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Christian Tito su Lavoro da fare di Biagio Cepollaro al Bezzecca Lab 11 maggio 2017:

“(…) dall’amicizia in comune di Luigi Di Ruscio all’insegnamento ricevuto. Dal marchigiano ho appreso la forza, da Cepollaro sto imparando la precisione… (…)L’importanza di leggere versi che sono incarnati dalla sua vita…Doveva diventare un uomo nuovo per scrivere nuovi versi. Lui non consuma l’oriente, come spesso si fa, ma ne ha fatto esperienza trovando punti di contatto con la nostra cultura. La sua provenienza è la militanza della poesia, in senso critico e autoriale. Ha fondato la rivista Baldus, il Gruppo 93, ha partecipato a reading in giro per il mondo, ha dialogato con Pagliarani, Rosselli, Di Ruscio, Fortini,  ma poi comprende e rifiuta i rituali di potere e di carriera (Andrea Inglese): per poter dire qualcosa di nuovo deve diventare qualcosa di nuovo, deve abbandonare tutto questo.  E ci vuole molto coraggio per abbandonare le sicurezze che offrono ruoli riconosciuti all’interno del sistema letterario.(…)Saranno proprio Amelia Rosselli a indicargli la strada del lavoro duro e solitario(…) e Giulia Niccolai”

Intervento di Vincenzo Frungillo.

Il mio incontro con l’opera di Biagio Cepollaro è avvenuto attraverso la lettura di Versi nuovi (1998-2001), uscito da Oedipus nel 2004, e che ritengo uno dei libri di poesia più importanti pubblicati in Italia dopo gli anni zero. Lavoro da fare (2002-2005)  che si presenta stasera  nell’edizione cartacea della Dot.com Press si può considerare una sorta di continuazione di Versi nuovi. Si tratta del libro che chiude la parte centrale, la parte di mezzo dell’opera complessiva di Biagio Cepollaro che si può dividere in tre parti: una prima trilogia che va sotto il nome di De requie et natura (Scribeide e Luna persciente usciti nel 1993 e Fabrica, uscita nel 2002). Poi ci sono i due libri di mezzo: Versi nuovi e Lavoro da fare e successivamente l’ultima trilogia, quella più recente che è ancora in lavorazione, essendo usciti i primi due libri, Le qualità nel 2012 e La curva del giorno nel 2014 mentre Al centro dell’inverno è ancora inedito. Già  in Lavoro da fare che è apparso nel 2006 come e book prima di essere oggi stampato su carta, Biagio cominciava a scrivere in modo differente rispetto ai primi due libri della prima trilogia, cambiavano lingua e strategia retoriche rispetto al suo debutto poetico. I primi due libri mettevano insieme l’idioletto, una sorta di combinazione di dialetto reiventato e neologismi. Qui vi era un’allusione a Jacopone da Todi , in particolare nei primi due libri. Ma già nel terzo libro, in Fabrica, vi è un cambiamento: la lingua diventa più piana, diventa anche più leggibile sulla carta, più leggibile anche per chi non avesse voluto confrontarsi con l’idioletto, lingua più strutturata e articolata, difficile da seguire soprattutto per chi non di origini napoletane o centro-meridionali. Con Fabrica fa la sua apparizione la lingua-oggetto  (Andrea Inglese) questa è la lingua che torna e resta nei due libri successivi: in Versi nuovi e Lavoro da fare di cui parliamo stasera. Lavoro da fare, scritto intorno ai quarant’anni, è un libro importante non solo perché occupa un posto centrale all’interno della produzione di Biagio ma anche perché, secondo me, è un vertice teorico-poetico pari a Versi nuovi e che andrebbe studiato in modo molto approfondito. Il libro si compone di un prologo e di otto parti o movimenti nel senso musicale. E’ un libro sia teatrale , come sostiene l’autore, che musicale. Vi è nel libro un riferimento esplicito a Bach e al far versi come suonando uno strumento, un violoncello, un raccogliere le note raccogliendo con esse lo spazio che ci circonda. Modo sommesso, musica da camera. Otto movimenti di una musica da camera per uno strumento solo che è la voce dell’autore. La novità è che mentre nei libri iniziali i testi erano molto strutturati dal punto di vista linguistico, attraverso l’idioletto e l’allusione alla lingua medioevale di Jacopone da Todi vi era anche un elemento polistrumentale, per così dire, adesso si va a fare musica per uno strumento solo, per una voce sola. A riprova di ciò vi è il prologo del libro che consiste in una riflessione che un uomo fa da solo di fronte a se stesso. Il prologo è l’unica parte del libro in cui l’autore parla a se stesso usando la parola “io”, per gli altri otto movimento vale l’impiego della lingua “oggettiva”, la visione oggettiva delle cose. Le cose vengono dette ma non si capisce il punto di vista da cui vengono ritratte, si tratta dell’autore  ma non di un “io”. Alla fine della prima parte del prologo si legge:

non è colpa di nessuno se la voce

che ti dai è la sola che in piedi ti tiene

Si tratta di una sorta di paradosso logico: la voce non te la dai tu, ma ti viene data, affidata. Alla fine del prologo si legge anche:

ognuno parla davvero

se lo fa

dal chiodo

che un bel giorno

l’ha fissato

la voce che dici è una voce che ti attraversa: tu sei fissato ad un chiodo, la voce ti fissa, e qui vi sono già implicazioni filosofiche. L’autore dice che pur parlando di sé nel prologo in realtà non è uno, noi non siamo uno. Il poeta, chi usa la voce. in realtà è sempre a partire da due, perché sempre attraversato da qualcosa. Con la scarnificazione della voce, della parola e della lingua, tutti gli strumenti retorici che venivano usati in precedenza vengono annullati , le “armi dell’intelligenza” vengono annullate, la voce resta di fronte a se stessa come un basso continuo (Ida Travi), si scopre allora che non si è soli ma si è attraversati da qualcosa. Siamo nelle secche dei quarant’anni gli strumenti le armi dell’intelligenza non ci sono più, vi è una crisi esistenziale anche e scopriamo che la voce che ci tiene in realtà non è nostra, ma è la voce che ci attraversa. Scopriamo a questo punto un elemento sacrale o addirittura religioso, religo, connessione con qualcosa che ci supera. All’altezza del quinto movimento, della quinta parte del libro, l’autore comincia a fare delle citazioni importanti: Agamennone, la cultura greca, Omero ed Euripide. In particolare cita l’episodio di Agamennone che in mancanza di vento non può partire con le sue navi, il tempo si è fermato, siamo nelle secche della storia, Agamennone è costretto a fare un sacrificio perché possa tornare il vento e le navi possano partire verso Troia. Il sacrificio che fa Agamennone è della figlia Ifigenia. L’autore , nella crisi dei quarant’anni, si dice che la lingua è stata da lui denudata, che si sente esposto agli eventi e alle cose e si chiede cosa ha ora da sacrificare. Nel quinto movimento viene detto che ciò che resta da sacrificare è la lingua stessa, la lingua-oggetto. Ritorna la lingua completamente disarticolata dall’Io. La lingua della poesia ora è lo spazio di fronte a me, uno spazio che io posso vedere nella sua semplicità. E infatti nella V parte  dei versi dicono:

perché navi partissero

bisognava fare sacrificio

di ciò che per anni ci era cresciuto

accanto

è strano come parti

di noi malate si fanno per noi

oggetti

sacri d’amore

Al di là di riferimenti autobiografici, a mio avviso, gli oggetti sacri d’amore sono anche le parole. La poesia in questa parte centrale del libro, è lo spazio sacrificale, lo spazio sacro. Lo spazio disposto all’accoglienza . Per i greci accoglienza del divino, per l’autore si tratta di altro perché non vi è trascendenza o metafisica. A questo punto, dopo aver nominato la vicenda di Agamennone, compaiono i protocristiani, nudi, indifesi senza strumenti per difendersi dai romani. Costoro pregano il loro Signore, implorano la salvezza, ancora una volta nudi nell’accoglienza. L’unica cosa che ci resta è essere esposti ed accolti, come era l’Io all’inizio del Prologo (nel testo vi sono precisi riferimenti a mani “a conca”, a spazi accoglienti). Dunque sostanzialmente  si dice l’aperto, lo stare sulla soglia, spesso citata ma non alla Celan, qui non vi è nulla di metafisico. Bisogna stare aperti. Dunque il sacro, il mistico come entrano nella poesia di Cepollaro? Non hanno il ruolo che tradizionalmente rivestono nella poesia sapienziale o nelle religioni tradizionali, anche per il suo sguardo alle filosofie orientali. Queste dimensioni entrano in un altro modo nella sua opera perché  il suo essere giunto alla scarnificazione della lingua, all’essere esposto, non lo fa diventare per questo “puro spirito”, come accade spesso nel percorso dei mistici. Quando l’autore realizza questa spoliazione della lingua ciò che lo richiama è invece la natura. L’aver gettato via l’artificio retorico e simbolico dei primi libri vuol dire disporsi al richiamo dell’amore che si rivela come natura. Lo spazio sacro è lo spazio della natura che compie il suo richiamo. E’ lo spazio della condivisione. Dal momento che lo spazio naturale, come viene detto nei versi, è lo spazio che ci “tiene” insieme. Questo tenerci “insieme” avviene indipendentemente da noi, e sostanzialmente indipendentemente dall’Io. L’uomo ridotto a scimmia, alla sua essenza, a pura e nuda vita non vede la fine. Ad un certo punto viene richiamato all’amore. Ed è qui che si colloca il sacro . E quindi il tema della condivisione. A pag 38 si legge:

e dunque la scimmia che scivola

all’indietro

è comunque mossa

in avanti

quindi non si muove da sola ma è mossa qualche altra cosa, non è la scimmia che decide. E poi :

è tutta presa

senza peso

dal suo andare

«perché -il tale diceva-

cosa vuoi realizzare

che ne valga la pena

davvero

cosa, se non l’amore?»

e lo diceva

duro

come uno che non ha voglia

di perdere tempo

ecco eccolo qui

il numinoso

 

Numinoso è il carattere, l’essenza del sacro, luce diffusa. Si tratta di giungere alle soglie dell’origine, vedere lo spazio originario,  lo spazio naturale che tutti ci contiene al di là della nostra volontà, al di là del nostro Io e poi ricominciare, stando nello spazio con la luce che ci portiamo addosso, che è la luce del numinoso. E’ così che riusciamo a dare un senso alle cose, a dare un senso alla vita, perché il senso non siamo più noi a volerlo dare ma è proprio il senso che già ci contiene, perché senso “lo siamo già”. Tale scoperta è stata possibile dal percorso compiuto: abbiamo fatto un lavoro di denudamento e di spoliazione della lingua, abbiamo spogliato l’Io e abbiamo realizzato ciò che un filosofo importante chiama “la svolta” . Siamo tornati indietro. Tant’è che il libro si chiude con un altro monologo recitante dove compaiono le parole “aperto” e “stare sulla soglia”, e “la porta”. Nelle opere successive, nei libri che verranno scritti dopo Lavoro da fare, e cioè Le qualità e La curva del giorno e Al centro dell’inverno, lo spazio scoperto qui, lo spazio condiviso, viene trattenuto e curato. Cepollaro con le sue lasse poetiche che andranno a costituire questi libri avrà cura di questo spazio sacrale che viene rivelato proprio in questi due libri centrali, Versi nuovi e soprattutto in Lavoro da fare, dove questi temi vengono esplicitati. In questa nuova trilogia, Il poema delle qualità, l’autore ha cura dello spazio scoperto. E quando la parola “corpo” apre ogni lassa del poema, non sta per “il mio corpo”, ma come bene diceva Giorgio Mascitelli, sta come parte per il tutto. Il corpo allora è corpo fisico, corpo sacro, corpo individuale. Il corpo è quel centro (si può anche chiamare Io) che è forma di accoglienza, perché il corpo per definizione accoglie, come Epicuro ci ha insegnato.

 

Biagio Cepollaro, Lettura di alcuni versi di Lavoro da fare (2002-2005), Dot.com Press, Milano 2017. Riprese di Donatella D’angelo. 11 maggio 2017

Conversazione con Vincenzo Frungillo, Nino Iacovella e Christian Tito.

Proiezione del video Ritratto di Biagio Cepollaro di Christian Tito

 

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Biagio Cepollaro e Vincenzo Frungillo

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Christian Tito e Biagio Cepollaro

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Vincenzo Frungillo e Nino Iacovella

Christian Tito, Biagio Cepollaro, un ritratto (Piccole cose 2015)

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Poetarum Silva

Lavoro da fare di Biagio Cepollaro è un libro di poesia di rara intensità e bellezza. Un perfetto equilibrio tra limpidezza e precisione del dettato e densità di pensiero. Nel leggere il titolo del libro di Cepollaro, mi è venuto in mente il titolo del diario di Cesare Pavese Il mestiere di vivere; in entrambi i titoli vi è il rapporto, in Pavese esplicito in Cepollaro implicito, tra lavoro ed esistenza: l’esistenza umana intesa come una fatica che si compie giorno dopo giorno, il diario pavesiano, o come un compito da portare a termine, il poema di Cepollaro. In entrambi vi è una sofferta meditazione sulla vita, sul senso ultimo, sul dolore e su una possibile rinascita. La conclusione del diario pavesiano è tragicamente nota, le conclusioni a cui portano le riflessioni dei versi di Cepollaro invece sono tutte da scoprire e già il compito che emerge dal titolo proietta…

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Presentazione standard2

È uscito, per iniziativa dell’editore Fabrizio Bianchi, direttore della Dot.com Press Poesia, un libro di carta intitolato Lavoro da fare, corredato da un saggio di Andrea Inglese (intitolato Alla ricerca di una possibile concretezza) e da un’appendice recante uno scritto di Giuliano Mesa, una corrispondenza dello stesso con l’autore e una riflessione critica di Florinda Fusco. Quest’ultima aveva scritto, undici anni fa, la postfazione del libro al tempo della sua prima pubblicazione, che avvenne in formato e-book in una delle prime collane di poesia italiana in PDF che il nostro paese ricorda, autoprodotta da Cepollaro e da lui curata insieme ad una pluralità di autori quali la stessa Fusco, Francesca Genti, Marco Giovenale, Andrea Inglese, Giorgio Mascitelli, Giuliano Mesa e Massimo Sannelli.

In un altro e-book uscito nella stessa collana vennero a suo tempo raccolti alcuni dei non pochi contributi critici che quell’uscita accompagnarono; questo libro cartaceo è stato…

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Qui di seguito la trascrizione dell’intervento di Angelo Petrella alla presentazione di Lavoro da fare , Dot.com Press, Milano 2017, a Napoli, Evaluna cafè libreria, l’11 marzo 2017.

Credo sia un bene che questo libro, Lavoro da fare (2002-2005), in ebook dal 2006, sia uscito in cartaceo ora, un bene per chi deve interpretare. Lo si capisce meglio se prima si è attraversato il bosco della seconda trilogia (Le qualità, La Camera verde, Roma, 2012) , La Curva del giorno (L’arcolaio, Forlì,2014) e Il centro dell’inverno,(inedito). Lavoro da fare corrisponde ad una svolta, ad un momento di riflessione, di abbandono della scena pubblica e del lavoro in riviste come Baldus e coincide con la chiusura del Gruppo 93 che si scioglie programmaticamente nel 1993. Il rapporto dialettico da stabilire è tra Lavoro da fare (2002-2005) e Versi nuovi,(1998-2001, uscito nel 2004  da Oedipus) immediatamente precedente, perché in entrambi i libri, senza preavviso, la poesia di Biagio passa da un alto grado di sperimentazione e di possibilità di lettura multilivello al suo grado zero, direttamente, senza passare per stadi intermedi.

Anche l’ultimo libro della prima trilogia, Fabrica (1993-1997, edito da Zona nel 2002) era ancora ancorato alle dinamiche proprie della post-avanguardia  che si riassumono nella domanda: “come comunicare dopo l’esaurimento del dicibile, del contrastabile, operato dalle avanguardie?”. L’idea elaborata da Biagio e accolta nell’ambito di Baldus e del Gruppo 93 di “postmodernismo critico” era una risposta a questa domanda, attraverso la pratica, nel suo caso, del pastiche idiolettico, del citazionismo di marca benjaminiana, delle pratiche di montaggio etc etc. Si trattava di ricostruire un discorso critico, stabilire un contatto critico con il lettore , sapendo che ormai agire sul linguaggio poetico non voleva dire agire direttamente sull’ideologia, come pensava Sanguineti. Le tecniche di costruzione poetica provavano a stabilire un contatto anche se negli anni ’90 il boom dell’editoria e di internet rendono già impossibile orientarsi, svanendo anche la funzione del critico militante. Da tale altissimo livello di sperimentazione bachtiniana veder passare al grado zero di Lavoro da fare e prima di Versi nuovi, è stato all’inizio per me poco comprensibile. Quasi scioccante fu per me la lettura di Versi nuovi. Retrospettivamente ho compreso attraverso la seconda trilogia ciò era stato realizzato in questi due libri con il loro grado zero. Ma già Lavoro da fare , già dal titolo, programmaticamente allude a ciò che era “da fare” per superare l’impasse tipico della modernità.

Ma cos’è esattamente questo grado zero? Non è certamente il grado zero del minimalismo. Non è neosentimentalismo, né neorealismo. Non è un tipo di poesia che ha la presunzione di nominare direttamente le cose in maniera oggettiva o oggettuale magari per liberarsene. No, secondo me, questo grado zero è il frutto di una grande dialettica, di un grande ragionamento che sta nel fondo. Mi sono permesso di azzardare un’ipotesi teorica su questo passaggio. Perché ho citato la seconda trilogia per parlare di questo libro? Biagio ha lasciato degli indizi nel secondo libro della trilogia, La curva del giorno 2011-2014, i titoli delle sezioni sono programmatici: “Attraversare il bosco”, “La luce dell’immanenza”, “L’alacrità del vuoto”. Esistono termini più heideggeriani e taoisti di questi? Heidegger aveva costituito un terminus contra quem per tutti gli anni ’80. In alcuni saggi si ritrovavano tracce ironiche di Biagio, ad esempio un titolo come questo: “Perché i poeti nel tempo del talk show?” (in Remo Cesarani,Trent’anni dopo, una convitata di pietra di nome Avanguardia, il Manìfesto, aprile 1993) Heidegger era visto come la facile fuga nello spiritualismo o neoermetismo  realizzata da alcuni poeti. Perché allora viene recuperato adesso? Perché secondo la mia interpretazione il suo lavoro sull’ontologia consente a Biagio di recuperare l’ultima forma resistenziale  dell’esercizio del pensiero, la differenza ontologica fondamentale in Essere e tempo. l’essere come qualcosa in cui siamo già gettati ma su cui non si può dire, che si può esperire come evento senza mai poterlo dire del tutto.

In Lavoro da fare accade qualcosa del genere. Le aeree semantiche più presenti sono quelle che riguardano la mente, l’apertura, il pensiero paradossalmente in contraltare al corpo. Paradosso apparente perché la corporeità di cui Biagio parla non è più la corporeità del materialismo degli anni ’90, il corpo inteso in senso rabelaisiano, come comico, come basso-materiale ma non è più nemmeno il corpo allegorico, della corporeità assoggettata al capitale, all’industria etc etc. Qui il corpo è semplice- presenza, il semplice tramite che il sé ha per fare la propria esperienza del mondo, del presente. Heidegger è soltanto un tramite per toccare quei temi tanto cari al taoismo e anche al buddismo zen. Ciò che dico si basa sulla fonte costituita da Notizie autobiografiche reperibili sul suo sito dove si parla dei rapporti con Adriano Spatola ma soprattutto con Giulia Niccolai già negli anni ’90 e Giulia, oltre ad essere una poetessa è anche una monaca buddista. Qui viene detto che la stesura delle qualità , almeno delle prime, erano preceduta da esercizi di meditazione. Da qui la misura breve, l’accensione improvvisa di quei componimenti, come se fossero dei koan buddisti. Secondo me è a questi temi che vanno riferite le idee del vuoto e del cominciamento molto presenti anche in Lavoro da fare.

Dunque Heidegger attraverso il buddismo. Per giungere a cosa? Il suo lavoro non dimentica mai da dove è partito: se è vero che con gli inizi degli anni ’90 dopo che le avanguardie pare che abbiano distrutto tutto e che anche l’esperienza del Gruppo 93 si sia rivelata infruttuosa perché non ha consentito uno sfondamento, un nuovo dialogo con il lettore, proprio dalla fine degli anni ’90 nessuno la legge la poesia, e lo dico provocatoriamente.

E allora che fare? Come fare poesia? Quale poteva essere un ulteriore modo di fare poesia? Differentemente da Sanguineti che si rifugia nel crepuscolarismo o, nei momenti alti, nelle Ballate, nella poesia didattica, moralistica, l’unico modo era interrogarsi sulle possibilità stesse del pensiero e quindi anche sulla possibilità di fare poesia. Come diceva Eugenio Lucrezi, fare poesia è esercizio di logos, nella versione della poesia di ricerca, sperimentale. Recuperare questa interrogazione sul presente, sulla possibilità stessa della poesia. E’ il punto di partenza per i poeti che verranno, è questo che ha aperto che ha dato Biagio. Capire le possibilità che il presente offre anche se non si intravede ancora una risposta. Il lavoro da fare è continuare a interrogarsi sulle possibilità stesse della poesia. In tale contesto il tema del corpo è reiterato in tutta la seconda trilogia, la parola “corpo” è all’inizio di ogni componimento. In questo modo gli ultimi libri della seconda trilogia si ricollegano agli esordi, a Le parole di Eliodora del 1984. Qui il corpo era riferito alla poesia latina classica e a Nietzsche, era il corpo erotico. Un tragitto da Nietzsche a Heidegger con la scimmia del logos che compare in un punto di Lavoro da fare di cui liberarsi. Ora sono curioso, dato che ho potuto leggere in anteprima l’ultimo libro ancora inedito della trilogia, Al centro dell’inverno, su cosa Biagio lavorerà. Cosa farà dopo.

 

Invito 24-03-2017_BIAGIO CEPOLLARO

Lavoro da fare è un grande testo di meditazione poetica, dove si fa ancor più accentuata, quasi “naturale”, la capacità di fondere pensiero, preghiera, lacerti di quotidiano e di storia sociale. La lingua scorre, senza incrinarsi o implodere, ma è lo scorrere, penso, di chi cammina su un filo, conoscendo l’abisso sottostante; una sorta di esercizio zen.

Giuliano Mesa (2006)

Questi versi dunque non annunciano un programma per la poesia, ma semplicemente spiegano una condizione soggettiva (che poi certe condizioni soggettive risultino più interessanti per tutti di molti programmi oggettivi è una cosa talmente ovvia che non vale la pena di dirla) (…) Ma naturalmente il lavoro da fare è lavoro che riguarda innanzi tutto il senso della propria esperienza e la poesia è lo strumento malleabile di questo percorso, senza diventarne mai il monumento.

Giorgio Mascitelli (2006)

La centralità del nesso scrittura–vita in Cepollaro non assume mai comunque i toni dell’autoironia, della mascherata tra l’indulgente e il sacrificale che ritroviamo in Giudici e, seppure con toni più grotteschi e parodistici, in Sanguineti. In entrambi questi autori il nesso scrittura–vita è esibito costantemente, ma attraverso una forma di esorcismo se ne vuole neutralizzare l’eccessiva gravità. In Cepollaro, invece, questa gravità persiste. Nessun tentativo ludico o teatrale di depotenziare questo nesso, quindi, ma neppure l’esigenza di sbandierarlo. (…) In realtà, con Lavoro da fare si annuncia un moto duplice, che è al contempo di denudamento e d’intensificazione.

Andrea Inglese (2013)

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Composto tra il 2002 e il 2005, è rimasto in rete dal 2006. Ora è stampato dalla Dot.com Press.

Prologo

calmati o il cuore ti scoppierà e non è metafora
poetica ma proprio sordo tonfo d’organo
risposta che travalica
domanda e nel vuoto degli occhi
si schianta
ora scrivi come hai sempre fatto
e non scherzare più col fuoco
della vita
o in una di queste mattine la piccola
storia sgangherata e sempre
pronta a rimangiarsi il cielo
finirà tra lo strepito del condominio
non come si chiude un volo
ma come un colpo di tosse
calmati e scrivi: fallo anche ora
in mezzo ai capelli bianchi
fallo come quando eri ragazzo
col terrore negli occhi
fallo anche solo per non crepare
non si tratta più di conoscere
si tratta ora nel pericolo
grande solo di portare a casa
la pelle: non c’è niente in questo
di cui ti devi vergognare: è così
e basta.
e ora che la voce si alza riesci
perfino a vedere nella finestra
di fronte l’onda del mondo
che s’appiana in risacca di pietra
e metallo: senza prodigio non vai
da nessuna parte ché quello
che non ti fu dato all’inizio
non cesserà mai di mancare
e lo hai sempre saputo di andare
storto nel mondo come uno
che anche correndo lo fa
con una corda al collo: ora
non dare strappi: fa colazione
fatti la barba siediti pure
ma fallo lentamente senza la stretta
non è colpa di nessuno se la voce
che ti dai è la sola che in piedi ti tiene
*
ora ti tocca prendere
questo dolore rancido
e portartelo ovunque
con te: puzza, certo,
come ogni cosa che viva
è andata a male senza
per questo sparire
ma non hai scelta:
è roba umana comunque
pensa che ognuno c’ha
qualcosa nascosto
del genere da qualche
parte e come te è fresco
di scoperta o peggio
morirà senza averlo mai
saputo
e pensa anche che all’aria
il sapore rancido
si seccherà
e un bel giorno per via
farai finta che quella
muta non ti appartiene:
tirerai dritto
come se il verme
fosse di un altro
quello che ti tocca
ora
è tenerti una tristezza
in più
come ad un certo punto
uno accetta gli anni
che ha
e si sente la faccia
più calda e pesante
come se appunto
fosse passato del tempo
a dispetto delle ridicole
mosse che faceva
per restare in quella buca
dove una volta
era caduto
ora lo sai che se non esci
è perché hai imparato
a giocare
non importa con che
pur di restare:
hai fatto il morto
insomma
per non morire
e adesso che sei fuori
a metà
senti come normalmente
il mondo sia lontano
ed è giusto così:
ognuno parla davvero
se lo fa
dal chiodo
che un bel giorno
l’ha fissato
altrimenti è tanto per fare
altrimenti è solido teatro

 

Prologo a La curva del giorno (L’arcolaio 2014)

Prologo a Al centro dell’inverno (inedito)

Ritratti di poesia 2017, Ottava parte. Roma 3 febbraio  2017