Archivi per la categoria: Biagio Cepollaro

Una sorta di rubrica che sto curando per il blog Nazione indiana ha l’obiettivo di suggerire delle auto-antologie poetiche. Il poeta viene invitato a ripercorrere il tragitto compiuto e a riflettere su questo percorso dedicando a ciò una pagina di annotazioni. E’ l’autore stesso che scrive la sua storia e l’intervento dall’esterno è ridotto al minimo. Questa richiesta di riflessione necessaria all’auto-presentazione  mi pare che vada in direzione opposta al flusso della rete che per sua natura tenderebbe a non coagulare, fermare, riflettere ma, al contrario, a costituire un continuum di informazioni senza soluzioni di continuità.

Queste auto-antologie vorrebbero opporsi a questa dispersione o disseminazione più o meno euforica che la rete sembra esprimere. Spero che in questo modo si possa dare un’idea della produzione di poeti giunti ad una prima piena maturità letteraria. Questa iniziativa vuole contribuire, in questo caso solo sulla rete, ad offrire un rallentamento riflessivo, in parte correttivo, alla tendenza entropica della diffusione attuale della poesia.

Fin qui sono stati invitati Francesco Tomada, Vincenzo Frungillo, Francesco Filìa, Viola Amarelli, Eugenio Lucrezi, Renata Morresi , Gianni Montieri e, a breve, apparirà l’auto antologia di Italo Testa. Questo è anche un modo, sia pure in minima parte, di restituire alla poesia quella funzione riflessiva, intellettuale e critica che per lo più in questi anni, forse per troppa ricchezza di offerta creativa, sembrerebbe quasi perduta.

2018

Italo Testa.

Proposta di lettura di Biagio Cepollaro

2018

(da: Biometrie, Manni, 2005)

Scandire il tempo

 

Devi intonare la litania dei corpi

di quelli esposti nel riverbero dei fari

di quelli accolti nel marmo degli ossari

 

devi orientarti per i tracciati amorfi

tra le scansie dei centri commerciali

scandire il tempo di giorni disuguali

 

devi adattarti al ritmo delle sirene

lasciare i ripari, esporti agli urti

abbandonarti al canto degli antifurti

 

trasalire nel lucore delle merci

cullarti al flusso lieve dei carrelli

sognare animali e corpi a brandelli

 

devi nutrirti di organi e feticci

profilare di lattice ogni fessura

pagare il conto e ripulire con cura

 

recitare il rosario dei volti assenti

svuotare gli occhi, ritagliare le bocche

aderire alla carne e schioccare le nocche.

 

Già in questa poesia del 2005 si presenta, quasi come un programma, il lavoro di Italo Testa. Un lavoro teso a trattare la poesia come forse avrebbe voluto il Musil de La conoscenza del poeta, scritto nei primi anni del 900. Qui veniva sottolineata l’idea che il poeta, a differenza dello scienziato, non coglie mai il generale ma sempre il singolare, la singolarità e l’eccezione. Mi pare che Testa si affidi questo compito attraverso un metodo che non è soltanto formale e di scrittura ma è anche un metodo esistenziale, una sorta di resa per la conoscenza, resa alla condizione in cui si è posti dalla storia. Pur nella consapevolezza dell’artificialità di questa condizione, si assume il compito di fare di questa condizione che non può essere mutata facilmente, un luogo di conoscenza attraverso la resa. Una resa psicologica ma non intellettuale, nel senso che la conoscenza continua a penetrare l’esistenza, continua  a interrogare l’esistenza come se tutto fosse ancora da comprendere. E in realtà è come se si fosse compreso l’insieme ma i singoli momenti della vita restano ancora tutti da vivere, da vedere. Questo è il secondo tema importante: la visione. La poesia per Testa è immagine anche quando è ritmo. L’immagine è ciò che appare, è ciò che viene inseguito da lui, l’immagine è la luce dell’apparenza, è il senso dell’apparenza. L’immagine è anche ciò che ci è dato, non solo ciò che viene posto indipendentemente da noi ma anche ciò che ci viene donato e il dono viene prodotto dall’arte. C’è una strana combinazione tra necessità e libertà. Si è necessitati in un contesto di alienazione (urbana, industriale, post-industriale) eppure questa necessità lascia degli ambiti di libertà. Da Mattinale in La divisione della gioia del 2010

mattinale

 I

fincantieri, 3 a.m.

 

tre del mattino. le pale meccaniche

ritagliano in campi blu la notte:

 

alle fermate d’autobus lo sterno

s’alza, s’abbassa, segue un suo ritmo

 

sordo, illuminato dal bagliore

del gas che avvampa sui cantieri.

 

quelle sugli angoli, cui il passante

ieri ha venduto la sua innocenza

 

fissano immobilizzate i fari

tra i container nudi sullo spiazzo.

 

senza appetito potrà cibarsi

l’automobilista insonne al chiosco

 

dove un ago ti cala sulla lingua

se non attacchi la vita a morsi:

 

e con la luce che irrompe sui viali

sciama il disgusto, e può avvicinarsi

 

il tuo fiato a quello degli altri

che affilano i talloni contro i pali

 

uguali, sempre, sotto queste spoglie

alle poiane in agguato sulle valli,

 

le utilitarie sfrecciano e ghermiscono,

depositano le ossa tra le foglie:

 

tre del mattino, le pale meccaniche

fendono ancora la notte, e immobile

 

l’airone acquattato sugli scogli

sogna la preda tra le salicornie:

 

Qui troviamo sullo stesso piano l’elemento biologico e quello artificiale, meccanico. Ormai questa seconda natura ha reso omogenee le condizioni in cui si vive. Un solo sguardo trapassa da un piano all’altro nell’omogeneità dei richiami sonori. E in un certo senso questo rapporto tra superficie e apparenza, tra organico e meccanico ci riporta anche al pittore Hopper, significativo riferimento per Testa. Si tratta della verità non come simbolo ma come immagine e immagine non santificata, ma ordinaria, come il raggio di luce su di una casa per Hopper. Questo è il vero mistero, il vero fascino percettivo della realtà così come appare. Dunque c’è una rivolta sotterranea, silenziosa che non è ideologica, è senza alterità immaginata alla situazione, la rivolta avviene in modo estetico. Viene presentato ciò che uccide: il feticcio come mondo. E’ il presupposto questo di una rivolta ma anche il modo per abitarlo, questo mondo. Perché la dimensione artistica coglie la singolarità di cui si diceva. La dimensione artistica è anche il luogo in cui il nostro personale tempo viene espresso mentre si consuma. Nel 2004 nell’esordio de Gli aspri inganni aveva dichiarato programmaticamente: “Tu al bianco devi cedere, muto / aderire all’indifferenza delle cose”. Questa adesione, questa sorta di senso della terra, terra ormai alienata, deforme questo senso di aderenza alle cose non è nient’altro che aderenza sensibile, sensoriale, percettiva all’indifferenza delle cose. Questa aderenza è un modo per giungere ad una sorta di totalità orizzontale del senso.

 

2018

 

La poesia di Elio Pagliarani

Intervengono Biagio Cepollaro, Andrea Donaera e Vincenzo Frungillo

Perché i poeti?

Rassegna a cura di Biagio Cepollaro

16 novembre 2017, Bezzecca Lab, Milano

3)Kun-2008.jpg

Da Al centro dell’inverno, terzo libro della trilogia de Il poema delle qualità , dopo Le qualità (Camera verde, Roma, 2012  e La curva del giorno, L’arcolaio, 2014)

*

il corpo ogni giorno coltiva un campo di attrazione e di energia
che lo lega ad un altro corpo sedimentando la memoria nel piacere
quell’invisibile distanza diventa un giardino a cui
tornare rinnovando ad ogni abbraccio la condizione dell’inizio
intanto il mondo è sempre più inutile discorso e partita persa

 

*

il corpo sfoglia i decenni come fa per i petali della margherita
ciò che sembrava il tempo lungo di una vita si conferma ora
un battito di ciglia: prodigiosa è questa capacità
della specie di ricordare e trasmettere. miracolosa è questa
sua capacità di bellezza nel cuore di un’eterna barbarie

*

il corpo incontra l’altro nel meriggio della vita e celebra
ogni volta il confine toccato dal senso. di più non è concesso
all’umano che oscilla tra il rigido e il morbido: fatica
tra penuria e minacce a ritrovare ogni giorno nuova la luce

 

 

 

 

 

 

21761776_10214066240840963_5820932673167954418_nPerché i poeti? Giancarlo Majorino  ha insegnato a tenere insieme l’intensità emotiva dell’esperienza con la criticità del pensiero. La poesia è un’attività artistica che non può essere scissa dalle altre sfere della cultura critica, dalla filosofia, dalla critica sociale, dalle altre arti. La poesia è cultura critica incarnata.

La poesia è essa stessa un attività di spostamento rispetto al conformismo intellettuale: la poesia evita le dicotomie, pone le questioni in altro modo, inventa una lingua per dire l’esperienza che altrimenti sarebbe codificata

(…)

Dal momento che Majorino come Pagliarani e Di Ruscio, per citare nomi a me familiari, hanno in un certo senso dovuto rispondere, in modi diversi, a quell’impasse che si era creato alla metà degli anni ’50 tra coloro che insistevano per il primato contenutistico-ideologico e coloro che sentivano come retorico in quegli anni questo primato. E tra i migliori di quella generazione c’è sempre stato del ‘nervosismo’ testuale, cioè la consapevolezza che lo specifico dell’arte risiedesse nell’invenzione di modi non previsti di ri-attraversamento di temi comuni, di storie concrete, di tangibili umanità. Ed è in questa chiave , secondo me, che va letta la componente sperimentale di Majorino: l’adozione del montaggio a freddo o a caldo, l’uso di pre-fissi e calembours, lo spaziare tra i diversi registri del colloquiale, fino alla singola deformazione microlinguistica. Dico componente perché lo sperimentale è solo un polo del campo, l’altro è la riconoscibilità, l’opposta pulsione dell’idiolettale, la pedagogia. (…)

Giuliano Mesa letto da Biagio Cepollaro e Gianni Montieri

Apertura della VI edizione di Tu se sai dire dillo 5 ottobre 2017,

Libreria popolare di via Tadino, Milano

La registrazione audio della serata dedicata ai versi e alle prose di Luigi Di Ruscio con Christian Tito, Nino Iacovella e il sottoscritto al Bezzecca, a Milano. Primo incontro della rassegna Perché i poeti? .7 settembre 2017

Alcuni appunti sul tema:

Luigi Di Ruscio, poeta “singolare”

  • il suo punto di vista sociale (contadino/operaio/emigrato ad Oslo nel 53)
  • La sua lingua “congelata” perché usata solo per la poesia
  • Italiano e dialetto: idiolettali (Baldus lo pubblica agli inizi dei ’90)
  • Status intermedio tra lingua orale e lingua scritta
  • Stile paratattico per montaggi successivi di blocchi
  • Sperimentalismo involontario: “posso fare solo così” e interesse per la sperimentazione degli anni ’80 sul pastiche
  • L’immagine visionaria, riferimento realistico e centralità della sentenza
  • Titanismo “paranoide” che si risolve nel noi della classe

Perché i poeti?
Per Di Ruscio: l’atto della scrittura configura un atto di liberazione sociale. E’ un presagio di felicità collettiva.
Il flusso paratattico è espansione liberatoria di natura biologica, affettiva ed erotica. L’affermazione della singolarità è interruzione del dominio perché possa avere voce la collettività oppressa.
Lezione di Di Ruscio:
La non innocenza del sistema letterario e la non innocenza dell’anti-sistema letterario: le radici ideologiche della letteratura come rappresentazione borghese del mondo (Quasimodo, Fortini,Porta)
La singolarità non è l’io. L’io del poetese è una mancata singolarità , la singolarità dice il collettivo, il “così anche gli altri”
Il poeta scrive da ciò che conosce: per Majorino e Pagliarani saranno il ceto medio e il ceto impiegatizio

Giulia Niccolai tra Lavoro da fare e Giorgio Manganelli.

Un breve passaggio della presentazione di Lavoro da fare, Libreria Popolare di via Tadino, Milano, 24 marzo 2017. Riprese di Rosanna Guida.

Biagio Cepollaro, Letture da Lavoro da fare , 24 marzo 2017.

Libreria Popolare di via Tadino. Presentazione con Giulia Niccolai, Giorgio Mascitelli, Italo Testa.

Riprese di Rosanna Guida