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Giancarlo Majorino a Perché i poeti?

Rassegna a cura di Biagio Cepollaro con Luigi Cannillo e Laura Di Corcia

Bezzecca Lab, Milano, 12 ottobre 2017

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Laura Di Corcia, Epica dello spreco, Dot.com press, 2015

Epica dello spreco è un libro di esordio che mi ha colpito per la sua capacità di mostrare un linguaggio in qualche modo già maturo, che ha raggiunto una “medietà” lessicale che riesce, nella sua fluidità, a convogliare le punte alte e basse del suo discorso. E ciò non solo sul piano della scelta lessicale ma anche relativamente all’organizzazione più generale, sintattica e ritmica che oscillano tra la prosa e la poesia. Mi ha soprattutto colpito la sua voce “impertinente” che diventa generazionale: chi legge viene provocato dallo sdegno della nuova generazione che si trova ad abitare un mondo particolarmente inospitale, dove la cosiddetta flessibilità nel mondo del lavoro maschera un mutamento nei rapporti di forza con conseguente perdita massiccia dei diritti da parte di chi lavora. Tutto questo viene detto senza essere tematizzato, per pura forza della scrittura.

In una poesia si legge:

(…)

Viviamo appesi a un dramma,

un’idea fissa ci perseguita:

a stento ci liberiamo

degli incubi di vetro.

(…)

(pag.13)

Questo spreco di cui Laura fa l’epica, è lo spreco di una generazione che nonostante sia preparata come la generazione precedente, nonostante abbia fatto tutto il percorso di addestramento, si ritrova in un mondo che sembra non aver bisogno di queste nuove energie. La forza del libro, secondo me, si vede chiaramente in un testo dove il problema dell’io viene affrontato con ironia, con giusta ironia, senza il dramma –che forse sarebbe fuori luogo in quest’epoca- dell’identità. E’ il problema di un’identità che non riesce a collocarsi in un punto intermedio tra fissità e divenire. Da un lati ci sono forze che vorrebbero far sparire queste  identità – forze del mondo economico- e dall’altro la fissità che dal punto di vista esistenziale potrebbe rivelarsi una prigione, anche se talvolta questa prigione dell’identità può essere desiderata. Credo che questa sia una delle poesie più riuscite del libro, ne leggo solo alcuni versi:

(…)

La materia, se la ascolti, te lo dice

che la gelatina esiste solo in cucina,

che l’io tende a fermarsi su una rigidità,

perché ha paura del risucchio

(lo teme, l’inferno: lo brama – sono le sirene dell’abisso, il pianto antico che da sempre ci appartiene come un noi ma riflesso – vapore bianco – come un noi ma vagante).

Il divenire è una legge crudele:

quanto sarebbe meglio potersi fermare su uno stato!

crocifiggerlo a dovere,

proteggerlo nella propria bocca calda di bosco.

(…)

cercarne una non dico perenne, ma minimamente stabile?

La gelatina è la risposta. Ma non è facile

trasformare ciò che è osseo in mollezza,

redimerne la pretesa di esistenza,

trasformare il suo narcisismo in moto continuo.

(…)

(pag.25)

Questa poesia anche dal punto di vista formale è fluida, anzi “gelatinosa”, da un lato c’è il verso riconoscibile , dall’altro improvvisamente si aprono degli squarci dichiaratamente narrativi dove non c’è costrizione versale. Vengono espresse dunque idee di fissità e di fluidità. Quello che mi colpisce è che l’ironia “impertinente” con cui Laura Di Corcia parla di questi temi così alti non è pop. Non finisce con il diventare un’operazione falsamente desublimante, come spesso accade nel pop. Non vi è il giocare con l’artefatto, non vi è un’epica dell’artefatto. Qui invece vi è una disposizione morale tesa ad una vera desublimazione che nasce dal considerare tutto se stesso dentro questo sistema e ciò che accade dentro se stesso in questo sistema. A differenza dell’estetica pop non c’è la distanza falsamente superiore dell’artista, c’è invece il sentirsi dentro una sorte condivisa con molti altri.

(2015)