Archivio degli articoli con tag: Francesco Tomada

Una sorta di rubrica che sto curando per il blog Nazione indiana ha l’obiettivo di suggerire delle auto-antologie poetiche. Il poeta viene invitato a ripercorrere il tragitto compiuto e a riflettere su questo percorso dedicando a ciò una pagina di annotazioni. E’ l’autore stesso che scrive la sua storia e l’intervento dall’esterno è ridotto al minimo. Questa richiesta di riflessione necessaria all’auto-presentazione  mi pare che vada in direzione opposta al flusso della rete che per sua natura tenderebbe a non coagulare, fermare, riflettere ma, al contrario, a costituire un continuum di informazioni senza soluzioni di continuità.

Queste auto-antologie vorrebbero opporsi a questa dispersione o disseminazione più o meno euforica che la rete sembra esprimere. Spero che in questo modo si possa dare un’idea della produzione di poeti giunti ad una prima piena maturità letteraria. Questa iniziativa vuole contribuire, in questo caso solo sulla rete, ad offrire un rallentamento riflessivo, in parte correttivo, alla tendenza entropica della diffusione attuale della poesia.

Fin qui sono stati invitati Francesco Tomada, Vincenzo Frungillo, Francesco Filìa, Viola Amarelli, Eugenio Lucrezi, Renata Morresi , Gianni Montieri e, a breve, apparirà l’auto antologia di Italo Testa. Questo è anche un modo, sia pure in minima parte, di restituire alla poesia quella funzione riflessiva, intellettuale e critica che per lo più in questi anni, forse per troppa ricchezza di offerta creativa, sembrerebbe quasi perduta.

2018

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Leggerò alcuni versi di Francesco Tomada tratti da Portarsi avanti con gli addii (Raffaeli  Ed.,2014 ) e di Gherardo Bortolotti tratti da Senza paragone (Transeuropa Ed.,2013)

Accosto questi due autori perché secondo me indicano due possibili vie del realismo per i nostri tempi. Nel caso di Tomada vi è una distruzione del lirismo e del biografismo dall’interno per scarnificazione. L’effetto di realtà, per così dire, lo si ottiene attraverso l’eliminazione dell’apparato retorico proprio a ciò che Sanguineti avrebbe detto “poetese” , un insieme di convenzioni linguistiche abusate e prive di senso (come “politichese”) più o meno liriche o misteriose che in realtà occultano l’esperienza, non solo quella estetica ma anche quella “conoscitiva” del mondo. La gratuità del “poetese” non restituisce nessun apporto di conoscenza.

Nel caso di Gherardo Bortolotti abbiamo invece una macchina retorica che, per eccesso di consapevolezza, attraverso la distanza ottenuta da una certa incongruità del linguaggio rispetto all’oggetto, sottolinea la realtà dell’esperienza condivisa. Anche perché al di là dei facili relativismi bisogna ribadire il fatto che vi sono delle esperienze di realtà ampiamente condivise nelle nostre società occidentali. E Bortolotti riesce, utilizzando un linguaggio esso stesso frutto di reificazione, ad esprimere la disumanizzazione delle nostre vite. Questo sguardo neutro ma anche ironico e melanconico, gettato su di un orizzonte assolutamente alienato, esalta la concretezza e la densità della nostra vita “normale” quotidiana in Occidente.

Nel caso del lavoro di Tomada si giunge ad una grammatica essenziale degli affetti e del dolore , nel caso di Bortolotti le realtà emergono attraverso accumulazioni di strati, di codici, fino ad una sorta di neutralità procedurale.

Due strategie opposte: o per sottrazione o per eccesso. Ma entrambe eliminano d’un colpo tutta la zavorra del poetese, cercando di andare al di là di ogni conformismo o di anti conformismo a sua volta conformista, attraverso la conquista di una parola ricca di significato perché si àncora a delle realtà comuni, riconoscibili, senza farne però una maniera, un manierismo né aulico né basso. Due strategie caratterizzate da uno sguardo che in forza della propria eticità scolpisce la dimensione estetica nell’approfondimento dell’esperienza. Sono indagate la prossimità del mondo e le ragioni della sua “miseria”.

Francesco Tomada, da Portarsi avanti con gli addii, Raffaelli, 2014

Le donne della Seleco

Le ho viste uscire alla fine del turno

camminando ma senza toccare il suolo

guardando i lampioni ma senza vedere

la luce e mentre svanivano le ho

immaginate aprire la porta

baciare i figli scaldare in forno

la cena e poi ripulirsi e a volte

giacere sotto un marito qualsiasi

con l’aria di chi da anni ha imparato

che manca sempre mezz’ora di troppo

alla fine del giorno

 

 

Gherardo Bortolotti, da Senza paragone  Transeuropa 2013

  1. come le poche cose che ti ricordi, di quasi tutto quello che ti è successo, come le vicende secondarie scartate, in qualche processo di filtro della memoria a lungo termine, riallocate lontano, depositate in catene paradigmatiche di associazioni di idee, affinità, paragoni i cui elementi, come quello che avanza di una vecchia collana, in fondo a un cassetto
  2. diverso dalle nuvole in aprile, dalla profondità del cielo sereno contro cui veleggiano, al di sopra delle aree residenziali, dei distretti commerciali periferici, in vista di un futuro imminente, votato alla perfezione ed agli acquisti pomeridiani
  3. come tutto quello che manca perché si possa chiudere, per sempre, la vicenda arbitraria della tua vita, il reale come termine di paragone di qualcosa di cui ti hanno detto, di cui pare sia vero, aggiungendo alle vicende dei tuoi mattini in ufficio, alle soste nei bagni illuminati dal sole tra pensieri grandi e impersonali, fatti di una materia diafana, di voci, di frasi ripetute in cui qualcosa di urgente, e impreciso, ancora una volta cerca di farsi ubbidire

Ecco questa è una poesia che non “stacca” dalla concretezza della realtà e lo fa attraverso un linguaggio che ha nostalgia del senso e che ormai può solo prendere atto dell’insensatezza: i saperi umanistici e scientifici vengono qui convocati nel quotidiano per descrivere i gesti di ogni giorno. Non che la quotidianità di per sé sia insensata ma è quella quotidianità che quasi non si avverte più, come una sorta di destino socialmente condiviso ma anche socialmente imposto. La poesia qui sembra ricordare attraverso questa nostalgia di senso che sottende il discorso antropologico pessimista che non vi è via di scampo ma anche che vi è possibilità di respirare proprio attraverso quella nostalgia.

I paesaggi poi sono aree industriali, distretti commerciali: la perfezione qui possibile non è la perfezione della conoscenza della morale, della felicità o della bellezza ma solo la perfezione degli acquisti pomeridiani. La routine non è più l’instaurarsi di un’abitudine ma è un sistema che entra in profondità e colonizza la stessa biologia. Vi è un livello biologico dell’introiezione dei modelli e dei sistemi di vita. Contro questa condizione “macchinica”, senza finalità reale se non la follia dell’insieme, vi è un’ultima resistenza che consiste nel non sfuggire alla realtà ma restare ad essa aderenti per poterla illuminare proprio lì dove questa realtà non ama farsi vedere.

2.

Vorrei aggiungere che entrambe le strategie poetiche mostrano un controllo sulla parola estremamente rigoroso. Non vi è nulla che non sia utile al lavoro di significazione. Questo non può dirsi per tantissima produzione che affolla la rete e che incarna, come dicevo il “poetese”. Qui non c’è solo la stereotipia, la convenzionalità, la ripetitività: c’è qualcosa in più. C’è l’abitudine a riproporre vecchi modi mutuati dal simbolismo, ermetismo, surrealismo, crepuscolarismo che per lo più si risolvono nell’incongruità di senso: parole che vengono accostate secondo procedimenti di scrittura automatica per produrre nel migliore dei casi una suggestione. Quasi mai viene fuori una vera suggestione, per lo più emerge quella patina superficiale di poetico che si vuole identificare con la poesia.

Il controllo nelle scritture di Tomada e Bortolotti non diventa mai manierismo e non si affida alla forma chiusa come un vincolo che possa garantire dall’esterno quella precisione che la propria misura non saprebbe offrire. Rispetto al metricismo questo tipo di poesia che io definisco “realista all’altezza dei tempi” non ha bisogno di una misura esterna, non ha bisogno di “incatenarsi” perché al suo interno ha una salutare e naturale tendenza all’equilibrio. Tale equilibrio appare indispensabile per dire ciò che è sotto gli occhi di tutti ma che spesso non si è in grado di farlo. D’altra parte è proprio questa la grande meraviglia e la grande sorpresa dell’arte. Anche per questo non credo ci si possa sottrarre a questo compito di presenza nel mondo attraverso una presunta quanto improbabile versione “concettuale” e astratta della poesia, priva di soggetto (da augurarsi la scomparsa dell’io ma non del soggetto). Una poesia concettuale sarebbe una poesia disincarnata, scritta da nessuno e soprattutto destinata a nessuno. Sia questi modi concettuali che quelli metricisti si riducono a forma di feticismo linguistico che in parte derivano dalla centralità del linguaggio nel pensiero e nella poesia del ‘900 ma che in questi anni, a mio avviso, non hanno la capacità di illuminare questo nostro mondo.

E ciò è particolarmente importante dal momento che negli ultimi venti anni, per le politiche perseguite, la funzione intellettuale nel suo insieme ha subito dei danni strutturali: proprio le istituzioni culturali come l’università, l’editoria a grande diffusione e la stampa sono sostanzialmente venute meno al loro compito di sostegno della poesia e dell’arte.

 

Biagio Cepollaro

A proposito delle auto-antologie per il blog Nazione indiana

2016

Una sorta di rubrica che sto curando per il blog Nazione indiana ha l’obiettivo di suggerire delle auto-antologie poetiche. Il poeta viene invitato a ripercorrere il tragitto compiuto e a riflettere su questo percorso dedicando a ciò una pagina di annotazioni. E’ l’autore stesso che scrive la sua storia e l’intervento dall’esterno è ridotto al minimo. Questa richiesta di riflessione necessaria all’auto-presentazione in mi pare che vada in direzione opposta al flusso della rete che per sua natura tenderebbe a non coagulare, fermare, riflettere ma, al contrario, a costituire un continuum di informazioni senza soluzioni di continuità.

Queste auto-antologie vorrebbero opporsi a questa dispersione o disseminazione più o meno euforica che la rete sembra esprimere. Spero che in questo modo si possa dare un’idea della produzione di poeti giunti ad una prima piena maturità letteraria. Questa iniziativa vuole contribuire, in questo caso solo sulla rete, ad offrire un rallentamento riflessivo, in parte correttivo, alla tendenza entropica della diffusione attuale della poesia.

Fin qui vi sono state due proposte di auto-antologia: quella di Francesco Tomada che si può leggere qui  e di Vincenzo Frungillo che si può trovare qui, in seguito altri saranno invitati a soffermarsi sul loro percorso. Questo è anche un modo, sia pure in minima parte, di restituire alla poesia quella funzione riflessiva, intellettuale e critica che per lo più in questi anni, forse per troppa ricchezza di offerta creativa, sembrerebbe quasi perduta.

TU SE SAI DIRE DILLO

Quarta edizione

 cop

 

17-18-19 settembre 2015

Galleria Ostrakon

via Pastrengo 15, Milano

 

La rassegna Tu se sai dire dillo, ideata da Biagio Cepollaro e giunta alla quarta edizione, è dedicata alla memoria del poeta Giuliano  Mesa, scomparso nel 2011.

A leggere le sue poesie, oltre a Biagio Cepollaro, vi sarà anche Andrea Inglese.  Quest’anno i temi saranno: l’esperienza di Milanopoesia (1983-1992) raccontata da Eugenio Gazzola e da alcuni protagonisti come l’artista William Xerra, la poetessa Giulia Niccolai e dall’organizzatore Mario Giusti; il festival dei nostri anni  Bologna In Lettere a cura di Enzo Campi ; l’Artventure parigina di Lucio Fontana ricostruita da Jacopo Galimberti, l’opera elettronica di Giovanni Cospito eseguita al Teatro Verdi, situato proprio di fronte allo Spazio Ostrakon.

E ancora avranno spazi dedicati: la figura unica diventata leggenda del poeta-operaio Luigi Di Ruscio tratteggiata da Christian Tito; la nascita del blog  Perigeion e i poeti Massimiliano Damaggio, Antonio Devicienti, Nino Iacovella, Gianni Montieri , presentati da Francesco Tomada, e infine, la poesia di Nadia Agustoni, Giusi Drago, Francesco Forlani, Vincenzo Frungillo, Italo Testa e la prosa di Giorgio Mascitelli.

17 Settembre, Giovedì

 

ore 18.00

 Biagio Cepollaro e Andrea Inglese leggono Giuliano Mesa

ore 18.30

 L’artventure parigina di Lucio Fontana a cura di Jacopo Galimberti

ore 19.30

Le poesie di:

Nadia Agustoni

Giusi Drago

Francesco Forlani

Vincenzo Frungillo

Italo Testa

 

I racconti di :

Giorgio Mascitelli

ore 20.30

Intervallo

ore 21.00  Il pubblico è invitato a spostarsi al Teatro Verdi, di fronte allo Spazio Ostrakon

Opera elettronica di Giovanni Cospito su testi di Biagio Cepollaro

 

 

18 Settembre, Venerdì

ore 18.00

Gli anni di Milanopoesia

a cura di Eugenio Gazzola

 

Saranno presenti:William Xerra, Giulia Niccolai, Mario Giusti

 

ore 19.30

Intervallo

ore 20.00

 

Lettere dal mondo offeso: per Luigi Di Ruscio

a cura di Christian Tito

 

Letture dal romanzo epistolare

Proiezione video

Testimonianze

 

19 Settembre, Sabato

ore 18.00

Perigeion e i poeti

a cura di Francesco Tomada

 

Massimiliano Damaggio

Antonio Devicienti

Nino Iacovella

Gianni Montieri

Francesco Tomada

 

ore 19.30

Intervallo

ore 20.00

Il presente di Bologna in Lettere

a cura di Enzo Campi

“Agit-prop-poetry”, un intervento di Enzo Campi

“Sistemi d’Attrazione”, proiezione di un video montato con i materiali della terza edizione del Festival Bologna in Lettere

“Sì, si può”, recital multimediale con Alessandro Brusa, Martina Campi, Francesca Del Moro, Rita Galbucci, Enea Roversi, Jacopo Ninni, Mario Sboarina, Enzo Campi

 

 

 

L’immagine in copertina è di Biagio Cepollaro, Predella-Dittico, dipinto su due pannelli. Tecnica mista su mdf, cm 80 x 50 complessivi,2009.Coll privata, Milano