Italo Testa

Uno sguardo a Al centro dell’inverno

Con Al centro dell’inverno Biagio Cepollaro conclude la sua trilogia delle qualità che si rivela ad uno sguardo retrospettivo come un’unica catena anaforica che tiene assieme in una trasmissione continua le manifestazioni di questo corpo-soggetto descritto in terza persona ma nello stesso tempo singolare presenza animatrice dei versi dell’intera opera. Tale corpo è un punto di vista incarnato che diventa momento di un “fluire in comune” come scrive appunto Biagio Cepollaro in cui i corpi singolari si collocano in un fascio di luci di altri corpi, le “teste si annodano con onde invisibili”. L’esperienza della rete che era alle spalle delle precedenti ante della trilogia qui ritorna ma nello stesso tempo si allarga, si dirama nel dare forma a questo corpo-presenza che è appunto un corpo mente, un Body-Mind: è l’istanza di un pensiero incorporato che “secerne grumi di pensiero” che carnalmente individuato è anche insieme esposto alle contingenze degli eventi. E’ insieme singolare e plurale in quanto nel suo individuarsi si apre continuamente all’ incontro con l’altro, si sveglia anche nei momenti onirici nel sonno dell’altro, si fonde con l’altro. E’ un corpo-mente  che è oggetto ma insieme soggetto di una “piccola scienza dei movimenti”, una sorta di piccolo trattato spinoziano che ha come protagonista questa fisica incorporata, questa scrittura fisica. È un corpo che vive una sua dimensione di sovranità che non è politica, non riguarda la storia del potere e del dominio ma è piuttosto la sovranità del corpo “ che cerca e trova la sua sovranità nell’ occhio che senza storia ricorda intero l’accaduto: è nuovo” E’ la sovranità dell’occhio senza storia che scopre di abitare in una dimensione, in un tempo immemorabile, appunto, in cui è sciolto dalla trama, è spogliato dalla configurazione del tempo storico e in questo può incontrare il nuovo.

Versi nuovi era il titolo di un’opera di transizione che portava verso questa trilogia e la questione del nuovo, a mio avviso, rimane sottostante anche a Al centro dell’inverno. È un nuovo che si apre, si squaderna in quello che già nella prima parte del libro è chiamato il collasso della storia. Si squaderna in una dimensione post- storica che pone in atto una sorta di sospensione, di epoché che consente di prendere le distanze da quell’ impalcatura del tempo lineare e progressivo che dà forma alla finzione centrale delle nostre vite, della nostra modernità. La distanza dalla storia è piuttosto lo strappo in un tempo immemorabile. In questo strappo, dice Cepollaro, in questa sospensione l’esistenza è guardata tutta d’un fiato “non c’è trama né storia”. Per questo sguardo d’una esistenza sovrana, denudata ma non nel senso di una mera nuda vita  biologica ma nel senso di un’esposizione ad un contatto anche sovra-storico che Al centro dell’inverno si muove. Ciò che possiamo chiamare la natura che viene dopo, è il tema del contatto con il paesaggio, non chiamiamolo natura ma, come scrive Cepollaro, “non è la natura che cerca ma l’assenza silenziosa dell’umano”. Quest’assenza silenziosa dell’umano è il darsi di un vortice cosmico, è sabbia che si addensa ma anche la scabra superficie della terra. In alcuni dei versi più significativi legge: “tutto il peso, tutto il tempo si rapprendono nel sentire sotto la pianta la scabra superficie della terra”. In questo contatto scabro con l’elemento primario, con qualcosa che si manifesta nella sua novità al di fuori della trama storica trova, quest’ultima anta della trilogia, la sua nota più peculiare e forse il tema inedito. Come si può ascoltare da alcuni versi forse tra i più belli del libro dove si dice che:

il corpo al centro della primavera si ritrova al centro

del suo paesaggio: alberi del parco fontana e luce

sono le tracce note della vita felice. questo sole ripara

dalla finzione dei discorsi cresciuti su se stessi nei secoli

e quest’acqua scorre trapassando come tutto il resto

 

Questo sole, queste nozze quasi nel senso di Camus, nozze con la solarità e con gli elementi staccati degli alberi, del parco, fontana e luce, in questa enumerazione slegata di un paesaggio che è il nuovo centro, nuova centratura del corpo fuoriuscito dalla storia, è a questo livello, credo, che si svolge Al centro dell’inverno, attraversando differenti stagioni. E poi in modo forse non troppo paradossale proprio questo richiamo ad una dimensione fisico-naturale fa da reagente per quella che è nella trilogia delle qualità l’anta più politica. E’ il libro nel quale Cepollaro trova un linguaggio per dire la barbarie, la rapina del proprio tempo, la nuova dizione del dominio che proprio attraverso quella “capacità di bellezza nel cuore di un’eterna barbarie” può essere disvelato. È il tema, è il  leitmotiv soprattutto dell’ultima sezione, il corpo a “margine del crollo della speranza d’Occidente” che è il verso incipitario di alcuni componimenti dove il declino, il consumarsi di una certa modernità occidentale osservata con la coda dell’occhio, osservata attraverso la prospettiva fisico-corporale consente di notare da un lato il generarsi di nuove stirpi del dominio ma insieme anche di salvaguardare una dimensione che non è intatta ma che è comunque consapevole di quello scarto ma anche indifferenziazione tra natura e storia attraverso la quale l’espressione poetica trova un suo centro irradiante. È infine questo chiasmo tra natura e storia, tra barbarie e elemento primario che articola anche quel rinvio al futuro che troviamo appunto nei versi finali della trilogia, fuori del tempo, in un altro tempo , ai margini del futuro, oltre la speranza dell’occidente dato

 

(…) ma al suo crollo

non si fa debole la bellezza del mattino e il mare

risuona come all’ inizio il suo canto: è per coloro

che verranno la pena e per ciò che vi troveranno

 

La bellezza del mattino e il mare come fuoriuscita dal tempo ma insieme capacità di dire la distorsione del tempo presente apre a un futuro non definibile che se in una certa misura richiama il tempo apocalittico è anche una voce dell’immaginazione

“il corpo sa che il futuro è immaginazione poco tenuta a freno”  e ancora scrive Cepollaro “ il corpo ai margini del crollo destina le sue parole al sogno del futuro”. Sul margine dell’Occidente, sul margine di questa storia su cui si viene a collocare il soggetto così riposizionato è anche visibile, immaginabile, sognabile una “futurità” del tempo che sia differente, che sia appunto consegnata almeno alle generazioni a  venire. Ed è in questo senso, nella disperazione di un tempo che frana insieme anche una luce di speranza sebbene indeterminata che si chiude il libro, alla ricerca di quel virus benefico che possa sciogliere il sortilegio del destino. Cepollaro: “ (…) il virus benefico che renda intollerabile / il comando spingendo corpi inerti a prodigiosi moti”. Sono questi i prodigiosi moti che la piccola scienza del trattato delle qualità rinnova al nostro sguardo

 

Da Al centro dell’inverno, Bologna in Lettere 2020:

 

Biagio Cepollaro,Narrazione n.21,2019.JPG

TU SE SAI DIRE DILLO

2019

VIII EDIZIONE

24, 25 e 26 ottobre 2019

LIBRERIA POPOLARE DI VIA TADINO MILANO

La rassegna Tu se sai dire dillo, dedicata alla memoria dell’amico poeta Giuliano Mesa, a cura di Biagio Cepollaro, è giunta alla sua ottava edizione.

I temi di quest’anno riguardano, tra l’altro, poesia e speranza, il Melting Poetry, la narrazione tra allegoria e storia; le immagini e il testo narrativo, le riviste Versodove e Nuova Prosa; Andrea Zanzotto tra Emilio Villa e Edoardo Sanguineti; il latino nella poesia del ‘900; i frammenti della rivolta; i PolitiCanti Partenopei, la poesia e le visioni dei Penultimi di Francesco Forlani.

 

 

 

24 ottobre 2019  GIOVEDÌ

ore 18,30- 18,45

Vincenzo Bagnoli e Biagio Cepollaro leggono Giuliano Mesa

Ore 19, 00- 19,45

Dialogo sull’autorizzazione alla speranza

Alessandro Mantovani e Italo Testa

Ore 19,45.-20,15

Sulla bocca di tutti (Corvetto Melting Poetry)

Nino Iacovella

 ore 20.15- 20.45

Intervallo

ore 20,45- 21,15

Narrazione, storia e allegoria.

Stefano Marchesoni e Giorgio Mascitelli

ore 21,15- 21,45

Versodove

Vincenzo Bagnoli, Fabrizio Lombardo

 


 

 

 

25 ottobre VENERDI’ 

ore 18,30- 19.00

ll fototesto narrativo: una storia difficile

Giuseppe Carrara

ore 19.00-19,30

Tra testo e immagine: Lambert Sustris, la Tabula Cebetis, la “pittura di ricostruzione”

Giovanni Renzi

ore 19,30- 20,30

Fabio Orecchini e Francesco Maria Tipaldi presentati da

Tommaso di Dio e Luciano Mazziotta

20.30-21,00

Intervallo

ore 21,00-21,30

Far resistere un impossibile ‘idillio in limine’»: Andrea Zanzotto in bilico tra Sanguineti e Villa

Chiara Portesine

 

21,30-22,00

Posti a sedere

Vincenzo Frungillo e Luciano Mazziotta

22,00- 22,30

Riusi della letteratura latina in alcuni poeti del secondo Novecento

Francesco Ottonello

 


 

SABATO 26 ottobre

ore 18,30-19,00

Frammenti di rivolta a Milano

Pino Tripodi e Sergio Violante

 

ore 19,30-20,30

PolitiCanti Partenopei a cura di Eugenio Lucrezi

Emmanuel Di Tommaso,

Antonio Perrone

ore 20,30-21,00

intervallo

ore 21,00-21,30

Tra il Cartello, la Nuova Prosa, la poesia e le immagini dei Penultimi

Francesco Forlani

 

 

In copertina Biagio Cepollaro, Narrazione n. 21, 2019

Una selezione di Al centro dell’inverno per il Giardino dei poeti

il giardino dei poeti

03copAlcentrodell'invernoGiorgio Mascitelli, Il corpo al centro dell’inverno

Con la pubblicazione di “Al centro dell’inverno”  (L’arcolaio, Forlimpopoli, 2018,) Biagio Cepollaro porta a compimento la trilogia cominciata con Le qualità (2012) e proseguita con La curva del giorno (2014) dal titolo complessivo Il poema delle qualità. Il libro come quelli precedenti è caratterizzato da brevi componimenti, mai sopra i dieci versi, che hanno come soggetto, innanzi tutto in senso grammaticale, il corpo, mentre il riferimento al termine poema sembra richiamare, oltre che la possibilità di una lettura continua come se si trattasse di lasse introdotte dalla stessa anafora, praticata dallo stesso autore in occasione della presentazione milanese, una tradizione della poesia antica come luogo di riflessione critica e conoscenza, già testimoniato dal De requie et natura che titolava la prima trilogia, uscita negli anni Novanta.

Al centro dell’inverno si presenta come il culmine di un percorso di rarefazione e…

View original post 2.363 altre parole

convegno trento.jpg

 

Poetiche periodiche sincroniche.

le riviste italiane di poesia degli anni 70-90

Dipartimento di Lettere e Filosofia, Università degli studi di Trento

Trento, 16-17 maggio 2019

Giovedì 16

Aula 001, ore 14.00

Presiede e introduce Carla Gubert

 Claudia Crocco (Università di Trento)

«Che cosa si può dire». Le riviste di poesia degli anni 70-90

Gianluigi Simonetti (Università dell’Aquila)

Storia di «Altri termini»

 Biagio Cepollaro (Milano)

Il conflitto tra le poetiche

 Pausa

Roberto Deidier (Università di Enna Kore)

L’antico inattuale

Stefano Dal Bianco (Università di Siena)

«Scarto minimo», una poetica

ore 18.30-19.00

Presentazione del progetto CIRCE: Digital Library delle riviste di poesia 70-90

Con la partecipazione di Vincenzo Maltese e Juan Josè Jara Laconich

 Venerdì 17

 Sala musica, ore 9.30

Presiede Massimo Rizzante

 Massimiliano Manganelli (Roma)

Da una generazione all’altra, le riviste di Pagliarani

Giacomo Morbiato (Università di Padova)

Il luogo dell’incontro. Traduzione e poetica in alcune riviste italiane (1970-1990)

 Edoardo Zuccato (Università IULM di Milano)

«Poesia» e «Testo a fronte»: traduzione e militanza nell’era della globalizzazione

 Pausa

Tavola rotonda, ore 11.30

Coordina Paolo Giovannetti (Università IULM di Milano)

 

Alt.ter.jpg

 

AT2.jpg

Dialogo tra Biagio Cepollaro, Rosanna Guida e Giorgio Mascitelli intorno al libro e alle opere
pittoriche raccolte in Nel fuoco della scrittura, La camera verde, Roma, 2008. Registrazione integrale

Intervista a Biagio Cepollaro, ripresa e montata da Sergio La Chiusa con musica di Giuseppe Cepollaro, 2009.

 

Inviti poesia e politica 20 Feb.jpg

Inviti poesia e politica 20 feb 2.jpg

Appunti per l’intervento dal titolo La curva del giorno

Il titolo

Ho intitolato il mio intervento La curva del giorno, titolo di un mio libro di poesia, perché credo che alla domanda circa la relazione tra lirica e società, domanda coraggiosa, non possa che provare a rispondere innanzitutto rimandando alla rischiosa concretezza di un’opera, del suo stile, dei suoi temi. E dico ciò ricordando quanto Luciano Anceschi scriveva a proposito della critica dei poeti che è cosa diversa dalla critica militante e dalla critica accademica. Tutte necessarie come dimensioni della critica e talvolta sovrapponentesi. Dunque oggi credo di parlare a partire da ciò che scrivo in versi (e dovrei aggiungere da ciò che dipingo su tela, essendo le logiche compositive non così separate).

1.

Politicità come stile non come tema: il corpo connesso

Se mi chiedo in cosa consista la “politicità” del mio lavoro in versi, in cosa consista il riferimento al vivere sociale, osservo che se vi è della politicità questa non è nei temi, per lo più relativi alla minima quotidianità, ma nella forma. Lo stile implica un giudizio, una presa di posizione, anche se è fenomeno complesso, in parte non consapevole. In cosa consisterebbe dunque la “politicità” del mio stile? Mi rispondo nel provare ad alludere a una condizione in cui tutti noi, a prescindere dalle nostre particolari situazioni, viviamo. Si tratta innanzitutto della condizione del corpo “connesso”, tecnologicamente connesso.

La condizione connessa e la poesia testimonianza antropologica

La condizione “connessa” è talmente tecnologicamente pervasiva da essere ritenuta scontata e perciò invisibile, potente, di vera e propria rilevanza antropologica. In questo senso la politicità della poesia può incontrare la testimonianza antropologica, prima ancora che etica. Antropologica nel senso di un modo di organizzare in parole, suoni e immagini il senso dell’umana esperienza.

Il grado zero per un quotidiano connesso

Lo stile che definisco del “grado zero” prova  appunto a tratteggiare questa condizione in cui sembra crescere un nuovo tipo di solitudine, un nuovo tipo di ansia,  attraversanti i nostri corpi “collegati”, la nostra attenzione che passa da un dispositivo all’altro. Da una parte dunque il minimo quotidiano, la preparazione del cibo, il camminare, il dormire, l’incontrare, dall’altra la superfetazione comunicativa che sostituisce il silenzio con una modalità silenziosa che non è più il silenzio.

 

Reazioni in assenza di azioni collettive, il progetto moderno

La politicità credo sia anche in questo processo di svuotamento per poter illuminare il comune, ciò che accomuna. Questi corpi “connessi” si agitano nella forma dell’io, riproducono immagini e parole di sé, diffondono continuamente  “reazioni” , nella probabile impossibilità di progettare collettivamente una sola azione che riguardi la struttura della vita, mentre un’intera civiltà sta implodendo rinunciando al suo progetto moderno che prometteva l’emancipazione collettiva di tutti gli uomini.

Politicità come rifiuto della retorica dell’Io sentimentale e dell’Io cerebrale

Politicità credo sia anche una rottura di complicità. In questo caso con l’estetizzazione diffusa, con la neutralizzazione dell’intenzione estetica sepolta sotto un intero paesaggio che negli ultimi decenni si è sempre più estetizzato. Questo rifiuto dell’estetizzazione diffusa passa attraverso il rifiuto della retorica dell’Io sentimentale (non rifiuto della dimensione sentimentale ma solo della sua mistificazione), così come dell’Io cerebrale e della sua retorica autoreferenziale.

Politicità come esperienza del confine con le altre arti. Leonkart 1995

Politicità è anche spingere la poesia ai suoi confini, intrecciarla alle altre arti, provarla su nuovi supporti perché la funzione intellettuale connessa con la politicità accomuna le diverse espressioni e tendenzialmente i diversi pubblici. In tal senso ricordo con piacere l’esperienza del Leonkart, arte nel centro sociale Leoncavallo, che nel 1995 provava a mescolare all’interno di un territorio fortemente connotato le diverse dimensioni artistiche e i diversi tipi di pubblico.

La politicità dunque a mio avviso non è nei temi affrontati dalla poesia ma dalle scelte stilistiche e da ciò che Benjamin chiamava i mezzi di produzione letteraria, cioè dal tipo di organizzazione materiale della pratica letteraria.

2.

Crisi della testualità e della rappresentanza

Il tema dell’incontro Lirica e società è un tema coraggioso perché chiede di porre in relazione due termini che in questi ultimi decenni hanno subito profonde trasformazioni che non riguardano solo le forme (della letteratura e della politica) ma le strutture, per così dire, i supporti.

Dico subito che se c’è come credo una crisi dello statuto della testualità della lingua poetica e dell’autorialità anche per la diffusione delle nuove infrastrutture della comunicazione attraverso la rete, vi è pure contemporaneamente una crisi della statuto della rappresentanza politica, che si accompagna egualmente alle nuove infrastrutture della produzione del significato.

La testualità sembra attratta da ciò che Ong definiva oralità secondaria, il nuovo supporto elettronico inoltre muta i rapporti di produzione letteraria come avrebbe detto Benjamin in quanto l’autopubblicazione in rete incide su nozioni come autorevolezza e autorialità. Insomma parlando di poesia e politica oggi, nel 2019, stiamo parlando di due incognite e stabilire una relazione tra due incognite è compito molto arduo.

La dissoluzione della funzione intellettuale

Un altro elemento da considerare in via preliminare è ciò che agli inizi degli anni ’90 indicavo come passaggio dalla società di massa con le sue istituzioni/tessuto (Università, editoria, Stampa) alla società mediatizzata, attraversata prima dalla televisione e dalla pubblicità poi dalla rete e da una varietà di dispositivi, con parallela crisi o anche dissoluzione della funzione intellettuale. All’epoca della società di massa la poesia rientrava a pieno titolo nella funzione intellettuale, almeno sul piano dell’immaginario, diciamo così. E la funzione intellettuale si poteva distinguere ancora in apocalittica e integrata. Alla metà degli anni ’80 si discuteva tranquillamente della funzione antagonista della poesia, penso ai dibattiti a cui ho partecipato sulla rivista Altri Termini e in seguito sulla rivista Baldus, si pensi all’antologia intitolata Poesia Italiana della Contraddizione del 1989 uscita, a cura di Mario Lunetta e Franco Cavallo, con la Newton Compton: un certo tipo  di poetica, come quella de “La parola innamorata” del 1979, poteva essere facilmente percepita da noi come integrata, come apologetica dell’esistente.

I poeti e la politica.

Ricordo a partire dalla seconda metà degli anni ’80 ciò che per me era il rapporto lirica-società. Mi riferisco alla frequentazione di Paolo Volponi (che fu anche ottimo poeta oltre che grande narratore e senatore della repubblica) e ai suoi discorsi sulla funzione civilizzatrice dell’industria, a Francesco Leonetti e alla sua battaglia (per un tratto anche mia, ormai agli inizi degli anni ’90 con la rivista Campo); penso a Majorino e alle sue Lotte secondarie, penso a Luigi Di Ruscio e alla sua furia bruniana. Mi viene in mente anche una curiosa pubblicazione, voluta da Sanguineti nel 1991 dal titolo Mozione dei poeti comunisti che fu presentata al Congresso dedicato al tema del cambio del nome del PCI. Oggi può accadere di sorridere all’idea di una raccolta di versi con questo titolo. Ma accadde. A quell’epoca il mio rapporto con Balestrini e Pagliarani era molto stretto: le ragioni della politica erano legate in modo inestricabile anche alle ragioni della forma. Il sabotaggio del linguaggio poetico ambiva ad essere sabotaggio dell’ideologia dominante. Politica e poesia dovevano incontrarsi sul piano dell’innovazione formale.

Senza questo nesso La ragazza Carla sarebbe stata difficile da concepire, senza il lavoro di violento montaggio e orchestrazione dei registri.  Dallo sperimentalismo alla neoavanguardia si stava consumando questo nesso, sullo sfondo il Benjamin della terribile accoppiata Avanguardia e rivoluzione.  Ma quello ormai era anche il tempo del Gruppo 93 e della rivista Baldus (tra il 1989 e il 1996) che da quelle esperienze  si allontanava nella consapevolezza che le riflessioni di Lyotard, Paul Virilio, Walter Ong, Jameson offrivano un punto di vista diverso. Si entrava nel postmoderno ma nella versione ideologica che rimuoveva la questione del potere e quindi della politica.

L’affermazione del “Pensiero debole” di Vattimo ricordo fu il mio bersaglio polemico preferito, il modo per leggere dentro una questione filosofica e culturale una questione politica. All’epoca insistevo sull’errata interpretazione della diagnosi del la condizione postmoderna che aveva fatto Lyotard. Le due grandi metafore dei giochi linguistici di Wittgenstein e della Volontà di potenza di Nietzsche erano state ridotte alla prima in nome di un relativismo che non si accompagnava più alla questione del potere e quindi dell’importanza dei rapporti di forza anche in ambito culturale. La presunta fine delle ideologie sanciva la vittoria di una sola ideologia. Questa sconfitta del pensiero critico e della funzione intellettuale sarebbe poi diventato il cosiddetto Pensiero Unico.

Le strategie formali

Le avanguardie storiche speravano di cambiare insieme all’arte anche il mondo, vi era una pulsione palingenitica. Se per gli anni della Neoavanguardia già poteva valere solo la strategia del sabotaggio linguistico, almeno come atteggiamento di criticità, alla fine degli anni 80 il dato più rilevante era per me l’estetizzazione diffusa prodotta dalla crescita della pubblicità e l’importanza della televisione. Non valeva più la dicotomia tradizione avanguardia si parlava di contaminazione postmoderna, nel mio caso di postmoderno critico.

Conclusione

Politicità della poesia è oggi nella rottura di complicità con l’estetizzazione diffusa, modo idiosincrasico di testimonianza antropologica attraverso un sapiente manufatto di parole

 

IMG_7103.JPG

 

 

img_7102