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Modus Terrae Installazione I Performance

a cura di Fabio Orecchini

Del perseverare 

Immaginare l’atto poetico come il risultato di una partitura spaziale, un paesaggio di segni, il luogo come fosse un testo, una relazione di forze, la voce come corpo, un corpo attraversato che attraversa, la parola una ferita infetta, che rimargina e riapre -dal bianco e continuamente- tracciare infinite cicatrici. Nessuna traccia del tempo: una “zona rossa” il passato, da sfondare da presidiare, il presente il contagiato, che al suo interno sopravvive -il corpo negato, ricontamina il passato- un modo oltrechè un moto, incessante della Storia -la memoria della crisi, la crisi della memoria- un abisso di parola in cui cadere, lenti, un vuoto di presenza -questo infinito tenere- di mani con mani, gli occhi rivolti al cielo, un cielo interno agli occhi, in attesa sempre di qualcosa, di qualcuno. << Non c’ è che questo andarsene, da dire >>, recita un verso del poeta Giuliano Mesa, alla cui opera il “Modus Terrae” è dedicato, verso che racchiude una vera e propria dichiarazione di poetica, matrice-motrice, legante di tutte le stanze dell’installazione; un lavoro scaturito da una analisi politica e antropologica dello scenario post-sismico de L’Aquila, un processo di ri-contaminazione, uno stato permanente di crisi, da sostanziare e ritualizzare, un processo di riscrittura e ripensamento continuo -le parole sono la miseria della memoria- che si nutre di fallimenti e riproposizioni, piccoli sommovimenti per la ricomposizione, la ritessitura, perlomeno, di un segmento di storia e di immaginario; tentativo estremo e senza fine di tracciare un nesso col mondo della realtà superstite, della memoria estromessa, di ricucire la frattura, lo iato tra rimozione e rigenerazione, tra scrittura e Storia, la faglia emersa della gola. Divenire, un tramite tremante, voce trapassata, che trapassa, un dialogo mancante: che sia la voce di chi cerca la voce di chi è cercato? Lo spazio installatativo immaginato come un paesaggio/passaggio di oscillazioni e scarti semantici, faglie di suono, luogo di rimemorazione che sedimenta_si dimentica, alla continua ricerca di uno sguardo tattile, riverberato: un universo ctonio popolato di corpi disabitati, bocche-paesaggio, voragini del dire, cartografie inesatte di un abbandono annunciato ; una macchina sciamanica trascrive incessantemente la traccia del remoto, della terra il moto, edifici crollati che crollano, ipocentri devastati dal di dentro, le faglie si aprono tra muri e memorie, le voci in quelle crepe, urla vecchie di giorni: allegoria dell’odierno luogo “comune”, il nostro tempo, che non da scampo, e come un forcipe attrae_sottrae vita, verità e vita.

Note: -Hanno collaborato al progetto, ideato e curato dal poeta e artista Fabio Orecchini, il gruppo di teatro-canzone d’avanguardia Pane, il visual artist Koreman, il pittore e scultore Alessandro Morino , il video-maker Marco Vitale, la performer Kate Louise Samuels e la poetessa ed attivista Isabella Mattazzi. -Il progetto è stato presentato, nel corso 2015, presso i seguenti Festival : PoesiaPresente (Teatro Binario7, Monza), Giardini d’inverno (RialtoSantAmbrogio, Roma), Licenze Poetiche (Case di Terra, Macerata), Poietika Festival (Palazzo GIL, Campobasso), La luna e i calanchi (Aliano). – Alcune foto sono visionabili qui.Alcune sezioni del testo-partitura sono leggibili al seguente link.