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Giulia Niccolai a Tu se sai dire dillo, VI edizione

a cura di Biagio Cepollaro

Intervento dal pubblico di Eugenio Lucrezi

Libreria popolare di via Tadino Milano

5 ottobre 2017

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TU SE SAI DIRE DILLO  2017 

VI EDIZIONE 

5, 6 e 7 ottobre

Rassegna a cura di Biagio Cepollaro

La VI edizione di Tu se sai dire dillo si svolgerà presso la Libreria Popolare di via Tadino e si articolerà intorno ai temi: la poesia di Giuliano Mesa; il lavoro delle riviste on line (Ulisse) e cartacee (storica come il Verri e relativamente recente come la napoletana Levania); le nascenti collane di poesia Autoriale e Perigeion della Dot.com Press; la questione della drammaturgia poetica; alcuni spunti di riflessione teorico-politica. A contorno della rassegna sarà allestita la mostra di pittura di Biagio Cepollaro Piccola fabrica dedicata alla memoria di Giuliano Mesa

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Giovedi  5 ottobre 2017

ore 18.30

Inaugurazione della Mostra di pittura di Biagio Cepollaro  Piccola fabrica dedicata a Giuliano Mesa e con una nota di Dorino Iemmi

Biagio Cepollaro e Gianni Montieri leggono Giuliano Mesa

Ore 19,00

Italo Testa e Stefano Salvi:  la rivista Ulisse 

Ore 19,30

Intervallo

Ore 20.00

Giulia Niccolai

Ore 20,30

la rivista il Verri

Con interventi di Paolo Zublena e Angelo Petrella

 


 

Venerdi  6 ottobre 2017

ore 18.30

Creazioni politiche

A cura di Pino Tripodi e Jacopo Galimberti

ore 19.00

Chi è l’autore

Giuseppe Carrara e Giovanni Renzi

ore 19,30

Intervallo

ore 20,00

La Collana Perigeion: Nino Iacovella, Christian Tito, Giusi Drago in conversazione con Luigi Metropoli

ore 21.30

I racconti di Giorgio Mascitelli


 

Sabato 7 ottobre 2017

ore 18,30

La rivista Levania

A cura di Eugenio Lucrezi

Carmine de Falco, Bruno di Pietro, Emmanuel  di Tommaso , Paola Nasti,

Enzo Rega,  Marisa Papa Ruggiero, Antonio Perrone, Enza Silvestrini.

ore 19,30

La collana Autoriale

Andrea Inglese: l’autoantologia.

ore 20.00

Peli di Francesco Forlani , Fefè, 2017 –

ore 20,30

Intervallo 

ore 21,00

Drammaturgia poetica

a cura di Laura Di Corcia e Vincenzo Frungillo

L’immagine è di Biagio Cepollaro, Narrazione n.3, 2016. Tecnica mista su tela, cm 50 x 70

Presentazione standard2

[Qui di seguito la trascrizione dell’intervento di Giorgio Mascitelli nell’ambito della presentazione alla libreria popolare di via Tadino a Milano il giorno 24 marzo 2017. Gli altri relatori erano Giulia Niccolai e Italo Testa. Lavoro da fare, Dot.com Press, Milano 2017. Per info:info@dotcompress.it]


Ricordo che Lavoro da fare esce in e-book nel 2006 e poi in questa edizione cartacea oggi, nel 2017, dopo i primi due volumi della trilogia a cui Biagio Cepollaro sta lavorando, dopo Le qualità (La camera verde, Roma 2012)  e La curva del giorno (L’arcolaio, Forlì 2014). Il libro occupa una posizione centrale almeno nell’ordine cronologico, insieme a Versi nuovi (Oedipus, Roma 2004), succedendo a quello che era stata la prima trilogia “De requie et natura”, quella di Scribeide (Piero Manni, Lecce 1993), di Luna persciente  (Carlo Mancosu, Roma 1993) e Fabrica (Zona editrice, Genova 2002) . Considerare tale collocazione centrale è un elemento importante proprio per il godimento di questo libro. Queste tre fasi della poesia di Biagio (prima trilogia, le due opere centrali e la seconda trilogia) hanno un epicentro che ruota intorno alla figura del soggetto enunciante. Ciascuna di queste fasi propone un soggetto poetico, proprio la voce che dice la poesia, con  caratteristiche diverse. Questo è il motore nascosto del suo percorso poetico che da un lato interessa la dimensione del contenuto, ciò che filosoficamente si potrebbe definire come la domanda intorno al “buon vivere” , queste tre fasi d’altra parte hanno una tonalità di fondo molto comune, dall’altro lato la questione del soggetto che dice la poesia determina anche le varie questioni attinenti al piano retorico-formale, retorico-stilistico. Non sono mai cambiamenti dovuti a necessità di sperimentalismo fine a se stesso o di trovare vie nuove espressive, ma corrispondono a questo riposizionamento, a questa continua ricerca intorno alla figura della voce poetica. Da un lato abbiamo Biagio che inizia nella sua fase che possiamo chiamare letteraria, siamo negli anni ‘80 quando la società letteraria sembra ancora esistere, con la figura dello Scriba, lo scrivano dell’Egitto che ha una funzione ironica in contrapposizione all’Io lirico, come contrapposizione tipica dell’avanguardia che vede nella poesia anche una dimensione aperta ad una lotta collettiva per un cambiamento della società e che poi si articola coerentemente  ed espressionisticamente in una lingua dello scarto alla norma (come in Scribeide, la fusione di dialetto napoletano, la lingua di Jacopone, lacerti di linguaggio colto, termini dialettali di altre zone). Tutto questo plurilinguismo  si trova insomma dentro l’orizzonte letterario tracciato da Contini. Dall’altra parte nella seconda trilogia, di cui sono usciti i primi due volumi, Le qualità e La curva del giorno, abbiamo l’invenzione retorica del corpo. Il corpo è il soggetto e non l’oggetto del testo, solo che qui il corpo funziona sia a livello letterale sia a livello metonimico. E questo corrisponde ad un’osservazione fenomenologica minimale del mondo con un linguaggio poetico aperto all’aforistico. Tra questi due elementi, si trova in mezzo Lavoro da fare caratterizzato dallo sforzo di autobiografismo radicale non nel senso di un racconto più veritiero della propria esperienza, ma proprio dell’assunzione all’interno del discorso poetico dell’unica possibilità di poter guardare al mondo a partire da quelli che sono i propri elementi di crisi. E’ il chiodo da cui si parla. Tale autobiografismo radicale si traduce in un tono che va dall’autoesortazione  alla preghiera. Il lavoro da fare è un compito, è una perifrasi che indica un dovere, in latino si tradurrebbe con la perifrastica passiva. Si tratta di una crisi personale che non si nasconde, come scrivevo dieci anni fa, il poemetto si apre con la descrizione di un attacco di panico:  scherzando si potrebbe dire a questo proposito  che Biagio non disdegna il genere della poesia didascalica perché ci sono anche dei consigli operativi su come uscirne. Questa crisi ha un’eco visibile anche in Versi nuovi e non è solo privata, ma è la reazione allo scoppio anche  a livello collettivo di quel mondo che la sua generazione, formatisi tra gli anni ‘70 e ’80, poteva ancora sperare di tenere in piedi. Il mondo in cui era ancora possibile pensare, sia pure criticamente, ad una dimensione di liberazione in cui la letteratura sembrava avere uno spazio reale. C’è questa duplice urgenza in questo libro. La voce di cui parlavo si può ascoltare in questi versi a pag.12:

ognuno parla davvero

se lo fa

dal chiodo

che un bel giorno

l’ha fissato

altrimenti è tanto per fare

altrimenti è solido teatro

Qui non si dice che si debba parlare di sé, qui la questione è il punto di vista, ricorda la polemica antihegeliana di Kierkegaard: non puoi escludere il tuo nucleo di conflitto nell’osservazione del mondo, anzi è da lì che tu guardi a tutta l’esperienza ossia da quello che ti ha inchiodato un bel giorno, la tua tara, la tua problematica. Questa è una dimensione di affermazione dell’autobiografismo radicale. A pag. 18 troviamo la dimensione di una crisi che spazza anche un progetto di vita:

ora fare anima ci suona

quasi minaccia

che avremmo voluto imboccata

una strada

fosse buona per tutto

il meriggio

della vita e invece

ci molla dopo qualche

metro

ed è sempre questa la lotta

e vale per ogni età: tra fissità

e mutamento

tra ciò che vorremmo valesse

per sempre

e l’acqua che scorre

che non è mai la stessa

Qui la strada che il poeta abbandona è una duplice strada: anche di organizzazione personale che corrispondeva anche a un certo tipo di condizione storica. Terzo elemento interessante per definire questo nuovo personaggio a pag. 25:

e se ci chiediamo in un mattino

stranamente di pace

cosa dobbiamo adesso

fare

non ci aiuta la suite per violoncello

solo

di bach

perché appunto come lui da soli

ci ritroviamo a fare

tutta la musica

 

A un certo punto bisogna abbandonare anche la sicurezza rappresentata dalla tradizione e della cultura non perché non serva più ma perché la radicalità del momento, la radicalità del lavoro da fare lo impone. Ecco qui che tutte le mediazioni dello Scriba, diciamo così, in un certo senso, non valgono più. Tutta questa crisi però avviene in un contesto della poesia che riconosce la storia, la crisi non fa rinchiudere il poeta in una stanza con le pareti foderate di sughero per non sentire il rumore dell’esterno. La storia irrompe. A pag. 67:

(nel Paese

occupato non collaborare con nemico

è ricerca di un’altra lingua pur sempre

parlando nella propria pur sempre

restando comuni –anche se di comunità

privi)

“Paese occupato” è una metafora che Biagio utilizza in quegli stessi anni nei Blogpensieri (in e-book nel 2005, poi in rivista, Atelier, n.46, 2007), dove l’occupazione aveva una natura politica e culturale ben più profonda di quello che appariva a prima vista allora, i cui effetti si sarebbero sentiti ben oltre quella stagione, A pag. 69:

la poesia nel Paese

occupato

come in genere la rosa

dei simboli in cui

dice di sé

la vita

non c’è più: ancora

si scrive e si pensa

ancora si fa arte

ma da un’altra parte

(una volta si rifugiavano

sulle montagne

preparando imboscate

ora si sparisce nei monitor

e il bosco è salvaschermo )

e qui vi è anche il riferimento al ruolo che la rete gioca per la circolazione delle idee di fronte al crollo delle istituzioni tradizionali. Il poeta non rinuncia a giocare il suo ruolo di osservazione e lotta usando quei mezzi che la realtà sociale gli mette a disposizione. Infine a mo’ di viatico permettetemi di concludere dicendo che ho riletto questo libro dopo dieci anni e mi ha fatto l’impressione del vino buono, che si è tenuto in cantina per dieci anni ed è buono, anzi il suo sapore si è arricchito.

Invito 24-03-2017_BIAGIO CEPOLLARO[Qui di seguito la trascrizione dell’intervento di Italo Testa nell’ambito della presentazione alla libreria popolare di via Tadino a Milano il giorno 24 marzo 2017. Gli altri relatori erano Giulia Niccolai e Giorgio Mascitelli]


Non è facile capire come parlare di un libro che “ritorna”. In un certo senso, per me è meglio trovare un punto di incontro che sia anche personale. Non è difficile farlo se si tratta di Lavoro da fare che è il libro attraverso il quale ho incontrato Biagio Cepollaro, negli anni immediatamente precedenti e successivi alla stesura del libro. In quell’occasione Biagio, che era già un nome per me, è diventato anche un volto, un amico. Lavoro da fare è soprattutto un libro legato all’incontro con lui e diventa la prospettiva dalla quale ho guardato a ciò che ha fatto prima e anche a ciò che ha fatto dopo. Tendo a leggere e ascoltare la sua voce poetica proprio passando attraverso Lavoro da fare. Credo che non sia una relazione che riguardi solo me. Anche altre persone che hanno condiviso con me un tratto del percorso della propria scrittura e della propria poesia penso possano guardare  a Lavoro da fare in questo senso.  Questo libro esce in ebook nel 2006 nel momento in cui Biagio attraverso il lavoro che faceva con il suo sito come editore on line, ha cercato credo con successo di fare da ponte tra generazioni diverse. Negli ebook delle sue edizioni on line hanno esordito o pubblicato i primi scritti parecchi dei poeti e degli scrittori con i quali ho condiviso,  a partire da quel momento, esperienze comuni. Penso appunto a Stefano Salvi, Alessandro Broggi, Sergio La Chiusa, e tanti altri. Lavoro da fare è un libro la cui importanza va al di là della sua struttura e del suo contenuto, della sua unicità come libro, su cui tornerò dopo. Lavoro da fare ha anche a che fare nell’opera di Biagio con un percorso di ascolto, di stimolo, di richiamo, di interlocuzione con altri. E’ un libro che, nonostante il tono monologico di meditazione, getta un ponte verso gli altri, estremamente interrogativo rispetto ad altre esperienze della poesia e della scrittura. Ed è un libro che è difficile scindere dal suo portatore, da Biagio come voce. L’incipit del prologo lo sento legato alla sua cifra: se devo pensare a lui lo sento leggere questi primi versi.

Dopo questa breve premessa vorrei venire a un corpo a corpo con il libro e  a quella che è una lettura retrospettiva, perché appunto è un libro a cui si ritorna. E’ un libro molto bello nella sua struttura e nella sua unità formale: ha sua riconoscibilità dovuta ad una forma che, fondendo “l’onda del mondo” e il flusso del pensiero, raggiunge una identità tonale molto forte. All’interno del libro è installata una voce: è un libro che come in automatico installa una voce che lo legge dall’interno. Quest’aspetto in parte ha a che fare con la dimensione di soliloquio; in parte ha a che fare con la riuscita, con la grazia di questa scrittura che riesce a individuare fortemente la dizione di ciò che viene detto, come una voce singolare molto marcata.

Vorrei dire qualcosa su come questo libro potesse parlare alla sua uscita negli anni zero, a chi lo leggeva allora. Cercherò di sviluppare un’idea su che tipo di messaggio veicolava rispetto alle scritture coeve. Cominciando proprio dal titolo: Lavoro da fare. Mi sembrava un’ingiunzione, un appello, una chiamata non alle armi, alla lotta, quanto piuttosto una chiamata alla resa: non al darsi per vinti ma all’abbandono, al venire al mondo.

A pag.12 si legge:

Perché la vita è più grande di noi

C’è questo afflato molto forte verso “l’onda del mondo”, come un senso di necessità, di richiamo, per quanto riguarda l’opera della scrittura, a ripensare, a vivere la propria esperienza di poesia all’interno di quest’ingiunzione: come un confronto diretto con l’esistenza, con la vita, con il mondo. Questo è il senso maggiore di necessità che si avverte in questo libro, un aspetto testimoniale presente in questa dimensione che non è tanto esistenziale della poesia come vita… Piuttosto chiama ad una serietà, una tremenda serietà per quello che può significare fare poesia. L’altro elemento che secondo me a questo si lega è che l’ingiunzione non risuona solo per sé ma anche per gli altri che si trovano a scrivere, a fare poesia: è un’idea della poesia. Non è un libro metapoetico ma è un richiamo ad un’idea alta della poesia. Qui vi è l’idea che la poesia non sia solo una questione linguistica, ma sia qualcosa la cui novità e capacità di “apertura”, termine ricorrente nel libro, non si misuri soltanto sulle parole. A pag 74 :

una piazza è tale

non per la fontana al centro

o per le case

intorno

ma per il cielo

vasto che la ricopre

dove c’è questo elemento di un insieme più vasto a cui siamo chiamati e quest’apertura che è un passare attraverso il linguaggio per andare oltre il linguaggio. L’altro elemento che a questo legherei riguarda il suo legame con il contesto letterario coevo. Mi pare che ci sia una forte consapevolezza che Biagio in quel momento volesse trasmettere ad altri, in quel momento degli anno zero, di essere entrati in una condizione post-letteraria. Qui il nostro fare poesia non passa più necessariamente attraverso le istituzioni letterarie che si vanno disgregando. Qui vi è un richiamo alle cose stesse. In un momento di disgregazione in cui la società letteraria come noi la conosciamo in effetti non esiste più. Ma tale situazione comprende anche una possibilità di novità, comunque quel grado zero della scrittura da cui bisogna ripartire e ricostruire. In quel momento, ma anche ora, si avvertiva un forte elemento ricostruttivo, di fiducia nelle possibilità anche antropologiche del fare poesia. Soprattutto di una poesia che deve insieme produrre il proprio contesto, che non è più acclarato, certo, non è più dato rispetto a quello che poteva essere nella situazione di qualche decennio prima, ma insieme mentre produce questo contesto deve liberarsi ad un contesto più ampio. In questo senso citerei i versi a proposito di questa situazione postletteraria in cui saltano gerarchie e l’ordine del sapere, in cui la poesia aveva la sua collocazione.

A pag 17:

non c’è sapere non c’è ignoranza

non c’è neanche alto

e basso

tutto si dà nel cielo

per imponenza

e allora perché raccontarsi

delle storie?

Il termine “cielo” usato in altra accezione rispetto al caso precedente si impone in un panorama dove salta l’ordine anche socialmente definito. Si tratta di prendere atto di questa situazione e ripartire. Il titolo Lavoro da fare richiama programmaticamente questa fiducia ricostruttiva, al seguito di un terremoto che è sia personale che epocale. Vi è l’idea della poesia che non si risolve nel lavoro linguistico e neanche nel lavoro di definizione della propri figura di poeta in un campo letterario. E’ piuttosto una forma di vita, nel senso che la scrittura dà forma alla vita. Questo primato del fare della poesia, come Biagio scrive in Nel fuoco della scrittura (La camera verde, Roma 2008), è “un agire silenzioso” che cerchi di nuovo di stabilire un passaggio tra singolarità e agire comune. In altro verso, a pag. 27:

non c’è canto se non nell’insieme

Il lavoro è da fare assieme, ognuno piantato nella propria singolarità dal chiodo in cui è fissato. A partire da lì riesce a fare appello e a definire uno spazio al di là dello spazio atomico in cui ognuno si trova ad articolare la propria voce.

 

TU SE SAI DIRE DILLO

Seconda edizione

27 – 28 settembre e 2 – 3 ottobre 2013

La seconda edizione di Tu se sai dire dillo ricorda Giuliano Mesa, a due anni dalla scomparsa prematura del poeta, proponendo temi che in modo esplicito o implicito a lui si riconnettono. Si tratta di dimensioni della poesia, dell’immagine, della musica e del pensiero che veicolano quell’aria di intrinseca libertà, o meglio, di necessità interna al fare creativo, che ha contraddistinto la sua opera. Questa edizione prevede tre luoghi milanesi per realizzarsi: una galleria d’arte (Ostrakon), un laboratorio di pittura (Laboratorio 1 aprile), una libreria (Libreria popolare di via Tadino) e quattro serate.

Le prime due serate saranno dedicate ad Emilio Villa e avranno luogo presso la galleria Ostrakon.

Si tratta di contributi critici e omaggi creativi raccolti nel volume a cura di Enzo Campi  AAVV, Parabol(ich)e dell’ultimo giorno, Le voci della luna, 2013 e del campo di ricerca relativamente recente, che si definisce video poesia: la rassegna ospita la terza edizione di Frames & Poiesis, su progetto di Emanuele Magri, che propone opere di video poesia e un incontro con gli autori.

La terza serata che avrà luogo presso il Laboratorio 1 aprile sarà dedicata a dimensioni extraletterarie: all’arte (mostra di pittura di Biagio Cepollaro) e al pensiero critico. Vi saranno conversazioni sul filosofo della scienza Feyerabend con Antonio Sparzani e sulla condizione dell’uomo nel tempo del neoliberismo, a partire dal lavoro di Maurizio Lazzarato con Giorgio Mascitelli e Pino Tripodi.

La quarta e ultima serata avrà luogo presso la Libreria Popolare di via Tadino e comprenderà, a cura di Luigi Metropoli, letture e interventi intorno al lavoro di Giuliano Mesa e Biagio Cepollaro, che insieme hanno realizzato , lungo il corso quasi trentennale della loro amicizia, ciò che si potrebbe definire, secondo l‘espressione cara a Giuliano Mesa, ‘una piccola fabbrica’.

La rassegna terminerà con una performance musicale di Stefano delle Monache progettata per un’opera di Andrea Inglese.

TU SE SAI DIRE DILLO

Seconda edizione

27 – 28 settembre e 2 – 3 ottobre 2013

PROGRAMMA

tu, se sai dire, dillo, dillo a qualcuno.

Giuliano Mesa

 

GALLERIA OSTRAKON

via Pastrengo 15 Milano  –  27 settembre, venerdì

 ore 18.30

AAVV, “Parabol(ich)e dell’ultimo giorno”, Le voci della luna, 2013

 A cura di Enzo Campi

con Biagio Cepollaro, Fabrizio Bianchi (editore), Paolo Zublena

 ore 21.00

Omaggi creativi e critici ad Emilio Villa

 Dome Bulfaro, Cera Rosco, Daniele Bellomi, Enrico De Lea, Marotta, Francesco Forlani, Biagio Cepollaro, Enzo Campi, Jacopo Ninni

GALLERIA OSTRAKON 

via Pastrengo 15 Milano  28 settembre, sabato

ore 18.30

Omaggio video di Dome Bulfaro

 “La mega scrito (III)”

“Da le mûra di Tebe ai Trous”,

Recital multimediale di Martina Campi, Francesca Del Moro, Mario Sboarina, Enzo Campi

 ore 21.00

Frames e Poiesis III

 (rassegna di video poesia o poesia video)

Emanuele Magri e Biagio Cepollaro

 

LABORATORIO 1 APRILE 

via Nicola d’Apulia,12 – 2 ottobre, mercoledì

ore 17.30

Mentre il pianeta ruota.

Inaugurazione mostra di pittura di Biagio Cepollaro

ore 19.00

Conversazione con Antonio Sparzani su

Paul K. Feyerabend, Contro l’autonomia, Il cammino comune delle scienze e delle arti.

A cura di Antonio Sparzani

ore 21.00

Conversazione su

La fabbrica dell’uomo indebitato. Saggio sulla condizione neoliberista di Maurizio Lazzarato

 A cura di Giorgio Mascitelli e Pino Tripodi

 

LIBRERIA POPOLARE DI VIA TADINO

via A.Tadino 18  – 3 ottobre, giovedì

 ore 18.30

 Giuliano Mesa e Biagio Cepollaro: una piccola fabbrica.

A cura di Luigi Metropoli.

 Biagio Cepollaro legge Giuliano Mesa

Sono stati invitati: Giusi Drago, Francesco Forlani, Andrea Inglese, Teresa Marino, Giorgio Mascitelli,  Davide Racca, Luigi Severi e Paolo Zublena

ore 21.00

Andrea Inglese performance con musicista Stefano delle Monache.

Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato