La poesia di Elio Pagliarani

Intervengono Biagio Cepollaro, Andrea Donaera e Vincenzo Frungillo

Perché i poeti?

Rassegna a cura di Biagio Cepollaro

16 novembre 2017, Bezzecca Lab, Milano

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Giovanna Frene.

Proposta di lettura.

2017

Di Giovanna Frene leggo da Tecnica di sopravvivenza per l’Occidente che affonda, Arcipelago Itaca Editore 2015

Da: “STENDITI A TERRA – SESTINA DI CRIMEA

tutto ciò che si sapeva

rimarrà come eredità

 

…come spesso gli uomini singolarmente intelligenti, aveva un numero limitato di idee,

un numero limitato di supposizioni, per ogni singolo soldato steso a terra:

rifare il campo di battaglia, se non si può proprio tutta la guerra, girare

al largo da queste vere carogne repellenti, ricreare da vicino se non il morbo

del vero, il vaccino del veritiero: fare la carogna per intero, in sostanza,

dare la notizia non della mattanza, ma della “bellavista”:

vedi che il braccio non sia fuori retta con la testa rotta, assesta

il colpo definitivo al cavallo centrale, centra la vera carne

malata, prima che infetta: una degenerazione veramente battagliera

di una schiera di inermi frantumati, a sfondo perduto, una quinta di fondamento

per una storia fotografica del genere umano davvero alla mano:

quella che raccolto ora, sanguigna, dal bordo della scena

[Su come nell’Ottocento si ricreavano a posteriori i campi di battaglia per fotografarli]”

Ecco ritengo che questo sia un modo per introdurre il lavoro di Giovanna Frene che in questi versi affronta il nucleo del suo tema che è quello di collegare la poesia alla storia, il trauma all’allegoria, la condizione individuale  a quella collettiva, la sorte del linguaggio e della sua frantumazione nella poesia con la sorte dei corpi dilaniati dalla guerra, ma anche dalla vita. In questo terribile racconto della creazione, della messa in scena di un set in vista di un reportage fotografico sulla prima guerra mondiale, dove i cadaveri vengono sistemati in modo tale da essere in “bella vista” e non apparire come l’oggetto di una mattanza, ciò che subito emerge è il “morbo del vero” contrapposto al “vaccino del veritiero”. Il veritiero che non è il vero dovrebbe curare, dovrebbe allontanare il pericolo indotto dalla verità. E’ questo gioco tra verosimile e vero lo spazio della partita tra storia e poesia nella Poetica di Aristotele, tra la poesia tragica e la storia. Il verosimile è qualcosa che non è falso ma neanche vero. E’ un ambito in cui l’arte si può muovere con intenzioni di verità e produrre un vaccino al morbo. E’ molto particolare questo lavoro perché la storia viene interpretata, in maniera criticamente avvertita, come una dimensione in cui la temporalità – che il presente del presunto postmoderno fa fatica ad immaginare- si ricostruisca come una connessione simile alle tecniche della poesia moderna da Rimbaud in poi, come una mescolanza di piani sincronici e diacronici, dell’inconscio soggettivo e collettivo.

Leggo ora da: Sara Laughs, D’If 2007:

“CASTORE E POLLUCE, IN PROSPETTIVA AEREA

L’ultima fioritura del corpo sarà                      eterea.

Il semprenero sempreverde sbuca e fiorendo                      fiorisce

e s’addice alla sua sorte che il virgulto adduca la sua                      morte.

 

Ma qui quale pietra serba il nome e come nel suo                   progressivo

inceneritosi decedere fissare nell’aria la perenne                      memoria

tra astri alternativamente semprevivi                    sempremorti?

 

La visione veduta offusca la ragione e ovunque                      semina

cecità: per i due occhi spenti insieme, per i due volti gemelli     schiantati

non esiste ulteriore fioritura di mura neppure nel                      vento:

la prima semina fiorì in orbite in orbite fiorì il                      lampo.

 

Se il seme non muore non può nascere la                      pianta

[se noi non moriamo non possiamo essere                      seppelliti]

senza la cassa-bacello nessun                      tempo

di attesa legherebbe i vivi ai                      morti

perché cresca la pianta che non                      muore

il tempo della sospensione deve essere ogni volta                      seminato.

 

Se l’ultima semina seminò l’etere                      fiorito

e non un sasso cancellò l’anonimato stellare del                      fiore

qui rinvigorisce il puro ramo del domani al                      sonno

alterno [eterno, sempreverde, semprescuro,                      inferiore]

e sotto la cenere lo stesso sentimento ovale di un                      momento

scaglia al cielo ingenerato un infuocato furore                      divino.

 

La disapprovazione del germoglio, il consenso del                      seme:

più vicino alla sua lontananza insedia la materia l’orto                 sfiorito:

il tempo corporale fiorendo                      sfiorirà:

la terra schizzata in alto e il prato profondamente                      spostato:

e l’azione carnale totalmente votata alla                      ustione:

il seme bruciato prima della fruttificazione                      apparente:

Nonpenso Nonfaccio & dunque [Corp.]                      Nonsono

 

Risplende lassù nel sonno il                      cielo

anzi è un’orbita vasta per sempre                incandescente

prematura fioritura nell’alto                      osanna            nell’alto

osama os-oris – –

(In memoria dell’11 settembre 2001)”

Qui abbiamo un affastellarsi di traumi, traumi storici, emblematici, crollo di torri gemelle ma anche morti di gemelli, di non nati, il tutto attraversato e mescolato e connesso dal senso vegetale, mitologico-vegetale della fioritura, della nascita e della morte. In questo riferimento alla fioritura e alla sfioritura emerge una tensione cosmica che appunto prova a tenere insieme mitologia, storia e cronaca dentro un’unica energia psichica che genera poi l’energia estetica. E’ l’energia del trauma proprio e altrui, dell’identificazione soprattutto empatica che generano non solo il legame e il vincolo sociale ma anche l’amalgama culturale, la tradizione e in definitiva la storia. La storia si scopre essere, soprattutto per chi come la Frene vuole provare a scrivere “poesia della storia”, il legame sociale, in fondo, quando diventa memoria e approfondimento del legame.

Da Canzoni all’Italia, work in progress, leggo:

“6.

… Fanteria 33 36 carabinieri, granatieri e tedeschi, quando si tocca per levarci la baionetta si stacca mezzo il corpo, vi sono teste bracia gambe qua e là

… come se fosse una metafora, quando si tocca il linguaggio per levarci la baionetta

si frantuma mezzo il corpo: anche dopo questo non si dovrebbe più scrivere “poesia”:

[che cos’è che non

va nel corpo putrefatto del testo che non lascia recuperare l’acumine, il nesso,

il senso così severo del finire? di nuovo grida al vento

il mio scontento e dormirò in mezzo al campo, teste bracia gambe qua e là sui prati”

Qui c’è la perfetta mescolanza di alcune frasi di un soldato che aveva lasciato una sua memoria intorno a quei giorni, testimonianza diretta, sgrammaticata e dialettale con il linguaggio invece della metapoesia, della riflessione sulla natura della poesia e del testo e c’è un perfetto collegamento allegorico tra la frantumazione del corpo e la frantumazione del linguaggio, tra il trauma che subisce il corpo nell’essere inchiodato al qui e all’ora della sua morte perdendo la sua integrità, e la condizione simile di chi vive il linguaggio quando viene attraversato dal flusso poetico che appunto fa perdere i contorni della riconoscibilità. E’ ciò che accade nel testo poetico dove i contorni della riconoscibilità in questo caso sono affidati agli incipit di testimonianza diretta del soldato. E’ un passaggio salvifico, è un modo per tenere insieme dimensione estetica, morale e dimensione storica. Frene sottolinea questo legame tra il lavoro dello storico e quello del poeta, nel riaggregare in maniera inedita tutte queste dimensioni, private e collettive. Qui intervengono le allegorie e la memoria sociale che allontanano il vero contrapponendosi alla memoria individuale che tende invece, al contrario, a tenere più accosto il trauma, a non renderlo addomesticato o commestibile. La memoria della guerra ci permette un’aderenza maggiore al vissuto, la poesia della storia, il trauma-allegoria diventano così chiavi per una strada di immanenza.

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Da Al centro dell’inverno, terzo libro della trilogia de Il poema delle qualità , dopo Le qualità (Camera verde, Roma, 2012  e La curva del giorno, L’arcolaio, 2014)

*

il corpo ogni giorno coltiva un campo di attrazione e di energia
che lo lega ad un altro corpo sedimentando la memoria nel piacere
quell’invisibile distanza diventa un giardino a cui
tornare rinnovando ad ogni abbraccio la condizione dell’inizio
intanto il mondo è sempre più inutile discorso e partita persa

 

*

il corpo sfoglia i decenni come fa per i petali della margherita
ciò che sembrava il tempo lungo di una vita si conferma ora
un battito di ciglia: prodigiosa è questa capacità
della specie di ricordare e trasmettere. miracolosa è questa
sua capacità di bellezza nel cuore di un’eterna barbarie

*

il corpo incontra l’altro nel meriggio della vita e celebra
ogni volta il confine toccato dal senso. di più non è concesso
all’umano che oscilla tra il rigido e il morbido: fatica
tra penuria e minacce a ritrovare ogni giorno nuova la luce

 

 

 

 

 

 

 

Registrazione audio della presentazione di Notturno buffo, Effigie 2017 di Giorgio Mascitelli.

Con l’autore, Biagio Cepollaro e Giovanni Palmieri.

Libreria popolare di via Tadino, Milano

27 ottobre 2017

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Da sinistra: Biagio Cepollaro, Giorgio Mascitelli e Giovanni Palmieri

 

 

 

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Appunti per la presentazione di Notturno buffo (Effigie 2017) di Giorgio Mascitelli alla Libreria popolare di via Tadino a Milano,il 27 ottobre 2017.

Dopo la letteratura industriale (Volponi di Memoriale, Balestrini di Vogliamo tutto) questa è letteratura postindustriale e postfordista nell’era della finanza

  • Nel silenzio delle merci (1996), romanzo breve o racconto lungo, su cepollaro.it  dal 2004 giunge come conclusione di un primo apprendistato. L’incontro con Leonetti, poi con Balestrini, ambiente di Milanopoesia e quindi Gruppo 93, Tommaso Ottonieri e le sue prove che porteranno a Le strade che portano al Fucino . In seguito il contesto di Ricercare a Bologna di Barilli in cui prende piede il progetto commerciale de I cannibali e il pop o manierismo basso di Aldo Nove Woobinda e altre storie senza lieto fine (1996), prima edizione-

 

La via che indica già qui Mascitelli è alternativa a quella iperletteraria di Ottonieri e a quella del manierismo basso di Nove. L’alternativa consiste nell’utilizzare gli strumenti della letteratura per criticare lo stato di cose esistenti, per esprimere una posizione etico-politica nel tempo della società post-industriale e per avviare un’indagine sulla condizione umana nei contesti contemporanei, tanto ironica quanto a tratti compassionevole e partecipata.

La “mescola elastica” della sua lingua raccoglie stereotipi alti e bassi solo per far risaltare i fatti, i dati oggettivi, così come sono offerti dalle condizioni concrete del lavoro e degli orizzonti (sempre più scarsi) di felicità individuale. E non per compiacersi accademicamente delle sue citazioni o cinicamente del suo degrado.

La galleria dei suoi “personaggi precari”, per citare Vanni Santoni che più tardi darà un saggio “potenziale” di queste situazioni, sarà sempre più tridimensionale.

I personaggi saranno sempre più vicini e simili al lettore, al destinatario colto-borghese. Collocati in appartamenti, in rapporti lavorativi o di svago e di intrattenimento, rigorosamente metropolitani.

Dai romanzi ai racconti più recenti il regime della focalizzazione tende a cambiare a favore della prima persona che permette un approfondimento verticale anche dello spessore  psicologico e oltre quello sociologico

 

La via indicata da Mascitelli conduce fuori sia dall’affermazione endocorporativa dell’iperletteratura accademica, sia dall’ammiccamento commerciale del trash, dello splatter e del manierismo dei cattivi sentimenti, tanto stucchevoli quanto quello dei buoni.

 

La responsabilità culturale di Balestrini e Barilli e la presenza nelle case editrici a Ricercare di Bologna- Questa via non fu seguita da Balestrini e Barilli, corresponsabili delle scelte.

Nel silenzio delle merci l’epigrafe del mio amato Jacopone da Todi (Scribeide nel 1993): la rampogna etico-politica attraverso però l’antropologia delle periferie, l’inventario delle micro-ideologie più o meno taciute, la sostanziale mancanza di speranza sociale.

L’Incipit di Nel silenzio delle merci:

Io vado sempre in Milano con Gioele e Roberto la sera tardi. Io vado sempre in Milano a cercare le zozzone. Noi andiamo con la vettura grossa di Gioele perché è più bello. A volte invece no e prendiamo il pandino e poi andiamo da quelle a piedi. Io vado con le zozzone e solo con le zozzone. Io non vado con gli stranieri travestiti e non per tema delle malattie, che ho le mie precauzioni, ma per amor di purezza. Io non sono ricco, ma ho del mio. Noi magari per mesi non andiamo a Milano e poi per una settimana o due quasi tutte le sere. Io sono anche andato a Trieste a militare. Noi non trattiamo sul prezzo e neanche sulle prestazioni, noi sappiamo cosa vogliamo. Noi temiamo solo un guasto della macchina e di restare a Milano. Ma noi facciamo tutti i viali di Milano e non solo uno. Io guido poco e sono quello che guarda, ma chi dice “andiamo” è di solito Gioele. Io a volte guardo per un’ora e a volte scegliamo subito. Io comunque non mi aspetto nulla, vado e basta. Io non mi curo che a Taroccate si sappia che vado. Certo non vado in giro a gridarlo. Noi talvolta parliamo molto, talvolta ci preme solo dell’atto. Noi i maschi li riconosciamo all’olfatto. Noi, ognuno si paga per sé. A turno si offre però al ritorno qualcosa. Io non credo che mi produca problemi con le donne normali andare con le zozzone, basta le precauzioni. Io non ci vado per motivi particolari. Noi sappiamo come fare e quando fare. Noi sappiamo incunearci, non visti, in Milano e capirne le grazie. Noi temiamo solo un guasto della macchina e di restare a Milano a piedi.

  • A partire da L’arte della capriola il tasso di distanza moralistica dai personaggi diminuisce, la supposta superiorità intellettuale e morale del narratore lascia il posto sempre di più ad un sentimento simile alla pietà per i tanti modi del sintomatico disadattamento.

 

Con i racconti di Notturno buffo la oggettiva e devastante precarietà del lavoro e la menzogna sociale trovano un corrispettivo in piccole spie di disadattamento, in disagi dalla natura quasi psicosomatica: come se la follia del sistema si rivelasse, anche nella ipotetica sicurezza di una vita ancora borghese, nei modi della minaccia costante e dell’ansia divorante. Tra commedia e tragedia gli stereotipi del nostro tempo.

 

  • Notturno buffo raccolta di racconti. Dopo Piove sempre sul bagnato (2008) Catastrofi d’assestamento 2011

 

La lingua della tradizione letteraria si assume il compito di orchestrare i diversi registri e gerghi della menzogna sociale e di decostruirne , smascherarne l’ideologia attraverso il comico e l’ironia.

I lessici delle nuove tecnologie e del manager d’industria si mescolano al lessico delle canzonette e, al pari della grande letteratura, restano in sospensione nella mescola generale come in uno sciroppo che non prevede soluzione ma sospensione appunto.

Eppure è questa sospensione che rende equivalente la retorica aziendale e anglofila a quella aulico-letteraria, che addita la matrice di potere da cui discendono le concrete relazioni distorte e fondate sulla sopraffazione più o meno mascherata e liricizzate attraverso la natura ideologica della comunicazione sociale.

Ciò che la condizione postmoderna ha generato , al di là dell’ideologia mistificante postmodernista, è stata la neutralizzazione della parodia del basso nei confronti dell’alto: Mascitelli mostra come non ci sia spazio per alterità ideologica. Il basso è compromesso come l’alto, ciò che può illuminare è l’orchestrazione contemporanea e soprattutto comico-paradossale di entrambi i livelli.

E’ proprio questa mescolanza a rendere chiara la sua inanità a fronte della sofferenza dei poveri cristi che tutti siamo, imbrigliati nella retorica sociale che vuole celare a tutti i costi i reali rapporti di forza e l’attuale distruzione del cittadino ridotto vieppiù a plebe nella distruzione dei diritti e del welfare.

La chiusa del primo racconto di Notturno buffo, Dalle memorie di un insonne, smette il gioco e mostra apertamente la sua tragica serietà: pag. 24:

“ Forse anche il vitello o il maiale di un allevamento bio sono più agitati, ma più veri, di quelli degli allevamenti industriali. Non lo so. So soltanto, in questa notte della mia insonnia, che finché il fisico regge è giusto che vada avanti così. All’alba non vincerò o crollerò, andrò avanti così senza bustine. Come fanno gli uomini, come hanno sempre fatto, compiendo milioni di cose e raccontandosene ancor di più finché il fisico regge”

Il disadattamento e la mancanza di conforto come una via di autenticità, pur sapendo che non si dà vita vera nella falsa.

Il sintomo privato del disadattamento è allegoria della condizione collettiva, anello di congiunzione tra individuo e storia.

La galleria dei personaggi e delle allegorie, alcune di queste:

  1. L’insonne alle prese con il senso da attribuire al suo disagio, al senso che muta dal boom economico alla società attuale (Dalle memorie di un insonne)
  2. Il Gelataio tra ansia quotidiana dell’ultimo metrò e gli scherzi del Super Io e della viltà (Un cuore al gelo)
  3. Il black-out de La notte di Valpurga
  4. Il postino in esubero di Cane e postino
  5. Le aspettative deluse di Edmondo Scanfognati , specializzato e titolato che lavora però precariamente in portineria. Il suo non collaborazionismo mite nell’inferno industriale (Un app per tutte le stagioni)
  6. L’incidente del pestare la cacca di Guido della Veloira che lo coglie nel bel mezzo di gravi decisioni esistenziali filtrate da linguaggio statistico e sociologico (Pensioni &pensieri)
  7. L’incidente della porta del bagno che non si apre (Un happy hour)

E la verticalizzazione esistenziale si realizza anche con  “a solo” che vengono diretti al pubblico in una sorta di “a parte” teatrale:

pag. 114: “ Perché non sono ancora abbastanza stanco per rinunciare a essere me stesso. Veramente l’ostinazione fa fede” (Frammenti dalla fuga di un fuggiasco)

pag.123: “sicché una volta io volevo perfino cambiarlo [il mondo], adesso mi accontento di dire con il poeta io speriamo che me la cavo” (Riscavi)

 

Giancarlo Majorino a Perché i poeti?

Rassegna a cura di Biagio Cepollaro con Luigi Cannillo e Laura Di Corcia

Bezzecca Lab, Milano, 12 ottobre 2017

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21761776_10214066240840963_5820932673167954418_nPerché i poeti? Giancarlo Majorino  ha insegnato a tenere insieme l’intensità emotiva dell’esperienza con la criticità del pensiero. La poesia è un’attività artistica che non può essere scissa dalle altre sfere della cultura critica, dalla filosofia, dalla critica sociale, dalle altre arti. La poesia è cultura critica incarnata.

La poesia è essa stessa un attività di spostamento rispetto al conformismo intellettuale: la poesia evita le dicotomie, pone le questioni in altro modo, inventa una lingua per dire l’esperienza che altrimenti sarebbe codificata

(…)

Dal momento che Majorino come Pagliarani e Di Ruscio, per citare nomi a me familiari, hanno in un certo senso dovuto rispondere, in modi diversi, a quell’impasse che si era creato alla metà degli anni ’50 tra coloro che insistevano per il primato contenutistico-ideologico e coloro che sentivano come retorico in quegli anni questo primato. E tra i migliori di quella generazione c’è sempre stato del ‘nervosismo’ testuale, cioè la consapevolezza che lo specifico dell’arte risiedesse nell’invenzione di modi non previsti di ri-attraversamento di temi comuni, di storie concrete, di tangibili umanità. Ed è in questa chiave , secondo me, che va letta la componente sperimentale di Majorino: l’adozione del montaggio a freddo o a caldo, l’uso di pre-fissi e calembours, lo spaziare tra i diversi registri del colloquiale, fino alla singola deformazione microlinguistica. Dico componente perché lo sperimentale è solo un polo del campo, l’altro è la riconoscibilità, l’opposta pulsione dell’idiolettale, la pedagogia. (…)

Giuliano Mesa letto da Biagio Cepollaro e Gianni Montieri

Apertura della VI edizione di Tu se sai dire dillo 5 ottobre 2017,

Libreria popolare di via Tadino, Milano

 

Giulia Niccolai a Tu se sai dire dillo, VI edizione

a cura di Biagio Cepollaro

Intervento dal pubblico di Eugenio Lucrezi

Libreria popolare di via Tadino Milano

5 ottobre 2017

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Giancarlo Majorino

avanti avanti avanti

 

proseguono, implacabili, coatti,

rasaerba

mentecatti che siamo, circondati

da flussi di petrolio, urlandoci ti amo

 

o isole di mota

l’anarchia del globo, gomitoli disfatti,

 

luride animelle

 

ripeti gesti liberi tamburo

ripeti gesti liberi ripeti gesti liberi ripeti

 

luride animelle sbatacchianti

tamtamburo motoso tamtamburo

 

ma tu/ Bianca, lo sai/ che non ci/ vedremo più?/ che finiremo remo

io lì tu là/ tre metri sotto/ tu bocca nera spa/ lancata come

bambola nera/ rotta per sempre

na bambola/ come nera/ rotta per sempre

na bambola/ come nera/ rotta per sempre

ripeti gesti liberi tamburo

ripeti gesti liberi ripeti gesti liberi ripeti

tu con la bocca nera spalancata

io io coi denti e basta

lo sai Bianca?

tu che sei l’amica dell’Enrica

e ieri parlavamo allegri mangiucchiando la tavola fiorita

sotto la lampada lustra di plurima luce

tavola ferita           rima luce

Da Provvisorio (1984)

Perchè i poeti? Giancarlo Majorino dice cosa possiamo contrapporre alla follia del capitalismo e alla sua alienazione: la percezione vibrante e tragica della nostra unica vita, della necessità di dare valore al circostante, alle persone che amiamo, agli amici che incontriamo. E tutto questo viene detto necessariamente investendo la lingua poetica della tensione e dell’angoscia fin dentro la sintassi, fin dentro la torsione lessicale.