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Su piattaforma Splinder – che oggi non esiste più- nel giugno del 2003 iniziai a lavorare per il blog Poesia da fare che durò, su quella piattaforma, fino al 2008. Si trattava di uno dei primissimi blog di poesia in Italia. Per me che provenivo dalle riviste cartacee a partire almeno dalla metà degli anni ’80 (Baldus, Campo, Altri Termini, Symbola, per citarne qualcuna),non mi sembrava vero di poter realizzare con tale facilità l’intero ciclo: dall’ ideazione del menabò alla circolazione. Fu un blog né individuale né collettivo, fu ‘corale’.

La sedimentazione del flusso del blog si trova ora fondamentalmente sul mio sito-archivio www.cepollaro.it, raccolta in pdf, sotto il nome di Rivista Poesia da fare (2005-2007). i cui Indici sono reperibili qui

Ulteriore selezione è stata operata per la composizione dei Quaderni di Poesia da fare (2003-2007).  Si tratta di dieci quaderni di cui qui comunico i link e gli indici nel dettaglio.

Via via che si renderà  necessario ripubblicare scritti non compresi nei Quaderni, o nella Rivista, li posterò su questa pagina dedicata dell’attuale blog Poesia da fare, attivo dal 30 aprile 2012.

Biagio Cepollaro

 

miniBlog

 

INDICI E LINK DEI QUADERNI DI POESIA DA FARE (2003-2007)

Quaderno I 2003

Francesca Genti   La mia parte costruttiva     pag 3

Massimo Rizzante Undici pensieri sulla critica e cinque domande sul romanzo, 1. pag. 4

Massimo Rizzante Undici pensieri sulla critica e cinque domande sul romanzo,2-6. pag .5

Massimo Rizzante Undici pensieri sulla critica e cinque domande sul romanzo,7-11. pag. 6

Massimo Rizzante  5 domande sul romanzo     pag. 7

Massimo Rizzante  Sette note a venire pag. 7

Giorgio Mascitelli    Disfide  pag. 10

Andrea Inglese.   Retrovisioni  pag. 13

Andrea inglese  L’a posto pag. 14

Pino Tripodi ( a cura di )   Architetto del sogno pag. 14

Pino Tripodi ( a cura di )   I genitori non capiscono. Mai. pag. 17

Francesca Genti   Ogni bambina      pag. 19

 

Blog-pensieri non-collaborazionisti   Biagio Cepollaro  pag. 20

 


 

Quaderno II 2003

Rosaria Lo Russo:  Rimasuglio pag. 3

Gianluca Gigliozzi:  Trittico della percezione pag. 4

Andrea Raos    da: Aspettami, dici  pag. 7

Marco Giovenale    da: Il segno meno pag. 9

Anna Lamberti-Bocconi:  L’energia si alimenta …pag. 9

Andrea Amerio  da: Olimpo dei fiammiferi pag. 10

Francesca Tini Brunozzi   Si avvolge dentro…  pag. 11

Biagio Cepollaro    da: La poesia: Vale! pag. 12

Francesco Forlani   da: Titoli di coda pag. 19

Massimo Sannelli da: Saggio familiare pag. 24

Blog-pensieri non-collaborazionisti   Biagio Cepollaro  pag. 25

 


 

Quaderno III, 2004

Vincenzo Bagnoli:  Eridano, Il cielo cosa dice,Il cane di Ivan Graziani, pag. 2

Biagio Cepollaro: da Lavoro da fare, VII, pag.3

Michele Zaffarano: da Rimedi insufficienti all’intento, pag.6

da: Le ragazze sono più dialoganti, pag.8

Sergio La chiusa, da: Il superfluo, pag. 10

da: Tapis roulant, pag.12

da: L’occhio della gazza pag. 14

Marco Giovenale, lo specchio piegato, pag.15

Gherado Bortolotti da: Canopo, pag.16

Florinda Fusco, L’Inno di thèrése, pag. 18

Biagio Cepollaro, da: Versi Nuovi, Per ogni giorno, pag. 20

Gherarardo Bortolotti, Realismo potenziale, pag.23

Pino Tripodi, da Vivere malgrado la vita: La fine infinita, pag.24

L’attimo del diavolo, pag.31

Guido Caserza, Nuove bolge, pag.34

Blog-pensieri non-collaborazionisti   Biagio Cepollaro  pag. 37

 


IV Quaderno, dicembre, 2004

Antonella Anedda, da Il catalogo della gioia

Cecilia Bello Minciacchi, Su Andrea Inglese:, Per una poesia dell’appercezione e della responsabilità etica.

Sergio Beltramo, da: Poesie scelte e dialoghi metafisicali

Gherardo Bortolotti, Città divisibili 1. Tamara

Alessandro Broggi, da: ‘Quaderni aperti’

Biagio Cepollaro: su Adriano Spatola, La prossima malattia, 1971

su Pino Tripodi, Vivere malgrado la vita

Carlo Dentali, L’oscillazione elettorale

Luigi Di Ruscio, da: Le streghe s’arrotano le dentiere, 1966

T.S.Eliot, Morning at the window, trad. Marco Giovenale

Francesco Forlani, Divinitad; Esili narranti

Andrea Inglese, poesie

Sergio La Chiusa, Lotte di confine

Fabrizio Lombardo, Frammenti da una stagione di pioggia

Stéphane Mallarmé, Tre sonetti, trad. Massimo Sannelli

Giorgio Mascitelli, su Pino Tripodi, Vivere malgrado la vita.

Giulia Niccolai, da: Orienti Orients

Giovanni Palmieri, Su Andrea Inglese

Massimo Sannelli, poesie

Lucio Saviani,  Su Osvaldo Coluccino

Marco  Simonelli,  RAP(e)

Supplemento al IV Quaderno: Biagio Cepollaro, Attività scultorea

 


 

 V Quaderno, giugno 2005

Mariano Baino, da Camera Iperbarica, 1983

Gherardo Bortolotti su Endoglosse di Giovenale

Giacomo Bottà, Protocolli di Berlino
Guido Caserza, da Priscilla
Fiammetta Cirilli, Sette sequenze
Luigi Di Ruscio, da Iscrizioni
Paola F. Febbraro, da Fiabe
Francesco Forlani, Le boquiniste
Florinda Fusco, da Linee
Jacopo Galimberti, Ci sono lotte al lavoro
Nevio Gàmbula, Gli stracci laceri sul ventre
Francesca Genti, Fiore delicato
Andrea Inglese su Poesia Italiana E-book
Gherardo Bortolotti su Andrea Inglese N.I.
Andrea Inglese, da L’Indomestico
Giorgio Mascitelli, da La città irreale
Marina Pizzi, Una camera di conforto
Luigia Sorrentino, La nerezza del nero

Supplemento al V Quaderno: Biagio Cepollaro, Blogpensieri

 


 

VI Quaderno, dicembre 2005

 

Ennio Abate, Da Prof. Samizdat

Gherardo Bortolotti, Da Tracce

Alessandro Broggi, Da Economie vicarie

Paolo Cavallo, Da Senza valore

Paola Febbraro, Da L’eredità non parla

Sergio La Chiusa, Appunti giapponesi

Giorgio Mascitelli, Il problema della sete

Andrea Raos, Da Le api migratori

Gianpaolo Renello, Da Monologo, Nessuno torna

Stefano Salvi, Intorno l’acqua

Massimo Sannelli, Poesie

 


 

VII Quaderno, giugno 2006

Biagio Cepollaro  Note per una Critica futura

Forough Farrokhzad  da Un’altra nascita

Gabriella Fuschini, da Rose in forma di poesia

Gianluca Gigliozzi, da Neuropa

Andrea Inglese, da Poesie

Giorgio Mascitelli, Il problema della sete;Non barboni

Erminia Passannanti, da Sei poesie

Marina Pizzi, Sorprese del pane nero

Alessandro Raveggi, da Gravagli sopra crudelmente bello

Massimo Sannelli, da Lo Schermo,Undici madrigali

Pino Tripodi, Sogni dal vero

Michele Zaffarano, da E’ la fine dell’amore

     


 

VIII Quaderno, dicembre 2006

Olivier Cadiot

K. Silem Mohammad
Rodrigo Toscano
(trad.Gherardo Bortolotti)
Luigi Cannillo da A perdita d’occhio
Francesco Forlani Hotel occidente
Gabriele Frasca Bonebomb
Jacopo Galimberti Dal basso
Marco Giovenale L’errore è nello sguardo
Francesco Marotta Da Hairesis
Giulio Marzaioli da Quadranti
Marina Pizzi da La giostra della lingua il suolo d’algebra
Laura Pugno da Animal master


 

IX Quaderno, giugno 2007

 

Biagio Cepollaro Editoriale

Fabiano Alborghetti da Verso Buda

Sergio Beltramo da Apprendista stregone

Giuseppe Catozzella da Scrivere il silenzio

Massimiliano Chiamenti da Teknostorie/scrap

Luigi Di Ruscio Primo settembre 1943

Fabio Franzin da Le cose. La distanza

Francesco Marotta da Per soglie

Massimo Orgiazzi da Realtà rimaste

Adriano Padua da Radiazioni

Davide Racca Cumana

Italo Testa da Gli aspri inganni

Pino Tripodi Il sé del sessuologo e il viceprode

 


 

X Quaderno, 2007

 

Biagio Cepollaro Editoriale

Francesco De Girolamo da Anfibi

Pier Maria Galli Poesie

Massimo Gezzi da L’attimo dopo

Gabriele Iarusso da Coito

Giorgio Mascitelli Lettera di un ex-adolescente

Marina Massenz Poesie

Davide Nota da Il non potere

Angelo Petrella da Piazze d’Italia

Antonella Pizzo Al limite

Davide Racca Giona NN

Biagio Salmeri da La dea della geometria

 

 

 


 

 

ni su blog 2004

 

 

Jacopo Galimberti su un testo di Stelvio Di Spigno

 [Posto qui la pagina critica di Jacopo Galimberti su un testo di Stelvio Di Spigno che era stata postata su piattaforma Splinder il 7 marzo 2008]

 

 Con questo verso

Cammino lontanamente affezionato

alla tua immagine che non entra più in me:

i capelli di un nero altisonante

con pochi filamenti di grigio

come una cornice braccata da una crepa

per i tuoi trentasette anni –

 

Ma i tuoi occhi cosa vedono senza vedere

e i miei anni come sono

come sono passati senza passare…

 

Sapessi quanto enorme è stato il darti amore,

e che perturbamento è stato amarti,

farti uscire, entrare, uscire,

poi rientrare e poi di nuovo

allontanare gli occhi dal tuo sguardo a vuoto,

io che in una vicinanza avrei voluto

essere il tuo stesso corpo

essere in te, per te, con te,

qualcosa che il tempo non disperde, non umilia.

 

Non capirò mai la tua essenza

cosa sei veramente non lo saprò mai.

Quello che so è che cammini nei miei passi

eversi nel mio respiro tu continui a respirare

e dentro me c’è una stanza semiaperta

dove continui a vivere e a morire,

a vedere come trascino il poco che mi resta,

a ridere forte di me e di te stessa,

a orchestrare i tuoi sorrisi compassati

secondo il battito alterno della tua pazzia

e poi, quando torni calma,

è lì che torni a sperare.

 

 

 

Le prime due strofe :  una lunga frase si snoda attraverso i versi, non termina con la prima strofa che infatti apre a un incidentale, la quale a sua volta non si chiude.

Il sistema paratattico articola fin dall’inizio uno dei nuclei chiave della poesia : la distanza. La paratassi é per eccellenza lingua scritta, lingua che non puo’ neppur venir letta ad alta voce perché concettualmente troppo carica. La paratassi genera una lingua che perde i connotati fatici, la sua materialità sonora, é lingua « mentale ».

I versi che descrivono l’aspetto fisico ( 3,4,5) sono pero’ spezzati in modo da creare un unità iconica. Il corpo altrui sembra creare un polo di sintesi. La frase cessa di sdipanarsi interminabile e si sigilla, provvisoriamente. I capelli che vengono paragonati a una cornice ricreano tuttavia la distanza rispetto alla centralità del corpo. Quando la centralità del corpo sembra riapparire, essa riappare attarverso il simbolo stesso della sublimazione rispetto all’essere sessuato del corpo, gli « occhi »

Le due strofe si rivelano a ben vedere una reiterata dichiarazione di allontanamento. Dapprima esplicito, in seguito mediato dalla letterarietà : la « crepa » che bracca, lo stesso celebrare i capelli sono due posture che si vogliono « altisonanti », fuori luogo. La ripetizione di « come sono »  mima un parlato impossibile, la calcificazione letteraraia dell’oralità.

 

La terza strofa é composto da un’ unica lunga frase. Vi é un « tu », un rivolgersi a un singolo. Vero topos della lirica, il « tu » é ovviamente convenzionale, la poesia é in realtà indirizzata a un pubblico che legge. La prima persona riproduce una postura teatrale in cui pur mostrandosi nell’atto di rivolgersi in-mediatamente al « tu », in realtà interpone tra sé e il « tu » il pubblico. La reiterazione di « amore » « amarti », spiattellano già al primo verso una trasparenza, quella dei propri sentimenti, che é  ormai innegabilmente una nozione in crisi. L’uso di una parola desueta  per articolare qualcosa di intimo : « perturbamento », pare portare a livello del linguaggio una delle componenti chiave della strofa e della poesia : la costitutiva impossibilità di avvicinarsi attraverso la lingua corrente a un « tu » e\o all”interiorità di chi scrive. La frase prosegue con un altro « luogo comune » che, esse stesso, partecipa di una svalutazione nella letteratura contemporanea. Il corpo del soggetto e quello del « tu » sono concepiti come due entità separate che pero’, nello stato « amore », possono ricongiungersi in una fusione che perdura.

Anche in questa terza strofa il momento della prossimità epidermica si assoccia a versi brevi, concitati (16, 17). Qui pero’ l’ansia della presenza di un corpo non viene teatralizzata ma mimata attraverso la spezzatura, la rapida ripetizione. In questi pochi versi il soggetto sembra  deporre per un istante la posa sdilinquita e credere che il dettato evochi il corpo vero e proprio, l’impatto con esso. L’aderenza, l’in-mediatezza, vengono tuttavia subito scongiurate con una frase « fuori dal tempo » sulle ingiurie del tempo.

Una tale ostentazione teatrale genera un’ambiguità di fondo. Sembrerebbe che il soggetto che si mette in scena concepisca questa postura patetica come l’unica in cui si possono ancora articolare tratti culturali ostracizzati, se non altro in quella che si vuole alta letteratura. Allo stesso tempo, un momento di fusione tra possibilità semantiche e emotività viene per certi aspetti ricollocato in un passato non meglio determinabile in cui termini come « perturbamento » davano forse uno sbocco espressivo all’interiorità. Il dubbio che queste circostanze edeniche siano davvero esistite é tuttavia « messo tra parentesi » dai versi attinenti la prossimità del corpo. Qui  pare di ribadita l’impellenza dell’attuale, la necessità di un ancoramento  nel presente.

 

Nella quarta strofa vi sono due frasi. La prima corrisponde ai primi due versi, ed é di estrema chiarezza e concisione. La seconda é attraversata da spezzature e piu’ in generale necessita almeno una rilettura. La prima frase, seguendo le direzione che si sono viste sin qui, potrebbe essere la frase della prossimità del corpo, dell’oralità. La frase é certamente anche questo, basta pensare alla schiettezza con cui il verso si approssima al parlato, infatti la ridondanza in questo caso non é teatrale, sembra piuttosto una ripetizione tipica dell’oralità. Tuttavia l’impiego di un termine come « essenza », in tempi in cui il concetto di essenza é screditato, produce uno scarto. L’oralità e la sua illusione di trasparenza vengono infatti parzialmente ricontestualizzate in un ambito « alto e decaduto » evocato di striscio attraverso la parola « essenza » . La seconda frase é uno sviluppo del topos dell’interprenatazione delle singolarità  in uno stato emotivo intenso. Tuttavia la fusione é respinta poiché anche « dentro di me » sussiste la dimensione dell’ « osservazione » e del’ « orchestrazione », in altre parole una distanza che puo’ sconfinare nella  manipolazione anche in uno stato di reciproca appartenenza. La poesia termina con una piccola, geniale sorpresa. La speranza finale, irrelata, incomprensibile, inaggirabile, non é ascritta al soggetto ma al « tu ». Si tratta tuttavia di una speranza che potrebbe essere interpretata anche come « orchestrata » dall’interno del soggetto in vece del « tu ».

 

L’ultimo verso riprende con coerenza l’antinomia che ha attraversato tutta la poesia. La teatralità in tutte le sue manifestazioni (linguistiche, semantiche, sintattiche, il titolo, etc.) é un’arma a doppio taglio. Da un lato permette di dire l’indicibile perché sembra fornire gli strumenti per portare nel cuore del testo stesso la distanza di cui il soggetto fa esperienza nell’atto di esprimersi. Cosi’ facendo pero’ la teatralità rischia costantemente di sviluppare un’autenticità paradossale. Sembrerebbe che la possibilità della poesia sia attaccata alla compresenza di questo antinomia, il rivolgersi a un « tu », malgrado tutto e nonostante tutto, é tuttavia ancora pensabile.

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