla di “nostro”, fatti salvi gli articoli di critica e le traduzioni di nostra mano: per il resto Perìgeion vivrà dei contributi di tutti gli amici che vorranno animarlo e sostenerlo. Non ci interessa promuovere i nostri testi o i nostri libri, ma, amici uniti dalla stima e dall’affetto reciproci, ci preme incontrare altri amici (autori o lettori o appartenenti ad entrambe le categorie) e continuare a credere nella necessità di fare arte, di scriverne, di investire in maniera puramente e gioiosamente gratuita tempo ed impegno.http://perigeion.wordpress.com/

Il mio augurio all’iniziativa

Fin qui l’annuncio di una nuova iniziativa, PERIGEION, che nasce dentro alcune coordinate generali che condivido e che in parte intuisco, o credo di intuire, conoscendo non solo Francesco Marotta a cui l’annuncio fa espresso riferimento ma anche alcuni animatori più giovani della neonata impresa.
PERIGEION si propone di essere un luogo di scambio e di conoscenza reciproca che restituisca freschezza e senso ‘globale’ alla scrittura e all’arte, un senso cioè non solo di bellezza formale ma anche di umana verità, tanto più precisamente espressa quanto più cercata nei modi dell’arte. Queste modalità concrete di intendere l’attività letteraria credo che possano dare origine anche a prospettive più libere di immaginazione letteraria, dentro e fuori i testi, dentro e fuori dall’arte, investendo la concretezza dei rapporti umani e della realtà delle scelte individuali. Questo almeno è il mio augurio che rivolgo agli amici che si apprestano a varare questa navicella: di affrontare con coraggio ancora il tema della verità e della responsabilità del dire, al di là dei relativismi facili e comodi di questi anni…
Biagio Cepollaro

Originally posted on La poesia e lo spirito:

di Antonio Sparzani
lacurvadelgiorno

La giovane casa editrice L’arcolaio inaugura felicemente la sua collana Collezione di poesia col volume La curva del giorno, di Biagio Cepollaro, che è poi il secondo libro de Le Qualità, e raccoglie testi scritti da Biagio negli anni 2011 – 2014. Mentre il primo libro de Le Qualità era uscito nel 2011 con La camera verde e raccoglieva testi scritti tra il 2008 e il 2011.
Il percorso poetico di Biagio è ormai lungo una trentina d’anni abbondante, può essere esaminato con agio esplorando il suo sito, nel quale egli ha generosamente riversato i suoi testi precedenti, e io non credo di avere parole adatte a descriverlo o valutarlo nella sua complessa evoluzione. Mi limito a dire che quella di Biagio è una ricerca incessante di nuovo senso della nostra vita materiale ed emotiva.

View original 555 altre parole

Biagio Cepollaro, La curva del giorno,copertina

Biagio Cepollaro, La curva del giorno,copertina

**

il corpo si è espresso attraverso i suoi liquidi incastri e con la voce
e con le mani ha avvicinato e ha confuso dando vita ad un piano
comune e indistinto che dona a chi lo vive un senso intenso
di benessere che si rende visibile sia attraverso il gemere sia
quando è detto dai racconti che accompagnano il commiato
per questo la promessa di rinnovare quel piano così fecondo
per questo l’aumentata vulnerabilità alla pur fugace distonìa
è quando si dice: mai un pensiero o un affetto ci dividerà

**
il corpo ha conosciuto vari livelli e profondità
della luce e di ognuno ha preso biologica
nota anche dello spiraglio anche dell’abbacino
ora vorrebbe stare in una luce distratta e calma
che può continuare se stessa senza pena
per puro irraggiamento di semplice attesa

**
il corpo nel verso si distende: il suo dire
incede di piede in piede di accento
in accento verso un suo luogo che andando
chiarisce. poi si volta tornando a capo
per mostrare il raccolto: intorno vede
la curva del giorno come sua misura

**
il corpo improvvisamente di fronte al mare riprende
a stupirsi della bellezza che illumina il pianeta e l’abbondanza
dell’acqua e la dissipazione delle specie in un’evoluzione
senza scopo di colpo gli dicono che è ospite di un giorno
e che farebbe bene in tanta brevità a non distrarsi e starci al cuore

**
il corpo raccoglie la sua provvista di parole attraverso le quali
potrà riflettersi il mondo: il muto delle cose e la ferocia degli atti
sono interrotti da quest’energia di piccola creazione: i nomi
apparecchiati sulla tavola non sono iscrizioni ma pietanze

**
il corpo del tempo trascorso ne fa una festa e la luce
che ancora si arrampica sulle gialle facciate delle case
è sempre nuova e senza appigli. ciò che ora più lo stupisce
è che l’umano non ricominci ogni volta daccapo e che abbia
spesso cura di ricordare e questo anche se vive una volta sola

**
il corpo non si pone problemi di metrica
a lui pertiene il respiro che dice ed è questo
il ritmo che non solo esprime ma anche lo fa
felice: il sapere talvolta ha questo potere
di dare al corpo vita quando gli dà coscienza
ed è qui la misura e il piacere della sua danza

 

Nota
Poesie scelte da Gianfranco Fabbri per il blog della casa editrice

http://arcolaio.ning.com/profiles/blog/list

BIAGIO CEPOLLARO – LA CURVA DEL GIORNO – COLLEZIONE DI POESIA N.1 – PAGG. 120 – EURO 11 –
IL LIBRO E’ DISPONIBILE PRESSO ORDINAZIONE IN TUTTE LE FELTRINELLI DEL TERRITORIO NAZIONALE (SERVIZIO OFFERTO DALLA DISTRIBUZIONE LIBRO CO. ITALIA SRL), OPPURE SI PUO’ RICHIEDERE DIRETTAMENTE ALLA CASA ARCOLAIO

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