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Il corpo è un oggetto. E’ l’elemento del paesaggio plasmato dalla lunga durata, dall’opera millimetrica di una erosione, di un trattamento che riguarda i muscoli del paesaggio, i suoi tessuti viventi. Quello di cui scrive Biagio Cepollaro in questo straordinario libro di versi è un corpo-paesaggio esposto all’intemperie, inevitabilmente: non c’è riparo per ciò che, per essenza, è destinato all’esposizione.  Per necessità naturale spazio e tempo, concordi, modellano, si modellano, agiscono in simmetria e dissonanza. In questo scenario – che è fisico e metafisico allo stesso tempo, manca la casa. Poiché manca l’approdo là dove inevitabile è solo il procedere, incessante.

Il corpo ha la sapienza del sasso. Quello stesso, forse, di cui parlava la Szymborska in Conversazione con una pietra. La sua è la sapienza dell’irriducibilità. L’impenetrabilità è tutto il nostro stare al mondo, la nostra unica forma di consistenza. Uno stare che sembra avere talvolta un’essenza minerale.

Il corpo è un foglio di carta, è un’epidermide su cui scrivere ancora, svoltare le pagine. Non è un caso che la raffinatissima grana su cui sono stampate queste poesie sia identica alla trama della pelle. Questi versi sono scritti nel corpo vivo della lingua, sono un tatuaggio della sua pelle vivente. L’incastro e l’intreccio sono i modi della sostanza-corpo. Nessuno di essi è effimero, nessuno passa invano. Ogni contatto si imprime e lascia il segno; anche quelli più inavvertiti. La pelle è la pellicola sensibilissima e capace di registrare ogni minima variazione di luce. Anche senza contatto apparente.

L’osmosi dei corpi vicini è trasmissione ermetica/erpetica, come dice il poeta. La comunicazione è il contagio virale dei significati. La mente e il linguaggio sono carnali, muscoli e tessuti di un tutto che si compenetra, in cui nulla si individua  mai definitivamente. L’individuarsi, quello sì, è effimero e secondario.

Superate risultano, in questo paesaggio, le distinzioni tra patico e meccanico. Il corpo è macchina carnale, dove la mente e la pelle non si corrispondono come interno ed esterno ma piuttosto stanno come un moto ondoso – o come il volo di un uccello, che trasforma il dentro in un fuori, e viceversa.

La liberazione dall’umano è il post-umano di questo sentire. E’ liberazione da qualcosa di cui non si sente nostalgia, non più; di cui si avverte il differire a stento, riconoscendosi, a tratti, nei mezzibusti dei naufraghi del Mediterraneo.  Poi c’è l’implosione dell’odio. La conflagrazione sotterranea che continua anche al venir meno di ciò che l’ha causato, dell’aggancio. E l’odio diventa quasi la dimostrazione, l’esposizione definitiva dello statuto ontologico di questo corpo-sostanza.

Infine. Il corpo vorrebbe compagnia. Cioè: vorrebbe perfezione, compimento. Il corpo anela forse allo stesso compimento dell’icona, sommersa nell’oro dello sfondo, diversa eppure consustanziale con esso. Ma l’unica sua possibilità, la scelta possibile, è uno stare accanto, una contiguità operosa e senza ombra di perfezione. Nessuna completezza è data al sentire. E la percezione della mancanza è, nel più dei casi, inutile (auto)condanna.

Ma necessari sono questi versi; con la loro stupefacente capacità di contatto.

 

Levania, rivista di poesia, numero 3,dicembre 2014

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Biagio Cepollaro
Inedite ‘qualità’ (2012-2013)
Teatro Elfo –Puccini
Milano 25 novembre 2013

Manifestazione Poeti del 2000 leggono il Gruppo 63
Riprese di Rosanna Guida.

Biagio Cepollaro, Inediti ‘Nuove qualità’ (2012-2013).

1.
il corpo scrive il suo poema e lo fa a giornate
questa è la sua scansione accordata al pianeta
e alle stelle che gli coprono il sonno
ogni mattina prova a riprendere dove
di sera aveva lasciato talvolta aspetta
che asciughi talvolta mescola e sovrappone

2.
il corpo sa che tra i suoi mobili confini e le strade si accumula
una gran massa d’acqua che piove dal cielo. è questo mare rovesciato
che suona la sua risacca di gocce sul legno delle finestre e sulla tela
degli ombrelli a inchiodarlo in un ascolto senza azione e costrutto:
il suo movimento vorrebbe la secchezza dell’asciutto la precisione
di ciò che non perde non si frammenta piuttosto una linea tracciata
tra due punti come un’idea illuminata nel centro da un raggio di sole

3.
il corpo fa del pensiero un modo per meglio
godere della luce: trattiene tra le sue dita
e accarezza così come può fare l’ultimo
riflesso prima di sparire dallo specchio
questo ha sapore e questo sapore è l’unico
sapere che sa: il resto è scala da rigettare

4.
il corpo non si pone problemi di metrica
a lui pertiene il respiro che dice ed è questo
il ritmo che non solo esprime ma anche lo fa
felice: il sapere talvolta ha questo potere
di dare al corpo vita quando gli dà coscienza
ed è qui la misura e il piacere della sua danza

5.
il corpo svegliandosi nel sorriso dell’altro si raccoglie tutto
come semplice e nuda vita: le sue pulsazioni sono gli accenti
di un dire che conclude la frase solo per ricominciarne un’altra
il flusso che lo innalza è lo stesso che ha spinto la notte
fino alla sua placida estenuazione: la luce è fiato che riprende
è la pacifica neutralità delle cose del giorno

6.
il corpo non chiede al verso di mentire e di rendere
importante quello che è solo un gioco di parole chiede
solo modo di spandersi nel suono e nell’immagine così
come si spande in altro corpo mescolando sempre
all’ascolto il piacere di dimenticare sé in altro nome

1. La rivista Baldus e la contaminazione

Quando abbiamo creato Baldus, rivista cartacea, nel 1990, faticosa a redigere, lenta rispetto all’attuale rivista online, avevamo in mente, tra l’altro, di riflettere sulle condizioni della letteratura nell’epoca del postmoderno. Si trattava di verificare se era vera la tesi che il postmoderno si risolvesse nella contaminazione degli stili. Pensavo che vi fosse un altro modo di contaminare, che fosse, come dicevamo allora,‘critico’. Gli stilemi dovevano essere riconoscibili prima della fusione finale per non perdere il senso storico dello stile. Il postmoderno, per lo più, traduceva tutto in decorazione: era indifferente la colonna greca o l’architettura razionalista, quello che contava era la suggestione vaga, non vi era una responsabilità precisa nel prelievo di uno stile piuttosto che di un altro. Si trattava di fondare una poetica a posteriori, sulla base delle nostre produzioni poetiche esistenti. Perché si contaminava? Perché era vero che la ricerca non potesse più identificarsi con uno stile nuovo – l’ossessione del nuovo ha attraversato tutta la modernità- e non perché , come si diceva, avevano fatto già tutto, ma perché era cambiato il rapporto tra la dimensione estetica e la realtà. Quel fenomeno dell’estetizzazione della politica che Benjamin aveva individuato per il fascismo, ora riguardava l’intera società come estetizzazione diffusa. Questo fenomeno indeboliva il senso dell’arte stessa: non vi poteva essere un’invenzione formale che potesse diventare in quanto stile, allegoria di un altro modo di vivere, utopia anche sociale. Invenzione tanto più lontana dalla norma quanto più forte il carattere utopico del mondo che si prefigurava … Non vi erano più le condizioni di tutto questo. Come fare a dare un significato di riflessione e, in fondo, di razionalità, all’arte? Una risposta a questa domanda poteva essere questo tipo ”critico” di contaminazione. Si trattava di accettare il postmoderno come condizione – non si poteva fare ancora l’accademia delle avanguardie-, accettare l’analisi che Lyotard aveva fatto del postmoderno, non accettare l’analisi di Jameson sulla fine del pastiche e andare avanti in questo modo che ho definito “postmoderno critico”.  Accettavo il postmoderno ma rifiutavo il carattere decorativo di questo postmoderno. Questa è una delle ragioni per cui abbiamo creato Baldus e ci siamo, in modi diversi, concentrati sul tema della contaminazione.

2. Il conflitto delle poetiche e l’industria culturale.

Alla fine degli anni 80 e l’inizio degli anni ‘90, noi affrontavamo il conflitto tra le poetiche: tra la poesia intimista da un lato e quella di ricerca o sperimentale come un problema anche politico. Ero convinto – e non solo io- che abbracciare le poetiche consolatorie, sublimatorie, era come accettare e celebrare il mondo esistente: l’arte diventava, come sosteneva Adorno, decorazione del potere, fondamentalmente. Opporsi a questa ideologia dominante era possibile disturbando la funzionalità del linguaggio. E questa era la radice anche della neoavanguardia … Era la teoria del sabotaggio linguistico del sistema. Ma c’era una novità rispetto a questo quadro: non esisteva più la contrapposizione tra tradizione e avanguardia perché erano esplose entrambe. La contaminazione nasceva proprio dall’esplosione di questi due poli, dalla dissoluzione della polarità. Nell’epoca dell’estetizzazione diffusa le avanguardie storiche si potevano ritrovare sulle magliette … Questo voleva dire che le spinte di contraddizione culturale che potevano esserci nelle avanguardie storiche erano state neutralizzate dai poteri e dal capitale industriale. Marinetti e Rimbaud costituivano i due ingredienti di fondo della nuova società: il mito della tecnologia e il mito dell’inconscio e quindi la tecnologia dell’inconscio. L’aggiornamento della società capitalistica è avvenuto grazie a quest’immersione quotidiana nella tecnologia e nell’inconscio. Il meglio dell’invenzione moderna era stato utilizzato dai poteri stessi per aggiornarsi. La contaminazione serviva anche a prendere atto di questo fallimento storico della modernità. Chi non voleva rendersi conto di questa situazione preferiva pensare che la letteratura avesse a che fare solo con i buoni sentimenti. Di qui il neocrepuscolarismo, l’orfismo addirittura, la visione neoromantica dell’arte a dispetto di una realtà che non aveva proprio nulla di romantico, come era l’Italia craxiana di allora, a metà degli anni ’80 e oltre. Provammo a vivere questo conflitto sapendo che la battaglia era comunque persa. Oggi è possibile un conflitto tra le poetiche? No, perché non è rimasta in piedi la funzione intellettuale stessa, già residuale alla fine del Novecento. Alla fine del Novecento era rimasto solo qualcosa di ciò che aveva caratterizzato la fase di Vittorini, Pasolini e poi di Volponi: erano gli ultimi momenti, gli ultimi fuochi di quella che era la funzione intellettuale e civile del poeta, del narratore … Ma non a causa dell’affermazione delle’industria culturale, questo è un grande equivoco.

In Italia non esiste una vera e propria industria culturale … Ad esempio, l’industria editoriale ha un fatturato risibile rispetto ai fatturati editoriali degli altri paesi europei … L’editoria italiana vive in gran parte grazie alla scolastica … A livello industriale è un’ impresa ridicola. La questione va capovolta: non c’è abbastanza industria culturale in Italia. Al posto di un’industria culturale vi è una mentalità micragnosa pre-moderna che non rischia, non investe nel nuovo … Ciò che accade sul piano industriale, del mancato investimento nella ricerca e nell’innovazione, avviene anche sul piano culturale. Il capitalismo italiano, in ritardo, è ancora un capitalismo straccione, micragnoso, ignorante e straccione … Tendenzialmente fascista perché ciò che è ignorante e straccione in politica si esprime con il fascismo. Questo è un problema che non abbiamo mai risolto. Neanche nel ’45: nel ’94 ci siamo trovati di nuovo a sfiorare la stessa questione. Non credo sia possibile una funzione oppositiva in un contesto del genere. Temo che sia proprio il decadimento della forma-stato moderna la causa e il motivo di fondo della decadenza dell’intellettuale moderno. La storia della letteratura moderna coincide con la crescita dello stato moderno. Francesco De Sanctis, nel 1871, con la sua storia della letteratura ricostruiva mitologicamente la storia dell’intellettuale italiano, dal cortigiano alle altre sue fasi. Era una visione risorgimentale ma è rimasta fino a Gramsci e oltre, fino a noi. Con il venir meno degli stati viene meno anche questa funzione simbolica della letteratura e quindi anche del ruolo. E’ proprio la funzione simbolica e mitologica della letteratura legata alla nazione e alla lingua nazionale … La vittoria della globalizzazione è anche la vittoria della finanza. La vittoria della finanza è la vittoria della nuova feudalità, di una nuova forma di rendita e quindi di una nuova feudalità. Tale nuova feudalità non si rappresenta come faceva lo stato moderno attraverso i simboli della letteratura. Non sappiamo ancora con che si rappresenti: probabilmente con nulla …  Infatti vi è un deficit non tanto di proposte culturali ma di dimensioni culturali: perfino da qualche ministro viene chiesto a cosa serve la cultura, a cosa serve qualcosa di non traducibile immediatamente nell’economico … 

Questa domanda è possibile perché è venuta meno la possibilità di rappresentare collettivamente uno spazio pubblico garantito fino ad ora dallo Stato e dalla Nazione (lo spazio pubblico istituzionale della legge e della cultura). La letteratura si trova ad essere invischiata in un cataclisma molto più grande di lei. Ma paradossalmente stare nei cataclismi,avvertire quello che succede lo fanno proprio gli artisti: si comincia a modificare nello stile e nelle forme le materie che si adoperano, sensibili a questo tipo di atmosfere. C’è una forma di conoscenza della scrittura.

 

3. La ricerca in poesia

Una delle caratteristiche del Novecento è l’importanza data al linguaggio, per le arti, per la poesia, in particolare, ma anche per la filosofia. La centralità della linguisticità della poesia e della cultura in genere. I termini di Sperimentalismo (usato da Pasolini con un senso specifico), Avanguardia, Neo-avanguardia, Post-avanguardia, Neo-neoavanguardia a me richiamano il carattere della deformazione linguistica. Secondo me la ricerca in poesia non s’identifica con la deformazione linguistica. La deformazione linguistica è un sottoinsieme della ricerca. E forse non è la parte più interessante di ciò che si può produrre oggi: non vi è un livello di ‘tradizionalità’ e di convenzionalità tali da richiedere il sabotaggio di questo flusso di significati ordinati attraverso l’irruzione del significante. Anche i ragazzini oggi sembrano parlare un linguaggio parasurrealista. E’ stato assorbito tutto. Tutto quello che prima era l’ultima frontiera dell’invenzione linguistica. Tempo fa ribadivo che non c’è, a mio avviso, una poesia di ricerca ma solo una poesia di risultato. Una poesia che ricerca soltanto non va bene. Va bene una poesia che ha cercato e che ha trovato. Altrimenti la ricerca diventa l’alibi per tanti esercizi di scrittura, esercizi di stile … La poesia d’altra parte è sempre ricerca: non esiste un sottogenere della poesia che possiamo chiamare poesia di ricerca. E’ inutile fare una poesia che è stata già scritta. Le direzione della ricerca non si possono in modo precettistico dirlo prima. Non si può fare come le avanguardie storiche che stilavano con un manifesto la ricetta per fare una poesia. Marinetti e i suoi aggettivi e verbi e Tzara col suo cappello entro cui mescolare i ritagli di giornale … Non ci possono essere ricette per fare poesia. E’ imprevisto e non prevedibile il luogo dove la ricerca va a realizzarsi e soprattutto sono imprevedibili e imprevisti i risultati.

Di recente mi sono occupato di videopoesia. Il primo problema è definirla: non è video arte e non è documentazione della lettura poetica o della poesia. Si tratta di un oggetto specifico che prevede l’interazione della retorica del video e della retorica della poesia. Questa interazione avviene attraverso elementi formali comuni che possono essere isotopie. Ho pensato che questo può essere uno dei campi di ricerca da cui attendere risultati. Oggi la tecnologia video è estremamente diffusa e alla portata quasi di tutti, almeno in Occidente, attraverso i cellulari. La situazione non è più quella del pioniere della videopoesia in Italia che era Gianni Toti che aveva bisogno dei mezzi della RAI per realizzare le sue esplorazioni formali sulla televisione come strumento espressivo. Probabilmente queste nuovi media permetteranno la scoperta di nuovi ambiti di ricerca e i risultati verranno dopo, forse con lentezza. Nel mio caso oggi per me ricerca vuol dire trovare un modo di trovare un pensiero che si possa considerare come una percezione e una percezione che sia un pensiero: superare la differenza tra psichico e corporeo e cercare un luogo dove lo psichico viene pensato in maniera corporale e il corpo viene detto in maniera psichica. Si tratta di una sintesi tra i due piani che ho provato a realizzare con la scrittura de Le Qualità. Una scrittura nitida, cristallina. Non c’è nessuna deformazione linguistica. Il soggetto è un corpo che parla, non è un Io. Questo corpo guarda il mondo per quello che è, per quello che gli arriva, non un mondo pensato, ideologico ma un mondo immediato della percezione. Questa percezione è ricca di pensiero non è percezione sensoriale. Mi pare di alludere così alla condizione generale in cui si opera. E’ come se dicessi: mi manca la cornice generale, mi manca una poetica generale, mi manca la funzione intellettuale nel senso ottocentesco – ma anche novecentesco- e l’unica cosa che mi resta possibile è illuminare il pezzo di terra dove metto i piedi. Non si tratta di qualche lampada o torcia mitologica, ma della piccola torcia del cellulare che può solo illuminare dove metto i piedi. Questo orientamento minimale non è minimalista perché nella percezione come la intendo io c’è già tutto il pensiero: la finitezza della propria corporeità, della propria vita, la realtà della condizione senza infingimenti.

4. Conflitto tra le poetiche, crisi delle istituzioni letterarie e Rete.

Se si confrontano gli anni Ottanta con la situazione letteraria attuale si nota come le cose siano cambiate: non è vero che non è cambiato nulla. E’ cambiato, anche se in un certo senso, peggiorando … Il conflitto tra le poetiche era tra una visione consolatoria, sublimatoria della poesia e una visione di una poesia che invece voleva essere “critica”, come dicevamo. Una poesia desublimatoria che voleva dire la negatività reale non quella immaginata. La poesia ‘critica’ voleva essere un apporto di conoscenza e di vissuto a vantaggio di un sapere anche astratto. Oggi credo non sia possibile descrivere davvero la situazione perché la rete ha modificato le cose in profondità. Le voci sono aumentate in maniera esponenziale: un blog che accoglie poesie di altri può anche giungere a postare 300 o 400 poeti. Mi chiedo quanti poeti ci possano essere in una nazione moderna. Bisogna mettersi d’accordo sul termine ‘poeta’. Barthes aveva proposto la distinzione tra scriventi e scrittori. Ma questa distinzione non risolve il problema perché poi bisogna stabilire chi ha l’autorità o l’autorevolezza per decidere chi è scrivente e chi è scrittore. Ad ogni modo l’aumento degli scriventi e dei cosiddetti poeti è un fatto di rilevanza sociologica. Non si tratta più di un problema letterario ma di sociologia. E oggi, con la rete, è una questione da connettersi con il social network, con i gruppi e con gli amici: dopo la fase dei blog in questi ultimissimi anni la poesia incrocia l’esplosione dei social network. Essendo venuta meno la funzione del critico letterario, dell’editoria e delle università nella gestione di parte rilevante della selezione delle produzioni poetiche, venute meno queste istituzioni della letteratura perché implose dall’interno (la rete ha accompagnato una crisi precedente e specifica di queste istituzioni), sono venuti meno i parametri tradizionali della valutazione, della circolazione e della mediazione della poesia. L’editoria italiana è quasi ridicola non solo per l’insignificanza del suo fatturato (sul piano dell’impresa capitalistica) ma anche e per lo più per l’insignificanza delle scelte … Questa è una vera e propria perdita di credibilità di un’istituzione che dà vita, in assenza del ruolo svolto da università, editoria e stampa, al sostituirsi delle tribù della rete. In questo modo le tribù della rete si fanno esse stesse istituzioni e cerchie decisive di riconoscimento. I commentatori dei grandi blog hanno tacitamente stabilito delle gerarchie tra loro. I commentatori non sono quelli che postano il blog ma quelli che vi intervengono, spesso anche con pseudonimi.

Queste nuove dinamiche riguardano la sociologia più che la letteratura. Anche se forse a partire da questo verranno fuori delle nuove categorie letterarie. C’è da chiedersi ancora perché tante persone, appartenenti per lo più a quella che una volta si definiva ‘piccola borghesia’, si dedichino in massa alla poesia. Quale problema di identità risolve sul piano sociale, quali problemi di relazione (gruppi, commenti, attuali salotti letterari che si costruiscono e distruggono velocemente in rete) può risolvere quest’attività intorno al tema della poesia? Non è facile fare il commentatore: devi leggere, stampare tutto, devi stare tutto il giorno al computer per seguire lo svolgimento del dibattito fino alla sua deriva finale. E’ una situazione nuova. Quando non era diffuso ancora il computer, la televisione, come avevo notato già su Baldus, avevo modificato la nostra attitudine alla fruizione dell’arte ma non solo, anche della vita: una percezione veloce dei passaggi, secondo l’archetipo del videoclip musicale. Ma la televisione non era ancora interattiva. Il computer è sia più veloce, sia interattivo. E’ l’interattività il grande passo in avanti. L’interattività tendenzialmente rende orizzontale ogni cosa. Questa orizzontalità ovviamente è apparente perché l’amministratore del blog può decidere se e chi escludere. Il potere in realtà è sempre verticale. Anzi ancora di più perché a monte il potere è dei programmatori che decidono le possibili varianti di quel sistema e poi ovviamente è del proprietario della piattaforma. E’ ancora forte l’equivoco sulla presunta democrazia della rete.  Ong aveva previsto che l’oralità secondaria indotta dalla telematica avrebbe fatto rinascere qualcosa di paragonabile alla tribù. Bene, all’interno di queste tribù vi sono ancora i vecchi capi, anche se sono recenti e magari poco visibili. La rete rende ancor più possibile l’emotività populistica e demagogica. McLuhan sottolineava come la stampa richiede l’analiticità della riflessione e la solitudine della lettura, mentre il computer ti offre oggi la sinteticità calda, per dire così, della collettività. Questa è la visione collettiva e orale della seconda oralità. Ma bisogna dire che questa collettività è puramente fantasmatica: la questione del nickname è interessante proprio perché ti sottolinea il carattere fantasmatico di queste identità.  La produzione letteraria si è probabilmente incrementata anche per la facilità della diffusione e del riscontro immediato, che si possono avere sui testi. Si possono creare così delle bolle letterarie. Ci saranno in futuro dei casi letterari nati in rete e qualcosa già si è visto. Alcune cose sono interessanti come, ad esempio, l’idea di realizzare in rete un romanzo con un centinaio di autori. L’idea dell’autore collettivo viene dalle avanguardie storiche. Oggi la nostra tecnologia riesce a realizzare alcuni sogni delle avanguardie storiche. Sarebbe anche bello inventare un salto rispetto a questo …

5. La poesia civile e la mancanza di società

La poesia civile ha bisogno intanto di una società per esercitarsi … Per società intendo una comunità di lettori che condividono i valori di questa poesia e vi ritrovano incoraggiamento, sostegno e magari anche illuminazione. In Italia qualcosa del genere poteva esserci in epoca risorgimentale, negli anni Cinquanta del Novecento oppure un po’ negli anni Settanta: momenti insomma particolarmente caldi della storia in cui gruppi di persone si sono ritrovate intorno a dei temi. Bisogna però poi anche quantificare quante persone: in Italia, ad esempio, l’analfabetismo è stata una piaga fino a pochi decenni fa. E parlo dell’analfabetismo di primo livello, non quello di ritorno, televisivo. Di conseguenza quando si parla della poesia civile dell’Ottocento mi chiedo:  ma quanti poi erano realmente coinvolti da questi temi culturali: quei pochissimi che sapevano leggere e scrivere … Negli anni Settanta le cose sono andate meglio perché c’erano dei gruppi di persone intorno ad alcune scritture: i famosi interventi di Pasolini su il Corriere della sera orientavano intorno a dei grandi temi. Quando questo accadeva non vi era ancora il fenomeno della televisione come è esploso successivamente: la televisione degli anni Settanta quantitativamente era molto meno invasiva di quella che è venuta fuori dopo, negli anni 80, con il fenomeno della televisione commerciale, ideologicamente pervasiva. Il deperimento dell’opinione pubblica attraverso i mezzi a stampa è un fenomeno che taglia le gambe alla poesia scritta che vogliamo definire “civile”… Ma ciò che veramente toglie la possibilità è il venir meno della percezione dello spazio pubblico, della società. Quando non senti che vi è legame sociale perché la cultura dominante è quella di una sorta di anarchismo individualista, anarchismo e sovversivismo liberista, una sorta di evoluzionismo sociale bruto, quando la cultura dominante è questa, non vengono presupposti né il legame sociale né la società, paradossalmente. Viene meno proprio il contesto, il luogo, la piazza per la poesia civile. Sul piano delle realtà virtuali si formano dei gruppi che sono tribù specifiche che spesso non comunicano con altre tribù. E’ un po’ come il quartiere degli anni Cinquanta, la settorialità e la limitatezza della cosa non sono venute meno.

6. Non è possibile definire un paradigma della contemporaneità.

Secondo me non è possibile definire un paradigma della contemporaneità. E’ impossibile dall’interno di questo tempo stabilire un paradigma. Il termine è legato a T.Kuhn, alla storia delle rivoluzioni scientifiche, ha un significato preciso ed io non lo traslocherei altrove con questa superficialità. C’è una cosa da dire di fondo: che l’esperienza della neoavanguardia per me che ho promosso il Gruppo 93 proprio per prendere le distanze da quell’esperienza, per capire quali erano le caratteristiche del mio tempo di allora, credo che le caratteristiche della neoavanguardia siano davvero obsolete. In particolare, l’idea di un linguaggio che si muove da solo, l’idea che bisogna insistere sull’autonomia di questo linguaggio che è privo non solo di un Io lirico ma anche di un soggetto che se ne assuma le responsabilità, beh questa è una cosa da superare definitivamente. Le esperienze di Balestrini, di Porta, di Giuliani in tal senso erano molto interessanti negli anni Sessanta ed erano anche scioccanti, in effetti, per i più. Ma oggi non ha senso continuare in quella direzione perché è pura accademia. Oggi la cosa che rende sempre più confusa la situazione è la presenza dell’accademia dell’avanguardia: per definizione non dovrebbe mai esserci un’accademia dell’avanguardia. Chi suppone di fare della poesia di ricerca ha il dovere di non fare ciò che è stato fatto prima. Di fatto io penso che non esista la poesia di ricerca ma la ricerca in poesia. La ricerca in poesia che vale non può mai fare a meno della responsabilità che indica sempre nel linguaggio una relazione con il mondo. Il mondo è sempre un mondo detto a parole: è vero ciò che diceva Giuliani che noi parliamo del mondo come espressione linguistica del mondo non del mondo come cosa, però quell’espressione linguistica non è priva di riferimenti storici, biografici, corporali, percettivi, temporali … Una scrittura che si bea della sua inappartenenza francamente è poco interessante. Soprattutto oggi è quasi delittuoso secondo me non assumersi la responsabilità del senso, in un mondo che è così manifestamente privo di senso. Proporre delle opere prive di senso quando quotidianamente assistiamo a spettacoli di insensatezza televisiva, politica, sociale, è veramente una ridondanza enorme,aggiungere nonsense al nonsense è veramente cosa da non fare. Sono tantissime le possibilità, le direzioni di ricerca: una cosa è sicura che fare di nuovo ciò che è stato fatto quarant’anni fa e continuare a farlo come se niente fosse, questa è proprio una cosa da non fare. Noi, di Baldus ma anche in genere, del Gruppo 93 (sia il nucleo napoletano che quello genovese) abbiamo sempre insistito su questa responsabilità del linguaggio, anche attraverso il citazionismo o il manierismo: c’era sempre, credo, una curvatura critica rispetto all’attuale, rispetto ai problemi del nostro tempo. Questa non è ideologia, lo è il presupporre un linguaggio neutro : la massima ideologia è quella di non averne una.

7. Allegoria, metafora e simbolo: la disciplina dello sguardo.

Se mi chiedo cos’è per me un’allegoria contrapposta al simbolo e alla metafora, mi rispondo: è allegoria ciò che la realtà mi suggerisce. La realtà più prossima, più quotidiana, più facile a ritrovarsi. Questo tipo di realtà può generare un’allegoria. Invece la metafora è ciò che mi allontana da questa realtà. E’ ciò che mi lancia nelle nebbie del simbolo. Nelle nebbie del simbolo vi è molta suggestione e poca, poca realtà. Mi capita di dire spesso: la poesia comincia quando finisce il poetico. Il poetico è in fondo il mondo simbolico, il mondo della suggestione consolidata. La poesia invece arriva quando questo modo di intendere è finito, è alle spalle. La poesia arriva come un’irruzione dell’inaspettato. Quest’irruzione viene dall’allegoria, secondo me … Si tratta di un aspetto della realtà che fino a quel momento non avevi notato, non avevi visto. Quando si accende un’allegoria, si apre un universo di significati concreti che non è la nebbia del simbolo, non è la suggestione della metafora: è invece un aumento, un incremento di conoscenza. Leopardi, nello Zibaldone scriveva che la poesia induce un incremento di vitalità, produce anche un incremento di conoscenza perché ha un suo modo specifico di considerare la concretezza, o come diceva Musil, la singolarità … Ha una sua capacità di evidenziare ciò che è proprio, ciò che è singolare. Ecco, credo che l’allegoria sia questa sorta di disciplina dello sguardo: ciò che cerco appunto di inseguire, una disciplina dello sguardo. Le cose sono le cose solite, sono le cose di tutti ma la disciplina dello sguardo fa sì che vengano illuminate da una luce particolare e allora quelle stesse cose diventano altre. Queste altre cose non sono fuori dal mondo: sono il mondo che era già dentro e dietro, semmai, dentro questo mondo che ci circondava …

 2013

Luigi Bosco: Nuovo discorso sul metodo e Le qualità di Biagio Cepollaro

 

Conversazione su Le Qualità, La camera verde, Roma 2012.

Rosanna Guida e Biagio Cepollaro.

 

Rosanna Guida:

Premettendo l’emozione che mi procura la tua poesia, ti leggo un testo che mi ha dato lo spunto per formulare alcune domande.

 

talvolta nella doccia l’acqua

scorre con una piccola

promessa di rinnovamento.

l’occhiata verso il corpo

in verticale

a scorgere il trattamento

del tempo sui muscoli sulle giunture

in verticale

una veloce ricognizione

dell’usura

non devo più fare

niente. è piuttosto richiesto

un leggero aggiustamento

per la stagione

un potare di pensieri fino

all’arte del profumo

acuendo

in unica nota una musica

troppo discorde

finché con chiarezza risuoni

dalla parte che non si vede

 

Mi colpisce il tema del cambiamento rispetto alla separazione. In particolare, ti chiedo una riflessione sul corpo fisico. Quanto è importante il corpo fisico nel cambiamento?

 

Biagio Cepollaro:

Il corpo fisico è l’unica vera ricchezza che noi abbiamo. E’ l’unica nel senso che ne Le Qualità non vi è mai una separazione tra il corpo fisico e la mente, la psiche. Perché psiche e corpo sono la stessa cosa. Il corpo entra in gioco quando è il luogo della percezione. Una percezione che è anche pensiero. Rinnovarsi nel caso di un lutto o di una separazione, di una trasformazione oggettiva, profonda della propria vita, richiede una sorta di azzeramento, almeno virtuale, di tutte le proprie abitudini o di alcune abitudini a cui si era particolarmente affezionati, al punto da non riconoscerle come abitudini. Un evento come questo fa emergere il carattere routinario, così basico e confortante di alcuni atti e gesti… Come l’uso abituale di una lingua fa sì che non ci si pensi più, come quando si arriva a pensare direttamente in una lingua straniera. Diciamo che una relazione è fondamentalmente pensare in un’altra lingua, o pensare anche in un’altra lingua, o nei casi peggiori, soprattutto in un’altra lingua. Ripartire, ricreare dopo questo azzeramento, vuol dire riascoltare la propria lingua così come emerge dal vissuto. Il corpo inteso come luogo di percezione è anche il luogo di creazione di un linguaggio di relazione con il mondo. Il pensiero è soltanto l’espressione di questo collocarsi della corporeità nel mondo, non viceversa. Non è il corpo che si colloca laddove lo vuole il pensiero, ma in questa sintesi profonda tra psiche e corpo, è più utile, in un certo senso, immaginarci il pensiero come espressione di una realtà già data che è quella del corpo parte del mondo. Non si tratta di collegarci al mondo, di gettare un ponte verso il mondo, perché sin dall’inizio noi ci siamo già.

 

Rosanna Guida:

Grazie, Biagio. Ho per te una seconda domanda: quanto c’è di narrazione collettiva in queste meditazioni sull’esperienza che narra del corpo personale?

 

Biagio Cepollaro:

Ciò che noi chiamiamo esperienza individuale, a qualsiasi livello, di qualsiasi qualità, è sempre resa possibile dalle tradizioni collettive, di pensiero, di comportamento. Si tratta di ciò che noi chiamiamo civiltà, cultura di un popolo o cultura dell’uomo, in generale. Quanto più le tradizioni sono vive, le tradizioni anche sapienziali, tanto più aiutano un soggetto a diventare tale, cioè a far sì che un’esperienza possa essere compiutamente soggettiva, originale, o percepita come originale. La possibilità della propria esperienza, secondo me, dipende dalla vitalità di tradizioni collettive che hanno assimilato l’esperienza di molti e che rendono possibile l’esperienza di altri. Nella riflessione sulla propria vita non c’è la possibilità di inventare letteralmente nulla: c’è però la possibilità di mettere a frutto il sapere di millenni e di generazioni di uomini che hanno risposto in modo molto diverso, ma non tanto diverso in molti casi, alla meraviglia, come diceva Aristotele, di fronte al mondo, alla realtà.

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Biagio Cepollaro, Le Qualità, La camera verde, Roma, 2012

copertina Biagio Cepollaro, Le Qualità, La camera verde, Roma, 2012

Biagio Cepollaro discute de Le Qualità, edito da La Camera verde, (Roma 2012) con Antonio Sparzani, Luigi Bosco, Vincenzo Frungillo, Luigi Metropoli, Davide Racca, Teresa Marino, Giusi Drago, Daniele Bellomi e Rosanna Guida. In appendice uno scritto di Giorgio Mascitelli 2012

         http://www.cepollaro.it/Conversazioni%20su%20Le%20Qualita.pdf

Luigi Bosco e Biagio Cepollaro: conversazione a partire da Le Qualità 

(video integrale)

Luigi Bosco:

Sono convinto che  Le qualità rappresenti una svolta rivoluzionaria non solo dal punto di vista meramente poetico ma anche e soprattutto da un punto di vista socio antropologico e politico. Ci vedo i tratti di una nuova umanità, di un nuovo modo possibile di essere un essere umano. Mi piacerebbe che tu ci raccontassi le ragioni che ti hanno portato a compiere  un percorso che da un azzeramento, un re-settaggio di tipo cartesiano, descritto molto bene ne L’Intuizione del propizio, componimento che apre la raccolta poetica, ti ha portato fino all’intuizione di questo nuovo modo possibile di essere un essere umano … Riuscendo nello stesso tempo a venir fuori indenne o quasi dall’impasse postmoderna della questione del soggetto, senza per questo produrre un discorso che, parafrasando Barthes, risulta pieno di terrore e che esclude gli uomini mettendoli in relazioni con le immagini più inumane della natura piuttosto che con altri uomini, grazie.

Biagio Cepollaro:

Ti ringrazio Luigi per il tuo apprezzamento … Non so se è proprio così … Di certo il percorso che ho fatto per realizzare quel libro ha riguardato qualcosa che va a monte della scrittura, che viene prima della letteratura ed è il rapporto tra percezione e pensiero. Credo che il postmoderno o ciò che si indica con quest’etichetta sia stato sostanzialmente una superfetazione del pensiero, degli stili, delle informazioni … Sia stato la compresenza simultanea e spesso non conflittuale di cose diverse. Questa compresenza ha azzerato peraltro anche la percezione della storia, oltre che a rendere incomprensibili le narrazioni che si possono produrre del mondo … Come diceva Lyotard diventano impossibili … C’era però un’alternativa a tutto questo, che veniva prima di tutto questo … Ho trovato una possibilità in ambito non occidentale di pensiero e di esperienza. E’ la relazione tra percezione e pensiero. Quando la percezione ha la forza del pensiero, quando s’incarica di dire il senso dell’esperienza, quando l’esperienza non ha più bisogno di una cornice ideologica o mitologica per potersi dar senso, quando basta a se stessa per pura forza di evidenza vitale, quando la percezione si carica di questo significato cognitivo, si salta facilmente l’impasse di un presunto soggetto. Qui non si tratta  di un soggetto ma di un corpo che pensa, che percepisce pensando e pensa percependo. Il lavoro che ho fatto sul piano della scrittura è stato quello di modellare la retorica sul piano del pensiero e non il contrario, come spesso accade oggi … In questi ultimi venti anni in Italia è molto forte l’attitudine manierista … di una predominanza della retorica come gusto … E’ anche la chiave dio questo tempo dove la cosa da dire sparisce dietro i fumi della retorica. Un rapporto diverso è quello in cui io pensiero costringe la retorica a modellarsi. La figura retorica deve essere al servizio del pensiero, di ciò che si sta pensando e dato che ciò che si sta pensando è in fondo ciò che si sta percependo, la retorica viene modellata sulla percezione. Da qui la sensazione di ascoltare nei versi de Le Qualità un pensiero che trova immediatamente le parole, la sensazione che non ci sia retorica: ma la retorica c’è ed è modellata sulla percezione. E’ questo un modo di asservire la dimensione estetica a quella cognitiva e, in fondo, anche a quella etica perché sono delle scelte che si fanno. percepire vuol dire scegliere, vuol dire tralasciare tutto il resto per concentrarsi su alcune cose.  Questo lavoro di concentrazione, di meditazione è un lavoro che rende intensa la percezione e di conseguenza la vita. Questo potrebbe essere una sorta di suggerimento anche pratico: di fronte all’equivalenza di ogni pensiero e del suo opposto c’è qualcosa che va al di là di questi facili relativismi intellettualistici: è ciò che si vive che ha una sua qualità. ciò che si vive ha una sua qualità indiscutibile. Ciò che si vive si pensa anche: se noi ritroviamo quell’integrazione tra percezione e pensiero, probabilmente ritroviamo anche una poesia che dice questa integrazione tra percezione e pensiero che in alcuni momenti di grazie ci rende la vita più degna di essere vissuta.

Luigi Bosco:

Ti ringrazio Biagio per la tua risposta. Se ho ben interpretato ciò che dici e la tua ultima raccolta mi sembra di poter affermare che tu stia suggerendo e non un’abolizione quanto meno un ridimensionamento della sfera metafisica, o a un suo arricchimento, nella misura in cui restituisci dignità all’esperienza sensibile con un pensiero che definirei ‘biologico’ o di una cognizione della percezione … E’ proprio in tal senso che vedo Le Qualità come un nuovo discorso sul metodo oltre-cartesiano. Pur partendo dalle medesime premesse: l’azzeramento, il re-settaggio del pensiero per poi costruirne uno del tutto nuovo, tu giungi a conclusioni che sono radicalmente diverse, molto spesso opposte. Perché recuperi ciò che era stato scartato, ovvero l’aspetto sensibile dell’esperienza. Ora è proprio attraverso quest’aspetto sensibile dell’esperienza che ne Le Qualità il soggetto a  cui siamo abituati si trasforma in corpo pensante. Un corpo che pensa un pensiero che si preoccupa più di testimoniare che di giustificare, capire o spiegare. Il verso che recita ‘ciò che arriva da decifrare non è un senso ma uno spasmo’ mi rimanda ad un tipo di pensiero che offre la possibilità di interpretare l’arbitrarietà dell’esistenza come qualcosa di diverso dalla privazione di senso. Per tali motivi la portata etica di un atteggiamento come quello proposto da Le Qualità è evidentemente piuttosto importante. Come tu dici in un verso: ‘Lo stile è decisione, lo stile è pensiero’. Alcune conseguenze di tale stile, di tale atteggiamento, di tale approccio all’esistenza sono rintracciabili nelle numerose ed eloquenti immagini presenti negli ottantanove componimenti che formano la raccolta. Qui si parla di incastri, di moto, di tempo di verso … Queste nuove qualità di questo nuovo metodo … ora ti chiedo se ti andrebbe di abbandonarti ad un momento di pura immaginazione, ad un puro esercizio di immaginazione e descrivermi come tu vedi il mondo abitato da corpi come quello presentato all’interno de Le Qualità, come sarebbero i fatti, come accadrebbero, cosa sarebbero le esperienze in un mondo abitato da un corpo come quello della tua ultima raccolta poetica … Un corpo più interessato alla testimonianza e dunque all’evidenza dell’esperienza che alla sua spiegazione o alla sua giustificazione, grazie.

Biagio Cepollaro:

Mi stupisce e un po’ mi diverte questa domanda … Perché esce violentemente dalla letteratura, dal libro, dalla cornice dei discorsi che si fanno sulla poesia per andare a finire ma neanche nell’immagine dell’utopia della società che ha realizzato il sogno della poesia o il sogno dell’utopia comunista … Sembra quasi che possa andare a finire lì il discorso … Mi stupisce e devo dire che devo fare uno sforzo per immaginare un mondo come quello de Le Qualità perché non vi ho mai pensato. Non ho mai creduto che il mondo possa essere come quello fantasticato in questo lavoro continuo di raffinamento dell’umano … E’ già tanto se il mondo resisterà oltre la sua stessa follia, secondo me … Anche se queste mie posizioni apocalittiche generano fastidio perfino tra gli amici … Ma credo che purtroppo sia così: è già tanto che il mondo riesca a sopravvivere alla sua stessa follia … Le persone però potranno trovare una loro salvezza, come nella fase ellenistica … Le persone potranno trovare una loro strada attraverso anche le indicazioni della poesia e,  in genere, dell’arte purché appunto queste indicazioni puntino al sensoriale, all’immediato … Evitare le rappresentazioni mentali, ideologiche, simboliche … E stare alle cose. Stare alle cose non vuol dire cinismo, non vuol dire atteggiamento scientista … Stare alle cose vuol dire stare alle proprie reazioni alle cose … Quindi coltivare tanto la lucidità e anche la spietatezza dello sguardo quanto la tenerezza dello sguardo … Sulla base poi di un’acquisizione reale della mortalità individuale e dell’impermanenza. In fondo tutte le follie di questo mondo nascono dalla rimozione del morire e dalla rimozione dell’empatia … Se noi tiriamo fuori queste due cose e le facciamo riemergere, il fatto che tutti moriamo e il fatto che quello che prova un altro essere umano non è qualcosa di incomprensibile o di impossibile per noi, se noi facciamo riemergere queste due verità, secondo me le cose cambiano … Cambiano nella vita individuale perché strutturalmente questo mondo non è fatto per questo tipo di consapevolezza … Purtroppo hanno vinto … gli animali … Ha vinto la parte rettile del cervello, anche se indossano la cravatta e vanno in giro con la ventiquattrore …  Diciamo che la specie umana in ventimila anni ha provato ad adattarsi al pianeta e il risultato migliore che le è stato possibile è questo qui … E’ veramente poco … E’ veramente poco … Bisognerebbe rovesciare il titolo di Debord a proposito della società dello spettacolo perché le società occidentali oggi … Oggi non c’è più la società dello spettacolo: ormai c’è lo spettacolo della società perché il legame sociale è radicalmente dissolto nelle coscienze, nelle percezioni, nella vita delle persone … Quando una società intera diventa uno spettacolo, una simulazione interiorizzata, ma neanche culturalmente interiorizzata, non abbastanza interiorizzata neanche come spettacolo: non c’è neanche una decenza estetica nel costruire questo spettacolo … Quando questo succede, l’individuo, il singolo deve tagliare i ponti … deve tagliare i ponti con queste rappresentazioni sociali, siano esse politiche, religiose o estetiche … deve tagliare i ponto e vivere come se fosse naufragato improvvisamente, su di un’isola … Solo che quest’isola è il mondo con gli altri naufraghi in carne ed ossa. Ecco, bisogna incontrare le altre persone come delle scoperte improvvise di naufraghi. Costoro sono fuori da questo gioco simbolico che neutralizza qualsiasi senso. E’ presto per dire che tutto questo possa diventare un progetto politico generale, quindi non solo un’etica individuale ma anche qualcosa di più collettivo … Non si può dire perché queste cose accadono improvvisamente e quando accadono si fa anche fatica a riconoscere che siano accadute. Quando la storia cambia direzione, diciamo così, i cambi di direzione non sono riconoscibili subito e purtroppo oggi non ci sono molti segni di questi cambi di direzione. Anche perché c’è una sconfitta planetaria dell’idea di un mondo diverso per la persistenza di questa teologia liberista che è diventata appunto una teologia unica del pensiero unico. E purtroppo anche coloro che credono di essere critici spesso sono profondamente dentro … Allora aiuta anche a distanziarsi, una aderenza un’adesione alla propria esistenza più autentica, aiuta anche a costruirsi un pensiero più libero rispetto al mondo.

2012

7 poesie da Le Qualità, La camera verde, Roma, 2012 su Nazione Indiana

copertina Lezione a brera

copertina

Reading-Lezione all’Accademia di Brera 17 dicembre 2010

Questo testo è il frutto della ‘sbobinatura’ pazientemente realizzata da Daniele Bellomi di un dvd della durata di 1h.11mm prodotto dall’Accademia di Brera di Milano, filmato e montato da Roberto Dassoni , come documentazione del reading-lezione di Biagio Cepollaro del 17 dicembre 2010, all’interno della rassegna da >verso, curata da Margherita Labbe, Anna Mariani e Italo Testa.

Si ringraziano tutti gli autori per il permesso accordato a riversare su queste pagine il contenuto del video.

Biagio Cepollaro, Un Minuto di Poesia in video. 2011
Poesia con il Net-book
N. 23

Da Le Qualità

il corpo potrebbe

il corpo potrebbe essere impegnato per una decisione
così come si impegnano le truppe su uno scacchiere
oppure potrebbe essere lasciato come campo a maggese
senza chiedere nulla che non sia la semplice restituzione

l’anima vegetativa avrà pure le sue risorse senza dover
sempre ricorrere a quella sensitiva e animalesca quasi
che il corpo fosse prerogativa dell’animale e non anche
della pianta che si volta lentamente al mutare della luce