«Su La Notte dei Botti posso dire semplicemente che fu per me l’occasione per mettere su carta quanto temevo stesse accadendo o stava per accadere in Italia. Di qui il genere, in bilico tra fantascienza, fantapolitica e catastrofico…» Un romanzo profetico sulla notte della repubblica, scritto più di trent’anni fa (1994-97), che resta profetico anche mentre vediamo quelle previsioni avverarsi. Cercando di capire che cosa sia accaduto nella “Notte dei botti”, un’umanità slabbrata e paradossale è costretta dalle autorità – è un golpe? c’è notizia di resistenti, c’è euforia – nello spazio chiuso di un autogrill che diventa un girone infernale postmoderno. L’unico a fuggire è il «protagonista strano, Scriba, che andava in autostrada con la bicicletta, armato solo dei suoi sensori e della sua inutile preveggenza. Per me l’allegoria della letteratura in quel passaggio così difficile per il nostro Paese…». La scrittura visionaria di un grande autore, tra Ballard e Gadda, che mescola l’alto e il basso, gioca col tempo e con lo spazio, moltiplica i punti di vista e cantilena le sue ripetizioni creando un’atmosfera chiusa e ossessiva. http://www.miraggiedizioni.it/prodott…

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poesia e contempooraneo

http://www.mediumpoesia.com/PoesiaContemporaneo/audio-gallery-avanguardia-e-transmedialita/

Appunti per l’incontro di Poesia e Contemporaneo

Il contemporaneo non è l’attuale ma il presente.

L’attuale è una costruzione mediatica o comunque una mitologia collettiva, il presente è sempre una cifra individuale o di piccoli gruppi che bucano la pellicola del paesaggio mediale. Il presente è una situazione e uno stile, è una sintesi.

L’attuale è una narrazione , il presente all’inizio non ha le parole per essere detto.

Il presente è sempre contemporaneo, è immanenza. L’attuale tende all’etichetta, al costume, alla maniera.

Il presente è relazione ermeneutica imprevedibile, l’attuale è un manuale sempre aggiornato.

Avanguardia

L’avanguardia non è un sottogenere della poesia ma una sua manifestazione nell’epoca del Moderno.

L’avanguardia nel Moderno è stata distruzione, creazione e utopia palingenetica. La Neoavanguardia era già solo sabotaggio del linguaggio in quanto ideologia.

Ai tempi della rivista Baldus e del Gruppo 93 teorizzai il postmoderno critico: impossibilità del binomio avanguardia-tradizione nel tempo dell’estetizzazione diffusa, non più dialettica norma/scarto  ma strategia della contaminazione non decorativa .

Due trilogie (De requie et natura e Il poema delle qualità) tra il 1985 e il 2017: 32 anni.

Un viaggio tra sperimentazione e immanenza intorno alla poesia del corpo. Il protagonista della prima trilogia è lo Scriba (versione diminuita dell’Io), il protagonista della seconda trilogia è il Corpo (alternativa all’Io).

Dalla fascinazione per la lingua antica e per la contaminazione (Jacopone da Todi, Cavalcanti, per i dialetti)  alla fascinazione per  il grado zero della retorica (Camus, la poesia zen).

Dalla retorica di secondo grado (contaminazione e riscrittura) alla retorica del grado zero (la percezione e il pensiero): il rifiuto del primo grado, quello del poetese, della poesia che ripete il poetico (neo-ermetismo, manierismi e metricismi vari). Il rifiuto dell’estetizzazione diffusa

 

Biagio Cepollaro, Lavoro da fare

alla Libreria Trame di Bologna

con Sergio Rotino e Luciano Mazziotta

24 marzo 2018


Intervento di Luciano Mazziotta

Vorrei iniziare questa presentazione di Lavoro da fare di Biagio Cepollaro attraverso una nota forse autoreferenziale, o quantomeno autobiografica. Nel 2006, infatti, quando questo libro è uscito in ebook, mi trovavo a vivere ancora a Palermo, una realtà in cui la poesia contemporanea non circolava o circolava poco. Di Biagio Cepollaro, allora, avevo letto esclusivamente il nome nel manuale di Letteratura italiana a cura di Luperini-Cataldi utilizzato per la preparazione degli esami universitari. Rinvenuto, attraverso una veloce ricerca sul web, il pdf dell’opera, notavo non solo l’altissima qualità del libro, ma mi accorgevo come questo fosse accompagnato da una serie di note critiche redatte da autori che mi aprivano al mondo di quelli che nel contingente si occupavano della cosa letteraria: c’era la postfazione di Florinda Fusco, comparivano i nomi di Andrea Inglese, Giuliano Mesa, ovvero di persone che negli anni successivi sarebbero diventati interlocutori reali, alcuni amici, altri autori di riferimento, e, in ogni modo, il centro delle mie letture, delle mie esperienze. Questo è stato il libro che non solo ha fatto da traghettatore tra la prima e la seconda trilogia di Biagio Cepollaro  ma ha, dunque, traghettato anche me nel mondo della poesia contemporanea italiana. Questa piccola nota non vuole avere carattere universale. Tuttavia ritengo che Lavoro da fare abbia svolto questo ruolo per molti autori della mia generazione.

Entrando, adesso, nel merito del libro, è abbastanza evidente che ci si trova davanti ad un’opera complessa, strutturata in un prologo ed otto movimenti, e che, come ha fatto già notare Vincenzo Frungillo, potrebbe essere paragonata ad una sinfonia musicale. Si tratta di un poemetto filosofico che affonda le proprie ragioni in quella tradizione sapienziale della letteratura italiana che va da Foscolo alle Lezioni di fisica di Elio Pagliarani, di certo autore di riferimento di Biagio Cepollaro.

Ciò che, inoltre, è fondamentale sottolineare è che con Lavoro da fare ci rapportiamo con un poemetto tragico, nel senso greco del termine, ovvero di una creazione letteraria che mette in scena il conflitto, allora tra il bene e il male, in Lavoro da fare tra un’ora che è il presente dell’autore, e il suo passato. Ora, del resto, l’avverbio di tempo, è usato frequentemente nel corso di tutto il poema, e spesso lo si trova in apertura anaforica delle strofe che lo compongono. L’ora è messo, dunque, in rapporto dialettico con l’allora o, piuttosto, con il prima. In una nota di Giuliano Mesa, reperibile online, oppure tra gli scritti che corredano Lavoro da fare, il poeta aveva messo in evidenza come tra queste due parti in conflitto, tra queste due parti scisse, non c’è assoluzione, “non c’è soluzione”. Quest’ultima affermazione mi parrebbe interpretabile come “non c’è soluzione di continuità”, e del resto è lo stesso Biagio Cepollaro che nel corso dell’opera sembra dimostrarcelo attraverso la tensione argomentativa che contraddistingue la sua scrittura.

La tragicità dell’opera, inoltre, è rimarcata dalla presenza costante della domanda tragica per eccellenza, quella che si ponevano gli eroi e le eroine della tragedia greca e si poneva Lenin, utilizzandola come titolo del paphlet sulla strategia che avrebbe dovuto adottare la classe operaia una volta al potere: Che fare? si chiedeva Lenin, Ti drasw, Che farò si chiedevano Antigone, Medea, Ifigenia, Giasone ed Edipo. Ciò che però distingue il Che fare tragico-storico dei sopracitati da quello di Cepollaro, è che in Lavoro da fare il quesito non è in situazione: non è posto, per dire, nelle parti introduttive dell’opera a modo di tesi con domanda retorica, ma è il punto di arrivo, la conclusione. Nel settimo movimento, infatti, Cepollaro scrive:

 

e insomma ora che fare? la scomparsa

dei racconti del mondo in una dittatura

mondiale ci lascia l’uso

solo di una parola

lunga come dura la nostra vita

 

La domanda aperta, dunque, chiude l’opera anziché attraversarla. L’opera, del resto, come ha fatto notare Italo Testa, è composta di ingiunzioni. Si ritrova costantemente la formula “ora bisogna fare”, “ora il lavoro da fare è”, delle ingiunzioni però che, benché concrete, spingono il lettore, più che ad avere una risposta di tipo manualistico, a ricercare da sé quale sia il centro della questione.  Il lavoro da fare, però, mi è parso di capire, lo troviamo già nel prologo, ed è l’ingiunzione fondamentale: calmati e scrivi.  Calmati o il cuore ti scoppierà recita, infatti, il primo verso dell’intero libro, mentre più avanti si rinviene il verso Scrivi come hai sempre fatto, che ricorda le ultime battute di Traducendo Brecht di F. Fortini, La poesia/ non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi. Mi vorrei soffermare sul “come” presente nel verso di Cepollaro perché di grande valenza letteraria, anche per comprendere più a fondo l’operazione dell’autore. Ovviamente quel “come” non ha un valore stilistico. Non significa “Continua a scrivere nello stile in cui hai sempre scritto”, anche perché, è noto che, almeno a partire da Versi nuovi, del 2004, Biagio Cepollaro ha preso linguisticamente le distanze da quello che aveva scritto in precedenza. Ha, sostanzialmente, rinunciato all’idioletto. Allora il “come” di “Scrivi come hai sempre fatto” ha la funzione di unificare l’ingiunzione di scrivere, nel presente, per il presente e per il futuro, con quello che è stato il passato: il “come” stesso funge da collante e spiega il senso dell’operazione cui tende Lavoro da fare. In questa dialettica tra presente/futuro e passato bisogna proseguire a fare ciò che si faceva, magari in modo diverso: bisogna, per l’appunto, recita un verso dell’autore “non dare requie al cadavere che addosso ci portiamo.” L’ingiunzione del libro, dunque, sembrerebbe quella di accettare il passato, l’angoscia e gli sprofondamenti della mente del sé, in quanto, cito ancora dal libro “questo dolore rancido” “puzza”, certo, ma “è roba umana comunque”. Andrea Inglese ha parlato del dato autobiografico nell’opera di Biagio Cepollaro, della vita in sé, mettendo, in effetti, in evidenza come questa esperienza personale sia trattata nella poesia di Cepollaro in modo del tutto differente rispetto ai modi ironici ed autoironici, oltre che teatralizzanti, di Sanguineti e Giudici. La vena teatrale e autoironica, del resto, viene subito negata in Lavoro da fare, tanto nel prologo quanto nelle pagine conclusive dell’opera. Se, infatti, nella prima parte si sostiene che bisogna scrivere/parlare a partire dalla propria ossessione, dal chiodo che ci fissa al muro, “altrimenti è solido teatro”, il libro si conclude asserendo che si è “stanchi dei teatrini/nostri e altrui”. Bisogna, dunque, andare avanti, procedere senza l’esibizione e accettando il passato, accettando, recita il libro, il puer. È ovvio, d’altra parte, che il puer cui si fa riferimento non è affatto un fanciullino di natura pascoliana. Si tratta, altresì, del fanciullo errante e dei suoi travisamenti, nonché del fanciullo che ha fallito, magari, e, beckettianamente continua a fallire. Accettare questo dolore, accettare il passato e i propri errori significa certo inserirsi nel solco della continuità, ma anche fondare e rifondare un qualcosa di nuovo con la coscienza della maturità, o quantomeno con la maturità raggiunta. E del resto se si è parlato di poemetto filosofico, in precedenza, e di poemetto tragico, si può anche aggiungere che si tratta di un poemetto di fondazione e di rifondazione. Qualsiasi mito di fondazione, però, deve essere intrinsecamente legato al sangue, come ci ha insegnato l’antropologia, al sacrificio. Ed è precisamente nei movimenti centrali dell’opera, nel V principalmente e, in parte, nel VI, che Lavoro da fare tematizza e mette in scena tre sacrifici ognuno con i propri significati e le proprie peculiarità: il sacrificio di Ifigenia da parte di Agamennone, il sacrificio di Cristo da parte dei cristiani e infine come ultima tappa, raggiunta con più fatica e più domande, il sacrifico nostro di qualcosa più complesso da identificare, Sapere che cosa sacrificare è già importante, recita l’autore nel V movimento infatti. Ed è però sempre la stessa ossessione: ciò che possiamo offrire, procede l’autore, sono “i nostri pericoli”, “le nostre debolezze”. Accettare e sacrificare sembrano sovrapporsi e scambiarsi il ruolo, ma questo avviene perché il sacrificio tanto di Agamennone quanto dei Cristiani, quanto, infine, di noi soggetti potrebbe essere inteso, etimologico, come rendere sacro, piuttosto che come rendersi privi di qualcosa, “mutilarsi”. Sacrificare potrebbe ancora essere considerato come rendere eterno qualcosa, ma di una eternità laica, immanente. Questa concezione di sacro potrebbe apparentarsi con le Sacre sponde foscoliane, nonché, forse più precisamente, con l’aggettivo Celeste che si ritrova continuamente nel Carme dei Sepolcri. Si tratta di una necessità di conservazione del passato nell’Hic et nunc.

Concluse le due sezioni centrali, la V e la VI, sembra che Cepollaro allenti la tensione argomentativa, e che esca “a riveder le stelle”. Gli ultimi due movimenti, del resto, vengono aperti con due versi in cui è posta al centro l’aria e la respirazione. Comincia ad apparire il cielo, si inizia a respirare e a sperare nel futuro. Due, tuttavia, sono i termini e i concetti sui quali vorrei concludere e che mi sono parsi i più significativi: amore e cielo. Innanzitutto il modo in cui Cepollaro utilizza il termine e la concezione di amore è debitrice della conclusione della Ragazza Carla di Elio Pagliarani, laddove l’autore recitava “Ma non basta comprendere per dare/ empito al volto e farsene diritto:/ non c’è  risoluzione nel conflitto/storia esistenza fuori dell’amare/ altri.” Questo amore tanto per Pagliarani quanto per Cepollaro pare ascrivibile a un sentimento per l’umano, per la natura in sé, per la vita, per il presente, per l’Hiersein. Il risultato del conflitto sta nell’amore per la roba umana che ci portiamo addosso, ma il libro sembra metterci nuovamente in crisi, specie nel momento in cui l’autore scrive “ora va composta/ la scissione.” Direi che è a dir poco emozionante l’enjambement tra il verbo e l’oggetto in questi due versi: laddove, infatti, l’autore ingiunge di “ricomporre la scissione” la scompone, nuovamente, dal punto di vista retorico. Mentre, quindi, invita ad unire, scinde stilisticamente. In effetti, così, avviene ciò che sosteneva Mesa, citando il quale ho iniziato questa presentazione, “non c’è assoluzione, né soluzione”. Anche perché, una volta ricomposta, l’autore ci indica che quello che vediamo è “un’apertura del cielo”, apertura che, mi è parso di poter interpretare, di nuovo, come una nuova frattura. Il cielo di Cepollaro, per me, non è né meraviglia né bagliore, ma un’ennesima divisione, un’ennesima lacuna. Del resto  una volta che va “composta” questa scissione, ci ritroviamo di nuovo davanti alla frattura generata dal cielo aperto. Quindi la risoluzione del conflitto, una volta ricomposta la scissione, è sempre la scissione. Del resto nel terzo movimento della sinfonia, l’autore aveva definito il “numinoso” come collocato all’angolo di una lacuna. A tale proposito mi pare utile concludere con la definizione che dava Seneca nelle Epistulae ad Lucilium di lacuna. “La parte più grande della filosofia – il ragionamento, l’argomentazione – è nelle cose occulte”, maior rationis pars in occultis est. Lo scavo in queste cose occulte e rimosse mi sembra l’azione cui ci spinge anche Lavoro a fare di Biagio Cepollaro.

Uno dei libri più potenti che abbia mai letto. E l’ho capito ancora di più incontrandone l’autore, Biagio Cepollaro, e capendo meglio, retrospettivamente, qualcosa del perché non fu pubblicato quando fu scritto, circa 25 anni fa. Critica vera, impegno vero, non di maniera, mentre i fenomeni letterari di allora alla fine erano accettabili, anche dal mercato, e diventarono presto moda. E poi presto epigoni nell’imitazione di se stessi. Ma. Senza questa nettezza, più ancora che profondità. Sono felice, allora sarebbe stata una voce dissonante, allora c’era ancora un’opposizione. Ma. Ora è un libro unico. Le pieghe della storia, anche della letteratura, a volte restituiscono. Specialmente quando la Realtà – basta aprire gli occhi – negli anni supera le più previsioni più lungimiranti. La notte dei botti, alla fine, c’è stata. Probabilmente ne siamo tutti complici.
Leggetelo
(Un grazie vero a Francesco Forlani, che quella piega della storia ha disteso)

Si può richiedere qui a partire dal 27 marzo 2018:

Libreria universitaria

https://www.libreriauniversitaria.it/notte-botti-cepollaro-biagio-miraggi/libro/9788899815639

Amazon:

https://www.amazon.it/notte-dei-botti-Biagio-Cepollaro/dp/8899815631

Hoepli

https://www.hoepli.it/libro/la-notte-dei-botti/9788899815639.html

La Feltrinelli

https://www.lafeltrinelli.it/libri/biagio-cepollaro/notte-botti/9788899815639

Cepollaro alla Nona giornata

Conversazione con Vincenzo Frungillo sulla trilogia Il poema delle qualità in relazione al tema del corpo.

Introduzione di Vincenzo Frungillo

Il corpo nella trilogia Il poema delle qualità

Da più lettori  e critici degli ultimi libri di poesia di Biagio Cepollaro viene la definizione di Il poema del corpo. La trilogia Il poema delle qualità sarebbe soprattutto un poema del corpo.  Il percorso poetico di Biagio è coerente ed  è stato studiato da molti critici, interessante in particolare è il saggio di Angelo Petrella per il Verri (n.64, 2017) che mostra chiaramente le diverse tappe della sua produzione. Da una prima trilogia, De requie et natura (1985-1997), si passa attraverso una fase mediana , Versi nuovi (2004) e Lavoro da fare (2006) alla seconda trilogia, Il poema delle qualità (2008-2017) costituita da Le qualità (2012),  La curva del giorno (2014) e Al centro dell’inverno (2018). Il tema del corpo, come nota Petrella è già presente all’ inizio del percorso, ne Le parole di Eliodora (1984) che esibisce in esergo una frase di Nietzsche: “ Fu il corpo che disperò della terra che intese parlare il ventre dell’essere”. Già nel 1984 il corpo aveva la funzione di riportare la questione dell’essere dal piano metafisico a quello dell’immanenza. Questa operazione nella prima trilogia è stata realizzata attraverso il linguaggio, attraverso la creazione dell’idioletto, tra lingua inventata e dialetto, lingua del basso, viscerale, per opporsi alla lingua classica della lirica , quella orfica e per cercare strade nuove rispetto alla neoavanguardia. A tal proposito va detto che non è corretto accostare la prima trilogia alla neoavanguardia perché il recupero della lingua medioevale da Jacopone a Cavalcanti è una caratteristica specifica di Biagio e del Gruppo 93 e non del Gruppo 63. Questa fase si chiude nel 1996 e, secondo Petrella, in concomitanza con la morte di Amelia Rosselli. A partire dal 1998 vi sarà la stesura di Versi nuovi per un superamento della crisi, il cui incipit “respira respira” sembra richiamare proprio la grande poetessa. Lavoro da fare continua questa ricerca fino alla pausa che precede Le qualità che, a detta di Luigi Bosco (http://www.inrealtalapoesia.com/nuovo-discorso-sul-metodo-alcune-riflessioni-su-le-qualita-di-biagio-cepollaro-di-luigi-bosco/ ) costituiscono l’elaborazione di un trauma. Bosco dice che a questo punto Cepollaro ha bisogno di ricreare totalmente l’ambiente intorno a sé. Al centro del mondo c’è il copro ma non come poetica o portato ideologico come nel 1984 ma come “unità logica minima” (Mascitelli), nel senso che il corpo è sia soggetto che oggetto della poesia. Il soggetto che dice è lo stesso che fa esperienza, che è oggetto di esperienza, cantato e conosciuto all’interno del poema. E come se il soggetto e l’oggetto diventassero un tutt’uno. Il primo libro, Le qualità, ha unsa storia particolare. E’ statoprsentato attraverso dei dialoghi con i suoi lettori registrati in video, attualmente disponibili su youtube. In occasione della registrazione di uno di questi video avevo detto che questo libro mi faceva pensare, anche per il titolo, a Husserl e a Musil dell’Uomo senza qualità.  La risposta di Cepollaro mi chiarì l’origine di questo titolo che non è occidentale ma orientale. Le qualità vanno intese come guna, i tre aggreganti cosmici della filosofia induista. Leggendo l’indice de Le qualità è come se si assistesse ad una descrizione del corpo secondo le sue qualità o attributi: il corpo e gli incastri, il corpo e il moto, il corpo e il tempo e il corpo e il verso. Nel secondo volume, La curva del giorno è come se il corpo fosse descritto nel suo momento di relazione con l’esterno. Il prologo è “Attraversare il bosco”, richiamo al movimento, a stretto contatto con la vegetazione, l’impossibilità di districarsi, essere tutt’uno con la vegetazione. Vi è in senso etimologico qui l’elemento ecologico de Il poema delle qualità: il corpo è immediata relazione con l’esterno, impossibilità di distinguersi nettamente dall’esterno. Questa impossibilità pone in crisi l’occhio che possa oggettivare l’esterno, l’io cartesiano. Richiamando Spinoza, il corpo identifica spirito e materia. Il corpo diventa allegoria di questa immediata relazione con il mondo esterno. Questa originaria connessione con l’esterno in senso orientale si rivela essere il vuoto. Noi siamo costitutivamente in relazione e in dialogo con il vuoto. Nel terzo libro, Al centro della notte, dove il dato meteorologico si fa allegoria più universale, il corpo si mostra come ciò che illumina il buio o il vuoto che lo circonda. Il corpo illumina e sopporta, delimita il vuoto. Nel terzo libro il corpo estende il suo orizzonte fino a raggiungere la dimensione politica. Il suo prologo s’intitola Dal collasso della storia e ci dice di un corpo posto in una situazione di solitudine e in contatto con la rete, di un corpo “connesso”. Questa condizione potrebbe esprimere anche una chiusura rispetto all’apertura dei due libri precedenti. Il corpo in solitudine e connesso può essere visto come il corpo utilizzato come ganglio della rete, nel senso biopolitico dell’espressione. Il corpo ridotto a esigenze biologiche può essere oggettivato secondo le funzioni della rete. Nelle altre sezioni del libro torna una riproposta etica, soprattutto nell’ultima sezione, un’indicazione di una via di uscita dal solipsismo funzionale a una forma di controllo. Si tratta di un’opera collettiva possibile attraverso la relazione che i corpi stabiliscono tra loro. Si legge: “La dignità dell’insieme” e “manufatti di parole” da cui ripartire nel nuovo Medio Evo in cui stiamo entrando:

“il corpo ai margini del crollo d’Occidente desidera

mettere in salvo i manufatti di parole da cui un giorno

forse l’umanità potrà ripartire. così fu per l’antico

Medio Evo così è per questo nuovo: in salvo le parole

ancora potranno risuonare alla fine della prossima notte”

 

o anche:

“il corpo si protende nel primo freddo di autunno

col disagio e l’allegria del passaggio nuovo: anche lo stile

giunge alla sua saturazione e il gesto che si ripete

con la sua forma non scopre più il mondo ma conferma

un modo di dirlo e ne consolida all’infinito il senso”

 

Vi è come il passaggio dal corpo-monade al corpo-organismo, insieme sistemico di relazione, indicazione etica per uscire dal solipsismo ma “organismo” è anche il poema in sé, e quindi vi sarebbe anche un’indicazione di poetica.

Milano,16 marzo 2018 Bezzecca Lab

 


La trilogia è costituita da Le qualità, La camera verde, Roma, 2012, La curva del giorno, L’arcolaio,Forlì, 2014 e Al centro dell’inverno, L’arcolaio ,di prossima pubblicazione.

Così Angelo Petrella: “Il corpo non è la spersonalizzazione dell’io, né è la risposta sarcastica a una condizione storica: è piuttosto ciò che resta dell’individuo e del poeta, dopo un «azzeramento cartesiano» della realtà esterna e dopo una lettura fenomenologica che lo abbia spogliato degli autoinganni e delle false interpretazioni. Ma è anche l’unico tramite, non solo meramente «corporeo», per l’accesso al mondo ai fenomeni.” Da il Verri, n,64, 2017

*

il corpo ora è come se sapesse
una lingua che nessuno parla
e anche la più raffinata
espressione gli resta appiccicata
come lettera morta
muore infatti la lettera
quando non fa parola
e tutto quel dire e ridire
è comunque starsene zitti
in disparte: non è solo abitudine
che resta fuori dall’acqua
ma respiro che va e non torna

(da Le qualità, La camera verde, Roma, 2012)

*

il corpo non si pone problemi di metrica
a lui pertiene il respiro che dice ed è questo
il ritmo che non solo esprime ma anche lo fa
felice: il sapere talvolta ha questo potere
di dare al corpo vita quando gli dà coscienza
ed è qui la misura e il piacere della sua danza

(da La curva del giorno, L’arcolaio, Forlì, 2014)

*
il corpo al centro dell’inverno vede ancora più buie
le strade che portano fuori dalla città verso un’ecologia
di confine tra periferie sfigurate e il grigio negli occhi
molte vite si sbranano qui senza neanche un racconto
basta la rabbia e la tristezza basta per ogni giorno
l’abitudine e per ognuno la morte è la fine del mondo

 

(da Al centro dell’inverno, in corso si pubblicazione presso L’arcolaio, 2018)


 

Il corpo de Il poema delle qualità

La composizione della trilogia  Il poema delle qualità copre un arco di una decina di anni (2008-2017). Ma se considero le fasi precedenti che hanno portato a questa trilogia e che hanno dato vita a  Versi nuovi (1998-2001)  e Lavoro da fare (2002-2005), il tempo si raddoppia.  Si tratta di venti anni in cui ho cercato uno stile diverso rispetto a quello iperletterario della prima trilogia, diverso rispetto alle mescolanze linguistiche o di codici che ho cercato con Scribeide, Luna persciente e Fabrica

Lavoro da fare mi aveva lasciato con un compito non solo letterario ma anche esistenziale e morale: allentare la prospettiva egoica e intellettuale per considerare da una certa distanza la concretezza della mia vita, le relazioni di cui era intessuta, il contesto anche storico in cui si spendeva e di farlo soprattutto a partire dal qui e ora.

Quando ho iniziato il primo libro della Trilogia, Le qualità (2008-2011), ben presto è apparso questo protagonista, il corpo,  che si ripeterà sempre all’inizio di ogni poesia come soggetto enunciante e contemporaneamente come oggetto. Una certa condizione meditativa mi aveva permesso, nell’atto di scrittura, di provare a pormi ad una certa distanza dall’ordinario  rumore che nella mente  producono pensieri e immagini per poter concentrarmi sulle percezioni di questo corpo in relazione con il mondo circostante.

Non era solo un nuovo inizio per la mia scrittura, era anche un nuovo inizio per la mia vita, una sorta di doppio grado zero da cui ripartire. Il corpo che provavo a dire in poesia era sia sensazione, passione che pensiero, sia percezione che azione, era sia dentro che fuori ma sempre collocato in una determinata situazione e condizione. Ho detto allora della sua paura, del suo sentirsi minacciato come del suo amore per la luce e per la vita quotidiana  spesso vissuta come miracolosa.

Questo corpo a suo modo ha cantato le lodi di ciò che lo tiene in vita ogni giorno, non dando nulla per scontato e provando a sentirsi inserito in un contesto non solo urbano ma anche di civiltà, di specie e cosmico. Il sentimento della gratitudine di “essere stato invitato al banchetto” come si esprimeva Lavoro da fare, qui presiede perfino all’esplorazione del sentimento dell’odio che per quanto sia negativo è pur sempre un sentimento o una secrezione del corpo, se si vuole.

Ma è soprattutto con La curva del giorno (2011-2014) che ho esplorato poeticamente la condizione felice come passione , anche erotica, per l’immanenza e alacrità del vuoto. Si trattava di cercare una misura per il corpo e  per la sua impermanenza, trovare un modo per vivere dentro la condizione che ci tocca senza distrazione, senza spreco di tempo, intensamente. Questa prospettiva del corpo mi appariva come una concreta resistenza alle ideologie e alle propagande del sistema della comunicazione sociale.

Con  Al centro dell’inverno (2013-2017) ho sentito la storia collettiva irrompere con più forza, per il suo collasso. Il corpo non è il corpo naturale che sarebbe astrazione, il corpo è quello concreto, è il corpo continuamente connesso in rete e anestetizzato dalla compulsività del comunicare .

In questo ultimo libro ho avvertito più che altrove l’eccezionalità delle condizioni di equilibrio e la facilità con cui l’esser presenti può essere negato dal torpore, dal conflitto e dal trauma, situazioni negative non sempre legate alle singole persone ma spesso derivanti dal degrado della vita civile e culturale di questi anni. Ecco perché alla minaccia costante di opacità per le esistenze individuali fa da cornice come un venire meno della speranza collettiva nella fortuna dell’Occidente che a me appare sempre più indirizzato verso un nuovo e tecnologico Medioevo.

Se Lavoro da fare era realizzato con una lingua del monologo teatrale, dell’oratoria pensosa non priva di pathos, la trilogia Il poema delle qualità sembra giungere per abbassamento retorico a una sorta di  grado zero come modo dell’immanenza: lontano dalle retoriche dell’io psicologico-romantico e lontano dalla retorica impersonale dell’operatore di scrittura, dalla scrittura “oggettiva”. Oltre i modi sia della poesia orfica e simbolista, sia della poesia “sperimentale” della post-avanguardia o postmoderna, della mia stessa poesia della prima trilogia coeva ai lavori del Gruppo 93.

Chi scrive poesia non è più lo Scriba, protagonista della prima trilogia, versione ormai priva di aura dello scrittore nel mondo dell’estetizzazione diffusa,  ma il  Corpo, non un individuo ma un singolo alla ricerca di nuove prospettive per dare un senso alla sua vita e alla scrittura stessa.

 


 

Appunti di lavoro   sulla trilogia Il poema delle qualità per Vincenzo Frungillo

Da Le qualità (2012) a La curva del giorno (2014), ad Al centro dell’inverno (2018) un cammino dal “corpo e gli incastri”, come recita la prima sezione del primo libro a “Ai margini della speranza d’Occidente”, ultima sezione dell’ultimo libro.

Un itinerario dalla condizione di un singolo corpo, inteso spinozianamente come unità di pensiero e materia, materia animata, attraversato e plasmato dalle situazioni, alla condizione della speranza -o della sua fine- nel mondo occidentale.

Il grado zero come modo dell’immanenza: lontano dalle retoriche dell’io psicologico-romantico e lontano dalla retorica dell’operatore di scrittura, dalla scrittura “oggettiva”. Oltre i modi sia della poesia neoromantica e simbolista , sia della poesia “sperimentale” della post-avanguardia o postmoderna. Dallo Scriba, protagonista della prima trilogia al Corpo, protagonista de Il poema delle qualità.

I.

Ne Le qualità (2008-2011) il corpo come allegoria di immanenza e crocevia di relazioni non connotate psicologicamente, si presenta come “segnato da incastri”, traduzione meccanica del volto segnato dalla sofferenza di cui scrisse all’inizio Cavalcanti. Il corpo nello spazio e nel tempo, il corpo alle prese con la scrittura.

Il sentimento è sostanza che il corpo secerne, sia come odio sia come gentilezza. Liberazione dal pathos (pag.43). Questo corpo si presenta come minacciato nel suo essere (pag.64), si nega alla fusione (pag.67), in cerca di una misura (pag73), affidato ad una risonanza vitale, una vibrazione (pag.73).

Il corpo nella prospettiva del tempo è soprattutto precarietà, l’immanenza è consapevolezza dell’impermanenza. pag. 90,93. L’oblio permette la vita (pag.96)

Il corpo nel tempo si è incarnato attraverso le dimensioni del biologico dell’economico e dell’ideologico pag.97

Il corpo animato è il soggetto enunciante che al mondo sta pag.101.

La poesia “contiene”, sia in senso cognitivo che emotivo, l’acuta emergenza del corpo nel suo presente, tra gli altri corpi nel mondo pag.107

II.

Con La curva del giorno (2011-2014) questo corpo enunciante, definiti i confini della sua immanenza, al di là delle retoriche del sentimento, dell’economia e della cultura, definito il suo grado zero di scrittura, permette le mescolanze e dice il suo attraversamento del bosco.

Gli incastri non saranno più meccanici ma liquidi, vitali, attivi. Nella luce dell’immanenza il corpo dice la sua condizione felice, precaria e finita, a dispetto della mitologia del pensiero unico circolante nella comunicazione globale.

L’immanenza è precarietà costitutiva e radicale impermanenza.

Il corpo vive per questo nell’ansia e nella paura che rendono più intenso il miracolo della condizione felice. Anche il comprendere è precario pag 35.

La conoscenza biologica del corpo  riguarda soprattutto la luce  (pag.48) che collega al cosmo, la terra sotto i piedi pag.49, 58,59,66 101 e 115.

L’intensificazione del vivo pag. 64 insieme all’eliminazione dalla scrittura di ogni traccia di enfasi, verso il grado zero: questa è la presenza viva alle situazioni pag 65.

Il pensiero è godere la luce nella consapevolezza di questo grado zero dell’esistere, sapere è questo sapore pag68.

La curva del giorno è la misura del corpo, la sua cosmicità pag69.

Il corpo come immanenza è resistenza ai poteri e alle loro ideologie pag 71

Il corpo non gioca con le parole  ma tende al piacere di dimenticare sé nell’immagine e nel suono che è il senso della parola poetica pag 73

Con l’Alacrità del vuoto si perfezione la luce dell’immanenza , la scoperta del vuoto non è nichilismo ma passione della finitezza (Camus), pag 78,79

“la meta condivisa è quel pieno che ti svuota” pag 81

Consapevolezza che i pirati organizzano per sé gli stati nella sfera pubblica pag 83

Il corpo è accumulo e dispersione pag 87 mentre l’esperienza è trauma pag 90

Memoria e tradizione sono miracoli pag 98 ,102

L’alacrità del vuoto è un fare  alacre e senza tensione pag 194

La luce a cui il corpo è legato. Ancor più della trama, le intensificazioni vitali sono da ricordare pag.115

Il corpo esprime un sapere che è vitalità consapevole, la scrittura è respiro e ritmo e coinvolge il corpo nella sua danza pag 117

III.

Con Al centro dell’inverno (2013-2017) già dal  titolo del prologo la cornice è la storia: Dal collasso della storia, mentre il prologo della La curva del giorno era Attraversare il bosco e de Le qualità era L’intuizione del propizio.

Nel prologo si dice della condizione del corpo connesso tra virtualità e realtà, corpo terminale di messaggi.

La sezione Tra i due lembi della notte continua la condizione felice dell’immanenza de La curva del giorno, anche se sullo sfondo di un mondo in cui la partita “è persa”.

La condizione felice è ancora poter  dissipare i confini nell’ alacrità del vuoto.

Con Umido e luce appare il freddo e il male della storia che preme.

Momenti di disgregazione interna pag 74,106. La sovranità del corpo è insieme alla sua precarietà pag 78 La fine dell’Occidente possibile per disuguaglianze e oligarchie pag 80. La condizione felice o pace inquieta nel tempo del crollo d’Occidente pag 92

Il dire poetico è significare il  mondo non descriverlo o raccontarlo che ‘il senso si dice e si misura nell’ascolto di chi resta” pag 93.

I molti cantori oggi producono silenzio pag94

Si tratta di raccogliere manufatti di parole per il prossimo Medioevo, pag 100, 107,113.

La rivolta sarebbe un prodigio 102,

L’Occidente è uno stagno 105

E’ stagion di doler tanto (Guittone d’Arezzo) 109.

Tempo non è storia ma tensione e intensità dell’ora 112

Sullo sfondo il nero, il dire è sogno di ritmo, piacere e presenza, di poco fare un mondo attraverso la forma dell’arte, fare del giorno cielo. (senso e speranza per l’umano) pag 115

Andrea Inglese a Perché i poeti?

Rassegna a cura di Biagio Cepollaro.

Interventi di Giorgio Mascitelli e Italo Testa.

Bezzecca Lab, Milano, 18 gennaio 2018

Una sorta di rubrica che sto curando per il blog Nazione indiana ha l’obiettivo di suggerire delle auto-antologie poetiche. Il poeta viene invitato a ripercorrere il tragitto compiuto e a riflettere su questo percorso dedicando a ciò una pagina di annotazioni. E’ l’autore stesso che scrive la sua storia e l’intervento dall’esterno è ridotto al minimo. Questa richiesta di riflessione necessaria all’auto-presentazione  mi pare che vada in direzione opposta al flusso della rete che per sua natura tenderebbe a non coagulare, fermare, riflettere ma, al contrario, a costituire un continuum di informazioni senza soluzioni di continuità.

Queste auto-antologie vorrebbero opporsi a questa dispersione o disseminazione più o meno euforica che la rete sembra esprimere. Spero che in questo modo si possa dare un’idea della produzione di poeti giunti ad una prima piena maturità letteraria. Questa iniziativa vuole contribuire, in questo caso solo sulla rete, ad offrire un rallentamento riflessivo, in parte correttivo, alla tendenza entropica della diffusione attuale della poesia.

Fin qui sono stati invitati Francesco Tomada, Vincenzo Frungillo, Francesco Filìa, Viola Amarelli, Eugenio Lucrezi, Renata Morresi , Gianni Montieri e, a breve, apparirà l’auto antologia di Italo Testa. Questo è anche un modo, sia pure in minima parte, di restituire alla poesia quella funzione riflessiva, intellettuale e critica che per lo più in questi anni, forse per troppa ricchezza di offerta creativa, sembrerebbe quasi perduta.

2018

Italo Testa.

Proposta di lettura di Biagio Cepollaro

2018

(da: Biometrie, Manni, 2005)

Scandire il tempo

 

Devi intonare la litania dei corpi

di quelli esposti nel riverbero dei fari

di quelli accolti nel marmo degli ossari

 

devi orientarti per i tracciati amorfi

tra le scansie dei centri commerciali

scandire il tempo di giorni disuguali

 

devi adattarti al ritmo delle sirene

lasciare i ripari, esporti agli urti

abbandonarti al canto degli antifurti

 

trasalire nel lucore delle merci

cullarti al flusso lieve dei carrelli

sognare animali e corpi a brandelli

 

devi nutrirti di organi e feticci

profilare di lattice ogni fessura

pagare il conto e ripulire con cura

 

recitare il rosario dei volti assenti

svuotare gli occhi, ritagliare le bocche

aderire alla carne e schioccare le nocche.

 

Già in questa poesia del 2005 si presenta, quasi come un programma, il lavoro di Italo Testa. Un lavoro teso a trattare la poesia come forse avrebbe voluto il Musil de La conoscenza del poeta, scritto nei primi anni del 900. Qui veniva sottolineata l’idea che il poeta, a differenza dello scienziato, non coglie mai il generale ma sempre il singolare, la singolarità e l’eccezione. Mi pare che Testa si affidi questo compito attraverso un metodo che non è soltanto formale e di scrittura ma è anche un metodo esistenziale, una sorta di resa per la conoscenza, resa alla condizione in cui si è posti dalla storia. Pur nella consapevolezza dell’artificialità di questa condizione, si assume il compito di fare di questa condizione che non può essere mutata facilmente, un luogo di conoscenza attraverso la resa. Una resa psicologica ma non intellettuale, nel senso che la conoscenza continua a penetrare l’esistenza, continua  a interrogare l’esistenza come se tutto fosse ancora da comprendere. E in realtà è come se si fosse compreso l’insieme ma i singoli momenti della vita restano ancora tutti da vivere, da vedere. Questo è il secondo tema importante: la visione. La poesia per Testa è immagine anche quando è ritmo. L’immagine è ciò che appare, è ciò che viene inseguito da lui, l’immagine è la luce dell’apparenza, è il senso dell’apparenza. L’immagine è anche ciò che ci è dato, non solo ciò che viene posto indipendentemente da noi ma anche ciò che ci viene donato e il dono viene prodotto dall’arte. C’è una strana combinazione tra necessità e libertà. Si è necessitati in un contesto di alienazione (urbana, industriale, post-industriale) eppure questa necessità lascia degli ambiti di libertà. Da Mattinale in La divisione della gioia del 2010

mattinale

 I

fincantieri, 3 a.m.

 

tre del mattino. le pale meccaniche

ritagliano in campi blu la notte:

 

alle fermate d’autobus lo sterno

s’alza, s’abbassa, segue un suo ritmo

 

sordo, illuminato dal bagliore

del gas che avvampa sui cantieri.

 

quelle sugli angoli, cui il passante

ieri ha venduto la sua innocenza

 

fissano immobilizzate i fari

tra i container nudi sullo spiazzo.

 

senza appetito potrà cibarsi

l’automobilista insonne al chiosco

 

dove un ago ti cala sulla lingua

se non attacchi la vita a morsi:

 

e con la luce che irrompe sui viali

sciama il disgusto, e può avvicinarsi

 

il tuo fiato a quello degli altri

che affilano i talloni contro i pali

 

uguali, sempre, sotto queste spoglie

alle poiane in agguato sulle valli,

 

le utilitarie sfrecciano e ghermiscono,

depositano le ossa tra le foglie:

 

tre del mattino, le pale meccaniche

fendono ancora la notte, e immobile

 

l’airone acquattato sugli scogli

sogna la preda tra le salicornie:

 

Qui troviamo sullo stesso piano l’elemento biologico e quello artificiale, meccanico. Ormai questa seconda natura ha reso omogenee le condizioni in cui si vive. Un solo sguardo trapassa da un piano all’altro nell’omogeneità dei richiami sonori. E in un certo senso questo rapporto tra superficie e apparenza, tra organico e meccanico ci riporta anche al pittore Hopper, significativo riferimento per Testa. Si tratta della verità non come simbolo ma come immagine e immagine non santificata, ma ordinaria, come il raggio di luce su di una casa per Hopper. Questo è il vero mistero, il vero fascino percettivo della realtà così come appare. Dunque c’è una rivolta sotterranea, silenziosa che non è ideologica, è senza alterità immaginata alla situazione, la rivolta avviene in modo estetico. Viene presentato ciò che uccide: il feticcio come mondo. E’ il presupposto questo di una rivolta ma anche il modo per abitarlo, questo mondo. Perché la dimensione artistica coglie la singolarità di cui si diceva. La dimensione artistica è anche il luogo in cui il nostro personale tempo viene espresso mentre si consuma. Nel 2004 nell’esordio de Gli aspri inganni aveva dichiarato programmaticamente: “Tu al bianco devi cedere, muto / aderire all’indifferenza delle cose”. Questa adesione, questa sorta di senso della terra, terra ormai alienata, deforme questo senso di aderenza alle cose non è nient’altro che aderenza sensibile, sensoriale, percettiva all’indifferenza delle cose. Questa aderenza è un modo per giungere ad una sorta di totalità orizzontale del senso.

 

2018