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Il corpo al centro dell’inverno

Con la pubblicazione di Al centro dell’inverno (L’arcolaio, Forlimpopoli, 2018, euro 13) Biagio Cepollaro porta a compimento la trilogia cominciata con Le qualità (2012) e proseguita con La curva del giorno (2014) dal titolo complessivo Il poema delle qualità. Il libro come quelli precedenti è caratterizzato da brevi componimenti, mai sopra i dieci versi, che hanno come soggetto, innanzi tutto in senso grammaticale, il corpo, mentre il riferimento al termine poema sembra richiamare, oltre che la possibilità di una lettura continua come se si trattasse di lasse introdotte dalla stessa anafora, praticata dallo stesso autore in occasione della presentazione milanese, una tradizione della poesia antica come luogo di riflessione critica e conoscenza, già testimoniato dal De requie et natura che titolava la prima trilogia, uscita negli anni Novanta.

Al centro dell’inverno si presenta come il culmine di un percorso di rarefazione e di ricerca dell’essenzialità che attraversa tutta la trilogia e ancora prima l’opera di Cepollaro a cominciare dai Versi nuovi: si tratta di un’istanza stilistica in cui l’invenzione linguistica risiede in meccanismo di descrizione di uno stato del corpo e successivo fulmineo commento sorretto da un lessico colto ma standard usato però con libertà nell’estensione metonimica dell’arco semantico di alcune parole (ad es. la terminologia giuridico-politica nell’ambito della quotidianità: “ il corpo cerca la sua sovranità nel dissipare i confini/ raccolti da ogni notte: qui nella confusione che suscita/ con altro corpo perde importanza ogni nome…” p.37). In questa prospettiva il corpo è un’unità logica minima, il soggetto di un’esperienza che viene liberata da ogni rischio di monumentalità ed esemplarità anche involontarie connessa con l’uso degli istituti della tradizione lirica e dell’io poetico. Questa strategia retorica consente a Cepollaro di approdare a una sorta di inedita osservazione fenomenologica della propria esperienza che risulta ancora dicibile e significante perché non ingabbiata in pregiudizi soggettivistici o ideologici né in orpelli psicologicizzanti.

Del resto in tutta l’opera poetica il problema di Cepollaro, che è al contempo il motore etico della sua ricerca, è quello di trovare una posizione da cui dire l’esperienza senza cadere nelle trappole metafisiche ed estetiche del vecchio io poetico. “Il corpo vivo e distratto non crede di essere eterno/ né collabora chiedendo a rate un prestito alla collettiva/ narrazione: si tiene piuttosto a debita distanza e appare solo/ sol perché si astrae da un mondo di parole fallaci e dall’idiozia” (p.33) sono versi che rendono bene l’operazione poetica in cui la soggettività del poeta diventa semplicemente un nucleo di osservazione dell’esperienza e un tramite per la sua comunicazione con un senso della misura stilistica che è parte essenziale del messaggio. La scelta etica della presa di distanza dalle parole e dalle cose dominanti nella nostra società non è presentata enfaticamente come l’epifania di una sensibilità o di un percorso esemplari, ma come conseguenza logica, alla portata di chiunque, della comprensione di un certo stato di cose.

Motivo specifico di questa raccolta è l’intrecciarsi dell’esperienza individuale con la storia e con la crisi attuale della società, non è un caso che il prologo della raccolta abbia come titolo Dal collasso alla storia e l’ultima sezione sia Ai margini della speranza d’occidente. In realtà la dimensione politica e civile resta, sotto traccia, uno degli elementi fondanti del paesaggio poetico in tutta l’opera di Cepollaro, ma è vero che è dai tempi di Fabrica, pubblicata nel 2002 con testi peraltro risalenti alla metà degli anni novanta, che essa non occupava una posizione così esplicita nella struttura dei libri. Qui addirittura viene citato esplicitamente il Guittone d’Arezzo della canzone ahi lasso, ora è stagion di doler tanto: “il corpo condivide una pace inquieta: il regime del sopruso/ diventa legge e per quanto si possa vivere a una conquistata/ distanza resta comunque un filo di nausea che attraversa i giorni/ anche quelli più illuminati da fervida primavera: è questa/ che si apre oggi per noi la vera stagion di doler tanto” (p.101). Se dunque il giudizio etico e la consapevolezza politica sulla stagione sono assolutamente chiare, la realtà evocata non viene ‘denunciata’ né criticata secondo categorie ideologiche, che pure Cepollaro padroneggia, ma diventa una delle dimensioni in cui si elabora l’esperienza del corpo. La pace inquieta in questi giorni di doler tanto è il modo concreto in cui si riflette nella quotidianità l’esperienza storica. La condizione verosimilmente finale ai margini della speranza d’occidente viene evocata senza alcuna ridondanza espressiva e senza alcuna concessione allo stile apocalittico e addita il non detto collettivo, questa volta però nominato e qualificato, con il quale la nostra coscienza infelice non vuole fare i conti. E tra i meriti di quest’opera non mi sembra certo l’ultimo.

Biagio Cepollaro

Al centro dell’inverno

L’arcolaio, Forlimpopoli, 2018

euro 13

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su Ibs.it.

Giorgio Mascitelli

Alfabeta2, 8 luglio 2018

https://www.alfabeta2.it/2018/07/08/biagio-cepollaro-il-corpo-al-centro-dellinverno/

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Al centro dell’inverno e la Trilogia Il Poema delle qualità

di Biagio Cepollaro

Dialogo a più voci tra Tommaso Di Dio, Vincenzo Frungillo,

Giorgio Mascitelli e Francesco Ottonello

MediumPoesia 7 giugno 2018 via Laghetto2 Milano

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Registrazione audio della presentazione di Notturno buffo, Effigie 2017 di Giorgio Mascitelli.

Con l’autore, Biagio Cepollaro e Giovanni Palmieri.

Libreria popolare di via Tadino, Milano

27 ottobre 2017

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Da sinistra: Biagio Cepollaro, Giorgio Mascitelli e Giovanni Palmieri

 

 

 

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Appunti per la presentazione di Notturno buffo (Effigie 2017) di Giorgio Mascitelli alla Libreria popolare di via Tadino a Milano,il 27 ottobre 2017.

Dopo la letteratura industriale (Volponi di Memoriale, Balestrini di Vogliamo tutto) questa è letteratura postindustriale e postfordista nell’era della finanza

  • Nel silenzio delle merci (1996), romanzo breve o racconto lungo, su cepollaro.it  dal 2004 giunge come conclusione di un primo apprendistato. L’incontro con Leonetti, poi con Balestrini, ambiente di Milanopoesia e quindi Gruppo 93, Tommaso Ottonieri e le sue prove che porteranno a Le strade che portano al Fucino . In seguito il contesto di Ricercare a Bologna di Barilli in cui prende piede il progetto commerciale de I cannibali e il pop o manierismo basso di Aldo Nove Woobinda e altre storie senza lieto fine (1996), prima edizione-

 

La via che indica già qui Mascitelli è alternativa a quella iperletteraria di Ottonieri e a quella del manierismo basso di Nove. L’alternativa consiste nell’utilizzare gli strumenti della letteratura per criticare lo stato di cose esistenti, per esprimere una posizione etico-politica nel tempo della società post-industriale e per avviare un’indagine sulla condizione umana nei contesti contemporanei, tanto ironica quanto a tratti compassionevole e partecipata.

La “mescola elastica” della sua lingua raccoglie stereotipi alti e bassi solo per far risaltare i fatti, i dati oggettivi, così come sono offerti dalle condizioni concrete del lavoro e degli orizzonti (sempre più scarsi) di felicità individuale. E non per compiacersi accademicamente delle sue citazioni o cinicamente del suo degrado.

La galleria dei suoi “personaggi precari”, per citare Vanni Santoni che più tardi darà un saggio “potenziale” di queste situazioni, sarà sempre più tridimensionale.

I personaggi saranno sempre più vicini e simili al lettore, al destinatario colto-borghese. Collocati in appartamenti, in rapporti lavorativi o di svago e di intrattenimento, rigorosamente metropolitani.

Dai romanzi ai racconti più recenti il regime della focalizzazione tende a cambiare a favore della prima persona che permette un approfondimento verticale anche dello spessore  psicologico e oltre quello sociologico

 

La via indicata da Mascitelli conduce fuori sia dall’affermazione endocorporativa dell’iperletteratura accademica, sia dall’ammiccamento commerciale del trash, dello splatter e del manierismo dei cattivi sentimenti, tanto stucchevoli quanto quello dei buoni.

 

La responsabilità culturale di Balestrini e Barilli e la presenza nelle case editrici a Ricercare di Bologna- Questa via non fu seguita da Balestrini e Barilli, corresponsabili delle scelte.

Nel silenzio delle merci l’epigrafe del mio amato Jacopone da Todi (Scribeide nel 1993): la rampogna etico-politica attraverso però l’antropologia delle periferie, l’inventario delle micro-ideologie più o meno taciute, la sostanziale mancanza di speranza sociale.

L’Incipit di Nel silenzio delle merci:

Io vado sempre in Milano con Gioele e Roberto la sera tardi. Io vado sempre in Milano a cercare le zozzone. Noi andiamo con la vettura grossa di Gioele perché è più bello. A volte invece no e prendiamo il pandino e poi andiamo da quelle a piedi. Io vado con le zozzone e solo con le zozzone. Io non vado con gli stranieri travestiti e non per tema delle malattie, che ho le mie precauzioni, ma per amor di purezza. Io non sono ricco, ma ho del mio. Noi magari per mesi non andiamo a Milano e poi per una settimana o due quasi tutte le sere. Io sono anche andato a Trieste a militare. Noi non trattiamo sul prezzo e neanche sulle prestazioni, noi sappiamo cosa vogliamo. Noi temiamo solo un guasto della macchina e di restare a Milano. Ma noi facciamo tutti i viali di Milano e non solo uno. Io guido poco e sono quello che guarda, ma chi dice “andiamo” è di solito Gioele. Io a volte guardo per un’ora e a volte scegliamo subito. Io comunque non mi aspetto nulla, vado e basta. Io non mi curo che a Taroccate si sappia che vado. Certo non vado in giro a gridarlo. Noi talvolta parliamo molto, talvolta ci preme solo dell’atto. Noi i maschi li riconosciamo all’olfatto. Noi, ognuno si paga per sé. A turno si offre però al ritorno qualcosa. Io non credo che mi produca problemi con le donne normali andare con le zozzone, basta le precauzioni. Io non ci vado per motivi particolari. Noi sappiamo come fare e quando fare. Noi sappiamo incunearci, non visti, in Milano e capirne le grazie. Noi temiamo solo un guasto della macchina e di restare a Milano a piedi.

  • A partire da L’arte della capriola il tasso di distanza moralistica dai personaggi diminuisce, la supposta superiorità intellettuale e morale del narratore lascia il posto sempre di più ad un sentimento simile alla pietà per i tanti modi del sintomatico disadattamento.

 

Con i racconti di Notturno buffo la oggettiva e devastante precarietà del lavoro e la menzogna sociale trovano un corrispettivo in piccole spie di disadattamento, in disagi dalla natura quasi psicosomatica: come se la follia del sistema si rivelasse, anche nella ipotetica sicurezza di una vita ancora borghese, nei modi della minaccia costante e dell’ansia divorante. Tra commedia e tragedia gli stereotipi del nostro tempo.

 

  • Notturno buffo raccolta di racconti. Dopo Piove sempre sul bagnato (2008) Catastrofi d’assestamento 2011

 

La lingua della tradizione letteraria si assume il compito di orchestrare i diversi registri e gerghi della menzogna sociale e di decostruirne , smascherarne l’ideologia attraverso il comico e l’ironia.

I lessici delle nuove tecnologie e del manager d’industria si mescolano al lessico delle canzonette e, al pari della grande letteratura, restano in sospensione nella mescola generale come in uno sciroppo che non prevede soluzione ma sospensione appunto.

Eppure è questa sospensione che rende equivalente la retorica aziendale e anglofila a quella aulico-letteraria, che addita la matrice di potere da cui discendono le concrete relazioni distorte e fondate sulla sopraffazione più o meno mascherata e liricizzate attraverso la natura ideologica della comunicazione sociale.

Ciò che la condizione postmoderna ha generato , al di là dell’ideologia mistificante postmodernista, è stata la neutralizzazione della parodia del basso nei confronti dell’alto: Mascitelli mostra come non ci sia spazio per alterità ideologica. Il basso è compromesso come l’alto, ciò che può illuminare è l’orchestrazione contemporanea e soprattutto comico-paradossale di entrambi i livelli.

E’ proprio questa mescolanza a rendere chiara la sua inanità a fronte della sofferenza dei poveri cristi che tutti siamo, imbrigliati nella retorica sociale che vuole celare a tutti i costi i reali rapporti di forza e l’attuale distruzione del cittadino ridotto vieppiù a plebe nella distruzione dei diritti e del welfare.

La chiusa del primo racconto di Notturno buffo, Dalle memorie di un insonne, smette il gioco e mostra apertamente la sua tragica serietà: pag. 24:

“ Forse anche il vitello o il maiale di un allevamento bio sono più agitati, ma più veri, di quelli degli allevamenti industriali. Non lo so. So soltanto, in questa notte della mia insonnia, che finché il fisico regge è giusto che vada avanti così. All’alba non vincerò o crollerò, andrò avanti così senza bustine. Come fanno gli uomini, come hanno sempre fatto, compiendo milioni di cose e raccontandosene ancor di più finché il fisico regge”

Il disadattamento e la mancanza di conforto come una via di autenticità, pur sapendo che non si dà vita vera nella falsa.

Il sintomo privato del disadattamento è allegoria della condizione collettiva, anello di congiunzione tra individuo e storia.

La galleria dei personaggi e delle allegorie, alcune di queste:

  1. L’insonne alle prese con il senso da attribuire al suo disagio, al senso che muta dal boom economico alla società attuale (Dalle memorie di un insonne)
  2. Il Gelataio tra ansia quotidiana dell’ultimo metrò e gli scherzi del Super Io e della viltà (Un cuore al gelo)
  3. Il black-out de La notte di Valpurga
  4. Il postino in esubero di Cane e postino
  5. Le aspettative deluse di Edmondo Scanfognati , specializzato e titolato che lavora però precariamente in portineria. Il suo non collaborazionismo mite nell’inferno industriale (Un app per tutte le stagioni)
  6. L’incidente del pestare la cacca di Guido della Veloira che lo coglie nel bel mezzo di gravi decisioni esistenziali filtrate da linguaggio statistico e sociologico (Pensioni &pensieri)
  7. L’incidente della porta del bagno che non si apre (Un happy hour)

E la verticalizzazione esistenziale si realizza anche con  “a solo” che vengono diretti al pubblico in una sorta di “a parte” teatrale:

pag. 114: “ Perché non sono ancora abbastanza stanco per rinunciare a essere me stesso. Veramente l’ostinazione fa fede” (Frammenti dalla fuga di un fuggiasco)

pag.123: “sicché una volta io volevo perfino cambiarlo [il mondo], adesso mi accontento di dire con il poeta io speriamo che me la cavo” (Riscavi)

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[Qui di seguito la trascrizione dell’intervento di Giorgio Mascitelli nell’ambito della presentazione alla libreria popolare di via Tadino a Milano il giorno 24 marzo 2017. Gli altri relatori erano Giulia Niccolai e Italo Testa. Lavoro da fare, Dot.com Press, Milano 2017. Per info:info@dotcompress.it]


Ricordo che Lavoro da fare esce in e-book nel 2006 e poi in questa edizione cartacea oggi, nel 2017, dopo i primi due volumi della trilogia a cui Biagio Cepollaro sta lavorando, dopo Le qualità (La camera verde, Roma 2012)  e La curva del giorno (L’arcolaio, Forlì 2014). Il libro occupa una posizione centrale almeno nell’ordine cronologico, insieme a Versi nuovi (Oedipus, Roma 2004), succedendo a quello che era stata la prima trilogia “De requie et natura”, quella di Scribeide (Piero Manni, Lecce 1993), di Luna persciente  (Carlo Mancosu, Roma 1993) e Fabrica (Zona editrice, Genova 2002) . Considerare tale collocazione centrale è un elemento importante proprio per il godimento di questo libro. Queste tre fasi della poesia di Biagio (prima trilogia, le due opere centrali e la seconda trilogia) hanno un epicentro che ruota intorno alla figura del soggetto enunciante. Ciascuna di queste fasi propone un soggetto poetico, proprio la voce che dice la poesia, con  caratteristiche diverse. Questo è il motore nascosto del suo percorso poetico che da un lato interessa la dimensione del contenuto, ciò che filosoficamente si potrebbe definire come la domanda intorno al “buon vivere” , queste tre fasi d’altra parte hanno una tonalità di fondo molto comune, dall’altro lato la questione del soggetto che dice la poesia determina anche le varie questioni attinenti al piano retorico-formale, retorico-stilistico. Non sono mai cambiamenti dovuti a necessità di sperimentalismo fine a se stesso o di trovare vie nuove espressive, ma corrispondono a questo riposizionamento, a questa continua ricerca intorno alla figura della voce poetica. Da un lato abbiamo Biagio che inizia nella sua fase che possiamo chiamare letteraria, siamo negli anni ‘80 quando la società letteraria sembra ancora esistere, con la figura dello Scriba, lo scrivano dell’Egitto che ha una funzione ironica in contrapposizione all’Io lirico, come contrapposizione tipica dell’avanguardia che vede nella poesia anche una dimensione aperta ad una lotta collettiva per un cambiamento della società e che poi si articola coerentemente  ed espressionisticamente in una lingua dello scarto alla norma (come in Scribeide, la fusione di dialetto napoletano, la lingua di Jacopone, lacerti di linguaggio colto, termini dialettali di altre zone). Tutto questo plurilinguismo  si trova insomma dentro l’orizzonte letterario tracciato da Contini. Dall’altra parte nella seconda trilogia, di cui sono usciti i primi due volumi, Le qualità e La curva del giorno, abbiamo l’invenzione retorica del corpo. Il corpo è il soggetto e non l’oggetto del testo, solo che qui il corpo funziona sia a livello letterale sia a livello metonimico. E questo corrisponde ad un’osservazione fenomenologica minimale del mondo con un linguaggio poetico aperto all’aforistico. Tra questi due elementi, si trova in mezzo Lavoro da fare caratterizzato dallo sforzo di autobiografismo radicale non nel senso di un racconto più veritiero della propria esperienza, ma proprio dell’assunzione all’interno del discorso poetico dell’unica possibilità di poter guardare al mondo a partire da quelli che sono i propri elementi di crisi. E’ il chiodo da cui si parla. Tale autobiografismo radicale si traduce in un tono che va dall’autoesortazione  alla preghiera. Il lavoro da fare è un compito, è una perifrasi che indica un dovere, in latino si tradurrebbe con la perifrastica passiva. Si tratta di una crisi personale che non si nasconde, come scrivevo dieci anni fa, il poemetto si apre con la descrizione di un attacco di panico:  scherzando si potrebbe dire a questo proposito  che Biagio non disdegna il genere della poesia didascalica perché ci sono anche dei consigli operativi su come uscirne. Questa crisi ha un’eco visibile anche in Versi nuovi e non è solo privata, ma è la reazione allo scoppio anche  a livello collettivo di quel mondo che la sua generazione, formatisi tra gli anni ‘70 e ’80, poteva ancora sperare di tenere in piedi. Il mondo in cui era ancora possibile pensare, sia pure criticamente, ad una dimensione di liberazione in cui la letteratura sembrava avere uno spazio reale. C’è questa duplice urgenza in questo libro. La voce di cui parlavo si può ascoltare in questi versi a pag.12:

ognuno parla davvero

se lo fa

dal chiodo

che un bel giorno

l’ha fissato

altrimenti è tanto per fare

altrimenti è solido teatro

Qui non si dice che si debba parlare di sé, qui la questione è il punto di vista, ricorda la polemica antihegeliana di Kierkegaard: non puoi escludere il tuo nucleo di conflitto nell’osservazione del mondo, anzi è da lì che tu guardi a tutta l’esperienza ossia da quello che ti ha inchiodato un bel giorno, la tua tara, la tua problematica. Questa è una dimensione di affermazione dell’autobiografismo radicale. A pag. 18 troviamo la dimensione di una crisi che spazza anche un progetto di vita:

ora fare anima ci suona

quasi minaccia

che avremmo voluto imboccata

una strada

fosse buona per tutto

il meriggio

della vita e invece

ci molla dopo qualche

metro

ed è sempre questa la lotta

e vale per ogni età: tra fissità

e mutamento

tra ciò che vorremmo valesse

per sempre

e l’acqua che scorre

che non è mai la stessa

Qui la strada che il poeta abbandona è una duplice strada: anche di organizzazione personale che corrispondeva anche a un certo tipo di condizione storica. Terzo elemento interessante per definire questo nuovo personaggio a pag. 25:

e se ci chiediamo in un mattino

stranamente di pace

cosa dobbiamo adesso

fare

non ci aiuta la suite per violoncello

solo

di bach

perché appunto come lui da soli

ci ritroviamo a fare

tutta la musica

 

A un certo punto bisogna abbandonare anche la sicurezza rappresentata dalla tradizione e della cultura non perché non serva più ma perché la radicalità del momento, la radicalità del lavoro da fare lo impone. Ecco qui che tutte le mediazioni dello Scriba, diciamo così, in un certo senso, non valgono più. Tutta questa crisi però avviene in un contesto della poesia che riconosce la storia, la crisi non fa rinchiudere il poeta in una stanza con le pareti foderate di sughero per non sentire il rumore dell’esterno. La storia irrompe. A pag. 67:

(nel Paese

occupato non collaborare con nemico

è ricerca di un’altra lingua pur sempre

parlando nella propria pur sempre

restando comuni –anche se di comunità

privi)

“Paese occupato” è una metafora che Biagio utilizza in quegli stessi anni nei Blogpensieri (in e-book nel 2005, poi in rivista, Atelier, n.46, 2007), dove l’occupazione aveva una natura politica e culturale ben più profonda di quello che appariva a prima vista allora, i cui effetti si sarebbero sentiti ben oltre quella stagione, A pag. 69:

la poesia nel Paese

occupato

come in genere la rosa

dei simboli in cui

dice di sé

la vita

non c’è più: ancora

si scrive e si pensa

ancora si fa arte

ma da un’altra parte

(una volta si rifugiavano

sulle montagne

preparando imboscate

ora si sparisce nei monitor

e il bosco è salvaschermo )

e qui vi è anche il riferimento al ruolo che la rete gioca per la circolazione delle idee di fronte al crollo delle istituzioni tradizionali. Il poeta non rinuncia a giocare il suo ruolo di osservazione e lotta usando quei mezzi che la realtà sociale gli mette a disposizione. Infine a mo’ di viatico permettetemi di concludere dicendo che ho riletto questo libro dopo dieci anni e mi ha fatto l’impressione del vino buono, che si è tenuto in cantina per dieci anni ed è buono, anzi il suo sapore si è arricchito.

 

 

 

Registrazione audio della presentazione di Lavoro da fare (2002-2005), Dot.com press, Milano 2017, alla Libreria Popolare di via Tadino a Milano, 24 marzo 2014.

A parlarne con l’autore, Giulia Niccolai, Italo Testa, Giorgio Mascitelli.

 

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Da sinistra: Giorgio Mascitelli, Giulia Niccolai, Biagio Cepollaro e Italo Testa

 

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Da sinistra: Giorgio Mascitelli, Giulia Niccolai, Biagio Cepollaro e Italo Testa

 

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Invito 24-03-2017_BIAGIO CEPOLLARO

Lavoro da fare è un grande testo di meditazione poetica, dove si fa ancor più accentuata, quasi “naturale”, la capacità di fondere pensiero, preghiera, lacerti di quotidiano e di storia sociale. La lingua scorre, senza incrinarsi o implodere, ma è lo scorrere, penso, di chi cammina su un filo, conoscendo l’abisso sottostante; una sorta di esercizio zen.

Giuliano Mesa (2006)

Questi versi dunque non annunciano un programma per la poesia, ma semplicemente spiegano una condizione soggettiva (che poi certe condizioni soggettive risultino più interessanti per tutti di molti programmi oggettivi è una cosa talmente ovvia che non vale la pena di dirla) (…) Ma naturalmente il lavoro da fare è lavoro che riguarda innanzi tutto il senso della propria esperienza e la poesia è lo strumento malleabile di questo percorso, senza diventarne mai il monumento.

Giorgio Mascitelli (2006)

La centralità del nesso scrittura–vita in Cepollaro non assume mai comunque i toni dell’autoironia, della mascherata tra l’indulgente e il sacrificale che ritroviamo in Giudici e, seppure con toni più grotteschi e parodistici, in Sanguineti. In entrambi questi autori il nesso scrittura–vita è esibito costantemente, ma attraverso una forma di esorcismo se ne vuole neutralizzare l’eccessiva gravità. In Cepollaro, invece, questa gravità persiste. Nessun tentativo ludico o teatrale di depotenziare questo nesso, quindi, ma neppure l’esigenza di sbandierarlo. (…) In realtà, con Lavoro da fare si annuncia un moto duplice, che è al contempo di denudamento e d’intensificazione.

Andrea Inglese (2013)

TU SE SAI DIRE DILLO

Quarta edizione

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17-18-19 settembre 2015

Galleria Ostrakon

via Pastrengo 15, Milano

 

La rassegna Tu se sai dire dillo, ideata da Biagio Cepollaro e giunta alla quarta edizione, è dedicata alla memoria del poeta Giuliano  Mesa, scomparso nel 2011.

A leggere le sue poesie, oltre a Biagio Cepollaro, vi sarà anche Andrea Inglese.  Quest’anno i temi saranno: l’esperienza di Milanopoesia (1983-1992) raccontata da Eugenio Gazzola e da alcuni protagonisti come l’artista William Xerra, la poetessa Giulia Niccolai e dall’organizzatore Mario Giusti; il festival dei nostri anni  Bologna In Lettere a cura di Enzo Campi ; l’Artventure parigina di Lucio Fontana ricostruita da Jacopo Galimberti, l’opera elettronica di Giovanni Cospito eseguita al Teatro Verdi, situato proprio di fronte allo Spazio Ostrakon.

E ancora avranno spazi dedicati: la figura unica diventata leggenda del poeta-operaio Luigi Di Ruscio tratteggiata da Christian Tito; la nascita del blog  Perigeion e i poeti Massimiliano Damaggio, Antonio Devicienti, Nino Iacovella, Gianni Montieri , presentati da Francesco Tomada, e infine, la poesia di Nadia Agustoni, Giusi Drago, Francesco Forlani, Vincenzo Frungillo, Italo Testa e la prosa di Giorgio Mascitelli.

17 Settembre, Giovedì

 

ore 18.00

 Biagio Cepollaro e Andrea Inglese leggono Giuliano Mesa

ore 18.30

 L’artventure parigina di Lucio Fontana a cura di Jacopo Galimberti

ore 19.30

Le poesie di:

Nadia Agustoni

Giusi Drago

Francesco Forlani

Vincenzo Frungillo

Italo Testa

 

I racconti di :

Giorgio Mascitelli

ore 20.30

Intervallo

ore 21.00  Il pubblico è invitato a spostarsi al Teatro Verdi, di fronte allo Spazio Ostrakon

Opera elettronica di Giovanni Cospito su testi di Biagio Cepollaro

 

 

18 Settembre, Venerdì

ore 18.00

Gli anni di Milanopoesia

a cura di Eugenio Gazzola

 

Saranno presenti:William Xerra, Giulia Niccolai, Mario Giusti

 

ore 19.30

Intervallo

ore 20.00

 

Lettere dal mondo offeso: per Luigi Di Ruscio

a cura di Christian Tito

 

Letture dal romanzo epistolare

Proiezione video

Testimonianze

 

19 Settembre, Sabato

ore 18.00

Perigeion e i poeti

a cura di Francesco Tomada

 

Massimiliano Damaggio

Antonio Devicienti

Nino Iacovella

Gianni Montieri

Francesco Tomada

 

ore 19.30

Intervallo

ore 20.00

Il presente di Bologna in Lettere

a cura di Enzo Campi

“Agit-prop-poetry”, un intervento di Enzo Campi

“Sistemi d’Attrazione”, proiezione di un video montato con i materiali della terza edizione del Festival Bologna in Lettere

“Sì, si può”, recital multimediale con Alessandro Brusa, Martina Campi, Francesca Del Moro, Rita Galbucci, Enea Roversi, Jacopo Ninni, Mario Sboarina, Enzo Campi

 

 

 

L’immagine in copertina è di Biagio Cepollaro, Predella-Dittico, dipinto su due pannelli. Tecnica mista su mdf, cm 80 x 50 complessivi,2009.Coll privata, Milano

Biagio Cepollaro, La curva del giorno,copertina

La nuova raccolta di Biagio Cepollaro La curva del giorno  conferma che nel lavoro poetico di questo autore si è aperta una nuova fase cominciata  con Le qualità, del quale questo libro si pone come esplicita  prosecuzione nell’ambito di una componenda trilogia.Se il segno macroscopico di questo cambiamento è facilmente individuabile nell’esclusiva presenza di poesie brevi, perlopiù inferiori ai dieci versi che hanno come soggetto della parola e dell’azione poetica il corpo, tanto più sorprendente in un poeta che finora aveva mostrato di prediligere la misura spesso superiore ai cento versi fino addirittura al poema, si può indicare nell’aggiustamento stilistico-retorico del dettato che la nuova misura richiede,  o meglio nella novità del dettato stilistico e dell’organizzazione retorica che impongono questa nuova misura, il vero elemento innovativo. Abbiamo una lingua standard organizzata entro una sintassi e una retorica che eliminano ogni effetto di ridondanza sia emotiva sia metalettararia, pur non priva di qualche connotazione ironica, al servizio di quella che potremmo chiamare la ricerca della certezza di uno stato di cose.

Così possiamo leggere le poesie de La curva del giorno  come il risultato di una doppia sottrazione sia di quella relativa alla lunghezza dei testi sia delle interazioni emotive che costruiscono e, in un certo tipo di poesia, interpolano il significato. Come nell’algebra anche qui la moltiplicazione di due quantità negative dà un prodotto positivo, che è da individuare in un tono  che sembra rendere plausibile un approccio poetico  all’esperienza. Del resto, per citare  Wittgenstein,  “la certezza è un tono in cui si constata uno stato di cose”, anche se naturalmente questo tono non è sufficiente a garantire l’effettiva verità delle cose.

“il corpo chiede alla strada di farsi percorrere: un gesto/ di resa minima anche solo per metafora: l’andare non può/essere solo ostinato di volontà ma anche una certa/ naturalezza nel fidare che improvviso non crepi l’asfalto..” in questi versi  chiusi dalla constatazione che “queste promesse (…) nessuna strada le fa” ( p.30) è possibile cogliere tanto l’operazione estetica quanto la temperie etica in cui si svolge questa sottrazione.

Il corpo non è l’argomento della raccolta o un’istanza astratta che informa di sé tutta l’esperienza secondo il gusto di una certa metafisica, che si vuole materialista, oggi abbastanza diffusa, ma il personaggio soggetto dell’enunciazione così come lo è l’io lirico nel Canzoniere e Sherlock Holmes nei gialli di Conan Doyle. A differenza della tradizione lirica, però, il poeta, come una sorta di dottor Watson appena più avveduto, trascrive con fedeltà notarile e assenza di complicità movimenti e pensieri del corpo. Questa invenzione poetica rappresenta un’istanza che sospende le tempeste psicologiche e i pregiudizi ideologici del soggetto rendendo possibile il dire l’esperienza al di fuori delle istituzioni che inquadrano l’io in poesia, forse non il più lurido, ma certo uno dei più pericolosi tra  tutti i pronomi. Così si può affermare che il corpo è l’unità logica minima che senza costruzioni ridondanti cerca il senso dell’esperienza e la sua certezza nella concretezza quotidiana e nel linguaggio.

Tale mossa è un esito perfettamente comprensibile della poetica di Cepollaro, nella quale, approssimando in maniera un po’ brutale, la verità della poesia dipende dalla postura, anche psicologica, del soggetto che enuncia il testo. Naturalmente questa poetica non è ingenuamente contenutistica né al contrario si colloca sul piano della struttura e dell’ideologia del linguaggio, ma si attesta a livello delle convenzioni letterarie e retoriche che in poesia regolano la figura del soggetto parlante. Ne segue che in tutta l’opera di Cepollaro ricorre una sfiducia sistematica nella figura dell’io poetico, si pensi allo scriba di Scribeide e al biagiocepollaro di Versi nuovi, che crea un campo di tensione con l’impulso al dire ( e si tratta di una tensione non programmatica, ma oggettiva e fondante, quella che i prof di lettere di una volta avrebbero chiamato le ragioni di una poesia). Il personaggio corpo è il frutto e nel contempo l’artefice di un nuovo equilibrio dinamico in questa tensione.

La raccolta si apre con l’enunciazione di un imperativo (“occorre stabilire i confini del corpo” p.11) che accompagnato, specie nella parte iniziale del libro, da altre immagini di perimetrazione e confine, sembra metonimicamente richiamare l’urgenza anche morale del dire l’esperienza, che diviene poesia: stabilire i confini significa allora distinguere le cose che il corpo fa effettivamente dai pensieri pieni di belle speranze e dagli attributi che retoricamente gli si conferiscono. A questo primo momento fa da contraltare un richiamo altrettanto frequente alla liquidità, fosse anche solo degli umori corporei (per es. “l’incastro è ora affare di liquidi e umori/il più e il meno l’umido e il secco tornano/ a dire qui e là dove la vita tracciando è passata” p.19), nel quale si riverbera metaforicamente la varietà dell’esperienza a stento riducibile al discorso.

Il costituirsi di una stabilità precaria delle condizioni minime del dire poetico( “il corpo è occhio che racconta e lingua che assaggia/ il resto è una notte che lo circonda da ogni parte”, p.22) è il risultato che caratterizza La curva del giorno nel quadro di quella tensione di cui si è detto ed è nel contempo, proprio in ragione della sua provvisorietà, segno della rinnovata vitalità del lavoro poetico di Cepollaro.

Da Alfabeta2 

 

 

Biagio Cepollaro

La curva del giorno

L’arcolaio, Forlì, 2014, euro 11

 

invito Biagio Cepollaro