PERCHÉ I POETI? Rassegna curata da Biagio Cepollaro

Cosa ci dice uno stile, che relazioni possibili sembra voler stabilire con il mondo, cosa ne possiamo fare noi che leggiamo, insomma:

Perché i poeti? LUIGI DI RUSCIO con interventi di: Biagio Cepollaro, Nino Iacovella e Christian Tito

Audio integrale: https://soundcloud.com/user-898402150… ________________________________________ Bezzecca Lab Milano – 7 settembre 2017

Annunci

 

TU SE SAI DIRE DILLO  2017 

VI EDIZIONE 

5, 6 e 7 ottobre

Rassegna a cura di Biagio Cepollaro

La VI edizione di Tu se sai dire dillo si svolgerà presso la Libreria Popolare di via Tadino e si articolerà intorno ai temi: la poesia di Giuliano Mesa; il lavoro delle riviste on line (Ulisse) e cartacee (storica come il Verri e relativamente recente come la napoletana Levania); le nascenti collane di poesia Autoriale e Perigeion della Dot.com Press; la questione della drammaturgia poetica; alcuni spunti di riflessione teorico-politica. A contorno della rassegna sarà allestita la mostra di pittura di Biagio Cepollaro Piccola fabrica dedicata alla memoria di Giuliano Mesa

biagio-cepollaronarrazione-32016-tecnica-mistra-su-telacm-50-x-70.jpg

Giovedi  5 ottobre 2017

ore 18.30

Inaugurazione della Mostra di pittura di Biagio Cepollaro  Piccola fabrica dedicata a Giuliano Mesa e con una nota di Dorino Iemmi

Biagio Cepollaro e Gianni Montieri leggono Giuliano Mesa

Ore 19,00

Italo Testa e Stefano Salvi:  la rivista Ulisse 

Ore 19,30

Intervallo

Ore 20.00

Giulia Niccolai

Ore 20,30

la rivista il Verri

Con interventi di Paolo Zublena e Angelo Petrella

 


 

Venerdi  6 ottobre 2017

ore 18.30

Creazioni politiche

A cura di Pino Tripodi e Jacopo Galimberti

ore 19.00

Chi è l’autore

Giuseppe Carrara e Giovanni Renzi

ore 19,30

Intervallo

ore 20,00

La Collana Perigeion: Nino Iacovella, Christian Tito, Giusi Drago in conversazione con Luigi Metropoli

ore 21.30

I racconti di Giorgio Mascitelli


 

Sabato 7 ottobre 2017

ore 18,30

La rivista Levania

A cura di Eugenio Lucrezi

Carmine de Falco, Bruno di Pietro, Emmanuel  di Tommaso , Paola Nasti,

Enzo Rega,  Marisa Papa Ruggiero, Antonio Perrone, Enza Silvestrini.

ore 19,30

La collana Autoriale

Andrea Inglese: l’autoantologia.

ore 20.00

Peli di Francesco Forlani , Fefè, 2017 –

ore 20,30

Intervallo 

ore 21,00

Drammaturgia poetica

a cura di Laura Di Corcia e Vincenzo Frungillo

L’immagine è di Biagio Cepollaro, Narrazione n.3, 2016. Tecnica mista su tela, cm 50 x 70

La registrazione audio della serata dedicata ai versi e alle prose di Luigi Di Ruscio con Christian Tito, Nino Iacovella e il sottoscritto al Bezzecca, a Milano. Primo incontro della rassegna Perché i poeti? .7 settembre 2017

Alcuni appunti sul tema:

Luigi Di Ruscio, poeta “singolare”

  • il suo punto di vista sociale (contadino/operaio/emigrato ad Oslo nel 53)
  • La sua lingua “congelata” perché usata solo per la poesia
  • Italiano e dialetto: idiolettali (Baldus lo pubblica agli inizi dei ’90)
  • Status intermedio tra lingua orale e lingua scritta
  • Stile paratattico per montaggi successivi di blocchi
  • Sperimentalismo involontario: “posso fare solo così” e interesse per la sperimentazione degli anni ’80 sul pastiche
  • L’immagine visionaria, riferimento realistico e centralità della sentenza
  • Titanismo “paranoide” che si risolve nel noi della classe

Perché i poeti?
Per Di Ruscio: l’atto della scrittura configura un atto di liberazione sociale. E’ un presagio di felicità collettiva.
Il flusso paratattico è espansione liberatoria di natura biologica, affettiva ed erotica. L’affermazione della singolarità è interruzione del dominio perché possa avere voce la collettività oppressa.
Lezione di Di Ruscio:
La non innocenza del sistema letterario e la non innocenza dell’anti-sistema letterario: le radici ideologiche della letteratura come rappresentazione borghese del mondo (Quasimodo, Fortini,Porta)
La singolarità non è l’io. L’io del poetese è una mancata singolarità , la singolarità dice il collettivo, il “così anche gli altri”
Il poeta scrive da ciò che conosce: per Majorino e Pagliarani saranno il ceto medio e il ceto impiegatizio

perìgeion

image

Molti presenti italiani che ripongono tutto il pregio della poesia, anzi tutta la poesia, nello stile, e disprezzano affatto, anzi neppur concepiscono, la novità depensieri, delle immagini, desentimenti; e non avendo né pensieri né im­magini né sentimenti, tuttavia per riguardo dello stile si credono poeti, e poeti perfetti e classici; questi tali sareb­bero forse ben sorpresi se loro si dicesse, non solamente che chi non è buono alle immagini, ai sentimenti, ai pen­sieri non è poeta, il che negherebbero schiettamente o im­plicitamente, ma che chiunque non sa immaginare, pen­sare, sentire, inventare non può possedere un buon stile poetico, né tenerne larte, né giudicarlo nelle opere proprie ed altrui.

GIACOMO LEOPARDI

Primo settembre dell’anno 2017, riparte l’avventura di Perigeion con un nuovo logo realizzato dall’amica Donatella D’Angelo, adattamento grafico della farfalla dei bambini di Terezin. Siamo entrati nel pieno della maturità del nostro blog…

View original post 1.488 altre parole

19553848_10210809089636620_1204328327803925066_n

Angelo Petrella, Il corpo della poesia.Sperimentazione e immanenza nell’opera di Biagio Cepollaro, il Verri n.64, giugno 2017, pagg. 133-145.

perìgeion

 

                                                                                                                                        di Giusi Drago

 

Misura di tutte le cose, madre di tutte le battaglie

L’ultimo pamphlet filosofico e poetico di Forlani, pubblicato nella collana diretta dal filosofo Lucio Saviani per Fefé editore, si cimenta nella ricognizione e valorizzazione di un oggetto – i peli – in apparenza insignificante, effimero, imperfetto, che in queste pagine si rivela invece “misura di tutte le cose”. Il riferimento al relativismo di Protagora è calzante in quanto i peli forlaniani sono un luogo “trasgressivo” di intrecci…

View original post 2.866 altre parole

Interventi, recensioni, trascrizioni su Lavoro da fare nell’edizione della Dot.com Press del 2017.

Christian Tito
Vincenzo Frungillo
Francesco Filìa
Giulia Niccolai
Giorgio Mascitelli
Italo Testa
Eugenio Lucrezi
Angelo Petrella

Interventi su Lavoro da fare 2017

Biagio Cepollaro, Le Qualità, La camera verde, Roma, 2012

copertina Biagio Cepollaro, Le Qualità, La camera verde, Roma, 2012

Su sollecitazione e suggestione di Andrea Inglese leggerò alla rassegna Riscrizioni del mondo 2 del 26 maggio 2017 in via Farini 35, a Milano, alcune poesie tratte da Le qualità

*
il corpo stenta a credere che sia ancora in vita
e conduca il giorno con tratti perfino di eleganza:
i suoni che ascolta e quello che preferisce vedere
addomesticano il silenzio di dentro o almeno
quello che al silenzio assomiglia per quel franare
che di lontano arriva del terreno che si assesta o crolla
e così in generale non osa credere che la serenità
sia opera di semplice sottrazione e di sfida
quotidiana all’ansia agli spettri e alla povertà

*
il corpo ora si tiene a debita distanza dalla paura
che paralizza o che al contrario agita fino all’atto
troppo furioso per non essere solo reattivo: qui
si cerca il gesto consapevole l’ammissione intera
del danno le dita gonfie i piedi brucianti i denti
che non rispondono all’appello e i soldati morti
se erano veri assalti o dell’orgoglio scaramucce
*
il corpo dovrebbe dirsi che la tana che lui è
per se stesso non è al momento penetrabile
dal maligno che si muove al sicuro: è il pensiero
che punta al primo sole come al vero nuovo
il resto è a misura di corpo ed affrontabile
come fosse un sentiero divisibile sempre
in parti passaggi e se piove di colpo in rifugi
*
il corpo minacciato nel suo essere si rintana a fatica
sembra che neanche quattro pareti possano contenerlo
e da ogni lato pare sciogliere la sua consistenza di carne
in fantasie di pericolo di attacco di perdita e dissolvimento
il corpo allora calcola se le provviste basteranno e se
al di là del danno subìto dall’altrui avidità vi siano margini
per perseverare nel suo essere essendo questo il bene
e così si acconcia nella posa adeguata alla speranza di vita
*
il corpo potrebbe essere impegnato per una decisione
così come si impegnano le truppe su uno scacchiere
oppure potrebbe essere lasciato come campo a maggese
senza chiedere nulla che non sia la semplice restituzione
l’anima vegetativa avrà pure le sue risorse senza dover
sempre ricorrere a quella sensitiva e animalesca quasi
che il corpo fosse prerogativa dell’animale e non anche
della pianta che si volta lentamente al mutare della luce
*
il corpo dalla finestra fissa l’insegna luminosa
che si ostina nella sua intermittenza: così dovrebbe
attirare lo sguardo essere più visibile svolgere
la funzione per la quale è stata costruita ma è un
richiamo fuori scala o frequenza si rivolge verso l’alto
e non a chi passa che potrebbe avvistarla ed entrare
è rivolto alle persone che stanno non a quelle che senza
nulla sapere di ciò che accade semplicemente vanno
*
l’onda dell’odio si ritira dal corpo lasciando pezzi
acuminati di ferro antenne spezzate ma soprattutto
spossatezza nelle membra e nella facoltà d’immaginare
resta che forse ancora si può utilizzare in tanta desolata
devastazione solo il principio che il corpo cerca
di fare suo: la separazione imposta dalla pelle è criterio
generale di relazione: da ora in poi gli incontri
saranno discreti gli accordi circoscritti le fusioni negate
*
il corpo si dispone ad uscire dopo una cena meticolosa
e collocata nel punto perfetto che fa da cerniera tra il tardo
pomeriggio e l’inizio semibuio della sera: prova a non
anticipare né arrivare in affanno alle varie tappe che dividono
in segmenti la linea curva di ogni singola giornata
nell’uscire si ravviva una curiosità per l’umano e le sue
vicende e si apre anche ad una vulnerabilità in più uno stare
a vedere dovesse scoprire altri modi di sé. magari nuovi

*
il corpo stenta a credere che sia ancora in vita
e conduca il giorno con tratti perfino di eleganza:
i suoni che ascolta e quello che preferisce vedere
addomesticano il silenzio di dentro o almeno
quello che al silenzio assomiglia per quel franare
che di lontano arriva del terreno che si assesta o crolla
e così in generale non osa credere che la serenità
sia opera di semplice sottrazione e di sfida
quotidiana all’ansia agli spettri e alla povertà

*
il corpo ora si tiene a debita distanza dalla paura
che paralizza o che al contrario agita fino all’atto
troppo furioso per non essere solo reattivo: qui
si cerca il gesto consapevole l’ammissione intera
del danno le dita gonfie i piedi brucianti i denti
che non rispondono all’appello e i soldati morti
se erano veri assalti o dell’orgoglio scaramucce
*
il corpo dovrebbe dirsi che la tana che lui è
per se stesso non è al momento penetrabile
dal maligno che si muove al sicuro: è il pensiero
che punta al primo sole come al vero nuovo
il resto è a misura di corpo ed affrontabile
come fosse un sentiero divisibile sempre
in parti passaggi e se piove di colpo in rifugi
*
il corpo minacciato nel suo essere si rintana a fatica
sembra che neanche quattro pareti possano contenerlo
e da ogni lato pare sciogliere la sua consistenza di carne
in fantasie di pericolo di attacco di perdita e dissolvimento
il corpo allora calcola se le provviste basteranno e se
al di là del danno subìto dall’altrui avidità vi siano margini
per perseverare nel suo essere essendo questo il bene
e così si acconcia nella posa adeguata alla speranza di vita
*
il corpo potrebbe essere impegnato per una decisione
così come si impegnano le truppe su uno scacchiere
oppure potrebbe essere lasciato come campo a maggese
senza chiedere nulla che non sia la semplice restituzione
l’anima vegetativa avrà pure le sue risorse senza dover
sempre ricorrere a quella sensitiva e animalesca quasi
che il corpo fosse prerogativa dell’animale e non anche
della pianta che si volta lentamente al mutare della luce
*
il corpo dalla finestra fissa l’insegna luminosa
che si ostina nella sua intermittenza: così dovrebbe
attirare lo sguardo essere più visibile svolgere
la funzione per la quale è stata costruita ma è un
richiamo fuori scala o frequenza si rivolge verso l’alto
e non a chi passa che potrebbe avvistarla ed entrare
è rivolto alle persone che stanno non a quelle che senza
nulla sapere di ciò che accade semplicemente vanno
*
l’onda dell’odio si ritira dal corpo lasciando pezzi
acuminati di ferro antenne spezzate ma soprattutto
spossatezza nelle membra e nella facoltà d’immaginare
resta che forse ancora si può utilizzare in tanta desolata
devastazione solo il principio che il corpo cerca
di fare suo: la separazione imposta dalla pelle è criterio
generale di relazione: da ora in poi gli incontri
saranno discreti gli accordi circoscritti le fusioni negate
*
il corpo si dispone ad uscire dopo una cena meticolosa
e collocata nel punto perfetto che fa da cerniera tra il tardo
pomeriggio e l’inizio semibuio della sera: prova a non
anticipare né arrivare in affanno alle varie tappe che dividono
in segmenti la linea curva di ogni singola giornata
nell’uscire si ravviva una curiosità per l’umano e le sue
vicende e si apre anche ad una vulnerabilità in più uno stare
a vedere dovesse scoprire altri modi di sé. magari nuovi

 

*
il corpo stenta a credere che sia ancora in vita
e conduca il giorno con tratti perfino di eleganza:
i suoni che ascolta e quello che preferisce vedere
addomesticano il silenzio di dentro o almeno
quello che al silenzio assomiglia per quel franare
che di lontano arriva del terreno che si assesta o crolla
e così in generale non osa credere che la serenità
sia opera di semplice sottrazione e di sfida
quotidiana all’ansia agli spettri e alla povertà

*
il corpo ora si tiene a debita distanza dalla paura
che paralizza o che al contrario agita fino all’atto
troppo furioso per non essere solo reattivo: qui
si cerca il gesto consapevole l’ammissione intera
del danno le dita gonfie i piedi brucianti i denti
che non rispondono all’appello e i soldati morti
se erano veri assalti o dell’orgoglio scaramucce
*
il corpo dovrebbe dirsi che la tana che lui è
per se stesso non è al momento penetrabile
dal maligno che si muove al sicuro: è il pensiero
che punta al primo sole come al vero nuovo
il resto è a misura di corpo ed affrontabile
come fosse un sentiero divisibile sempre
in parti passaggi e se piove di colpo in rifugi
*
il corpo minacciato nel suo essere si rintana a fatica
sembra che neanche quattro pareti possano contenerlo
e da ogni lato pare sciogliere la sua consistenza di carne
in fantasie di pericolo di attacco di perdita e dissolvimento
il corpo allora calcola se le provviste basteranno e se
al di là del danno subìto dall’altrui avidità vi siano margini
per perseverare nel suo essere essendo questo il bene
e così si acconcia nella posa adeguata alla speranza di vita
*
il corpo potrebbe essere impegnato per una decisione
così come si impegnano le truppe su uno scacchiere
oppure potrebbe essere lasciato come campo a maggese
senza chiedere nulla che non sia la semplice restituzione
l’anima vegetativa avrà pure le sue risorse senza dover
sempre ricorrere a quella sensitiva e animalesca quasi
che il corpo fosse prerogativa dell’animale e non anche
della pianta che si volta lentamente al mutare della luce
*
il corpo dalla finestra fissa l’insegna luminosa
che si ostina nella sua intermittenza: così dovrebbe
attirare lo sguardo essere più visibile svolgere
la funzione per la quale è stata costruita ma è un
richiamo fuori scala o frequenza si rivolge verso l’alto
e non a chi passa che potrebbe avvistarla ed entrare
è rivolto alle persone che stanno non a quelle che senza
nulla sapere di ciò che accade semplicemente vanno
*
l’onda dell’odio si ritira dal corpo lasciando pezzi
acuminati di ferro antenne spezzate ma soprattutto
spossatezza nelle membra e nella facoltà d’immaginare
resta che forse ancora si può utilizzare in tanta desolata
devastazione solo il principio che il corpo cerca
di fare suo: la separazione imposta dalla pelle è criterio
generale di relazione: da ora in poi gli incontri
saranno discreti gli accordi circoscritti le fusioni negate
*
il corpo si dispone ad uscire dopo una cena meticolosa
e collocata nel punto perfetto che fa da cerniera tra il tardo
pomeriggio e l’inizio semibuio della sera: prova a non
anticipare né arrivare in affanno alle varie tappe che dividono
in segmenti la linea curva di ogni singola giornata
nell’uscire si ravviva una curiosità per l’umano e le sue
vicende e si apre anche ad una vulnerabilità in più uno stare
a vedere dovesse scoprire altri modi di sé. magari nuovi

Christian Tito su Lavoro da fare di Biagio Cepollaro al Bezzecca Lab 11 maggio 2017:

“(…) dall’amicizia in comune di Luigi Di Ruscio all’insegnamento ricevuto. Dal marchigiano ho appreso la forza, da Cepollaro sto imparando la precisione… (…)L’importanza di leggere versi che sono incarnati dalla sua vita…Doveva diventare un uomo nuovo per scrivere nuovi versi. Lui non consuma l’oriente, come spesso si fa, ma ne ha fatto esperienza trovando punti di contatto con la nostra cultura. La sua provenienza è la militanza della poesia, in senso critico e autoriale. Ha fondato la rivista Baldus, il Gruppo 93, ha partecipato a reading in giro per il mondo, ha dialogato con Pagliarani, Rosselli, Di Ruscio, Fortini,  ma poi comprende e rifiuta i rituali di potere e di carriera (Andrea Inglese): per poter dire qualcosa di nuovo deve diventare qualcosa di nuovo, deve abbandonare tutto questo.  E ci vuole molto coraggio per abbandonare le sicurezze che offrono ruoli riconosciuti all’interno del sistema letterario.(…)Saranno proprio Amelia Rosselli a indicargli la strada del lavoro duro e solitario(…) e Giulia Niccolai”

Intervento di Vincenzo Frungillo.

Il mio incontro con l’opera di Biagio Cepollaro è avvenuto attraverso la lettura di Versi nuovi (1998-2001), uscito da Oedipus nel 2004, e che ritengo uno dei libri di poesia più importanti pubblicati in Italia dopo gli anni zero. Lavoro da fare (2002-2005)  che si presenta stasera  nell’edizione cartacea della Dot.com Press si può considerare una sorta di continuazione di Versi nuovi. Si tratta del libro che chiude la parte centrale, la parte di mezzo dell’opera complessiva di Biagio Cepollaro che si può dividere in tre parti: una prima trilogia che va sotto il nome di De requie et natura (Scribeide e Luna persciente usciti nel 1993 e Fabrica, uscita nel 2002). Poi ci sono i due libri di mezzo: Versi nuovi e Lavoro da fare e successivamente l’ultima trilogia, quella più recente che è ancora in lavorazione, essendo usciti i primi due libri, Le qualità nel 2012 e La curva del giorno nel 2014 mentre Al centro dell’inverno è ancora inedito. Già  in Lavoro da fare che è apparso nel 2006 come e book prima di essere oggi stampato su carta, Biagio cominciava a scrivere in modo differente rispetto ai primi due libri della prima trilogia, cambiavano lingua e strategia retoriche rispetto al suo debutto poetico. I primi due libri mettevano insieme l’idioletto, una sorta di combinazione di dialetto reiventato e neologismi. Qui vi era un’allusione a Jacopone da Todi , in particolare nei primi due libri. Ma già nel terzo libro, in Fabrica, vi è un cambiamento: la lingua diventa più piana, diventa anche più leggibile sulla carta, più leggibile anche per chi non avesse voluto confrontarsi con l’idioletto, lingua più strutturata e articolata, difficile da seguire soprattutto per chi non di origini napoletane o centro-meridionali. Con Fabrica fa la sua apparizione la lingua-oggetto  (Andrea Inglese) questa è la lingua che torna e resta nei due libri successivi: in Versi nuovi e Lavoro da fare di cui parliamo stasera. Lavoro da fare, scritto intorno ai quarant’anni, è un libro importante non solo perché occupa un posto centrale all’interno della produzione di Biagio ma anche perché, secondo me, è un vertice teorico-poetico pari a Versi nuovi e che andrebbe studiato in modo molto approfondito. Il libro si compone di un prologo e di otto parti o movimenti nel senso musicale. E’ un libro sia teatrale , come sostiene l’autore, che musicale. Vi è nel libro un riferimento esplicito a Bach e al far versi come suonando uno strumento, un violoncello, un raccogliere le note raccogliendo con esse lo spazio che ci circonda. Modo sommesso, musica da camera. Otto movimenti di una musica da camera per uno strumento solo che è la voce dell’autore. La novità è che mentre nei libri iniziali i testi erano molto strutturati dal punto di vista linguistico, attraverso l’idioletto e l’allusione alla lingua medioevale di Jacopone da Todi vi era anche un elemento polistrumentale, per così dire, adesso si va a fare musica per uno strumento solo, per una voce sola. A riprova di ciò vi è il prologo del libro che consiste in una riflessione che un uomo fa da solo di fronte a se stesso. Il prologo è l’unica parte del libro in cui l’autore parla a se stesso usando la parola “io”, per gli altri otto movimento vale l’impiego della lingua “oggettiva”, la visione oggettiva delle cose. Le cose vengono dette ma non si capisce il punto di vista da cui vengono ritratte, si tratta dell’autore  ma non di un “io”. Alla fine della prima parte del prologo si legge:

non è colpa di nessuno se la voce

che ti dai è la sola che in piedi ti tiene

Si tratta di una sorta di paradosso logico: la voce non te la dai tu, ma ti viene data, affidata. Alla fine del prologo si legge anche:

ognuno parla davvero

se lo fa

dal chiodo

che un bel giorno

l’ha fissato

la voce che dici è una voce che ti attraversa: tu sei fissato ad un chiodo, la voce ti fissa, e qui vi sono già implicazioni filosofiche. L’autore dice che pur parlando di sé nel prologo in realtà non è uno, noi non siamo uno. Il poeta, chi usa la voce. in realtà è sempre a partire da due, perché sempre attraversato da qualcosa. Con la scarnificazione della voce, della parola e della lingua, tutti gli strumenti retorici che venivano usati in precedenza vengono annullati , le “armi dell’intelligenza” vengono annullate, la voce resta di fronte a se stessa come un basso continuo (Ida Travi), si scopre allora che non si è soli ma si è attraversati da qualcosa. Siamo nelle secche dei quarant’anni gli strumenti le armi dell’intelligenza non ci sono più, vi è una crisi esistenziale anche e scopriamo che la voce che ci tiene in realtà non è nostra, ma è la voce che ci attraversa. Scopriamo a questo punto un elemento sacrale o addirittura religioso, religo, connessione con qualcosa che ci supera. All’altezza del quinto movimento, della quinta parte del libro, l’autore comincia a fare delle citazioni importanti: Agamennone, la cultura greca, Omero ed Euripide. In particolare cita l’episodio di Agamennone che in mancanza di vento non può partire con le sue navi, il tempo si è fermato, siamo nelle secche della storia, Agamennone è costretto a fare un sacrificio perché possa tornare il vento e le navi possano partire verso Troia. Il sacrificio che fa Agamennone è della figlia Ifigenia. L’autore , nella crisi dei quarant’anni, si dice che la lingua è stata da lui denudata, che si sente esposto agli eventi e alle cose e si chiede cosa ha ora da sacrificare. Nel quinto movimento viene detto che ciò che resta da sacrificare è la lingua stessa, la lingua-oggetto. Ritorna la lingua completamente disarticolata dall’Io. La lingua della poesia ora è lo spazio di fronte a me, uno spazio che io posso vedere nella sua semplicità. E infatti nella V parte  dei versi dicono:

perché navi partissero

bisognava fare sacrificio

di ciò che per anni ci era cresciuto

accanto

è strano come parti

di noi malate si fanno per noi

oggetti

sacri d’amore

Al di là di riferimenti autobiografici, a mio avviso, gli oggetti sacri d’amore sono anche le parole. La poesia in questa parte centrale del libro, è lo spazio sacrificale, lo spazio sacro. Lo spazio disposto all’accoglienza . Per i greci accoglienza del divino, per l’autore si tratta di altro perché non vi è trascendenza o metafisica. A questo punto, dopo aver nominato la vicenda di Agamennone, compaiono i protocristiani, nudi, indifesi senza strumenti per difendersi dai romani. Costoro pregano il loro Signore, implorano la salvezza, ancora una volta nudi nell’accoglienza. L’unica cosa che ci resta è essere esposti ed accolti, come era l’Io all’inizio del Prologo (nel testo vi sono precisi riferimenti a mani “a conca”, a spazi accoglienti). Dunque sostanzialmente  si dice l’aperto, lo stare sulla soglia, spesso citata ma non alla Celan, qui non vi è nulla di metafisico. Bisogna stare aperti. Dunque il sacro, il mistico come entrano nella poesia di Cepollaro? Non hanno il ruolo che tradizionalmente rivestono nella poesia sapienziale o nelle religioni tradizionali, anche per il suo sguardo alle filosofie orientali. Queste dimensioni entrano in un altro modo nella sua opera perché  il suo essere giunto alla scarnificazione della lingua, all’essere esposto, non lo fa diventare per questo “puro spirito”, come accade spesso nel percorso dei mistici. Quando l’autore realizza questa spoliazione della lingua ciò che lo richiama è invece la natura. L’aver gettato via l’artificio retorico e simbolico dei primi libri vuol dire disporsi al richiamo dell’amore che si rivela come natura. Lo spazio sacro è lo spazio della natura che compie il suo richiamo. E’ lo spazio della condivisione. Dal momento che lo spazio naturale, come viene detto nei versi, è lo spazio che ci “tiene” insieme. Questo tenerci “insieme” avviene indipendentemente da noi, e sostanzialmente indipendentemente dall’Io. L’uomo ridotto a scimmia, alla sua essenza, a pura e nuda vita non vede la fine. Ad un certo punto viene richiamato all’amore. Ed è qui che si colloca il sacro . E quindi il tema della condivisione. A pag 38 si legge:

e dunque la scimmia che scivola

all’indietro

è comunque mossa

in avanti

quindi non si muove da sola ma è mossa qualche altra cosa, non è la scimmia che decide. E poi :

è tutta presa

senza peso

dal suo andare

«perché -il tale diceva-

cosa vuoi realizzare

che ne valga la pena

davvero

cosa, se non l’amore?»

e lo diceva

duro

come uno che non ha voglia

di perdere tempo

ecco eccolo qui

il numinoso

 

Numinoso è il carattere, l’essenza del sacro, luce diffusa. Si tratta di giungere alle soglie dell’origine, vedere lo spazio originario,  lo spazio naturale che tutti ci contiene al di là della nostra volontà, al di là del nostro Io e poi ricominciare, stando nello spazio con la luce che ci portiamo addosso, che è la luce del numinoso. E’ così che riusciamo a dare un senso alle cose, a dare un senso alla vita, perché il senso non siamo più noi a volerlo dare ma è proprio il senso che già ci contiene, perché senso “lo siamo già”. Tale scoperta è stata possibile dal percorso compiuto: abbiamo fatto un lavoro di denudamento e di spoliazione della lingua, abbiamo spogliato l’Io e abbiamo realizzato ciò che un filosofo importante chiama “la svolta” . Siamo tornati indietro. Tant’è che il libro si chiude con un altro monologo recitante dove compaiono le parole “aperto” e “stare sulla soglia”, e “la porta”. Nelle opere successive, nei libri che verranno scritti dopo Lavoro da fare, e cioè Le qualità e La curva del giorno e Al centro dell’inverno, lo spazio scoperto qui, lo spazio condiviso, viene trattenuto e curato. Cepollaro con le sue lasse poetiche che andranno a costituire questi libri avrà cura di questo spazio sacrale che viene rivelato proprio in questi due libri centrali, Versi nuovi e soprattutto in Lavoro da fare, dove questi temi vengono esplicitati. In questa nuova trilogia, Il poema delle qualità, l’autore ha cura dello spazio scoperto. E quando la parola “corpo” apre ogni lassa del poema, non sta per “il mio corpo”, ma come bene diceva Giorgio Mascitelli, sta come parte per il tutto. Il corpo allora è corpo fisico, corpo sacro, corpo individuale. Il corpo è quel centro (si può anche chiamare Io) che è forma di accoglienza, perché il corpo per definizione accoglie, come Epicuro ci ha insegnato.