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Dialogo tra Biagio Cepollaro, Rosanna Guida e Giorgio Mascitelli intorno al libro e alle opere
pittoriche raccolte in Nel fuoco della scrittura, La camera verde, Roma, 2008. Registrazione integrale

Intervista a Biagio Cepollaro, ripresa e montata da Sergio La Chiusa con musica di Giuseppe Cepollaro, 2009.

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Appunti per l’intervento dal titolo La curva del giorno

Il titolo

Ho intitolato il mio intervento La curva del giorno, titolo di un mio libro di poesia, perché credo che alla domanda circa la relazione tra lirica e società, domanda coraggiosa, non possa che provare a rispondere innanzitutto rimandando alla rischiosa concretezza di un’opera, del suo stile, dei suoi temi. E dico ciò ricordando quanto Luciano Anceschi scriveva a proposito della critica dei poeti che è cosa diversa dalla critica militante e dalla critica accademica. Tutte necessarie come dimensioni della critica e talvolta sovrapponentesi. Dunque oggi credo di parlare a partire da ciò che scrivo in versi (e dovrei aggiungere da ciò che dipingo su tela, essendo le logiche compositive non così separate).

1.

Politicità come stile non come tema: il corpo connesso

Se mi chiedo in cosa consista la “politicità” del mio lavoro in versi, in cosa consista il riferimento al vivere sociale, osservo che se vi è della politicità questa non è nei temi, per lo più relativi alla minima quotidianità, ma nella forma. Lo stile implica un giudizio, una presa di posizione, anche se è fenomeno complesso, in parte non consapevole. In cosa consisterebbe dunque la “politicità” del mio stile? Mi rispondo nel provare ad alludere a una condizione in cui tutti noi, a prescindere dalle nostre particolari situazioni, viviamo. Si tratta innanzitutto della condizione del corpo “connesso”, tecnologicamente connesso.

La condizione connessa e la poesia testimonianza antropologica

La condizione “connessa” è talmente tecnologicamente pervasiva da essere ritenuta scontata e perciò invisibile, potente, di vera e propria rilevanza antropologica. In questo senso la politicità della poesia può incontrare la testimonianza antropologica, prima ancora che etica. Antropologica nel senso di un modo di organizzare in parole, suoni e immagini il senso dell’umana esperienza.

Il grado zero per un quotidiano connesso

Lo stile che definisco del “grado zero” prova  appunto a tratteggiare questa condizione in cui sembra crescere un nuovo tipo di solitudine, un nuovo tipo di ansia,  attraversanti i nostri corpi “collegati”, la nostra attenzione che passa da un dispositivo all’altro. Da una parte dunque il minimo quotidiano, la preparazione del cibo, il camminare, il dormire, l’incontrare, dall’altra la superfetazione comunicativa che sostituisce il silenzio con una modalità silenziosa che non è più il silenzio.

 

Reazioni in assenza di azioni collettive, il progetto moderno

La politicità credo sia anche in questo processo di svuotamento per poter illuminare il comune, ciò che accomuna. Questi corpi “connessi” si agitano nella forma dell’io, riproducono immagini e parole di sé, diffondono continuamente  “reazioni” , nella probabile impossibilità di progettare collettivamente una sola azione che riguardi la struttura della vita, mentre un’intera civiltà sta implodendo rinunciando al suo progetto moderno che prometteva l’emancipazione collettiva di tutti gli uomini.

Politicità come rifiuto della retorica dell’Io sentimentale e dell’Io cerebrale

Politicità credo sia anche una rottura di complicità. In questo caso con l’estetizzazione diffusa, con la neutralizzazione dell’intenzione estetica sepolta sotto un intero paesaggio che negli ultimi decenni si è sempre più estetizzato. Questo rifiuto dell’estetizzazione diffusa passa attraverso il rifiuto della retorica dell’Io sentimentale (non rifiuto della dimensione sentimentale ma solo della sua mistificazione), così come dell’Io cerebrale e della sua retorica autoreferenziale.

Politicità come esperienza del confine con le altre arti. Leonkart 1995

Politicità è anche spingere la poesia ai suoi confini, intrecciarla alle altre arti, provarla su nuovi supporti perché la funzione intellettuale connessa con la politicità accomuna le diverse espressioni e tendenzialmente i diversi pubblici. In tal senso ricordo con piacere l’esperienza del Leonkart, arte nel centro sociale Leoncavallo, che nel 1995 provava a mescolare all’interno di un territorio fortemente connotato le diverse dimensioni artistiche e i diversi tipi di pubblico.

La politicità dunque a mio avviso non è nei temi affrontati dalla poesia ma dalle scelte stilistiche e da ciò che Benjamin chiamava i mezzi di produzione letteraria, cioè dal tipo di organizzazione materiale della pratica letteraria.

2.

Crisi della testualità e della rappresentanza

Il tema dell’incontro Lirica e società è un tema coraggioso perché chiede di porre in relazione due termini che in questi ultimi decenni hanno subito profonde trasformazioni che non riguardano solo le forme (della letteratura e della politica) ma le strutture, per così dire, i supporti.

Dico subito che se c’è come credo una crisi dello statuto della testualità della lingua poetica e dell’autorialità anche per la diffusione delle nuove infrastrutture della comunicazione attraverso la rete, vi è pure contemporaneamente una crisi della statuto della rappresentanza politica, che si accompagna egualmente alle nuove infrastrutture della produzione del significato.

La testualità sembra attratta da ciò che Ong definiva oralità secondaria, il nuovo supporto elettronico inoltre muta i rapporti di produzione letteraria come avrebbe detto Benjamin in quanto l’autopubblicazione in rete incide su nozioni come autorevolezza e autorialità. Insomma parlando di poesia e politica oggi, nel 2019, stiamo parlando di due incognite e stabilire una relazione tra due incognite è compito molto arduo.

La dissoluzione della funzione intellettuale

Un altro elemento da considerare in via preliminare è ciò che agli inizi degli anni ’90 indicavo come passaggio dalla società di massa con le sue istituzioni/tessuto (Università, editoria, Stampa) alla società mediatizzata, attraversata prima dalla televisione e dalla pubblicità poi dalla rete e da una varietà di dispositivi, con parallela crisi o anche dissoluzione della funzione intellettuale. All’epoca della società di massa la poesia rientrava a pieno titolo nella funzione intellettuale, almeno sul piano dell’immaginario, diciamo così. E la funzione intellettuale si poteva distinguere ancora in apocalittica e integrata. Alla metà degli anni ’80 si discuteva tranquillamente della funzione antagonista della poesia, penso ai dibattiti a cui ho partecipato sulla rivista Altri Termini e in seguito sulla rivista Baldus, si pensi all’antologia intitolata Poesia Italiana della Contraddizione del 1989 uscita, a cura di Mario Lunetta e Franco Cavallo, con la Newton Compton: un certo tipo  di poetica, come quella de “La parola innamorata” del 1979, poteva essere facilmente percepita da noi come integrata, come apologetica dell’esistente.

I poeti e la politica.

Ricordo a partire dalla seconda metà degli anni ’80 ciò che per me era il rapporto lirica-società. Mi riferisco alla frequentazione di Paolo Volponi (che fu anche ottimo poeta oltre che grande narratore e senatore della repubblica) e ai suoi discorsi sulla funzione civilizzatrice dell’industria, a Francesco Leonetti e alla sua battaglia (per un tratto anche mia, ormai agli inizi degli anni ’90 con la rivista Campo); penso a Majorino e alle sue Lotte secondarie, penso a Luigi Di Ruscio e alla sua furia bruniana. Mi viene in mente anche una curiosa pubblicazione, voluta da Sanguineti nel 1991 dal titolo Mozione dei poeti comunisti che fu presentata al Congresso dedicato al tema del cambio del nome del PCI. Oggi può accadere di sorridere all’idea di una raccolta di versi con questo titolo. Ma accadde. A quell’epoca il mio rapporto con Balestrini e Pagliarani era molto stretto: le ragioni della politica erano legate in modo inestricabile anche alle ragioni della forma. Il sabotaggio del linguaggio poetico ambiva ad essere sabotaggio dell’ideologia dominante. Politica e poesia dovevano incontrarsi sul piano dell’innovazione formale.

Senza questo nesso La ragazza Carla sarebbe stata difficile da concepire, senza il lavoro di violento montaggio e orchestrazione dei registri.  Dallo sperimentalismo alla neoavanguardia si stava consumando questo nesso, sullo sfondo il Benjamin della terribile accoppiata Avanguardia e rivoluzione.  Ma quello ormai era anche il tempo del Gruppo 93 e della rivista Baldus (tra il 1989 e il 1996) che da quelle esperienze  si allontanava nella consapevolezza che le riflessioni di Lyotard, Paul Virilio, Walter Ong, Jameson offrivano un punto di vista diverso. Si entrava nel postmoderno ma nella versione ideologica che rimuoveva la questione del potere e quindi della politica.

L’affermazione del “Pensiero debole” di Vattimo ricordo fu il mio bersaglio polemico preferito, il modo per leggere dentro una questione filosofica e culturale una questione politica. All’epoca insistevo sull’errata interpretazione della diagnosi del la condizione postmoderna che aveva fatto Lyotard. Le due grandi metafore dei giochi linguistici di Wittgenstein e della Volontà di potenza di Nietzsche erano state ridotte alla prima in nome di un relativismo che non si accompagnava più alla questione del potere e quindi dell’importanza dei rapporti di forza anche in ambito culturale. La presunta fine delle ideologie sanciva la vittoria di una sola ideologia. Questa sconfitta del pensiero critico e della funzione intellettuale sarebbe poi diventato il cosiddetto Pensiero Unico.

Le strategie formali

Le avanguardie storiche speravano di cambiare insieme all’arte anche il mondo, vi era una pulsione palingenitica. Se per gli anni della Neoavanguardia già poteva valere solo la strategia del sabotaggio linguistico, almeno come atteggiamento di criticità, alla fine degli anni 80 il dato più rilevante era per me l’estetizzazione diffusa prodotta dalla crescita della pubblicità e l’importanza della televisione. Non valeva più la dicotomia tradizione avanguardia si parlava di contaminazione postmoderna, nel mio caso di postmoderno critico.

Conclusione

Politicità della poesia è oggi nella rottura di complicità con l’estetizzazione diffusa, modo idiosincrasico di testimonianza antropologica attraverso un sapiente manufatto di parole

 

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Così Nino Iacovella su La notte dei botti

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di Nino Iacovella

“Hanno tagliato il filo dell’orizzonte facendone pacchetti, hanno saturato l’aria, compressa, solida ormai in alcuni punti della città. Hanno impacchettato anche l’aria che ora gira nelle rivendite della borsa nera. Hanno duplicato i rossi, i verdi, i gialli; ne hanno fatto pomate che di notte spalmano sugli alberi del parco. Su ogni panchina ce n’è traccia e i vecchi non anno più dove sedersi e i bimbi dove giocare. Duplicati ovunque ,ovunque serie complete. Hanno diffuso la voce che la pomata non fa invecchiare e così gli uomini e le donne vanno a caccia della pomata. Anche i tossici del parco sono convinti e si spalmano la pomata sulle braccia, dicono che penetra nei pori della pelle, soprattutto in prossimità dei buchi. E tutti quelli dell’autogrill, come me, sanno e non sanno. Hanno sentito i botti stanotte e raccontano e si confortano e intanto si spingono nella…

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17 novembre 2018
ore 20:00 Hotel Sheraton , via Cardano 1,Milano

Da libro del giorno a Fahrenheit a BCM2018

Con Biagio Cepollaro, Valentina Di Cesare e Pino Tripodi

Biagio Cepollaro
“La notte dei botti” – Miraggi Edizioni
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41514502_1864883383593599_4368075323074412544_nDavid Frati su Mangialibri

http://www.mangialibri.com/libri/la-notte-dei-botti?fbclid=IwAR23xF4FCd5yTERZA0VLBKRwT7Kt21h4mPq1XySkasvh1ED_MRo4769GZhA


Lo chiamano Scriba, perché “ha la fissa di scrivere tutto, con ossessione, ovunque si trovi”. Ormai da anni dorme tre ore per notte, il resto lo passa a vedere i sogni degli altri. Non sa perché gli succede, ma i sogni delle persone che dormono nelle sue vicinanze gli invadono la testa, mostrando i loro desideri marci, le paure, le ossessioni. Scrivere lo aiuta a capire. Conoscere i sogni degli altri lo aiuta a capire. Eppure “ora che la Notte dei Botti è scoppiata il casino è davvero grande”, è difficile orientarsi. C’è un senso in quello che sta accadendo, oltre al “gusto della sopraffazione e all’euforia del pestaggio?”. Esplosioni, scontri, panico, morti e feriti, cariche della polizia, “fumo da non vederci più nulla”. Non è ben chiaro cosa sia successo davvero e perché, forse molte cose insieme: “per strada, oltre alle ambulanze e alle sirene, oltre ai pompieri per i primi incendi, festosi si erano riversati in molti. Grandi e piccini, intere famiglie, in molti gridavano (…) evidenze protese, più o meno alte, più o meno mature, (…) protese comunque, squadernate, rivendicate, falliche evidenze acuminate, acuminate e urgenti, inderogabili, sfinenti”. In cielo è tutto un volare di elicotteri, le strade sono invase da ingorghi colossali, le autostrade sono chiuse da posti di blocco. Molti vengono ammassati in un autogrill – è da lì che Scriba è fuggito quando la puzza di piscio, sudore e merda si è fatta intollerabile – si parla di Resistenti che si oppongono alle forze che guidano la Notte dei Botti (che ufficialmente si chiama la Notte della Libera Espressione), ma esistono davvero? Scriba non lo sa, nessuno lo sa…

Arriva finalmente in libreria questo fascinoso romanzo breve scritto tra 1993 e 1997 da Biagio Cepollaro – poeta e pittore, teorico del “postmoderno critico” e tra i promotori del Gruppo 93 – su indicazione di Nanni Balestrini, che stimolava continuamente l’autore a cimentarsi con la prosa. Dopo qualche abboccamento non andato a buon fine, il romanzo è rimasto però inedito, pubblicato solo online sul sito di Cepollaro, fino a quando Francesco Forlani (che nella bandella definisce felicemente La notte dei botti“un viaggio davvero al termine della notte”) lo ha proposto a Miraggi. Ed ora eccolo qui: un piccolo gioiello a metà tra avanguardia letteraria e pamphlet politico, ambiti apparentemente inconciliabili ma la cui ibridazione Cepollaro governa con maestria e passione, evitando sia la cerebralità sia l’ingenuità. Nato in un periodo di ricerca linguistica molto intensa dell’autore, La notte dei botti è espressione di un laboratorio linguistico: il testo oscilla continuamente tra realismo scarno e visionarietà poetica, ogni parola è scelta con cura, ogni immagine o metafora è rigorosamente non casuale, il linguaggio racconta – o per meglio dire incarna – il passaggio traumatico tra moderno e postmoderno. Si era negli anni ’90, per definizione il decennio della fine delle ideologie, della agonia del Novecento, della ricerca di nuove identità sociali e politiche, della fusione e della confusione. L’alba di una presunta nuova era, i primi vagiti della Seconda Repubblica. La notte dei botti coglie alla perfezione il nucleo di angoscia di quei momenti, sfrondato di tutte le sovrastrutture, le (false) speranze, le farse mediatiche. Con sensibilità da poeta Cepollaro qui scarnifica il reale, ne mostra l’anima nera. La notte che ci descrive è un violento tutti contro tutti, è un sinistro redde rationem. Lo ha spiegato lui stesso alla trasmissione radiofonica “Fahrenheit” qualche tempo fa: “C’è un equivoco fondamentale, anche nel linguaggio comune, che negli anni si è andato aggravando: e cioè che parole che una volta significavano qualcosa – tipo libertà e riforma – hanno cominciato a significare un’altra cosa, anzi a significare l’opposto di prima. Questa notte della Libera Espressione sembra essere finalmente la realizzazione di un sogno, e in realtà è l’inizio della fine, l’inizio di una dittatura di tipo cileno”. Libro apparentemente di non facile lettura, ma se ci si approccia a livello puramente emozionale, regala un’esperienza potente ed epifanica.

 

Tu se sai dire dillo 2018 VII edizione Parte 5
10 novembre Libreria popolare di via Tadino
Francesco Ottonello, Eugenio Lucrezi, Paola Nasti, Daniele Ventre, Bernardo de Luca e Giovanni Palmieri

Tu se sai dire dillo 2018 Part 4 9 novembre
La traduzione. A cura di Giusi Drago con Paola Quadrelli e Anna Ruchat.

Per Christian Tito il blog Perigeion con Giusi Drago, Nino Iacovella, Guido Cupani e Francesco Tomada

Tu se sai dire dillo 2018 Parte 3 Pino Tripodi, Vincenzo Frungillo, Luciano Mazziotta

Tu se sai dire dillo  Video Parte 2

8 novembre 2018

La poesia: Italo Testa e Giovanna Frene

L’arte: Gaudenzio Ferrari. Giovanni Renzi