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Biagio Cepollaro, Lavoro da fare (2002-2005), Dot. com Press, Milano 2017.

Dal 2006 in rete come e-book, tra i primi in Italia ora cartaceo grazie all’editore Fabrizio Bianchi.

Vi è una pagina del sito http://www.cepollaro.it/LavFare/LavFar.htm#LAVORO DA FARE

dedicata dove si può anche ascoltare la lettura integrale del poema in mp3:

http://www.cepollaro.it/LavFare/lavoro_da_fare_in_mp3.htm

Le letture critiche su Lavoro da fare raccolte nel 2006 sono qui

 


Eugenio Lucrezi

Una parola lunga come dura la vita. Il “lavoro da fare” di Biagio Cepollaro.

È uscito, per iniziativa dell’editore Fabrizio Bianchi, direttore della Dot.com Press Poesia, un libro di carta intitolato Lavoro da fare, corredato da un saggio di Andrea Inglese (intitolato Alla ricerca di una possibile concretezza) e da un’appendice recante uno scritto di Giuliano Mesa, una corrispondenza dello stesso con l’autore e una riflessione critica di Florinda Fusco. Quest’ultima aveva scritto, undici anni fa, la postfazione del libro al tempo della sua prima pubblicazione, che avvenne in formato e-book in una delle prime collane di poesia italiana in PDF che il nostro paese ricorda, autoprodotta da Cepollaro e da lui curata insieme ad una pluralità di autori quali la stessa Fusco, Francesca Genti, Marco Giovenale, Andrea Inglese, Giorgio Mascitelli, Giuliano Mesa e Massimo Sannelli.

In un altro e-book uscito nella stessa collana vennero a suo tempo raccolti alcuni dei non pochi contributi critici che quell’uscita accompagnarono; questo libro cartaceo è stato dunque già letto, più che adeguatamente; la gratuità del regalo di Bianchi riporta dunque il lettore di poesia indietro nel tempo, ad altezza degli anni (2002 – 2005) immediatamente successivi alla svolta di Versi nuovi (Oèdipus 2004, scritto però tra il 1998 e il 2001); al periodo, pertanto, intermedio tra la progettualità “giovanile” dell’autore e i percorsi successivi. Tale riconduzione non appare inutile, come accade tutte le volte che si rileggono testi nutrienti, scritti per non bastare a se stessi.

La primissima presentazione al pubblico di questa versione cartacea è avvenuta a Napoli, presso la libreria “Evaluna” di Lia Polcari, sabato 21 marzo: insieme all’organizzatrice Viola Amarelli e all’autore, che ha letto, era presente, oltre a chi scrive, Angelo Petrella, uno scrittore e critico il quale, essendo attualmente impegnato in un lavoro di riconsiderazione complessiva del lavoro di Biagio, ha detto cose assai interessanti. Le svelte considerazioni che seguono derivano da appunti da me approntati per tale occasione; li porgo a Perigeon, per così dire, in bella copia, aumentati di qualche approfondimento che integra il discorso intrapreso in libreria e arricchisce il dialogo, che dura ormai da tempo, con l’autore e il correlatore. Il testo che qui si legge è dunque un testo nuovo, come sempre succede, per fortuna, scrivendo dopo essere stati a ragionare assieme ad altri.

Il lavoro artistico di Cepollaro, visto nel suo complesso, consiste nella fabbricazione di un vasto sistema poematico che attraversa il tempo in un tragitto, a questo punto certo, che dalla complessità si inoltra sempre più in direzione della spoliazione del racconto figurale e dunque della semplicità del dettato. Il suo, come dice un verso di questo libro, è un poema «solo di una parola / lunga come dura la nostra vita»: parte, con la trilogia De requie et natura (1985 -1997: da Scribeide a Fabrica, passando per Luna persciente), utilizzando il linguaggio artificioso per raccontare la natura artificiale dei paesaggi umani del suo tempo e le deformazioni percettive che induce. La lingua viene deformata per forza, nel senso che l’intenzione realistica (politica) del racconto non può che farsi linguaggio petroso ed ostile (Guglielmi) se di quelle deformazioni vuol dar conto, non può che evidenziare il dettato attraverso la complicazione del verso (Lorenzini). Il risultato è un “pastiche idiolettico” inventato e adottato ad efficace contrasto dell’estetizzazione di massa con la quale si fa bella la società postmoderna.

Ma già in Fabrica, che esce per Zona nel 2002, viene rilevato (Mesa) che Cepollaro, avendo preso atto della crisi radicale dell’avanguardia, si sgancia dalle punte aguzze dell’espressivismo, lascia la matericità del linguaggio e si avvia a saggiare il concreto dell’umana esistenza. Si tratta, a dirla in breve, di fare la conta dei danni inferti e subiti, di misurare i perimetri del cortocircuito innescato dall’irreversibilità dei processi di antropizzazione dell’intera natura avviati dalla civiltà occidentale fin dai suoi albori: civiltà che, nel mondo a propria immagine ridotto, trova oggi, piuttosto che l’estasi rispecchiante di un compimento, le ragioni ineludibili di un impazzimento. Ché anche l’uso dei superlinguaggi delle arti può star lì a sancire la mutazione disperata della specie sapiens sapiens., che si è ritrovata (ecco il cortocircuito) ad aver fatto da innesco e insieme, alla fine, da bersaglio della mutazione stessa.

In Versi nuovi (Oèdipus 2004), che Giulia Niccolai definisce esercizi di silenzio e di ascolto, la conversione si compie e l’atteggiamento (Inglese, Mesa) si fa meditativo, devozionale nei confronti della humilitas inerme della creatura. La forma vera – scrive a ragione Giuliano Mesa nella prefazione del libro – è quella della voce esteriore. Ed è un bel salto, per uno cresciuto nella culla dell’avanguardia come Cepollaro, quello dal veleno contaminato dei codici al tepore e agli affanni del fiato.

È questo il passaggio dalla lingua pensata alla lingua parlata, dal linguaggio quale forgia dell’intelligenza astratta alla sostanza relazionale e dialogica del discorso, al logos nell’accezione che gli vuole dare Aristotele nella Retorica, dove l’“umano” trova qualifica di vivente che ha il logos: che non è, appunto, Ragione, non Linguaggio, ma concreto parlarsi dei viventi gli uni con gli altri, e dunque innanzitutto funzione dell’ascolto, degli altri e del sé. Terreno del discorrere tra umani è l’agorà, ambito dei suoi svolgimenti è la doxa-opinione, entità in divenire perenne che è discorso dei discorsi, laboratorio e insieme punto di partenza e di arrivo di una convivenza che non è più ferina lotta di sopraffazione, di dominio del territorio.

Cepollaro non può non avere meditato sulla Retorica, in particolare sui passaggi che individuano nelle passioni − nella paura, in primis− l’effettivo motore che induce l’umano al discorso: non si tratta di stati psichici ma di tonalità emotive del corpo; non sono acquisizioni ultime dell’evoluzione ma retaggi ancestrali. C’è molto più Jung che Freud in questa visione (aristotelica; classica; antichissima) che riconosce nelle passioni i fondamenti “biologali” (Zanzotto) dell’essere nel mondo a confronto coi simili: ed eccoci a Lavoro da fare, che comincia − ha rilevato Mascitelli − con la descrizione di un attacco di panico. Rivolgendosi a un tu che si può leggere come un , lo scrivente sa che deve scrivere per scampare. A cosa? Innanzitutto ad una condizione di vita costretta nell’immobilismo difensivo: fare il morto per paura della morte. Lo scampo consiste invece (Inglese) nel lavoro di liberazione dalle afflizioni della mente: la paura, passione ancestrale, fa scattare l’atteggiamento logoico di cui si diceva, che si rivolge al corpo; è il corpo che sente «il cappio al collo» e va salvato. Il lavoro da fare è fare anima, frequentare la folla dei demoni, che va ammaestrata così come la folla di presenze in carne e ossa che ci sta intorno nell’agorà: entrambe ci circondano e ci fanno paura, entrambe sono entità vociferanti con cui lottare per non essere sopraffatti. La paura ci ha snidati, l’anima si fa avanti e si muove insieme al corpo con cui fa tutt’uno. Questo rivolgimento all’esterno, doloroso come uno svisceramento, ci mostra che nessuna presenza esterna ci protegge dall’alto. La fede, che è fiducia in un padre benevolo cui consegnarsi ad occhi chiusi nel nudo della nostra inermità, non c’è più, ed occorre cercare altri appigli. Quando si è giovani – ci dicono questi versi –si cerca in molte direzioni, il più delle volte a casaccio. Nel «meriggio della vita», invece, l’esperienza della sofferenza indica percorsi più individuati, e il dedalo ubriacante delle possibilità arretra, sullo scenario degli spazi esterni.

Cepollaro con questa scrittura ci cammina e ci corre. I suoi versi si flettono sulla carne del corpo così come l’archetto di un violino sulle corde vibranti e sul corpo di legno che dà loro sostegno: ma il canto di una voce sola non basta a se stesso, porta indietro nel tempo fino allo spossessamento dell’ego, che si ritrova voce insufficiente in una pluralità di suoni; noi non siamo nostri, il canto trova casa in un coro stridente e disarmonico, antico nella sfigurata origine dove il giorno e la notte, nell’avvicendarsi, si contrastano. È il regno della paura, dove i versi smettono di camminare e si mettono a correre per non dare requie al cadavere che si portano addosso; correre all’indietro fino all’animale: più s’invecchia, più si è vicini all’origine, l’animale e il puer hanno la stessa faccia.

Abbiamo detto che in questo libro il logos non è intelletto e che il pathos non è affetto. La duplice rinuncia all’esercizio intelligente della forma e alle scorciatoie illusoriamente salvifiche della psicologia lascia intravedere un’altra via, dimenticata dalla modernità (e potentemente classica): la via di una salute più piena consiste nell’avvicinare la follia, capace di aprire usci di cui avevamo da tempo smarrito le chiavi: aperti i quali, è possibile che un «senso buono» tolga forza alla paura e dia accesso al vivere. Si tratta di smettere di galleggiare per intraprendere la navigazione che ci porta a fare pace con le nostre miserie. E non è un caso che solo a questo punto del libro (siamo all’altezza della V parte del poema, che si articola in otto lasse, forse canti) fa capolino, nei versi, il “linguaggio artificioso”: linguaggio che solo dopo che lo scrivente ha iniziato a fare i conti con le parti malate del sé riesce a generare significati per forza sua propria, attraverso figure propriamente sue.

Ad acque ormai mosse, anche i richiami all’antico, al mitologico e al fantastico si animano, lasciano le quinte gelide della spettralità e trovano energia per invenzioni nuove; come accade nel racconto “rovesciato” della Ifigenia in Aulide e nelle narrazioni, veramente potenti, dei primi cristiani che pregano nei luoghi nascosti del loro culto cantando il puro senso di una parola divina che è anch’essa arretramento all’origine della significazione.

La poesia, alla fine del poema, non esiste più. Resta la consapevolezza di un trascorrere finalmente vivido in un mondo che non ha più racconto; resta una parola lunga come la vita; resta il lavoro da fare: giungere alla porta del ritorno e della restituzione.

(la recensione è apparsa la prima volta su Perigeion, il 27 marzo 2017)

 


Presentazione a Milano, Libreria Popolare di via Tadino, 24 marzo 2017.  Intervengono: Giulia Niccolai, Italo Testa e Giorgio Mascitelli. Registrazione audio.

 

 

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Presentazione a Napoli, 11 marzo 2017, Evaluna, Piazza Bellini 72.

A cura di Viola Amarelli , presentano Eugenio Lucrezi e Angelo Petrella.

 

Registrazione audio della presentazione di Lavoro da fare di Biagio Cepollaro.

La conversazione è avvenuta a Napoli, libreria Cafè Evaluna, l’11 marzo 2017, a cura di Viola Amarelli. A parlare sono due relatori: Eugenio Lucrezi e Angelo Petrella. Sono stati letti dall’autore il canto II, V e VII del poema. Lavoro da fare (2002-2005) dal 2006 in rete come uno dei primi e-book di poesia in Italia, dal 2017 è cartaceo grazie all’interessamento dell’editore Fabrizio Bianchi e della Dot.com Press. Il logo sulla copertina della farfalla si riferisce al blog Perigeion che con questo libro cominciano a costruire una specifica collana all’interno delle edizioni Dot.com Press.

 

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Da sinistra: Angelo Petrella, Eugenio Lucrezi e Biagio Cepollaro

 

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Intervento di Angelo Petrella

Credo sia un bene che questo libro, Lavoro da fare (2002-2005), in ebook dal 2006, sia uscito in cartaceo ora, un bene per chi deve interpretare. Lo si capisce meglio se prima si è attraversato il bosco della seconda trilogia (Le qualità, La Camera verde, Roma, 2012) , La Curva del giorno (L’arcolaio, Forlì,2014) e Il centro dell’inverno,(inedito). Lavoro da fare corrisponde ad una svolta, ad un momento di riflessione, di abbandono della scena pubblica e del lavoro in riviste come Baldus e coincide con la chiusura del Gruppo 93 che si scioglie programmaticamente nel 1993. Il rapporto dialettico da stabilire è tra Lavoro da fare (2002-2005) e Versi nuovi,(1998-2001, uscito nel 2004  da Oedipus) immediatamente precedente, perché in entrambi i libri, senza preavviso, la poesia di Biagio passa da un alto grado di sperimentazione e di possibilità di lettura multilivello al suo grado zero, direttamente, senza passare per stadi intermedi.

Anche l’ultimo libro della prima trilogia, Fabrica (1993-1997, edito da Zona nel 2002) era ancora ancorato alle dinamiche proprie della post-avanguardia  che si riassumono nella domanda: “come comunicare dopo l’esaurimento del dicibile, del contrastabile, operato dalle avanguardie?”. L’idea elaborata da Biagio e accolta nell’ambito di Baldus e del Gruppo 93 di “postmodernismo critico” era una risposta a questa domanda, attraverso la pratica, nel suo caso, del pastiche idiolettico, del citazionismo di marca benjaminiana, delle pratiche di montaggio etc etc. Si trattava di ricostruire un discorso critico, stabilire un contatto critico con il lettore , sapendo che ormai agire sul linguaggio poetico non voleva dire agire direttamente sull’ideologia, come pensava Sanguineti. Le tecniche di costruzione poetica provavano a stabilire un contatto anche se negli anni ’90 il boom dell’editoria e di internet rendono già impossibile orientarsi, svanendo anche la funzione del critico militante. Da tale altissimo livello di sperimentazione bachtiniana veder passare al grado zero di Lavoro da fare e prima di Versi nuovi, è stato all’inizio per me poco comprensibile. Quasi scioccante fu per me la lettura di Versi nuovi. Retrospettivamente ho compreso attraverso la seconda trilogia ciò era stato realizzato in questi due libri con il loro grado zero. Ma già Lavoro da fare , già dal titolo, programmaticamente allude a ciò che era “da fare” per superare l’impasse tipico della modernità.

Ma cos’è esattamente questo grado zero? Non è certamente il grado zero del minimalismo. Non è neosentimentalismo, né neorealismo. Non è un tipo di poesia che ha la presunzione di nominare direttamente le cose in maniera oggettiva o oggettuale magari per liberarsene. No, secondo me, questo grado zero è il frutto di una grande dialettica, di un grande ragionamento che sta nel fondo. Mi sono permesso di azzardare un’ipotesi teorica su questo passaggio. Perché ho citato la seconda trilogia per parlare di questo libro? Biagio ha lasciato degli indizi nel secondo libro della trilogia, La curva del giorno 2011-2014, i titoli delle sezioni sono programmatici: “Attraversare il bosco”, “La luce dell’immanenza”, “L’alacrità del vuoto”. Esistono termini più heideggeriani e taoisti di questi? Heidegger aveva costituito un terminus contra quem per tutti gli anni ’80. In alcuni saggi si ritrovavano tracce ironiche di Biagio, ad esempio un titolo come questo: “Perché i poeti nel tempo del talk show?” (in Remo Cesarani,Trent’anni dopo, una convitata di pietra di nome Avanguardia, il Manìfesto, aprile 1993) Heidegger era visto come la facile fuga nello spiritualismo o neoermetismo  realizzata da alcuni poeti. Perché allora viene recuperato adesso? Perché secondo la mia interpretazione il suo lavoro sull’ontologia consente a Biagio di recuperare l’ultima forma resistenziale  dell’esercizio del pensiero, la differenza ontologica fondamentale in Essere e tempo. l’essere come qualcosa in cui siamo già gettati ma su cui non si può dire, che si può esperire come evento senza mai poterlo dire del tutto.

In Lavoro da fare accade qualcosa del genere. Le aeree semantiche più presenti sono quelle che riguardano la mente, l’apertura, il pensiero paradossalmente in contraltare al corpo. Paradosso apparente perché la corporeità di cui Biagio parla non è più la corporeità del materialismo degli anni ’90, il corpo inteso in senso rabelaisiano, come comico, come basso-materiale ma non è più nemmeno il corpo allegorico, della corporeità assoggettata al capitale, all’industria etc etc. Qui il corpo è semplice- presenza, il semplice tramite che il sé ha per fare la propria esperienza del mondo, del presente. Heidegger è soltanto un tramite per toccare quei temi tanto cari al taoismo e anche al buddismo zen. Ciò che dico si basa sulla fonte costituita da Notizie autobiografiche reperibili sul suo sito dove si parla dei rapporti con Adriano Spatola ma soprattutto con Giulia Niccolai già negli anni ’90 e Giulia, oltre ad essere una poetessa è anche una monaca buddista. Qui viene detto che la stesura delle qualità , almeno delle prime, erano preceduta da esercizi di meditazione. Da qui la misura breve, l’accensione improvvisa di quei componimenti, come se fossero dei koan buddisti. Secondo me è a questi temi che vanno riferite le idee del vuoto e del cominciamento molto presenti anche in Lavoro da fare.

Dunque Heidegger attraverso il buddismo. Per giungere a cosa? Il suo lavoro non dimentica mai da dove è partito: se è vero che con gli inizi degli anni ’90 dopo che le avanguardie pare che abbiano distrutto tutto e che anche l’esperienza del Gruppo 93 si sia rivelata infruttuosa perché non ha consentito uno sfondamento, un nuovo dialogo con il lettore, proprio dalla fine degli anni ’90 nessuno la legge la poesia, e lo dico provocatoriamente.

E allora che fare? Come fare poesia? Quale poteva essere un ulteriore modo di fare poesia? Differentemente da Sanguineti che si rifugia nel crepuscolarismo o, nei momenti alti, nelle Ballate, nella poesia didattica, moralistica, l’unico modo era interrogarsi sulle possibilità stesse del pensiero e quindi anche sulla possibilità di fare poesia. Come diceva Eugenio Lucrezi, fare poesia è esercizio di logos, nella versione della poesia di ricerca, sperimentale. Recuperare questa interrogazione sul presente, sulla possibilità stessa della poesia. E’ il punto di partenza per i poeti che verranno, è questo che ha aperto che ha dato Biagio. Capire le possibilità che il presente offre anche se non si intravede ancora una risposta. Il lavoro da fare è continuare a interrogarsi sulle possibilità stesse della poesia. In tale contesto il tema del corpo è reiterato in tutta la seconda trilogia, la parola “corpo” è all’inizio di ogni componimento. In questo modo gli ultimi libri della seconda trilogia si ricollegano agli esordi, a Le parole di Eliodora del 1984. Qui il corpo era riferito alla poesia latina classica e a Nietzsche, era il corpo erotico. Un tragitto da Nietzsche a Heidegger con la scimmia del logos che compare in un punto di Lavoro da fare di cui liberarsi. Ora sono curioso, dato che ho potuto leggere in anteprima l’ultimo libro ancora inedito della trilogia, Al centro dell’inverno, su cosa Biagio lavorerà. Cosa farà dopo.

 

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Intervento di Eugenio Lucrezi

Questo libro esce in pdf più di dieci anni fa in una collana di ebook curata da Biagio con dei co-curatori. Già dieci anni fa fu accompagnato da diverse scritture critiche e da diverse riflessioni di compagni di strada. Biagio ha esordito più di 30 anni fa lavorando sempre a contatto stretto con altri poeti e critici. Ha sempre creduto che il lavoro intellettuale vada condotto nel confronto e nel dialogo. Ed è proprio il dialogo un tema centrale della sua poetica. Comincia dopo il primo libro dell’84 a progettare una prima trilogia. A quei tempi lavora prima nella redazione di Altri Termini poi, con dei compagni di strada che sono stati Mariano Baino e Lello Voce, fonda Baldus che si trova per qualche anno al centro delle iniziative culturali di quello che fu il Gruppo 93.

A quei tempi la sua progettualità si fondava su una scrittura “artificiosa”  che chiamava pastiche idiolettico che partiva dai duecenteschi, da Jacopone e Dante petroso e l’intenzione stilistica sua era quella di confrontarsi attraverso l’artificiosità dei linguaggio con l’artificiosità dei paesaggi umani.

L’intenzione stilistica era contrastare l’estetizzazione di massa che si diffonderà sempre di più, attraverso la deformazione linguistica. Guido Gugliemi parlava di un atto ostile nei confronti dell’estetizzazione di massa. Si trattava di complicare il verso, come scrisse Niva Lorenzini. Questo tipo di progettualità copre i tre libri che vanno da Scribeide (la cui stesura dura dall’85 all’89) fino a Fabrica (la cui stesura dura dal 1993 al 1997), ma già all’altezza di Fabrica, come rileva Giuliano Mesa che accompagna il suo lavoro con scambi frequenti e fraterni, già allora si passa dalla progettualità linguistica ad un tragitto che va dall’astrattezza del lavoro sulla matericità del linguaggio, dalla progettualità di deformazione linguistica al piano del confronto con la corporeità.

Si lascia la pura progettualità linguistica che era stata al centro della riflessione delle avanguardie storiche e anche della neoavanguardia, come del Gruppo 93, anche se l’intenzione critica era già non solo linguistica. Si passa dal progetto al tragitto. L’innovazione critica delle avanguardie si avvicina molto a quella che è l’estetica del capitalismo stesso, purtroppo. Allora  sia Mesa sia Inglese notano una sorta di conversione non in senso religioso ma dall’astrattezza della ricerca linguistica in direzione dialogica. Al centro di questa svolta credo ci sia la rivalutazione del logos nel senso dato al termine da Aristotele nella Retorica,  come prerogativa di quel vivente che è l’uomo che ha un’attitudine dialogica , il logos. Tale logos diventerà a cavallo del secolo e del millennio il terreno di pratica della poesia.  Questa sarà la caratteristica di Biagio: l’attitudine dialogica con se stesso e con gli altri, da Versi nuovi a Lavoro da fare fino alla seconda trilogia di cui conosciamo le prime due opere e un’anticipazione della terza. Il terreno di pratica di questa dialogicità, così come dice, Aristotele è il discorso condiviso, la doxa, il motore di questo discorrere sono proprio le passioni, la principale delle quali è la paura.

Non per caso Lavoro da fare comincia con quello che Mascitelli chiama la descrizione e il racconto di un attacco di panico ed è così. L’importante però, la principale passione, la paura e l’angoscia non sono attributi della psiche ma sono il carattere principale del corpo.  Sembra essere il sentimento dell’angoscia che tutti gli psicologismi prima romantici e poi caratteristici delle scienze psicoanalitiche, sono altro, sono l’attributo di base della corporeità che usa queste antenne proprio nel dialogare, sono il motore della dialogicità, dell’utilizzo del logos .

Questa cosa la dici nei tuoi versi: la paura, il pathos non è di pertinenza psicologica , come dici che il logos non è intelligenza e il linguaggio nella sua astrattezza ma è dialogo con se stessi e con gli altri.  La conversione dall’intelletto come logos che agisce sul linguaggio al logos come terreno dialogico, il percorso poetico suo dalla matericità linguistica alla concretezza dell’esistenza, è il principale degli snodi della sua poesia che è stata improntata comunque al confronto serratissimo tra l’esistenza e il fare poesia.

Il lavoro che Biagio fa come dice Inglese è spostare l’attività su di un piano di contrasto delle afflizioni. Questa libro è una partitura musicale vi sono delle parti in cui mostra come il canto percorribile monodico perda di significato perché porta per arretramento a delle coralità che perdono il fondamento dell’armonia per sprofondare in quella vociferazione dell’origine che è spesso disarmonica, che spesso è stridente, viene detto “stridio” in un punto.

Per Biagio  il poeta giovane, l’intellettuale giovane si estroflette molto , cerca in mille direzioni, dimenticando però la dialogicità senza cui non può esserci un discorso anche poetico o filosofico e più in generale di critica della realtà. Poi con l’esperienza si è certe volte capaci di recuperare questa dimensione, di portarsi quindi dall’astrazione alla concretezza.

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