Il percorso poetico di Francesco Filia potrebbe essere esemplificato già da alcuni versi del suo primo libro Il margine di una città uscito nel 2009.

In questi versi vengono posti i termini del campo semantico, tematico e forse anche ideologico entro il quale Filia lavorerà.

“Creato in un luogo comune di fili sospesi, antenne

e asfalto di tetti addossati l’un l’altro. Sfuggo

all’agguato di bancarelle e ragazzi urlanti nel sole

cercando il freddo di travi che oscillano

nell’ultima stanza. Il grido delle strade si perde

nel grumo irrisolto del giorno, in un pensiero

aggrappato alla sua radice alla sua origine

oscura.”

Già in questi versi c’è il collocarsi di chi scrive in un contesto comune, in un luogo comune, in una città ben caratterizzata da un aspetto caotico di sovrapposizioni di piani: alto e basso, antico e moderno. Rispetto a questo caos che è anche vitalità, anche istintualità, c’è un tentativo di concentrazione attraverso il ritagliarsi uno spazio di solitudine e di riflessione. Eppure il proprio tempo non riesce ad accordarsi col tempo collettivo:  il giorno continua ad essere un “grumo irrisolto”, la strada appare soprattutto come “grido”, non come articolazione di senso e il pensiero deve fare il tentativo di restare legato alla sua origine. Ma questa origine è appunto “oscura”. Il contesto è quello di una città luminosa ma di una sostanziale oscurità del senso. Si scoprirà lungo il percorso di Filia che questa oscurità nasce dalla non relazione tra i destini individuali e generazionali e l’insieme della città e della storia. La città come allegoria dell’intera storia.

Ciò che vorrei sottolineare del lavoro di Filia è soprattutto la questione della poesia narrativa. Di una narratività che non incontra l’archetipo del teatro o in generale forme drammaturgiche di relazione ma si confronta direttamente con il romanzo o addirittura con l’epica. D’altra parte ogni parola che si voglia collettiva, che implichi un profondo “noi” alla sua radice, inevitabilmente tende all’epica. Questa poesia narrativa vuole porre sin dall’inizio il soggetto narrante all’interno di un luogo comune di una collettività non si lascia intrappolare nel crepuscolarismo che pure sarebbe possibile. In fondo nella nostra tradizione, da Foscolo a  Pagliarani, c’è questa tensione tra le sorti  -anche sentimentali- dell’individuo e le sorti collettive. In un certo senso è inevitabile una certa atmosfera crepuscolare, anche di auto-commiserazione del soggetto lirico, se è ancora tale in un contesto del genere. In qualche modo Pagliarani e Filia si ritrovano ad affrontare la stessa questione…

La tensione che Filia stabilisce soprattutto nell’ultimo libro di questa trilogia che sì è andata formando,  La zona rossa (Il laboratorio, 2015), si è risolta in una decisione. Tale decisione prevede la collocazione l’individuo in un punto della storia dichiaratamente riconoscibile. Ciò che è privato qui passa decisamente in secondo piano perché è direttamente pubblico. La scelta degli scontri di Napoli, anteprima della tragedia del G8 di Genova, è una scelta non solo politica ed etica ma anche narrativa, di scrittura. E’ come se ponesse la domanda: è possibile oggi alla poesia dire la storia? Il poema pare rispondere di si. E’ possibile se la storia si va a concretizzare in un giorno particolare. L’esperienza di un uomo diventa esperienza collettiva e anche esperienza storica. Filia è bravo ad articolare questo giorno come una sorta di microcosmo allegorico che racconta una sconfitta. Si tratta della sconfitta delle speranze che dall’illuminismo hanno caratterizzato la modernità, attraversando la Rivoluzione francese e la Rivoluzione russa. Ciò che viene meno qui è la possibilità di “barare” come ha fatto la generazione precedente. Non è più possibile credere alle frottole della generazione precedente. Vi è una sconfitta storica materiale, quantificabile, osservabile e non c’è modo di indorare la pillola. E’ questo senso tragico generazionale che Filia in qualche modo ci restituisce attraverso la poesia.

Si considerino i seguenti versi a conclusione:

da Il Margine di una città (Il Laboratorio/ Le edizioni, 2008)

Sei sceso nell’agguato delle strade per provare

che è lì il tuo ultimo respiro, che la tua vita

è nel gorgo di questi palazzi e non oltre

non altrove. La consegna da rispettare.

 

 

Da La neve (Fara, 2012)

La cenere dei falò i copertoni delle auto abbandonate

la scaramanzia dei nostri cellulari accesi tutto è pronto

per un oltre di forme geometriche e cristalli da sciogliersi

al sole per essere nel silenzio di esagoni poggiati uno

sull’altro di fiocchi che definiscano il recinto

delle nostre preghiere, per un dono che non chiede

nulla in cambio, se non l’ultimo dei nostri respiri.

 

 

Da La zona rossa (Il laboratorio, 2015)

Il fallimento dei padri – le loro

nevrosi cadute su di noi

come una colpa – che hanno

perso e barato che hanno spergiurato

e credono di essere esempio.

Non c’è un ordine contro cui

lottare ma un’anarchia del potere

che ci fa fare ciò che vogliamo,

non desiderarlo. Memorie

di una nazione morta

diciamo tra noi ridendo

giocando un gioco di ruoli: l’artista,

il nichilista, l’impegnato, la giornalista

ma ognuno è di meno di più di una

forma rinsecchita. È  la gloria di una resa.

(…)

Non rimarrà traccia del filo di luce

amore bellezza furore – non so

ancora come chiamarlo – che ci ha legati

l’uno negli occhi degli altri per un attimo,

per quella gioia mozzafiato. Ognuno

tradito, da se stesso e dagli altri. Ora

con devozione e calma non resta

che allargare i labbri della ferita

che ci tiene in vita, non resta

che inoltrarsi, silenti, nella resa.

2016

Biagio Cepollaro

Proposte di lettura

Il percorso di Vincenzo Frungillo

2016

Vincenzo Frungillo è un autore ormai giunto a maturità letteraria e poetica. Il suo percorso è molto riconoscibile. Ciò che mi ha soprattutto colpito del suo lavoro è il talento nel creare dei personaggi  “con la poesia”, il talento di costruire una narrazione drammaturgica, teatrale, ma anche di fare della vera e propria poesia epica a partire da personaggi appartenenti al “registro basso”. E’ come se lui avesse uno sguardo antico rivolto sul presente per illuminarlo. Il suo riferimento a “La ragazza Carla” di Elio Pagliarani è esplicito ed è evidente. Solo che nel suo modo di poetare  è del tutto assente quella componente neo-crepuscolare che il Maestro di Viserba mediava con lo straniamento e con il montaggio brechtiano. Anzi, il movimento di Frungillo è verso la nuda presentazione del personaggio che diventa occasione di riflessione filosofica più che di connessione empatica. Sull’impianto epico o teatrale, il poeta napoletano innesta il suo pensiero. Tale pensiero risulta perfettamente “implementato” nel tessuto poetico, evolvendosi e muovendosi in modo imprevedibile, rifuggendo da qualsiasi riconoscibilità di tesi, di facile riduzione contenutistica. L’ambiguità semantica, propria al discorso poetico, apre le possibilità del pensiero andandosi ad annidare nel cuore delle sequenze logiche, non come un disturbo ma come un potenziamento offerto dall’enigma.

Vi sono ormai tre opere che consolidano questo percorso che va decisamente verso l’abbandono della soggettività  lirica, romantica e crepuscolare: si tratta di una soggettività che si proietta all’esterno in situazioni molto connotate storicamente e sociologicamente. Dove ci sono delle soggettività queste si muovono sempre in contesti determinati e precisi. Nella prima opera che va in questa direzione, Ogni cinque bracciate. Poema in cinque canti, Le Lettere, 2009, vi è il vincolo metrico, anche come tributo all’interesse proprio degli anni ’90 per una rinascente interpretazione della metrica. Solo che qui i legami imposti dalla rima e dalla misura del verso diventano essi stessi allegoria della condizione asservita della protagonista Ute, giovane ginnasta del vecchio Est europeo. In questo caso il metricismo non sostiene più un programma fondamentalmente manierista e nichilista ma si capovolge in potente resa formale del tema affrontato. Il virtuosismo dell’ottava è ginnastica versale che si avvita su se stessa come la vita della protagonista. La giovane Ute è costretta per ragioni di propaganda politica ad allenarsi e a rovinarsi la salute per poter primeggiare ad ogni costo, privandosi di ogni elementare diritto.

Il problema del potere è dominante nella produzione di Frungillo. Il potere che può essere totalitario se è esercitato dallo stato, interpersonale se è dell’azienda o privato se è all’interno della coppia. Tutti i livelli vengono indagati con la precisione di una personale microfisica del potere.

Ne Il cane di Pavlov. Resoconto di una perizia, edizioni d’If, 2013, il lavoro, più libero da vincoli metrici, mette in scena proprio la letteralizzazione del legame e del legarsi. Appare quella che era stata la dialettica servo-padrone in chiave comportamentista: l’esperimento di Pavlov sulle fasi del condizionamento assurge a modello non solo di una privata deviazione della libìdo ma anche dell’intera “educazione sentimentale” contemporanea che sembra aver introiettato le logiche sociali all’interno della sfera privata. La relazione sado-masochistica  diventa una chiave di lettura dei rapporti aziendali: è questo il punto di maggiore vicinanza con il Pagliarani de La ragazza Carla.

L’opera più recente, Le pause della serie evolutiva, Oédipus edizioni, 2016, riguarda, tra l’altro, una più generale e fondante riflessione sul ruolo che il linguaggio ha nella vita degli esseri umani e sulla misteriosa “mancanza” che caratterizza ogni esistenza. Vi sono riferimenti anche espliciti a poeti, come Celan e a filosofi come Heidegger.

Alcuni versi tratti dalle tre opere considerate:

 

Ute sa di essere la più brava e s’allena,

senza sosta, tre ore al mattino e tre ore la sera,

il suo corpo cresce, s’adegua alla lena

e muta coi giorni la forma che era

esile e ossuta sotto il biondo pallido della pena

ma non scompare sotto agli occhi la cera

tesa di una bambina che brucia lenta

quando è sola, guarda chi chiacchiera e non s’allena.

(da Ogni cinque bracciate. Poema in cinque canti, Le Lettere, 2009)

 

Se le donne sono paragonate alle oche,

direzionate negli affetti, portate lontano

dalla faglia di natura che l’ha generate,

allora gli uomini sono come i cani,

addestrati per stimolo e risposta,

e un capo può condizionarli,

guidarli nella discussione,

esacerbarli gli uni contro gli altri,

o tenerli insieme, i maschi,

farli sentire parte di un organismo

senza distinzione – l’azienda,

il mostro senza testa.

(da Il cane di Pavlov. Resoconto di una perizia, edizioni d’If, 2013)

 

Meccanica pesante

 

Bisognerebbe scrivere un galateo dei silenzi,

sottolineare che ce ne sono di diversi,

dai più bassi e volgari ai più alti e religiosi,

che i due estremi si toccano, si tengono insieme,

che in questa tangenza rientra ogni nostra forma.

Eppure la nostra natura è fatta di parole,

la nostra natura è tradire, spostare l’ombra,

risanare ogni volta l’assenza che ci forma.

(…)

Heidegger rimase scosso da tanta innocenza.

Ripeto la formula, una semplice equazione:

non si afferra ciò che ci precede.

E allora si pone sulla bilancia la propria vita,

e la propria morte, chi tenga in equilibrio il tutto

non si conosce. La chiamo meccanica pesante

questo stare fermi a guardare il sistema di leve

in cui siamo entrati senza far rumore

(da Le pause della serie evolutiva, Oédipus edizioni, 2016)

il corpo al centro dell’inverno vede ancora più buie
le strade che portano fuori dalla città verso un’ecologia
di confine tra periferie sfigurate e il grigio negli occhi
molte vite si sbranano qui senza neanche un racconto
basta la rabbia e la tristezza basta per ogni giorno
l’abitudine e per ognuno la morte è la fine del mondo

Biagio Cepollaro

il corpo sa che pur coprendo

(work in progress)

 

il corpo sa che pur coprendo l’arco dei giorni nella più

immanente delle incarnazioni non potrà lenire neanche

di poco il dolore di ciò che consumandosi finisce: non c’è

modo se non c’è altro e il corpo sa senza dirlo che tutto è qui

 

2013

 

Biagio Cepollaro
da work in progress

il corpo si fissa allo specchio non per compiacersi
ma per decrittare l’enigma dell’occhio che non guarda
eppure vede in assoluto senza domanda e senza risposta
come una finestra lasciata spalancata sul fiume

(2013)

 

Una certa idea e pratica del verde

mostra di Biagio Cepollaro

dal 21 novembre al 19 dicembre

presso lo spazio Movimento aperto di Ilia Tufano

via Duomo 290/c, Napoli

Biagio Cepollaro,Icona-49,2015

Sabato 19 dicembre, alle 17, alla galleria Movimento Aperto di Ilia Tufano, finissage della mostra di Biagio Cepollaro intitolata “Una certa idea e pratica del verde”, curata da Eugenio Lucrezi.

Nell’occasione ci sarà, dopo quello di apertura, un secondo reading, al quale parteciperà, insieme all’artista e poeta, una folta schiera di scrittori italiani, convenuti per salutare in versi un protagonista della letteratura contemporanea che è anche un attivo operatore visivo, come pochi attento ai punti di intersezione tra parola scritta e segno pittorico. Insieme a Cepollaro, leggeranno Luca Ariano, Carmine De Falco, Giusi Drago, Claudio Finelli, Guido Mattia Gallerani, Carmen Gallo, Costanzo Ioni, Angelo Petrella, Ferdinando Tricarico. Autori di generazioni diverse, ciascuno impegnato in una pratica poetica di forte impegno linguistico, e dunque civile e politico. Più che a un semplice reading, gli appassionati delle arti che interverranno saranno partecipi di un vero e proprio mini-festival dell’attuale poesia nuova e recentissima, del tutto estranea, pur nelle diverse declinazioni, alle inerzie dei linguaggi di massa; del tutto aderente, come i tempi esigono, all’esigenza di fare luce nell’opacità: proprio come il “verde brillante” di Biagio Cepollaro.

 

 

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Eugenio Lucrezi

Biagio Cepollaro è poeta da sempre, artista visivo da meno di un decennio. Le due attività si iscrivono tuttavia in un solo percorso, che è quello del lavoro iconopoietico delle origini, certificato da Aristotele nella Poetica e praticato dai folti eserciti dei pittori e dei poeti, schierati nel volgere dei secoli, gli uni al fianco degli altri, sotto le insegne della mimesi e della produzione di figure. Finito quel tempo, che ha visto la pittura e la letteratura, nonché la musica, variamente sbizzarrirsi nel riprodurre gli speculari paesaggi della natura e dell’interiorità, è arrivata la modernità, segnata dall’arretramento del soggetto e dalla destituzione dell’Io psichico; la cui possanza è stata rapidamente sopravanzata e annichilita dall’onda irrefrenabile della vociferazione globale, estatico trionfo e insieme messa funebre dell’anomalia umana. A fronte di tale frastuono, sta e tace il Vuoto centrale della Cosa impossibile e reale (Lacan), attorno al quale organizza gli attrezzi l’artista contemporaneo, depositario del lascito delle Poetiche dello Stile che fu: eredità di senso indefinito e indecidibile, che per rarefazione dei contesti e in disseminazione sporadica si fa spazio – regno – del significante. Che più non è luogo di emanazione dei significati a venire, ma segno opaco e splendente che nella fuga dei tempi si è lasciato alle spalle quelli trascorsi.
Che fa dunque un poeta che si vuole pittore nell’era della fine della raffigurazione e del tramonto dello Stile? Cepollaro non si dimentica della Storia, ne abita le macerie e riparte, appunto, dalla catastrofe del senso. Nella sua pratica scrittoria ha sperimentato − nelle redazioni delle più importanti riviste dell’avanguardia, da Altri termini a Baldus; nel lavoro teorico svolto con i sodali del Gruppo 93 − gli ambiti di praticabilità del discorso letterario. Oggi, tra partita persa dell’umano e partito preso delle cose (Ponge), posiziona il suo fare pittorico in prossimità della Cosa muta ed opaca, significante che può di nuovo parlare, emanare senso, proprio per forza di levare, in virtù d’esautoramento della possanza dell’artefice. Una certa idea e pratica del verde è il racconto di questa esperienza, nella quale il pensare e l’agire artistico si trovano a coincidere: nell’avvicinamento accurato ai materiali da conoscere; nell’energia dell’interazione che mira a trasformarli. Ne sortiscono scritture che non tengono a mente il significato, e campi di colore che mutamente brillano. Le opere in mostra sono su tela, talvolta con pannelli telati applicati, talvolta con carta o con garza incollata. I materiali utilizzati sono il cemento, quasi sempre con pasta colla, talvolta l’acrilico, più spesso tempere al tuorlo d’uovo approntate dall’artista con pigmenti, secondo le antiche ricette del Cennini. Il colore a olio è impiegato in misura più modesta. Le superfici vengono incise, graffiate e iscritte con spatole dentate, taglierini e altri attrezzi.
Il verde del titolo risulta dalla combinazione della tempera costruita con i pigmenti del bruno scuro di Kassel con il giallo primario ad olio: la mescola dà quel verde brillante in alcuni tratti. Intorno a questo processo che origina il verde gira il maggior numero dei lavori: la cura della Cosa impossibile può toglierle mutezza; il segno opaco può farsi splendente.

Laura Di Corcia, Epica dello spreco, Dot.com press, 2015

Epica dello spreco è un libro di esordio che mi ha colpito per la sua capacità di mostrare un linguaggio in qualche modo già maturo, che ha raggiunto una “medietà” lessicale che riesce, nella sua fluidità, a convogliare le punte alte e basse del suo discorso. E ciò non solo sul piano della scelta lessicale ma anche relativamente all’organizzazione più generale, sintattica e ritmica che oscillano tra la prosa e la poesia. Mi ha soprattutto colpito la sua voce “impertinente” che diventa generazionale: chi legge viene provocato dallo sdegno della nuova generazione che si trova ad abitare un mondo particolarmente inospitale, dove la cosiddetta flessibilità nel mondo del lavoro maschera un mutamento nei rapporti di forza con conseguente perdita massiccia dei diritti da parte di chi lavora. Tutto questo viene detto senza essere tematizzato, per pura forza della scrittura.

In una poesia si legge:

(…)

Viviamo appesi a un dramma,

un’idea fissa ci perseguita:

a stento ci liberiamo

degli incubi di vetro.

(…)

(pag.13)

Questo spreco di cui Laura fa l’epica, è lo spreco di una generazione che nonostante sia preparata come la generazione precedente, nonostante abbia fatto tutto il percorso di addestramento, si ritrova in un mondo che sembra non aver bisogno di queste nuove energie. La forza del libro, secondo me, si vede chiaramente in un testo dove il problema dell’io viene affrontato con ironia, con giusta ironia, senza il dramma –che forse sarebbe fuori luogo in quest’epoca- dell’identità. E’ il problema di un’identità che non riesce a collocarsi in un punto intermedio tra fissità e divenire. Da un lati ci sono forze che vorrebbero far sparire queste  identità – forze del mondo economico- e dall’altro la fissità che dal punto di vista esistenziale potrebbe rivelarsi una prigione, anche se talvolta questa prigione dell’identità può essere desiderata. Credo che questa sia una delle poesie più riuscite del libro, ne leggo solo alcuni versi:

(…)

La materia, se la ascolti, te lo dice

che la gelatina esiste solo in cucina,

che l’io tende a fermarsi su una rigidità,

perché ha paura del risucchio

(lo teme, l’inferno: lo brama – sono le sirene dell’abisso, il pianto antico che da sempre ci appartiene come un noi ma riflesso – vapore bianco – come un noi ma vagante).

Il divenire è una legge crudele:

quanto sarebbe meglio potersi fermare su uno stato!

crocifiggerlo a dovere,

proteggerlo nella propria bocca calda di bosco.

(…)

cercarne una non dico perenne, ma minimamente stabile?

La gelatina è la risposta. Ma non è facile

trasformare ciò che è osseo in mollezza,

redimerne la pretesa di esistenza,

trasformare il suo narcisismo in moto continuo.

(…)

(pag.25)

Questa poesia anche dal punto di vista formale è fluida, anzi “gelatinosa”, da un lato c’è il verso riconoscibile , dall’altro improvvisamente si aprono degli squarci dichiaratamente narrativi dove non c’è costrizione versale. Vengono espresse dunque idee di fissità e di fluidità. Quello che mi colpisce è che l’ironia “impertinente” con cui Laura Di Corcia parla di questi temi così alti non è pop. Non finisce con il diventare un’operazione falsamente desublimante, come spesso accade nel pop. Non vi è il giocare con l’artefatto, non vi è un’epica dell’artefatto. Qui invece vi è una disposizione morale tesa ad una vera desublimazione che nasce dal considerare tutto se stesso dentro questo sistema e ciò che accade dentro se stesso in questo sistema. A differenza dell’estetica pop non c’è la distanza falsamente superiore dell’artista, c’è invece il sentirsi dentro una sorte condivisa con molti altri.

(2015)

 

Video di Antonio Perrone

Il 21 novembre 2015 in occasione dell’inaugurazione della mostra di Biagio Cepollaro, Una certa idea e pratica di verde, a cura di Eugenio Lucrezi, il reading di Antonio Perrone, Melania Panico, Giovanna Marmo, Viola Amarelli,  Giusi Drago e Biagio Cepollaro

Galleria Movimento Aperto, via Duomo 290/c, Napoli

Biagio Cepollaro legge da La curva del giorno, L’arcolaio Editore, 2014

Grazie alle riprese di Nicola Sisci e all’Archivio di Piccole cose di Christian Tito. (B.C.)

12 luglio 2015,Torino

perìgeion

 Di Christian Tito

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(Fotografia di Dino Ignani)




Mentre nell’estate a tratti torrida impazzava l’ennesima discussione sulla morte della poesia nel nostro paese, rinfrescavo mente, spirito e corpo attraverso la terza lettura di un libro che mi fa sorridere e pensare che la poesia invece non è morta (e mai morirà) e, in alcuni casi, gode di ottima salute.
“La curva del giorno” di Biagio Cepollaro, libro uscito a inizio anno per L’Arcolaio, è, secondo me, un libro che si discosta profondamente dai canoni della poesia italiana contemporanea sia in senso formale che in merito ai contenuti.
Non sono in grado di formulare un’analisi accurata di ciò che rappresenta all’interno di tutta l’opera di Cepollaro perché sono un lettore affamato e onnivoro ma anche molto disordinato e del poeta originario di Napoli avevo letto stralci di libri attraverso la rete mentre questo è il primo che ho gustato sulla carta e…

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