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Di Christian Tito

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“Come un animale che sa cosa è il dolore
mi accontento di un posto in cui so stare” 1

Ci sono luoghi e persone che emanano energia, anzi: tutti i luoghi e tutte le persone emanano energia. La qualità e intensità varia molto da luogo a luogo, da persona a persona. Se poi si finisce in un posto che, altro non è che un’estensione dell’energia emanata dalla persona, l’effetto, se fortunati, può essere inebriante. Sono stato a casa di un uomo che , oggi, appare felice ed irradia energia benefica, pacificata.  Appena varco la soglia della sua tana ( non può chiamarsi diversamente la casa di uno come lui ) la sensazione è di entrare nella descrizione scenica del contrario di un non luogo. Se volessi definire senza usare parole cosa è un non luogo,  lo porterei qui e direi, a chi ha interesse a capirlo, ecco:…

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LA CURVA DEL GIORNO NEL GIARDINO DISTOPICO

Reading di Biagio Cepollaro innestato nella mostra del botanico artista Emanuele Magri

Spazio Ostrakon, via Pastrengo 15 Milano, 19 marzo 2015 ore 19.00

Caro Emanuele,

sto immaginando La mia curva del giorno nel tuo Giardino distopico.Potrebbe essere un ulteriore innesto e trapianto la lettura dei versi all’interno della mostra e dei tuoi attraversamenti. E lo è. Una specie di installazione dentro la tua installazione. Come ti accennavo a voce, in fondo ciò che ci accomuna è l’interesse per il corpo e per i livelli elementari della vita, vegetali, animali, basici. La tua ingegneria genetica letteralmente mostra il volto della degenerazione. Lo sradicamento di ogni senso è innanzitutto lo sradicamento di ogni parola da se stessa e di ogni immagine da se stessa: dici che attraversi la storia dell’arte e ricombini con i frammenti di essa il non più riconoscibile volto della nostra degenerazione. Non si tratta di un moderno entusiasmo per il nonsense e neanche del liberatorio calembour: si tratta proprio di fotografia. In un certo senso di dire le cose come stanno, o come sono diventate. Bene, dentro questo tuo paesaggio le mie parole prendono le mosse da semplici percezioni. E’ come se la genetica tornasse sui suoi cardini a patto di rinunciare alle antiche complessità. Prima di scrivere La curva del giorno, ho scritto il primo libro, Le qualità, di quella che dovrà essere una trilogia. Nel primo libro il prologo prende le mosse dalla semplicità dell’evento della doccia, proprio del farsi la doccia come domestico rito di rinnovamento attraverso l’acqua. Altrove è detta la cura dedicata a tagliare il pane e a mangiare la carne di altri animali. O semplicemente viene indicata la differenza di luce avvertibile in una giornata di primavera in un parco urbano. O anche del sistemare le lenzuola ogni sera nel costruirsi il letto che torna ad essere l’antico giaciglio. Niente di più.

occorre stabilire i confini del corpo: anche una casa con le sue camere e le sue funzioni è una guaina

e aderisce ai suoi moti. dormire al riparo dalla pioggia cucinando i cibi assaporando carni di altri animali

e foglie e frutti. dormire ancora dopo ogni rientro sistemando lenzuola e coperte lavando con cura

il piatto e il bicchiere affilando il coltello per il pane occorre lasciar passare da quei confini la notte

e lasciar mescolare i corpi perché parlino tra loro

Leggerò dunque questa poesia nel tuo giardino distopico e suonerà forse come una battuta di dialogo con i tuoi amabili mostri. O come il progetto di ricostruire un senso concreto, anche se limitato, a dispetto dell’insensatezza. Perché qui intendo il mescolare non come deformazione ma come silenziosa e fervida formazione e costruzione. Forse sarà la nascita o rinascita del giardino utopico dentro il giardino distopico.Come il progetto o il sogno di un modo di stare al mondo che possa generare un senso, nel possibile di una singola vita, oltre la degenerazione. O anche sarà la coesistenza dei due giardini,uno dentro l’altro, come due poli per le nostre oscillazioni. Che ne dici?

Biagio

Caro Biagio,

le cose che dici sono molto belle. Devo dire che preferisco il tuo, di mondi, utopico. Il mio speriamo che non esista mai. Ma è difficile sapere, come si dice, dove andremo a finire. Ma, appunto, come dici tu, che almeno ci sia una convivenza. E questo possiamo intanto fare. Proporre la tua lettura nel giardino distopico. Chissà che non si aprano nuove vie …

Emanuele

Biagio Cepollaro, nato a Napoli nel 1959, vive a Milano. Esordisce come poeta nel 1984 con Le parole di Eliodora Forum/Quinta generazione), nel 1993 pubblica Scribeide (Piero Manni ed.) con prefazione di Romano Luperini e Luna persciente (Carlo Mancosu ed.) con prefazione di Guido Guglielmi. Sono gli anni della poetica idiolettale e plurilinguista, del Gruppo 93 e della rivista Baldus . Con Fabrica (Zona ed., 2002), Versi nuovi (Oedipus ed., 2004) e Lavoro da fare (e-book del 2006) la lingua poetica diventa sempre più essenziale aprendosi a una dimensione meditativa della poesia. Questa seconda fase del suo percorso è caratterizzata da pionieristiche attività editoriali in rete che danno vita alle edizioni on line di ristampe di autori come Niccolai, Di Ruscio e di inediti di Amelia Rosselli, a cui si aggiungono le riviste-blog, come Poesia da fare (dal 2003) e Per una Critica futura (2007-2010). Nello stesso periodo si dedica intensamente alla pittura (La materia delle parole, a cura di Elisabetta Longari, Galleria Ostrakon, Milano, 2011), pubblicando libri che raccolgono versi e immagini, come Da strato a strato, prefato da Giovanni Anceschi, La Camera Verde, 2009. Il primo libro di una nuova trilogia poetica, Le qualità, esce presso La Camera Verde nel 2012. La curva del giorno, pubblicato nel 2014 presso L’arcolaio, costituisce il secondo libro. Sito-archivio: www.cepollaro.it Blog dedicato alla poesia dal 2003: www.poesiadafare.wordpress.com Blog dedicato all’arte: http://cepollaroarte.wordpress.com/

Emanuele Magri: dagli anni settanta si occupa di scrittura e arti visive. Ha creato mondi tassonomicamente definiti, nei quali sperimenta l’autoreferenzialità del linguaggio, come “La Setta delle S’arte” nella quale i vestiti rituali sono fatti partendo da parole con più significati, il “Trattato di artologia genetica” in cui si configura una serie di piante ottenute da innesti di organi umani, di occhi, mani, bocche, ecc, e il progetto “Fandonia” una città in cui tutto è doppio e ibrido. Ha sviluppato gli oggetti-parola Bandierine (dal 1990) e gli Stendardi (dal 1992), i  corpi-parola e vestiti-parola dell’universo parallelo de “La setta delle S’Arte” (dal 1995, con utilizzo di sciarade, palindromi, falsi vezzeggiativi), gli Oracoli Corporali (dal 2000, rebus con parole che indicano parti del corpo). Distopicus Garden, un progetto sull’ingegneria genetica che si avvale, per le varie fasi, di computer grafica, installazione, fotografia, video, poesia.

SPAZIO OSTRAKON | Via Pastrengo 15 Milano | Orari: da martedì a sabato dalle 15,30 alle 19,30 | Info:

3312565640 | info@spazioostrakon.it |  www.spazioostrakon.it

Il corpo è un oggetto. E’ l’elemento del paesaggio plasmato dalla lunga durata, dall’opera millimetrica di una erosione, di un trattamento che riguarda i muscoli del paesaggio, i suoi tessuti viventi. Quello di cui scrive Biagio Cepollaro in questo straordinario libro di versi è un corpo-paesaggio esposto all’intemperie, inevitabilmente: non c’è riparo per ciò che, per essenza, è destinato all’esposizione.  Per necessità naturale spazio e tempo, concordi, modellano, si modellano, agiscono in simmetria e dissonanza. In questo scenario – che è fisico e metafisico allo stesso tempo, manca la casa. Poiché manca l’approdo là dove inevitabile è solo il procedere, incessante.

Il corpo ha la sapienza del sasso. Quello stesso, forse, di cui parlava la Szymborska in Conversazione con una pietra. La sua è la sapienza dell’irriducibilità. L’impenetrabilità è tutto il nostro stare al mondo, la nostra unica forma di consistenza. Uno stare che sembra avere talvolta un’essenza minerale.

Il corpo è un foglio di carta, è un’epidermide su cui scrivere ancora, svoltare le pagine. Non è un caso che la raffinatissima grana su cui sono stampate queste poesie sia identica alla trama della pelle. Questi versi sono scritti nel corpo vivo della lingua, sono un tatuaggio della sua pelle vivente. L’incastro e l’intreccio sono i modi della sostanza-corpo. Nessuno di essi è effimero, nessuno passa invano. Ogni contatto si imprime e lascia il segno; anche quelli più inavvertiti. La pelle è la pellicola sensibilissima e capace di registrare ogni minima variazione di luce. Anche senza contatto apparente.

L’osmosi dei corpi vicini è trasmissione ermetica/erpetica, come dice il poeta. La comunicazione è il contagio virale dei significati. La mente e il linguaggio sono carnali, muscoli e tessuti di un tutto che si compenetra, in cui nulla si individua  mai definitivamente. L’individuarsi, quello sì, è effimero e secondario.

Superate risultano, in questo paesaggio, le distinzioni tra patico e meccanico. Il corpo è macchina carnale, dove la mente e la pelle non si corrispondono come interno ed esterno ma piuttosto stanno come un moto ondoso – o come il volo di un uccello, che trasforma il dentro in un fuori, e viceversa.

La liberazione dall’umano è il post-umano di questo sentire. E’ liberazione da qualcosa di cui non si sente nostalgia, non più; di cui si avverte il differire a stento, riconoscendosi, a tratti, nei mezzibusti dei naufraghi del Mediterraneo.  Poi c’è l’implosione dell’odio. La conflagrazione sotterranea che continua anche al venir meno di ciò che l’ha causato, dell’aggancio. E l’odio diventa quasi la dimostrazione, l’esposizione definitiva dello statuto ontologico di questo corpo-sostanza.

Infine. Il corpo vorrebbe compagnia. Cioè: vorrebbe perfezione, compimento. Il corpo anela forse allo stesso compimento dell’icona, sommersa nell’oro dello sfondo, diversa eppure consustanziale con esso. Ma l’unica sua possibilità, la scelta possibile, è uno stare accanto, una contiguità operosa e senza ombra di perfezione. Nessuna completezza è data al sentire. E la percezione della mancanza è, nel più dei casi, inutile (auto)condanna.

Ma necessari sono questi versi; con la loro stupefacente capacità di contatto.

 

Levania, rivista di poesia, numero 3,dicembre 2014

Sul blog di Davide Vargas

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Intervista a Biagio Cepollaro di Alessandro Mistrorigo 

Da Carteggi letterari, 9 febbraio 2015

 

In questo nuovo libro Biagio Cepollaro, La curva del giorno, continua il lungo poema iniziato con Le qualità. Anche in questo testo il corpo è il centro propulsore del dettato poetico tanto da formare un poema privo di cornice, privo di un apparente schermo protettivo dall’esterno. Il nucleo tematico del poema, anzi, è ancora un volta la stessa relazione con l’esterno. Per questo possiamo anche parlare di poesia ecologica, nel senso etimologico del termine che indica un movimento di ricollocazione nel proprio ambiente. Per fare ciò la voce del poeta si affida alle percezioni (nel senso di aisthesis) del corpo. Qui il corpo torna ad essere il mezzo, non nel senso biologico della funzione. Non parliamo di un’eziologia, non esiste appunto un occhio esterno che osservi i fenomeni. Qui il corpo è già sempre tramite con l’esterno. In questo possiamo intravedere lo spirito epicureo del poema che già ispirava Le qualità. In tutto il poema di Cepollaro non c’è il primato della ragione o del logos sulla natura, tra loro esiste semmai una relazione problematica. Questa è la forza del libro. Se la poesia lirica, come è noto, si fonda sullo sguardo, e quindi sulle idee e su una consequenziale metafisica razionalistica (ricordiamo che la radice del termine idea proviene da idein ossia vedere), qui non esiste una senso privilegiato rispetto ad altri. Se riflettiamo sulla metafora del bosco, che occupa l’intero poema, a partire dal titolo del prologo Attraversare il bosco, possiamo insistere sulla relazione con la lirica. L’opera simbolo della lirica moderna I fiori del male di C. Baudelaire è spesso interpretata attraverso un testo arcinoto, Corrispondenze, in cui il poeta francese scrive: E’ un tempio la Natura, dove a volte parole/ escono confuse da viventi pilastri;/ e l’uomo l’attraversa tra foreste di simboli/ che gli lanciano occhiate familiari (trad. G. Montesano). Anche qui si attraversa un bosco, ma le cose si presentano come simboli da interpretare. Nel verso che chiude la prima quartina il senso privilegiato è lo sguardo (gli lanciano occhiate familiari). C’è “una corrispondenza” tra l’io e gli oggetti che muove dagli occhi, ed è tramite questi che gli oggetti vengono interpretati. In Cepollaro l’attraversamento del bosco è una relazione tra corpi in cui cessa lo schermo della rappresentazione lirica. Il poeta è ridotto a corpo tra altri corpi e non appartiene più all’Io lo spazio della presenza, proprio perché “il corpo è oltre l’io”, così come è scritto in una delle poesie del volume. Ci muoviamo in uno spazio orizzontale, sul piano della presenza creaturale delle cose. Ogni lassa inizia non a caso con la parola “corpo”, che ribadisce il mettersi in disarmo di fronte ai fenomeni. Nel poema di Cepollaro, come vedremo, questa ripetizione non è per niente un espediente letterario, è un’acquisizione profonda e meditata.

Se risaliamo alla tradizione presocratica, ancora prima della divisione di anima e corpo, e torniamo per un attimo al poema omerico, notiamo che la parola corpo compare di rado come soma, che, come ci insegna Bruno Snell, indica “il corpo privo di vita”, privo di soffio, il “cadavere”. Il corpo è più spesso indicato con “insieme di membra”, “statura, “contenitore”, “pelle” etc. Questi sono termini che definiscono lo spazio che testimonia una presenza. Ciò accade perché il corpo da solo non esiste, esso è sempre in una condizione dinamica, di relazione potenziale con l’esterno (anche se in Omero questa relazione ha sempre un valore agonico). Un altro studioso, Onians, ci dice addirittura che nel poema omerico la parola corpo dovrebbe essere sostituita con la parola thymos, che deriva dal sanscrito dhūmas, poi in latino fumus, «respiro». Ora Cepollaro scrive in una lassa del prologo: mentre il corpo galleggia/ sul suo respiro. Anche in questo poema quindi il corpo è sempre tra gli altri corpi in un rapporto osmotico con l’esterno. Altrimenti sarebbe soma, corpo morto. Il confine tracciato dal poema di Cepollaro è invece una faglia di interiezione tra fenomeni naturali e culturali. Il poema si apre con questi versi:

 

occorre stabilire i confini del corpo: anche una casa

con le sue camere e le sue funzioni è una guaina

e aderisce ai suoi moti.

 

Lo spazio del corpo è dato da quanto noi riusciamo a trattenere nel fiato, a riprodurre nel verso. Le cose omesse costringono ad un allontanamento. Bisogna saper calibrare il proprio mondo. La reiterazione della parola corpo ad incipit di ogni verso è come se obbligasse il poeta ad un compito: trovare il proprio spazio, la propria misura, non disperdere energia, non perdere fiato. Così come l’etica epicurea ci insegna.  Leggiamo ancora dal testo:

 

occorre stabilire i confini del silenzio non rispondere sempre

non sempre essere informati fare in modo che ogni parola

sia pleonasmo a fronte di ciò che già c’è. non dicendo

di sé ma dando voce alle spalle alla schiena curva dell’intuizione

che ha percorso tutta la stanza trafiggendo in uno i molti pensieri

occorre che ogni parola distillata sia essa stessa una guardia

di frontiera che vigili insonne i confini dall’alba al tramonto

con gli occhi rivolti al silenzio sia la sua unica verità corporale

 

La misura dettata dal corpo e dalla sua legge non è passiva accettazione dell’istinto, è invece anch’esso uno sforzo. Il respiro, che nel poema di Cepollaro è tradotto in misura metrica perfetta, deve trovare con forza e precisione la propria forma. Se fosse mero istinto sarebbe accettazione dell’indistinto, del si dice o del si muore. Nel De rerum natura di Lucrezio -allievo di Epicuro- il clinamen è la deviazione dalla caduta degli atomi, è la faglia che costituisce la natura umana, che gli permette di sentire e di parlare. Scrive Lucrezio: “Ma che la mente stessa in ogni/ sua iniziativa non segua una necessità insita in lei,/ né come domata sia costretta a sopportare e a patire,/ deriva da quella esigua inclinazione dei corpi primordiali/ che si produce in un punto dello spazio e in un momento indeterminati”. Senza la differenza di un corpo senziente, nel senso della percezione estetica, l’uomo sarebbe una specie come le altre, confuso nella caduta libera degli atomi. Cepollaro si ricollega a questa verità in una fase post-umana e post-ideologica della nostra Storia. Scrive su questo una mirabile lassa:

 

il corpo nel verso si sottrae al senso

stabilito e si muove come se non vi fosse

argine e direzione: è luogo questo

dove sembra fermarsi il potere

tale è l’impatto del singolo corpo

che di sé nella lingua fa allegoria

 

Restando tra le cose si riesce a salvare la differenza e l’inciampo che ogni corpo porta con sé. E Biagio lo fa con un dettato apparentemente semplice e lineare, lì dove la versificazione asseconda il respiro. La misura e il respiro permettono al corpo di essere qualcosa di nostro e di mostrarlo nello spazio come dono. La poesia è allora esperienza del confine, ma è anche presenza nello spazio della condivisione. Qui c’è il portato profondamente etico dell’opera di Cepollaro. “Occorre lasciar passare da quei confini la notte/ e lasciar mescolare i corpi perché parlino tra loro”.  Questo è il nucleo della seconda parte del poema La luce dell’immanenza. Il tempo, che è per eccellenza il tema della poesia lirica, si misura ora con lo spazio imposto dalla dinamica del corpo.  Questa poesia chiede di essere condivisa, in quanto è espressione stessa della vita (bios) del poeta. Se in questa prospettiva la solitudine non esiste, essa è da considerare come condizione dell’ascolto degli altri, ma ancora prima del silenzio da cui ogni verso e ogni nostra forma proviene:

 

il corpo distende sotto ai suoi piedi il pezzo di terra

che limita il presente: sa che al di là di questo cerchio

si diffonde l’incerto non solo della cometa e dei suoi

incontri ma anche della replicazione cellulare e delle

movenze benevole o tragiche della statistica

dentro il cerchio su cui poggia il corpo respira

e cerca di fare del tempo e dello spazio una cosa sola

 

Questa meravigliosa lassa contiene il nucleo stesso del poema. In particolare il verso finale ci indica il tentativo di far coincidere il tempo (metrico, cronologico) con lo spazio. Ricollocarsi appunto. Un’altra lassa recita:

 

non dicendo

di sé ma dando voce alle spalle alla schiena curva dell’intuizione

che ha percorso tutta la stanza trafiggendo in uno i molti pensieri

occorre che ogni parola distillata sia essa stessa una guardia

di frontiera che vigili insonne i confini dall’alba al tramonto

con gli occhi rivolti al silenzio sia la sua unica verità corporale

 

Il ritorno all’elemento creaturale non è quindi un ingenuo ritorno alla natura. Cepollare non fa un salto oltre il razionalismo, oltre la complessità del postmoderno, per ritornare alla vita semplice della natura. Qui non c’è nessuna fuga roussoiana. Con un bellissimo verso Biagio sentenzia:

 

anche la pace senza un volere non vuole

dire niente

 

Ricordandoci la hybris che è propria della nostra cultura. Il rapporto osmotico con l’esterno, sia quello mondano con gli altri corpi che quello originario con il silenzio, deve fare i conti sempre con una forza che induce alla dispersione. Il movimento di conservazione dello spazio si relazione sempre con un movimento opposto.

 

il corpo sembra fatto per ripetere l’accumulo e la felice

dispersione è palmo che raccoglie all’inverosimile e

palmo che disperde allargando le dita e aprendo finestre

il suo godimento funziona come il doppio ritmo

del respiro e del cuore è un muoversi e uno stare

è uno stringere ed un allargare: è sempre entrare e uscire

 

Cosicché ogni pieno si posiziona grazie ad un vuoto, che si palesa nella parola, ed ogni verso è la cucitura della luce e dell’ombra, della conservazione e della dispersione: “la meta condivisa è quel pieno che ti svuota” scrive Cepollaro. Ed è proprio il vuoto, con la sua alacrità, ad occupare la terza parte del poema (L’alacrità del vuoto). La dinamica del corpo che si concentra sul respiro per dare misura allo spazio, deve a sua volta tenere conto della forza contraria che tende alla dispersione degli atomi. Questa legge universale riguarda tutti i corpi, non solo quelli della nostra biosfera. Così nel poema, dall’attraversamento del bosco iniziale, passiamo all’immagine astronomica di una meccanica celeste.

 

il corpo nella sua navigazione provvede per quel che può

a fronteggiare l’incerto mentre ai suoi lati l’agitazione prende

i passanti e anche gli amici ognuno incastrato nella situazione

che lo dipinge: i racconti sono dell’esser presi e costretti

invece per lui davanti ad ogni passo spesso ritorna il vuoto

che permette con l’assenza di nomi il suo moto: c’è cielo

 

La resistenza al vuoto, che ci porta a ruotare intorno ad un altro corpo (altrimenti, ricordiamo, saremmo soma), è compresa a sua volta in una dinamica maggiore. Il nostro nucleo è frutto di una reazione, ma anche di una relazione, col nucleo di corpi dalla massa maggiore. Questo è ciò che solitamente si definisce legge gravitazionale. Dalla gravitazione terrestre, che stabilisce l’attrazione e la repulsione di ogni corpo, si passa a quella celeste. Tutto è regolato da una dinamica superiore che noi dobbiamo assecondare. Grazie al moto di rotazione e di rivoluzione della terra siamo compresi nell’alternarsi del giorno e della notte, e delle stagioni.

 

il corpo nel verso si distende: il suo dire

incede di piede in piede di accento

in accento verso un suo luogo che andando

chiarisce. poi si volta tornando a capo

per mostrare il raccolto: intorno vede

la curva del giorno come sua misura

 

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