Archivio degli articoli con tag: Eugenio Lucrezi

17264808_1451955004829216_2683307752995964218_n

[Qui di seguito la trascrizione dell’intervento di Eugenio Lucrezi alla presentazione di Lavoro da fare , Dot.com Press, Milano 2017, a Napoli, Evaluna cafè libreria, l’11 marzo 2017.]

Questo libro esce in pdf più di dieci anni fa in una collana di ebook curata da Biagio con dei co-curatori. Già dieci anni fa fu accompagnato da diverse scritture critiche e da diverse riflessioni di compagni di strada. Biagio ha esordito più di 30 anni fa lavorando sempre a contatto stretto con altri poeti e critici. Ha sempre creduto che il lavoro intellettuale vada condotto nel confronto e nel dialogo. Ed è proprio il dialogo un tema centrale della sua poetica. Comincia dopo il primo libro dell’84 a progettare una prima trilogia. A quei tempi lavora prima nella redazione di Altri Termini poi, con dei compagni di strada che sono stati Mariano Baino e Lello Voce, fonda Baldus che si trova per qualche anno al centro delle iniziative culturali di quello che fu il Gruppo 93.

A quei tempi la sua progettualità si fondava su una scrittura “artificiosa”  che chiamava pastiche idiolettico che partiva dai duecenteschi, da Jacopone e Dante petroso e l’intenzione stilistica sua era quella di confrontarsi attraverso l’artificiosità dei linguaggio con l’artificiosità dei paesaggi umani.

L’intenzione stilistica era contrastare l’estetizzazione di massa che si diffonderà sempre di più, attraverso la deformazione linguistica. Guido Gugliemi parlava di un atto ostile nei confronti dell’estetizzazione di massa. Si trattava di complicare il verso, come scrisse Niva Lorenzini. Questo tipo di progettualità copre i tre libri che vanno da Scribeide (la cui stesura dura dall’85 all’89) fino a Fabrica (la cui stesura dura dal 1993 al 1997), ma già all’altezza di Fabrica, come rileva Giuliano Mesa che accompagna il suo lavoro con scambi frequenti e fraterni, già allora si passa dalla progettualità linguistica ad un tragitto che va dall’astrattezza del lavoro sulla matericità del linguaggio, dalla progettualità di deformazione linguistica al piano del confronto con la corporeità.

Si lascia la pura progettualità linguistica che era stata al centro della riflessione delle avanguardie storiche e anche della neoavanguardia, come del Gruppo 93, anche se l’intenzione critica era già non solo linguistica. Si passa dal progetto al tragitto. L’innovazione critica delle avanguardie si avvicina molto a quella che è l’estetica del capitalismo stesso, purtroppo. Allora  sia Mesa sia Inglese notano una sorta di conversione non in senso religioso ma dall’astrattezza della ricerca linguistica in direzione dialogica. Al centro di questa svolta credo ci sia la rivalutazione del logos nel senso dato al termine da Aristotele nella Retorica,  come prerogativa di quel vivente che è l’uomo che ha un’attitudine dialogica , il logos. Tale logos diventerà a cavallo del secolo e del millennio il terreno di pratica della poesia.  Questa sarà la caratteristica di Biagio: l’attitudine dialogica con se stesso e con gli altri, da Versi nuovi a Lavoro da fare fino alla seconda trilogia di cui conosciamo le prime due opere e un’anticipazione della terza. Il terreno di pratica di questa dialogicità, così come dice, Aristotele è il discorso condiviso, la doxa, il motore di questo discorrere sono proprio le passioni, la principale delle quali è la paura.

Non per caso Lavoro da fare comincia con quello che Mascitelli chiama la descrizione e il racconto di un attacco di panico ed è così. L’importante però, la principale passione, la paura e l’angoscia non sono attributi della psiche ma sono il carattere principale del corpo.  Sembra essere il sentimento dell’angoscia che tutti gli psicologismi prima romantici e poi caratteristici delle scienze psicoanalitiche, sono altro, sono l’attributo di base della corporeità che usa queste antenne proprio nel dialogare, sono il motore della dialogicità, dell’utilizzo del logos .

Questa cosa la dici nei tuoi versi: la paura, il pathos non è di pertinenza psicologica , come dici che il logos non è intelligenza e il linguaggio nella sua astrattezza ma è dialogo con se stessi e con gli altri.  La conversione dall’intelletto come logos che agisce sul linguaggio al logos come terreno dialogico, il percorso poetico suo dalla matericità linguistica alla concretezza dell’esistenza, è il principale degli snodi della sua poesia che è stata improntata comunque al confronto serratissimo tra l’esistenza e il fare poesia.

Il lavoro che Biagio fa come dice Inglese è spostare l’attività su di un piano di contrasto delle afflizioni. Questa libro è una partitura musicale vi sono delle parti in cui mostra come il canto percorribile monodico perda di significato perché porta per arretramento a delle coralità che perdono il fondamento dell’armonia per sprofondare in quella vociferazione dell’origine che è spesso disarmonica, che spesso è stridente, viene detto “stridio” in un punto.

Per Biagio  il poeta giovane, l’intellettuale giovane si estroflette molto , cerca in mille direzioni, dimenticando però la dialogicità senza cui non può esserci un discorso anche poetico o filosofico e più in generale di critica della realtà. Poi con l’esperienza si è certe volte capaci di recuperare questa dimensione, di portarsi quindi dall’astrazione alla concretezza.

17264165_1451955641495819_2797108855388584950_n

 

17155993_1451955481495835_1556032980477734944_n

Registrazione audio della presentazione di Lavoro da fare di Biagio Cepollaro.

La conversazione è avvenuta a Napoli, libreria Cafè Evaluna, l’11 marzo 2017, a cura di Viola Amarelli. A parlare sono due relatori: Eugenio Lucrezi e Angelo Petrella. Sono stati letti dall’autore il canto II, V e VII del poema. Lavoro da fare (2002-2005) dal 2006 in rete come uno dei primi e-book di poesia in Italia, dal 2017 è cartaceo grazie all’interessamento dell’editore Fabrizio Bianchi e della Dot.com Press. Il logo sulla copertina della farfalla si riferisce al blog Perigeion che con questo libro comincia a costruire una specifica collana all’interno delle edizioni Dot.com Press.

Da Lavoro da fare

 

V

 

ora  si prova con brivido

dell’inizio a navigare

– che è diverso dallo stare

a galla solo perché non si hanno

più segreti che dall’interno

bucano col tempo vele e scafo.

 

ora lo possiamo dire quasi tranquilli

che sembrava per attimo tutto

perduto e che una parte importante

e tenace di noi è morta e ci siamo svegliati

quando eravamo ancora in corsa

come nel film del viaggio tra stelle

in cui il cattivo a metà del tragitto

interrompe l’ibernazione: il tempo

azzerato ricomincia a scorrere

come nulla nell’immensità del tempo

cosmico

 

ora il tempo è reale e il viaggio

torna a misura umana che non è

affare di stelle ma di tensione tra paura

e suo superamento: non siamo mai

speciali nessuno lo è ci muoviamo

incerti come possiamo e quanto più

alziamo la voce tanto più ci stiamo

mancando mentre l’urlo vero

si fissa in un gesto congelato

 

ora noi veniamo da quel freddo

e dall’oblò le stelle non scorrono

come alberi dal finestrino dell’auto

ma restano stelle del cielo e noi

anche veloci sembriamo fermi

al nostro posto: non c’è altro

da fare che fare pace con nostre

miserie e sentirle fino in fondo

rospi da buttare giù

se vogliamo ancora mangiare

che non importa innanzitutto

raffinatezza di cibo ed esperienze

la tavola solo in parte è decisa

da noi e solo talvolta ci è stato possibile

aggiungere tocco elegante al centro

con vaso luminoso di fiori aperti:

importa possedere corpo che molto

in sangue trasforma e l’accaduto

ringraziare

 

forse per questo c’era piccola

preghiera all’inizio del pranzo

di Natale: perché navi partissero

bisognava fare sacrificio

di ciò che per anni ci era cresciuto

accanto

è strano come parti

di noi malate si fanno per noi

oggetti

sacri d’amore: fu questa

vera tracotanza di Agamennone:

non l’aver cacciato animale

proibito ma aver distolto sguardo

da sua vita concreta per vivere

sogno da re

 

e chi prega intorno alla tavola

già con l’occhio nel fumo odoroso

della pietanza cosa porta di sé?

non l’essere santo per solo

attimo rivolto al sacro ma proprio

quelle malate parti di sé: noi

siamo nell’occhio pieno di orrore

di Agamennone fisso nel terrore

della piccola Ifigenìa

e sapere cosa davvero sacrificare

è già una bella storia

 

e in quel fermarci a mani giunte

noi ci facciamo magico cerchio

 

e dentro, arresi, alla rinfusa spezzoni

di vita – chi può dire agìta

 

o subìta – alla rinfusa ché

a districare ci siamo fatti male:

 

che non solo allora ma anche ora

ci tiene tutti un palmo aperto

 

di mano

 

i cristiani all’inizio

nell’umidità dei rifugi

dicevano: Signore, io non sono

degno e poi dicevano: tu dì una sola

parola e l’anima mia

(io non sono

degno ma tu dì)

(una sola, una sola

parola)

(e l’anima mia)

sarà salvata

 

ed erano in tanti appoggiati

di schiena alle pareti con i topi

già al riparo dentro i buchi

e i suoni del mercato che prima

venivano dalla strada risolti

ora in nulla

in colpi di tosse

in agitazione dei corpi

 

e il Signore che era in loro

forse principio di vita

emissione

iniziale di raggio

da cui protone

prese a stare in equilibrio

e danza

probabilistica

delle particelle

cominciò a disegnare l’intero

che mai fummo in grado

di scorgere

costretti sempre ad un sol polo

limitati in breve spazio

anche nell’ostinazione

da noi stessi fatti

più miseri

e questo mistero del vasto

e del senza tempo

questo suono che talvolta

ai più fortunati sembrò formarsi

nella gola per venire all’aria

stupito di dire ciò

che senza articolazione di parole

era puro senso

questa cosa che chiamavano

Signore forse davvero

diceva loro parola che cercavano

 

è questa parola anzi è questo suono

puro senso che da soli

non avremmo mai scoperto

illusi su nostra auto-

sufficienza

e che scoprimmo solo

quando spezzati

fummo raccolti da chi

da anni già sapeva

che maggiore inganno

è credere di dover dare

senso e non esserlo già

nell’ignorato trafficare

delle strade

 

è questo suono acuto

e grave, limpido e

rauco

pieno e gracidante

questo suono ora

è dentro

al cerchio

di noi che non siamo

già più noi finalmente

 

a mani raccolte

ora

cerchiamo di capire dai moti

di labbra convulse che a noi

 

vengono dallo specchio di fronte

questa parola non sarà solo

 

per noi che non avrebbe senso

che il male non sciolto di uno

 

è in atto o prossimo male

per un altro: dentro al cerchio

con gli spezzoni – alcuni ancora

roventi – di vita alla rinfusa

 

noi cerchiamo di capire la parola

che salvandoci salvi i prossimi

 

a noi dall’odio

per noi stessi

 

 

e ora su quel palmo aperto

di mano che ci tiene proviamo

a starci tutti: ognuno con suoi

occhi bassi e col disagio

di non sapere come stare

in piedi o sedersi

proviamo a guardarci:

ciò che più ci ha feriti

al punto da doverlo

dimenticare ci dice che cose

non sono andate come ci piacerebbe

che il racconto deve essere scritto

di nuovo e l’ultimo capitolo

dovrà cambiare

 

 

e ora che di nostre debolezze abbiamo fatto

fianchi in cui immergere spade

ora ognuno cercherà il suo posto

e lentamente si piegherà

fino a sedersi e a giungere mani:

 

Signore o Modello che incessantemente

si compie tirandoci dentro

con fili che non sappiamo

scorgere

con nostra testa piegata

ossessi digitiamo

sui nostri cellulari

cellule che non riconoscono

più il tessuto

negate alla radice

che durano come si dice

un tot  di tempo

totale parziale

e nostra inezia

 

Signore, non siamo degni ma tu dì

solo una parola, la stessa parola

che balbettando abbiam provato

mille volte a dire e maldestramente

Signore, insegnaci la parola che troppo

confusi siamo per dire e per ascoltare

insegnaci una nuova tenerezza

che le nostre madri furono troppo

oscurate per amarci – loro stesse

da te troppo lontane – fa che l’orrore

di Agamennone e il terrore di Ifigenìa

abbiano avuto un senso, fa che le navi

possano partire che il vento si alzi…

Signore, non siamo degni ma amare

per noi è cosa difficile: anni e anni

di disamore hanno coperto la nostra

voce e abbiamo rabbiosamente preteso

che qualcun altro, oscurato quanto noi,

per noi cantasse la tua canzone

 

 

Signore, noi non siamo degni, ma il volto

che stamani vediamo allo specchio

è il nostro e quella bocca ci parla

e fluente scorre la parola e dagli occhi

agli occhi ci riversa un fuoco che fin qui

mai ci ha bruciato: accettalo e l’anima

nostra sarà salvata

 

 

mappa

TU SE SAI DIRE DILLO

V edizione

Milano, Spazio Ostrakon e Bioforme, 21, 22 e 23 ottobre 2016.

Via Aosta,2 (MM5 Cenisio)

VENERDI’ 21 OTTOBRE ore 20.30

La poetica emergenza: la poesia a Napoli. 

Le poete e i poeti (8) : Angelo Petrella. Con una lettura di Eugenio Lucrezi

Cosa sono queste indecenze?

Queste strofe bisbetiche?

licenze, licenze,

licenze poetiche.

Sono la mia passione.

  1. Palazzeschi

 

 

Se uomo ama donna più di birra ghiacciata

davanti a televisione con finale Champions,

forse vero amore. Ma no vero uomo.

  1. Boskov

 

 

 

Poesia delle vetrine infrante

Amore, non

guardare il mio presepe di plastica,

potresti aspirare le polveri degli

ossidanti cinesi e

diventare anche tu maoista.

 

Ormai

passo le serate da solo,

sento la mandibola che schiaccia

la pasta poco cotta,

poi pulisco i piatti e

mi stendo con accanto il bicchiere,

contando – come Messico – i giorni che mancano alla fine

del mondo.

 

Ai nuovi pezzenti non resta

tanto, se non il whisky la sera,

il caffè la mattina e un’ora

di straordinari passata a giocare a

sudoku.

 

I ricordi li abbiamo barattati in

cambio dello stipendio e i sogni,

cazzo, pure quelli ce li ha tolti

lo psicanalista.

Restano i tweet per prendere per il culo il papa,

un po’ di metamfetamina pippata sul bus al ritorno

dal lavoro

 

e il sorriso,

 

che con quello

 

quanti stronzi ti hanno fregato finora

e quanti pochi ne riuscirai, tu, a fregare…

 

 

 

Poesia dei calzini musicali

Stamattina ho indossato dei calzini musicali

perché avevo voglia di camminare

leggero, tre metri sopra il cielo,

ma poi mi sono accorto che c’era già

un sacco di folla lassù.

 

Allora ho pensato che

era meglio se compravo dei

calzini autochiavanti,

così mi bastava passeggiare sul

lungotevere per diventare un playboy.

 

Solo che costano un

fracco di moneta

e i risparmi di questo mese

ho deciso di investirli per

comprare una rosa per te, amore mio,

 

o anche un perizoma brasiliano

triangolare di fibra con

risvolti plissettati e decorazioni

a uncino in tinta

rosso-pompeiana

 

che così richiamano il colore

della rosa e quando elemosinerò

la prossima trombata

sembrerà un miracolo veder spuntare

un fiore,

 

nel deserto del nostro amore.

 

 

 

Poesia del pub sotto casa

Il tizio del pub sotto casa

dice che sta là da trent’anni

e che non ha mai visto nessuno leggere

un libro mentre aspetta il panino.

Io lo guardo e rido e non so

cosa dirgli,

poi mi cade l’occhio sul verso

di Ezra che fa: but stockjobbing goes on

uninterruptedly at coffee houses

on Sundays and holidays.

 

E glielo leggo e aspetto

la sua reazione

magari un pugno dritto nell’occhio

magari mi brucia la testa sulla piastra

in mezzo agli hamburger.

 

Ma invece, ci credereste?,

 

lui si gira e when it cannot be held upon ‘change

(chiude

il verso

a memoria

e mi spiazza

poi mi incarta il panino e mi chiede

40 centesimi in più, per le bustine di

ketchup).

 

Gli urlo, infuriato, che non tornerò mai più

in quel posto di merda,

mentre pago

e

mentre tutti mi ridono dietro:

 

però mi dimentico i Cantos aperti, ad arte,

con le sottolineature sulle pagine dispari

per fargli capire che,

cazzo,

non ho uno straccio di lavoro,

ma almeno

l’università e il dottorato li ho fatti!

 

 

 

[quando poi arriva l’alba

e mi sento morto dentro

per scordarti accendo al massimo

i miei rimpianti di riscaldamento]

 

 

 

Poesia del cachemire

Veronica

la tua vita era pratica;

la mia idealistica (e

un po’

patetica).

 

Ora,

che sei lontana

e hai un buon

lavoro una bella

casa un bravo marito,

 

ricordi le nostre corride

per le strade maleodoranti di

Ischia? Tu a scansarmi,

io ubriaco e infuriato a tentare

di piantare

banderillas

sul tuo cuore artico (con

la mia patta in

sciopero).

 

Poi, quella notte

di carnevale (tu,

mezza nuda a bere vino –

io, addosso solo i rimorsi e

una stupida maschera da

toro)

 

mi

attirasti a testa bassa

sul tuo cachemire rosso (tra

il camino acceso e il mare

mosso):

e mentre ti atterravo sul divano,

dalla tasca ti scivolò fuori la foto di quel tizio,

«è solo il commesso del negozio»

dicesti, «dove ho preso il tuo costume

per la festa».

 

così, tra uno sbuffo

e la mia maschera in testa,

già finiva – prima di iniziare –

la nostra pseudo-battaglia:

e le mie corna restavano incastrate

nella tua coda

di paglia.

 

°°°

Poesie sgarbate, queste di Petrella, fatte con la stoffa tagliata storta di una lingua dismetrica, anticlassica e antibarocca nello stesso tempo (e pure antiavanguardistica: perché il comico, che è in più punti irresistibile, non viene perseguito per la strada della deformazione linguistica, ma per le vie, meno battutete e più interessanti, dell’intrusione massiva, tra le fila del discorso, delle merci da quattro soldi e dei tic, dei paesaggi waste e delle identità posticce, del junk food e dei bonus tarocchi che di tutte le loro sfavillanti miserie fanno ricchi e mai sazi i poveri cristi dell’oggi). Il nume che sorveglia questa scrittura (e che la sguinzaglia, pure) è Palazzeschi, ma il suo assistente, in panchina, è Vujadin Boškov. L’aria che tira è la stessa che hanno respirato geniali ubriaconi come Charles Bukowski o Tom Waits, mentre risuonano gli echi della lezione di Balestrini,  spogliata del muso duro della rivolta sociale e riproposta, al netto anche degli oltranzismi asemici, nella sua intenzione principale di linguaggio che svicola sottraendosi alla dittatura del senso dato e anche della Letteratura che si vuole, per sola forza d’inerzia, campicello degli Intelligenti: (e.l.)

mappa

TU SE SAI DIRE DILLO

V edizione

Milano, Spazio Ostrakon e Bioforme, 21, 22 e 23 ottobre 2016.

Via Aosta,2 (MM5 Cenisio)

VENERDI’ 21 OTTOBRE ore 20.30

La poetica emergenza: la poesia a Napoli. 

Le poete e i poeti (7) : Daniele Ventre. Con una lettura di Eugenio Lucrezi

(Da Elegia 2.0)

Ecco perché d’una vita paretica resti ragione,

saldo di conto virtuale, eco di morbilità

d’economie. Tu dei vizi degli uomini contabilizzi

il decomposto interesse e se ne accreditano

spogliarelliste moldave e speculatori di borsa

e baciapile col mitra abbacinati al jihad.

Tu ci costringi nei porti di Siria e ai confini del nulla

ombre di russi e iraniani e la conquista dal west:

non si contentano infine dell’ultima speculazione

sugli interessi e sui pigs che ci si indebitano.

Tu ci riaccrediti in conto il reattore e il nucleo in camicia

del principato di Kiev e la bolletta del gas:

l’utilità poco chiara di quel che depositi al giorno

l’ombra che i pegni del banco ora disseminano

sulla moneta e l’impero sull’ammonimento e lo spreco

sulla Giunone a tre seni e la ragione del freak.

Certo l’Egeo non è stato mai ricco e Micene è caduta

dopo le guerre del bronzo –e se ne numerano

le tavolette bruciate con i documenti d’archivio

a registrare in default l’ultima passività

e lo sapevano i traders all’epoca –vele pirata

fra la Sicilia e il Levante e Singapore e Wall Street.

Tutti in Egitto a cercare fortuna –era il senso del tempo

perso sul delta in un tour scomodo d’eternità

verso la terra promessa e non mantenuta davvero

e non tenuta granché nella follia dei mullah.

Ecco perché d’una vita falotica resti misura,

saldo di conto virtuale, eco di fragilità

e di anomie. Tu dei vizi di forma alle norme dei vezzi

stringi nei nodi scorsoi fiocchi e lustrini e bijoux

–slacci le gonne d’argento alle danze delle cubiste

scatti fra stroboscopie di pulsazioni in refrain

–offri finzioni di specchi ai nativi e il piombo ai morenti

–i mandarini al declino ori ne accreditano.

 

truismi II (da Forme chiuse)

perché in fondo non ci metto niente
a dirvi che il letto è sfatto
e che le parestesie di notte ti svegliano
e le case si dipanano in Abbau
lungo le periferie suburbane
che il pagamento è pronto cash
e il supermercato disperso
fra le fila delle periferie suburbane
è l’unico punto di incontro
per l’umano commercial-degradato
e potrei continuare per ore
ricordandovi che la chiesetta
con il crocifisso in vetroceramica
aperto sul muro da condominio
pitturato con vernici al quarzo
è piuttosto bruttina e che poi
tutto quanto va sempre alla stessa
maniera che si abusa perché poi
questa sarà pure la descrizione
del gran paese e la vita pirata
col gran pavese e il pavesino
e i surgelati lasciati a scongelare
saranno buoni senz’altro
ma per quelli ci sono altre cucine
e poi potrei continuare per ore
a dirvi che le strade coi muri
chiusi a livello del marciapiede
e le finestre tutte uguali
sono in definitiva poco accoglienti
potrei continuare per ore
col dirvi quanto il trading
la tradizione il cash e il casco
integrale e il nudo integrale
delle modelle e il re nudo
e il tronista e la sciampista
e la fabbrica di passamaneria
e andiamo e andiamo pure
e torniamo e torniamo pure
e ci siamo e ci resteremo
e se continuo ci rimango
e dunque andiamo e andiamo pure
perché in fondo ci rimane
e potremmo aggiungere in fondo
che le case in fila sulle strade
delle periferie suburbane
(sempre immarcescibilmente loro)
sono architettura vecchia
e le voci lasciate in serie
dalle periferie degli imperi
sono architettura vecchia
e gli imperi anche loro
sono architettura vecchia
infatti crolla e noi sotto
e andremo in prigione
giocando a monopoli
dire fare baciare lettera
testamento e testacoda
sulla solita strada piovosa d’una
periferia suburbana di notte
(bravi avevate indovinato)
è facile indovinare
del resto siamo qui
per farci indovinare
e per indovinare i gusti
e i disgusti del pubblico
e del privato ma il tempo
di cui vi ho privati non era un tempo
primo di qualche metropolitana
o di qualche metropoli-tana
tana di qualche elenco
di cose abbandonate
in serie in qualche (indovinate un po’)
periferia inurbana
(sorpresa!) perché in fondo
in fondo in fondo in fondo
fra le case schierate in Abbau
e il babau del bambino
notturno e il metronotte
c’è un legame un qualche tipo
di legame nascosto
di cui però non vi dirò cosa
perché infine anche il dissimile
non fraterno deve faticare
a capirci cosa che valga
indagare

***

C’è un che di naturalistico in queste sequenze che ci propone un autore come Daniele Ventre, che conosciamo quale abitatore delle antiche stanze e traduttore degli antichi poeti. In queste descrizioni di descrizioni non c’è riformulazione del mondo in nuove figure linguistiche come è tradizione dell’avanguardia: tira l’aria, piuttosto, di certa dolenza severa che si respira nelle tiritere di un Fortini o di un Pasolini. Eppure anche qui, come negli altri emergenti nella città di Napoli, è la lotta con sua Maestà la Realtà a trovare campo. Sembra di leggere da un opus vasto al limite dello sconfino, che vorrebbe coincidere, così come la favolosa mappa geografica di cui ci racconta Borges, con il Regno nella sua interezza, e cioè con il mondo che già tutto si racconta. Il naturalismo paradosso di cui si diceva si tiene ovviamente ben stretta una sua poetica della classicità; ma è puro racconto del tempo nostro, nel quale la natura sopravvive nelle forme nostalgiche di un feticcio onirico, essendo il pianeta da tempo e del tutto antropizzato. E cioè annichilito dalla stupidità umana, della quale quanto scritto qui sopra è piccolo baedeker. (e.l.)

 

mappa

TU SE SAI DIRE DILLO

V edizione

Milano, Spazio Ostrakon e Bioforme, 21, 22 e 23 ottobre 2016.

Via Aosta,2 (MM5 Cenisio)

VENERDI’ 21 OTTOBRE ore 20.30

La poetica emergenza: la poesia a Napoli. 

Le poete e i poeti (6) : Eugenio Lucrezi. Con una lettura di Bernardo De Luca

 

Ave Bernhard!

sei poesie per Ave Vergil – Gedicht  di Thomas Bernhard

 

1 (Ave Bernhard)

… morte le gore, morte le campagne,

morta la morte e morta la rimorte

(un sole nero in pieno giorno guarda

sul golgota due morti ed un rimorto),

rimorti i morti e i non ancora nati,

morti i sepolti, morti gli esumati,

gli agnelli divorati, con le cagne

morte già prima di averli sbranati …

 

 

2 (Tombstone blues)

Selfportait  dai mille

cristalli, in Alphaville:

sopra e sotto cristiani

respiranti, si dice,

anche loro, once

upon a time, e inoltre:

di animali e di piante

una ridicola morìa;

di suole di monaci

un incessante scalpiccio;

di suore gli incesti

col superiore, spacciati

per altro, e una preghiera

che sale, che sale,

ai beati, in bisbigli;

nuovi nati già morti, con figli;

il cane e il suo latrato;

la capra e il suo belato;

un brulicare di seppellitori.

C’è inoltre, extramoenia,

un cimeterino di campagna,

la somma delle grazie, se ci capiti.

 

 

3 (Acufeni)

Dunque: di là per sordi,

mentre nell’aldiqua c’è un gran frastuono,

compendio dei lamenti. Pure il cane

si lecca la ferita e non sa stare

senza piagnucolare. Gli acufeni

come la musica celeste delle sfere?

Pioggia di neri sangui che ticchettano

sui guanciali del sonno, l’abitacolo

di chi non tiene voce non è memore

di quei grandi frastuoni. Se disabiti,

cessa quel delicato gorgheggiare,

piomba ancora chi bussa,

accanto a te che dormi, lo spavento

che non conosce fine, dall’infanzia

a questa fine bassa. La fantasima

bussa e ribussa, chissà chi se la tira,

la funicella. Se tu. Se l’altro mondo.

 

 

4 (Springfood)

Lovely lovely

Flower time

Springtime springtime

Skinny line

Roaring roaring

Teethy alarm

Catfood catfood

In my mind.

April april

Once more time

Songs are leaving

When you come

Growing growing

Up from toes

Walk the line

Up my shoes.

Songs are leaving

When you come

Growing growing

From my bones

Lovely flower

Springtime shines

Lovely april

Skinny line.

 

 

(cibo per gatti, dai tempi dei king crimson,

alimento per anime dementi,

carcere e carcerato, carceriere,

faccia a faccia, per casa, struscialetto,

anime belle, anime fioriere,

amici dei nemici, con i denti

sguainati a coda in su, miao e grrr …)

( furono e sono i k.c,, ben detti,

jazzisti medievali e progressivi,

furetti agnostici, nani maledetti

del bosco velenoso dei ’70 …)

 

 

5 (Distinguere tenebra da tenebra)

Altero stilo,

et nigro et rubro,

Bernhardus fingit.

Mutatis oculis,

ad unum,

et nigrum et nigrum.

In spiritus spectros

mutat, et feles

in aves. Felina

voce aves. Volant

ex sepulcris,  erectis

auribus, sepulti.

Abbiatevi le grazie e i miagolii,

Animelle gentili, che vi crescano

Orecchie a punta, vibrisse sconcertate

che vi guidino miti ed orientate

nel salto dalla pietra, per le scale

saturate da armonici inauditi

dalla gran massa viva, tranne che

dai gatti, fin lassù, nelle alte sfere

da cui precipitare, o se vi accomoda,

dentro le quali sedere stabiliti.

 

 

6 (Paint it, black)

Nulla pur’io, mi par …vel etiam minus.

Ne do conferma, e chiamo a testimoni

Virgilio e Dante, Càtulo e Augustino,

e poi Bernhard che maledice il meo

essere il nullo e l’uno, con la tua

lieta infelicitate, e se non dice

de Dei la civitate  cilestrina,

una, bina e quaterna, nonché trina,

dice per interposto la disposta

superficie spaziata, riflettente

sulla pancia di nubi in movimento

il nero degli avelli, dei porcili,

il sudiciume, ahinoi, lo sperdimento

di spiriti azzoppati, corpi vili,

paesi extramondani, cosmi nani,

etc. etc.

 

^^^

 

Zebra song ( a country waltz)

Mi vida es un erial….

                                              Béquer

 

La mia vita è una brughiera,

tocco il fiore e si sfoglia.

C’è chi semina il male

perché io lo raccolga.

Passi che ripercorrono

piste lontane,

zoccoli che le riperdono.

 

Questa stanza è una savana,

la foresta è lontana.

Tra le stoppie il leone

non sbadiglia per me.

Vento che fai ondeggiare

neri bambù,

scuoti la mia solitudine.

 

Questo mondo è una prigione,

se lo abbatti hai ragione.

Se galoppi da solo

chi trottava con te?

Sbarre nere come strisce,

zoccoli blu,

annegati nella polvere.

 

***

Di fronte al foglio bianco, e non solo, spesso si ha la sensazione d’essere già detti, d’essere nient’altro che un déjà-vu linguistico. E se il kafkiano messaggio dell’imperatore (vera e propria teoria letteraria) dovesse un giorno mai giungere a destinazione, vi leggeremmo un messaggio già ricevuto da molte, innumerevoli spedizioni. In altre parole, oggi, alla vertigine dell’attesa interminabile possiamo sostituire quella della ricezione seriale.  Eugenio Lucrezi risponde a ciò con il metodo della vaccinazione: introduce nella poesia un agente patogeno per stimolare gli anti-corpi; nella pratica, Lucrezi ripercorre la trama di testi già intessuti, li sfilaccia e li ricuce (magari con altro materiale pregiato), affinché proprio in quel già-detto si faccia luce su ciò che bisogna ancora dire. La materia può essere incandescente (qui, Thomas Bernhard), e le riscritture possono appoggiarsi ad altre lingue (l’inglese) o altri linguaggi (la musica) – in un gioco di specchi deformanti e performanti -, ma lo scopo è sempre lo stesso: resta ancora da dire il resto. (b.d.l.)

mappaTU SE SAI DIRE DILLO

V edizione

Milano, Spazio Ostrakon e Bioforme, 21, 22 e 23 ottobre 2016.

Via Aosta,2 (MM5 Cenisio)

VENERDI’ 21 OTTOBRE ore 20.30

La poetica emergenza: la poesia a Napoli. (4)

Le poete e i poeti: Ferdinando Tricarico

Con una lettura di Eugenio Lucrezi

 

Milano

 

da Piazza del Duomo al Parco Sempione

Fiocchi di pioppo

neve di primavera

allergie e letargie.

Groviera di nidi in mattoncini sforzeschi.

Frecce freccette semafori strisce cartelli info

segnali stradali verticali orizzontali obliqui propinqui lontani

proni carponi a pecorina

lei sopra lui sotto

spiaccicati al suolo

ad un certo punto c’è sempre un point.

Segreti di Pulcinella nelle segrete di Brighella

la pelle meneghina è un iterativo pannello disciplinativo.

M rossa di metrò

M gialla di hamburger

M smog della Madunina

Milano figlia di emme emme.

Il ferroso lucertolone elettrico giallo chiamato desiderio.

Cavalieri di bronzo in sella e in tiro con la guaina a portafoglio

monumenti agli eroi ricchi e stalloni.

Il burattino scheletro balla dark e dinoccolato davanti al grande piccolo teatro.

Dimore sobrie e silenziose vetrina di merci pacchiane e rumorose

in un quartiere rosso dove non si scopa.

Il Parini assicurato dal beccaggio dei colombi

non dall’oblio del magistero morale.

Vetri infrangibili videosorvegliati e oscuri dove sbattere il muso

mattonella e mattone a muso duro.

Porticati dei mercanti occupati dai mendicanti

rassicurazioni con i denti sanguinolenti.

Megascreen e videomapping

leasing e franchising

le catene si pappano le botteghe.

Caricatura bianco e nero in cinque minuti cinque euro

la caricatura del cinque.

Il banchetto Lotteria vintage

in legno fòrmica anodizzato

ha code ludopatico telematiche.

Aste selfagge contundenti

modelle in posa davanti al Duomo con turbanti.

La cosa dei giapponesi fotossici non la dico

milioni di paparazzi del proprio anonimato

spie di spie di spie.

Guglie e capitelli

capezzoli e cappelle

contorsioni e collezioni

cappellini e centesimi.

Pericolo d’inciampo

pedoni a sinistra centauri a destra terroni sotto

immigrati extracomunitari sepolti

una regia dietro ogni comparsa.

Il milanese milanese è pugliese.

Balle di fieno dell’arte contemporanea sempre fresche

come pietre neolitiche.

L’underground è meno dark del cielo bigio dove tutte le vacche sono magre.

Marche e marchette griffe e gaffe

i poveri marchiati dalla moda si notano di più.

C’è il sole a picco ma alla gente piace la luce elettrica e l’aria condizionata.

Si va di corsa senza fretta e piano trafelati

tutto fila tutto fibra anche se non si vede.

Il movimento è felicità

la poesia un claim di pubblicitari precari.

 

***

 

Così come una coppia Totò & Peppino che si trovasse sbattuta di botto in una Capitale Morale del futuro, ai tempi della fibra ottica e dei terabyte, dei megascreen e dei monumenti pixellati, questo Ferdinando Tricarico a spasso per Milano sarebbe piaciuto a Filippo Tommaso Marinetti il Palingenetico e ad Aldo Palazzeschi l’Incendiario, padri nobili di tutte le avanguardie, entrambi a tal punto felicemente spregiudicati da esser capaci di percorrere all’incontrario i tragitti dall’impressionismo naturalistico all’espressivismo segnico che accompagnarono, più di un secolo fa, quegli incendi e quelle palingenesi. Ci sono autori che costringono l’immaginario in una storia non qualunque, nell’alveo stretto e per lo più problematico della tradizione che si sono scelti; altri che s’illudono di cavalcare senza sella e senza briglie quella che credono essere la temperie dell’Epoca in cui sono capitati, che poi è sempre un momento qualsiasi. Tricarico è della prima razza: avendo scelto l’avanguardia, si può concedere la sua passeggiata, distendere agevolmente il passo del verso senza tradire se stesso: il linguaggio gli tende ugualmente le sue trappole, non si dimentica dei suoi trabocchetti. Non lo tradisce, insomma, non lo lascia da solo. (e.l.)

 

 

 

 

 

 

 

bozza4FB-locanda

TU SE SAI DIRE DILLO

V edizione

Milano, Spazio Ostrakon e Bioforme, 21, 22 e 23 ottobre 2016.

Via Aosta,2 (MM5 Cenisio)

VENERDI’ 21 OTTOBRE ore 20.30

La poetica emergenza: la poesia a Napoli. (4)

Le poete e i poeti: Bernardo De Luca

Con una lettura di Eugenio Lucrezi

 

Da Gli oggetti trapassati (d’if, 2014)

*

Scricchiolano le buste al passaggio

delle ruote. Uno stuolo di corpi sembra

la strada che ammassa le esistenze scartate.

La metamorfosi del mondo diventa

degradazione, gli occhi raccolgono

l’evento della trasformazione

come una condanna. L’auto procede

il suo viaggio minimo tra tappeti

di oggetti trapassati, l’elenco impossibile.

 

«Qui si fa la storia» mi ha detto ieri

la figura che prevede il percorso.

E nella storia ci cammino, ci navigo

nella storia che percola.

 

«Di qui non passi». Ora la strada è chiusa,

un camion con tre uomini la sbarra.

«Perché non dovrei passare? Dall’altra

parte non esisterò più per voi

sono ora meno che niente». L’indifferenza

dello sguardo, poca cosa la stupida

mia presenza. Mi spingo a guardare

al di là, ma s’allunga l’ombra del veicolo

raggiunge le colline e si unisce con la notte.

 

 

*

Nulle presenze nello spazio cavo

deserto come solo il mattino

annienta le distanze in punti vuoti.

La fauna improbabile s’aggira

disperata per le tane, reduplica

i moti nel suo stabile smarrimento.

Annunciano i suoi occhi che disperano

un’altra vita.

 

La gobba appare di uno spazzino

il rumore della scopa ridesta

foglie, tende e insegne.

Scartavetra l’asfalto, spazza croste

essiccate del giorno precedente

in un lavorio di rozza precisione:

la cicca che s’instrada nei rametti,

il sacco che spalanca fauci e bocca,

l’avambraccio che chiude la materia.

Bisogna scarnificare le strade

scartocciare la massa che opprime.

 

*

Rifiuto dei rifiuti, oggetto trapassato tu stesso:

l’ombra che mi ritorna dallo specchio

sfugge al perimetro del suo luogo

e s’impossessa dei mie spazi, estorce

ad uno ad uno gli angoli di casa

di stanza in stanza colmando di sé

pavimenti, pareti e soffitte.

 

Passeggia indifferente tra le camere

e la notte mi veglia muto a letto

l’individuo che non torna al vetro.

Gli innumerevoli frammenti sparsi

a terra formano le incomponibili

schiere di me stesso, inerti saranno

cumulo. Custodisce minacciosa

la sua vita l’ombra che non vuol vedersi.

 

 

Inediti

 

Sopravvivere

 

«Noi dobbiamo assolutamente sopravvivere».

Parla il televisore le sue lingue,

sale dai bicchieri un odore di detersivo.

 

Sono andato alla finestra. Ho aperto

un’anta e a passi lenti ho camminato:

la ringhiera, il freddo ferro verde,

mi divideva dalla strada e il piombo

scendeva dentro nei polmoni.

 

Una rabbia

che non so

mi ha preso.

 

Sono rientrato in casa, ho messo su

l’acqua: ho aspettato che il tè bruciasse

gli organi.

 

*

Punto di visuale rasoterra, asfalti stradali che dei risultati del vivere si fanno ricettacolo esemplare, loquace espressione. De Luca parla così della storia entro cui ciascuno scorre, spara i suoi colpi ad alzo zero perché la poesia è lascito, la figurazione del mondo si aggrega e si disfa nei rimasugli, mei residui del senso che una volta potevano dirsi ridondanza ed eco dell’ineffabile, esclusiva e privilegio dell’iperconnotazione poetica, del nobile overload capace di invaghire il lettore di cui ci hanno detto, al loro tempo, Edgar Poe e il nostro contino. Qui invece ci sono strade da scarnificare, la poesia è una scopa che monda strisce di asfalto dalla massa che le opprime dopo che il mondo, in correlata assonanza, ha a sua volta spazzato via le masse oppresse, le ha tolte dalla vista. Negli inediti, poi, assistiamo ad un rientro nel domicilio, ai ripetuti incroci del domestico e dell’indomestico, allo sconforto che ride in faccia all’illusione del comfort, senza scampo. (e.l.)

mappa

TU SE SAI DIRE DILLO

V edizione

Milano, Spazio Ostrakon e Bioforme, 21, 22 e 23 ottobre 2016.

Via Aosta,2 (MM5 Cenisio)

VENERDI’ 21 OTTOBRE ore 20.30

La poetica emergenza: la poesia a Napoli. (3)

Le poete e i poeti: Francesco Filìa

Con una lettura di Eugenio Lucrezi

da Il Margine di una città ( 2008 )

VI

Creato in un luogo comune di fili sospesi, antenne

e asfalto di tetti addossati l’un l’altro. Sfuggo

all’agguato di bancarelle e ragazzi urlanti nel sole

cercando il freddo di travi che oscillano

nell’ultima stanza. Il grido delle strade si perde

nel grumo irrisolto del giorno, in un pensiero

aggrappato alla sua radice alla sua origine

oscura.

 

VIII

Ho gommapiuma dove dormire e acqua

da bere nel cassetto, ma ora vi immergo

un polpastrello rinsecchito e intingo

la vita nell’inchiostro

della biro esplosa in tasca, ora le

unghie sono sporche di terra e nero.

Mentre una scheggia del bicchiere apre

la via al sangue.

 

da La neve ( 2012 )

(I frammento, Napoli 2007)

                                                                                                                                      .

La neve, quella vera, non l’abbiamo mai vista

se non nella bocca a nord del vulcano

nei pochi giorni di cristallo dell’inverno come una minaccia

che ricorda quel che non abbiamo temuto abbastanza

ma il gelo, quello sì, è dentro di noi fino alle ossa

e lo sentiamo che morde le giunture e crepa le ossa

fino al midollo. Ce ne accorgiamo dai sorrisi tirati

dei passanti, dai gesti circospetti di chi vive per strada

dalle urla dei ragazzi impresse nell’aria, dal nostro esitare.

E non ci sono di conforto i nostri sogni agitati in piena estate

lo scambiare la notte per il giorno o il ricordo di una madre

il tepore della sua ombra. E se anche qualcuno di noi

si chiede qual è il respiro di queste strade, del loro teso

vibrare, della luce che apre spazio tra palazzi e i nostri

incerti passi affrettati rimarrà come un brusio di fondo

tra risate e un colpo di clacson. Tra misericordia

e cielo non c’è più tempo per esitare. L’assedio

è dentro le case. E’ tra la mano e il buio di stanze abbandonate

e non serve ritrarsi di scatto, anche le mura sapranno chi siamo

scrutando la paura nei nostri occhi e allora potremo solo obbedire

ascoltando il silenzio che si insinua tra il vocio e il magma di piazze

e strade, che invade portoni e giardini a mezzacosta, che copre

frammenti di dialoghi affamati di bocche e cuori e allora, tra vestiti

gettati e l’odore di arance cadute, saremo veri e senza età

come chi dovrà morire sul serio.

 

da La zona rossa ( 2015 )

Il contesto

I

“Né eroina né polizia.” Contro
cosa protestiamo contro chi
urliamo il nostro disprezzo
di generazione in generazione?
Il fallimento dei padri – le loro
nevrosi cadute su di noi
come una colpa – che hanno
perso e barato che hanno spergiurato
e credono di essere esempio.
Non c’è un ordine contro cui
lottare ma un’anarchia del potere
che ci fa fare ciò che vogliamo,
non desiderarlo. Memorie
di una nazione morta
diciamo tra noi ridendo
giocando un gioco di ruoli: l’artista,
il nichilista, l’impegnato, la giornalista
ma ognuno è di meno di più di una
forma rinsecchita. È  la gloria di una resa.

 

II

Ardi divina tenaglia sul mondo!
Denaro merce più denaro. In quale
fase di questo ciclo ci colloca
il sistema che fa muovere
ogni singolo passo? Fine e mezzo
interscambiabili, la mano invisibile
che comanda un acquisto e un amore
indifferentemente. E se anche questo
fosse un rimedio? Alcuni ci vogliono al gelo
alla crudeltà della lotta per la vita
e credono così di aver colto
il nocciolo dell’esistenza, denaro
più denaro. Un vento travolge ogni
cosa per voler solo se stesso.
C’è una macina che trita i suoi grani
secondo dopo secondo, eone dopo eone
e noi torniamo sempre di nuovo
su quest’identici passi a correre
a urlare a cercare di aprire
il cerchio imperfetto di queste vite.

 

Primo Gennaio 2015 (Epilogo)

 Non abbiamo avuto nulla di meglio dopo
è vero, ognuno di noi assiderato
in questo crepaccio di piazze e tempo
in un mutismo attonito, occhi
sbarrati che scrutano dal nulla.
Un rimorso, il soffio di un’altra vita
sfuggente, sfumata. L’artiglio dei giorni
che implodono uno sull’altro. Sembra vero
il brulichio di corpi nelle strade,
cataste senza nome di desideri e grida,
anche le nostre ombre, tra le infinite altre
scivolarono su questi ciottoli di pietra lavica.
Non rimarrà traccia del filo di luce
amore bellezza furore – non so
ancora come chiamarlo – che ci ha legati
l’uno negli occhi degli altri per un attimo,
per quella gioia mozzafiato. Ognuno
tradito, da se stesso e dagli altri. Ora
con devozione e calma non resta
che allargare i labbri della ferita
che ci tiene in vita, non resta
che inoltrarsi, silenti, nella resa.

 

***

 La voce in versi di Filia ha un’intonazione ferma che dalle prime prove ad oggi, pur rispondendo colpo su colpo alle fughe e agli stalli del tempo e dell’età sua e della generazione nella quale si riconosce, non smette di mostrarsi in accordo con un’intenzione di realismo, inteso quale visione dinamica dei mutamenti interattivi tra soggetto, moltitudine e luoghi della pratica sociale: luoghi fisici nei quali l’esperienza viva della scrittura non cessa di trovarsi scomoda, se abitare le strade o gli interni non è mai uno star di casa.

La valenza politica di queste narrazioni in versi, che non nascondono ascendenze fortiniane e pasoliniane, declina da un espressivismo puntuto a una più distesa coralità, sommessa per aver dimenticato l’enfasi, spoglia per essersi lasciata alle spalle l’euforia stessa della figurazione. Resta l’ostensione di una parola disalonata e disambiguizzata, che arretrando s’interroga sulle possibilità di comunicazione della poesia. (e.l.)

TU SE SAI DIRE DILLO

V edizione

Milano, Spazio Ostrakon e Bioforme, 21, 22 e 23 ottobre 2016.

Via Aosta,2 (MM5 Cenisio)

VENERDI’ 21 OTTOBRE ore 20.30

La poetica emergenza: la poesia a Napoli. (2)

Le poete e i poeti: Viola Amarelli

Con una lettura di Eugenio Lucrezi

 

mappa

*

 

vi vedo dietro il vetro,

non vi tocco, un lucido delirio

l’urlo muto, pesci:

chi è il morto

 

morto morto morto
fare il morto sull’acqua
vivo
passa il sale

 

sale le scale avvolge il suono

 

emette e squaglia

 

gioia
per poco

 

siate siate gioiosi

l’intento tenace

 

non s’ulcera più

lo sbrego, diruto

 

l’io spiritato,

arso, scomparso

 

il truciolo sbriciola

novo, un tarlo suicida per fame

la vittima  in progress

(il prezzo, alto/basso)

 

Spett.li
Come già
Nel rimarcare
Non si ha modo
Riscontro
Saluti saluti saluti
Molto vi piango

 

per gli affollati démoni che siamo

amplifica: miriadi di voci

   ———–

 

in simultanea la metropolitana, la fila la coda il coperchio già urna

le microscopiche viscere, la polvere, del nato morto

 

nell’attimo del castigo perenne, non chiederà mai perdono decide
mentre si forma, sformato, sbagliano tutti sulla rotatoria, le canaline adagiate
sotto la sabbia, impronta d’acqua, nomadi di fili di rame, cavi,

 

ancora nell’istante di organico exultet
battito in volo, collasso di insetto, brivido freccia
il secondo protratto di orgasmo la carne, le membrane
certo opalescenti, la bocca sicuramente a murena a lemure a
voltaggio, trifasico,  pagine e pagine e pagine
blateranti al vento, pregate quel, chi, volete

 

si è rinserrato dentro un amnio qualunque, spiccona concetti,  ribosomi
chi è la più bella del reame, fuori livori
lucean le cupole di zaffiro nei laghi centroasiatici

 

in simultanea nasce già livido morto,
avendo dato un’occhiata intrauterina,
sequenzialmente
s’era impiccato, evitiamo la lunga inesorabile
attesa del falco, del giorno, dello shopper di plastica

———

 

una piccola nausea, vomita parole, non sta meglio. una piccola ferita, invisibile a tutti, emorragia costante, avvelena, marcisce, investe i giorni. cancella il cuore. nasconderla, tacerla. vomitare sorridendo, nessuno veda. nessuno sia. il sangue. una giostra stranota. una nausea, costante. non c’è fine. forse l’inizio, ad andare indietro, cauterizzando cauta, sé. il mondo sviene.

—————

 

le cose non vanno come dovrebbero
come vorresti, piuttosto, dillo
non sei le cose

 

falle andare, resta amato un attimo
la stria di catrame degli stradini
roventi di sole al calore

 

la striscia di sangue, peonia su gambe
le cose la cosa che dici
che parli che ignori, non vedi
la tocchi

 

partirono in tanti, arrivano in molti
ricambio dell’aria al riciclo
gli affetti, abbracciano culle
i silenzi, risate nei grappoli

 

beata lussuria di buio e di acqua, le aringhe
sul Baltico, il freddo, corrente
il geyser e la lava, l’hai vista? l’hai detta?

 

che spreco di suoni, starnazzo noi oche
le cose non vanno, si fermano, splendono e
piangono

———

 

si aggregano le pecore. persino quelle nere

———————

 

l’imbecillità dilagante
niuna nova

 

lo starsene da soli
la risposta

 

il silenzio lungo il bordo
il frattale, della costa

 

il colore sbiadito delle ossa

———————

 

le parole sono pietre.

tu scheggiale

fino a che non diventano sabbia, polvere.

fine.

*

Quest’autrice nasce come Minerva dalla testa del padre, già bell’e fatta, esordisce sicura in età non più verdissima, dopo meditata maturazione che è stata individuazione di voce e di intonazione, scelta accurata dei campi del proprio fare intellettuale e di pertinenza dell’azione scrittoria, delle amicizie e delle inimicizie da coltivare. Fin da subito riconoscibile per un suo procedere per locuzioni incalzanti, talvolta non aliene dallo scherzo, purché urticante, si vuole e si offre al pubblico quale poeta della realtà e dell’avanguardia, del corpo individuo, del corpo sociale e del corpo della lingua: l’uno non meno spezzato dell’altro, tutti franti senza rimedio. La sua presenza in questa rassegna è utile come il meccano della distribuzione in uno scambio ferroviario, che indica e determina, in tempi confusi, una direzione ai più giovani praticanti. Prossima al tono degli antichi come ogni scrittore dell’oggi, predilige la locuzione corale, alla quale affida lo svariato succedersi di versi implacabili, ricco di figurazioni mobili e sorprendenti. (e.l.)  

 

TU SE SAI DIRE DILLO

V edizione

Milano, Spazio Ostrakon e Bioforme, 21, 22 e 23 ottobre 2016.

Via Aosta,2 (MM5 Cenisio)

mappa

 

VENERDI’ 21 OTTOBRE ore 20.30

La poetica emergenza: la poesia a Napoli

Le poete e i poeti: 1 – Carmen Gallo. Con una lettura di Eugenio Lucrezi

 

Da Appartamenti e stanze (2016)

 

L’uomo ha accompagnato il vetro

lungo una linea gonfia e verticale

il sangue si è rappreso in fretta

sul braccio lasciato staccato

dall’asfalto incerto delle luci

le voci sul fondo della piazza

fatta più alta dagli alberi tagliati

la testa reclinata sotto il peso

degli occhi aperti, abbassati

a cercare il bicchiere più vicino.

L’uomo urla e piange sotto di noi

da quel fondo che abbatte coi denti

ha voglia di vedere subito il conto

della città che crepa intorno

e noi seduti a misurare i pozzi

e l’ambulanza troppo vicina ai tavoli

lui ci guarda e ci chiama

mostra lenta la recisione

quelli lo prendono e lo legano

tra fili nudi e trasparenti.

 

 

Le persone intorno ai tavoli

sono andate ad abitare

uno spazio chiuso, laterale.

Parlano, si separano

occupano gli spazi tra i libri

e le sedie. Sono nel tempo

dove lui non è più. C’è una donna

con i capelli lunghi e neri. Dice

ai tavoli di spostarsi, di lasciare

libero lo spazio per chi vuole ballare.

 

 

C’è una donna bianca che siede lì da dieci anni.

L’uomo con il vetro non l’ha mai visto.

Ha sentito la sua voce, ma la donna

non riconosce le lingue e i giorni.

Non chiedetele perché sia lì.

La donna ha un ricordo preciso, e uno solo.

Questo le basta perché ha molti fili

e non vuole essere legata altrove.

La donna non vuole nemmeno parlare con noi.

 

 

L’uomo ha ballato e sudato

per tutto il tempo della festa

ha squarciato l’aria densa

di una stanza affollata

ha mostrato i denti e i passi

ha risposto agli impulsi

cadendo piano all’indietro.

La musica è alta, e la voce non arriva

a spalancare la finestra. Tutti sentono

la mancanza dell’aria. Noi siamo in piedi

a sostenere il soffitto che è diventato

sempre più curvo e poi è caduto e ci ha raccolti

e siamo diventati pareti bianche

conchiglie con le bocche chiuse.

 

Le donne intorno al tavolo hanno fatto il nostro nome

non sono state contenute, non sono state riprodotte

hanno scandito chiaramente il nostro nome

hanno agitato bene tutte le lettere

e se le sono infilate una a una nella bocca.

Solo adesso si sentono piene della stanza.

Le donne hanno visto la nostra faccia

e hanno sollevato il soffitto. L’aria adesso

sale dal pavimento, l’uomo sparge i passi

e noi siamo tornati con le donne a sedere

e a misurare i pozzi.

 

[…]

L’uomo si sveglia sul balcone

e preferisce non guardare

dietro i vetri che gli fanno da schienale.

Il buio intorno è alto. L’uomo si tiene

le ginocchia, misura con gli occhi

la resistenza all’urto in base alla distanza.

La donna nella parete di fronte dorme.

Solo le labbra continuano

a guardarci e a domandare.

 

 

La donna con i capelli neri

ha sceso le scale con le braccia vuote.

La donna bianca l’ha salutata

con gli occhi nelle mani.

La donna guida, e cerca un posto dove stare.

Sulla strada c’è un incidente

e un uomo che ha freddo.

Ha una coperta sulle spalle

e c’è un crepaccio di braccia

che portano giù. La donna si sporge,

e guarda. Fissa gli alberi, e le radici capovolte.

Noi restiamo in macchina, e chiudiamo

bene i finestrini.

 

 

L’uomo è rientrato in casa

rompendo il vetro con il gomito.

Ha sistemato i tavoli e ha preparato un caffè

alle donne che dormono in un angolo.

Appena sveglie hanno raccontato

la storia dell’uomo accuratamente lacerato.

L’uomo ha fatto a pezzi il giornale

e ha pianto. Le donne hanno urlato

e sono diventate piccolissime.

L’uomo le sistema una sopra l’altra

e chiude la porta della stanza.

La donna bianca sente le voci

ma non distingue i giorni. Quando arriva

nella stanza le donne tornano grandi

e urlano più forte. Noi le chiudiamo tutte a chiave

e non si sente più nessun rumore.

 

*

 

Il teatro del tutto conchiuso di queste stanze in versi si avvale della libera circolazione degli attori e delle scene, di svelti cambi dei fondali e delle soggettive, ma non soltanto. Al respiro calmo, regolare, di una lingua piana, abitata da un lessico neutro e i inapparente, ordinatamente articolata in successione di coordinate, corrisponde un ingovernato, selvaggio sovvertimento delle gerarchie percettive e delle stesse motrici logiche dell’azione che sulla pagina si svolge. Il racconto che risulta è mobile e distopico, le figurazioni alterate e dismorfiche come in un’Alice in wonderland riscritta da Burroughs, in cui lo scherzo vittoriano affoghi nell’acido lisergico. Anche il tempo è qui deformato in una discronia malata e orrorosa,  forzato e stirato da pressioni altissime calate da  incommensurabili scale cosmiche nello stretto asfissiante di appartamenti e di umani conglomerati scheggiati da vetri che saltano in pezzi, lordati del sangue di arti amputati. Scene di ordinaria follia che non transitano nei paraggi di Bukowski, sembrano piuttosto dirigersi da Benn a Pinter, giù fino alla Napoli affatturata della Ortese, ai suoi spiriti mali. (e.l.)