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Registrazione audio della presentazione di Lavoro da fare di Biagio Cepollaro.

La conversazione è avvenuta a Napoli, libreria Cafè Evaluna, l’11 marzo 2017, a cura di Viola Amarelli. A parlare sono due relatori: Eugenio Lucrezi e Angelo Petrella. Sono stati letti dall’autore il canto II, V e VII del poema. Lavoro da fare (2002-2005) dal 2006 in rete come uno dei primi e-book di poesia in Italia, dal 2017 è cartaceo grazie all’interessamento dell’editore Fabrizio Bianchi e della Dot.com Press. Il logo sulla copertina della farfalla si riferisce al blog Perigeion che con questo libro comincia a costruire una specifica collana all’interno delle edizioni Dot.com Press.

Da Lavoro da fare

 

V

 

ora  si prova con brivido

dell’inizio a navigare

– che è diverso dallo stare

a galla solo perché non si hanno

più segreti che dall’interno

bucano col tempo vele e scafo.

 

ora lo possiamo dire quasi tranquilli

che sembrava per attimo tutto

perduto e che una parte importante

e tenace di noi è morta e ci siamo svegliati

quando eravamo ancora in corsa

come nel film del viaggio tra stelle

in cui il cattivo a metà del tragitto

interrompe l’ibernazione: il tempo

azzerato ricomincia a scorrere

come nulla nell’immensità del tempo

cosmico

 

ora il tempo è reale e il viaggio

torna a misura umana che non è

affare di stelle ma di tensione tra paura

e suo superamento: non siamo mai

speciali nessuno lo è ci muoviamo

incerti come possiamo e quanto più

alziamo la voce tanto più ci stiamo

mancando mentre l’urlo vero

si fissa in un gesto congelato

 

ora noi veniamo da quel freddo

e dall’oblò le stelle non scorrono

come alberi dal finestrino dell’auto

ma restano stelle del cielo e noi

anche veloci sembriamo fermi

al nostro posto: non c’è altro

da fare che fare pace con nostre

miserie e sentirle fino in fondo

rospi da buttare giù

se vogliamo ancora mangiare

che non importa innanzitutto

raffinatezza di cibo ed esperienze

la tavola solo in parte è decisa

da noi e solo talvolta ci è stato possibile

aggiungere tocco elegante al centro

con vaso luminoso di fiori aperti:

importa possedere corpo che molto

in sangue trasforma e l’accaduto

ringraziare

 

forse per questo c’era piccola

preghiera all’inizio del pranzo

di Natale: perché navi partissero

bisognava fare sacrificio

di ciò che per anni ci era cresciuto

accanto

è strano come parti

di noi malate si fanno per noi

oggetti

sacri d’amore: fu questa

vera tracotanza di Agamennone:

non l’aver cacciato animale

proibito ma aver distolto sguardo

da sua vita concreta per vivere

sogno da re

 

e chi prega intorno alla tavola

già con l’occhio nel fumo odoroso

della pietanza cosa porta di sé?

non l’essere santo per solo

attimo rivolto al sacro ma proprio

quelle malate parti di sé: noi

siamo nell’occhio pieno di orrore

di Agamennone fisso nel terrore

della piccola Ifigenìa

e sapere cosa davvero sacrificare

è già una bella storia

 

e in quel fermarci a mani giunte

noi ci facciamo magico cerchio

 

e dentro, arresi, alla rinfusa spezzoni

di vita – chi può dire agìta

 

o subìta – alla rinfusa ché

a districare ci siamo fatti male:

 

che non solo allora ma anche ora

ci tiene tutti un palmo aperto

 

di mano

 

i cristiani all’inizio

nell’umidità dei rifugi

dicevano: Signore, io non sono

degno e poi dicevano: tu dì una sola

parola e l’anima mia

(io non sono

degno ma tu dì)

(una sola, una sola

parola)

(e l’anima mia)

sarà salvata

 

ed erano in tanti appoggiati

di schiena alle pareti con i topi

già al riparo dentro i buchi

e i suoni del mercato che prima

venivano dalla strada risolti

ora in nulla

in colpi di tosse

in agitazione dei corpi

 

e il Signore che era in loro

forse principio di vita

emissione

iniziale di raggio

da cui protone

prese a stare in equilibrio

e danza

probabilistica

delle particelle

cominciò a disegnare l’intero

che mai fummo in grado

di scorgere

costretti sempre ad un sol polo

limitati in breve spazio

anche nell’ostinazione

da noi stessi fatti

più miseri

e questo mistero del vasto

e del senza tempo

questo suono che talvolta

ai più fortunati sembrò formarsi

nella gola per venire all’aria

stupito di dire ciò

che senza articolazione di parole

era puro senso

questa cosa che chiamavano

Signore forse davvero

diceva loro parola che cercavano

 

è questa parola anzi è questo suono

puro senso che da soli

non avremmo mai scoperto

illusi su nostra auto-

sufficienza

e che scoprimmo solo

quando spezzati

fummo raccolti da chi

da anni già sapeva

che maggiore inganno

è credere di dover dare

senso e non esserlo già

nell’ignorato trafficare

delle strade

 

è questo suono acuto

e grave, limpido e

rauco

pieno e gracidante

questo suono ora

è dentro

al cerchio

di noi che non siamo

già più noi finalmente

 

a mani raccolte

ora

cerchiamo di capire dai moti

di labbra convulse che a noi

 

vengono dallo specchio di fronte

questa parola non sarà solo

 

per noi che non avrebbe senso

che il male non sciolto di uno

 

è in atto o prossimo male

per un altro: dentro al cerchio

con gli spezzoni – alcuni ancora

roventi – di vita alla rinfusa

 

noi cerchiamo di capire la parola

che salvandoci salvi i prossimi

 

a noi dall’odio

per noi stessi

 

 

e ora su quel palmo aperto

di mano che ci tiene proviamo

a starci tutti: ognuno con suoi

occhi bassi e col disagio

di non sapere come stare

in piedi o sedersi

proviamo a guardarci:

ciò che più ci ha feriti

al punto da doverlo

dimenticare ci dice che cose

non sono andate come ci piacerebbe

che il racconto deve essere scritto

di nuovo e l’ultimo capitolo

dovrà cambiare

 

 

e ora che di nostre debolezze abbiamo fatto

fianchi in cui immergere spade

ora ognuno cercherà il suo posto

e lentamente si piegherà

fino a sedersi e a giungere mani:

 

Signore o Modello che incessantemente

si compie tirandoci dentro

con fili che non sappiamo

scorgere

con nostra testa piegata

ossessi digitiamo

sui nostri cellulari

cellule che non riconoscono

più il tessuto

negate alla radice

che durano come si dice

un tot  di tempo

totale parziale

e nostra inezia

 

Signore, non siamo degni ma tu dì

solo una parola, la stessa parola

che balbettando abbiam provato

mille volte a dire e maldestramente

Signore, insegnaci la parola che troppo

confusi siamo per dire e per ascoltare

insegnaci una nuova tenerezza

che le nostre madri furono troppo

oscurate per amarci – loro stesse

da te troppo lontane – fa che l’orrore

di Agamennone e il terrore di Ifigenìa

abbiano avuto un senso, fa che le navi

possano partire che il vento si alzi…

Signore, non siamo degni ma amare

per noi è cosa difficile: anni e anni

di disamore hanno coperto la nostra

voce e abbiamo rabbiosamente preteso

che qualcun altro, oscurato quanto noi,

per noi cantasse la tua canzone

 

 

Signore, noi non siamo degni, ma il volto

che stamani vediamo allo specchio

è il nostro e quella bocca ci parla

e fluente scorre la parola e dagli occhi

agli occhi ci riversa un fuoco che fin qui

mai ci ha bruciato: accettalo e l’anima

nostra sarà salvata

 

 

logo1Autoriale

L’esperienza della poesia

Nuova collana di poesia della Dot. com Press Edizioni

diretta da Biagio Cepollaro

La nuova collana di poesia delle edizioni Dot. com Press si propone di pubblicare delle auto-antologie di autori che hanno raggiunto una certa maturità letteraria e che incarnano diversi modi di considerare la poesia come una forma di conoscenza del mondo.

Ogni volume della collana è costituito, oltre che da una corposa selezione di versi dalle opere dell’autore, anche da una conversazione con il poeta, da una breve rassegna antologica della critica e da una bibliografia ragionata.

Si intende così dare un’idea il più possibile precisa del percorso dell’autore, della sua formazione e delle sue ragioni culturali . Ciò che vuole essere messo in risalto è  la responsabilità dell’autore che investe sia il piano strettamente estetico del suo fare versi che quello più generale della sua presenza nel mondo, nella realtà condivisa.

Autoriale vuole riconsiderare la poesia come luogo di conoscenza, di intuizione e di configurazione particolare dell’esperienza del mondo.