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TU SE SAI DIRE DILLO

V edizione

Milano, Spazio Ostrakon e Bioforme, 21, 22 e 23 ottobre 2016.

Via Aosta,2 (MM5 Cenisio)

mappa

 

VENERDI’ 21 OTTOBRE ore 20.30

La poetica emergenza: la poesia a Napoli

Le poete e i poeti: 1 – Carmen Gallo. Con una lettura di Eugenio Lucrezi

 

Da Appartamenti e stanze (2016)

 

L’uomo ha accompagnato il vetro

lungo una linea gonfia e verticale

il sangue si è rappreso in fretta

sul braccio lasciato staccato

dall’asfalto incerto delle luci

le voci sul fondo della piazza

fatta più alta dagli alberi tagliati

la testa reclinata sotto il peso

degli occhi aperti, abbassati

a cercare il bicchiere più vicino.

L’uomo urla e piange sotto di noi

da quel fondo che abbatte coi denti

ha voglia di vedere subito il conto

della città che crepa intorno

e noi seduti a misurare i pozzi

e l’ambulanza troppo vicina ai tavoli

lui ci guarda e ci chiama

mostra lenta la recisione

quelli lo prendono e lo legano

tra fili nudi e trasparenti.

 

 

Le persone intorno ai tavoli

sono andate ad abitare

uno spazio chiuso, laterale.

Parlano, si separano

occupano gli spazi tra i libri

e le sedie. Sono nel tempo

dove lui non è più. C’è una donna

con i capelli lunghi e neri. Dice

ai tavoli di spostarsi, di lasciare

libero lo spazio per chi vuole ballare.

 

 

C’è una donna bianca che siede lì da dieci anni.

L’uomo con il vetro non l’ha mai visto.

Ha sentito la sua voce, ma la donna

non riconosce le lingue e i giorni.

Non chiedetele perché sia lì.

La donna ha un ricordo preciso, e uno solo.

Questo le basta perché ha molti fili

e non vuole essere legata altrove.

La donna non vuole nemmeno parlare con noi.

 

 

L’uomo ha ballato e sudato

per tutto il tempo della festa

ha squarciato l’aria densa

di una stanza affollata

ha mostrato i denti e i passi

ha risposto agli impulsi

cadendo piano all’indietro.

La musica è alta, e la voce non arriva

a spalancare la finestra. Tutti sentono

la mancanza dell’aria. Noi siamo in piedi

a sostenere il soffitto che è diventato

sempre più curvo e poi è caduto e ci ha raccolti

e siamo diventati pareti bianche

conchiglie con le bocche chiuse.

 

Le donne intorno al tavolo hanno fatto il nostro nome

non sono state contenute, non sono state riprodotte

hanno scandito chiaramente il nostro nome

hanno agitato bene tutte le lettere

e se le sono infilate una a una nella bocca.

Solo adesso si sentono piene della stanza.

Le donne hanno visto la nostra faccia

e hanno sollevato il soffitto. L’aria adesso

sale dal pavimento, l’uomo sparge i passi

e noi siamo tornati con le donne a sedere

e a misurare i pozzi.

 

[…]

L’uomo si sveglia sul balcone

e preferisce non guardare

dietro i vetri che gli fanno da schienale.

Il buio intorno è alto. L’uomo si tiene

le ginocchia, misura con gli occhi

la resistenza all’urto in base alla distanza.

La donna nella parete di fronte dorme.

Solo le labbra continuano

a guardarci e a domandare.

 

 

La donna con i capelli neri

ha sceso le scale con le braccia vuote.

La donna bianca l’ha salutata

con gli occhi nelle mani.

La donna guida, e cerca un posto dove stare.

Sulla strada c’è un incidente

e un uomo che ha freddo.

Ha una coperta sulle spalle

e c’è un crepaccio di braccia

che portano giù. La donna si sporge,

e guarda. Fissa gli alberi, e le radici capovolte.

Noi restiamo in macchina, e chiudiamo

bene i finestrini.

 

 

L’uomo è rientrato in casa

rompendo il vetro con il gomito.

Ha sistemato i tavoli e ha preparato un caffè

alle donne che dormono in un angolo.

Appena sveglie hanno raccontato

la storia dell’uomo accuratamente lacerato.

L’uomo ha fatto a pezzi il giornale

e ha pianto. Le donne hanno urlato

e sono diventate piccolissime.

L’uomo le sistema una sopra l’altra

e chiude la porta della stanza.

La donna bianca sente le voci

ma non distingue i giorni. Quando arriva

nella stanza le donne tornano grandi

e urlano più forte. Noi le chiudiamo tutte a chiave

e non si sente più nessun rumore.

 

*

 

Il teatro del tutto conchiuso di queste stanze in versi si avvale della libera circolazione degli attori e delle scene, di svelti cambi dei fondali e delle soggettive, ma non soltanto. Al respiro calmo, regolare, di una lingua piana, abitata da un lessico neutro e i inapparente, ordinatamente articolata in successione di coordinate, corrisponde un ingovernato, selvaggio sovvertimento delle gerarchie percettive e delle stesse motrici logiche dell’azione che sulla pagina si svolge. Il racconto che risulta è mobile e distopico, le figurazioni alterate e dismorfiche come in un’Alice in wonderland riscritta da Burroughs, in cui lo scherzo vittoriano affoghi nell’acido lisergico. Anche il tempo è qui deformato in una discronia malata e orrorosa,  forzato e stirato da pressioni altissime calate da  incommensurabili scale cosmiche nello stretto asfissiante di appartamenti e di umani conglomerati scheggiati da vetri che saltano in pezzi, lordati del sangue di arti amputati. Scene di ordinaria follia che non transitano nei paraggi di Bukowski, sembrano piuttosto dirigersi da Benn a Pinter, giù fino alla Napoli affatturata della Ortese, ai suoi spiriti mali. (e.l.)

 

 

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La poetica emergenza: la poesia a Napoli

Viola Amarelli,

Francesco Filia,

Carmen Gallo,

Eugenio Lucrezi

Angelo Petrella,

Ferdinando Tricarico

Daniele Ventre

Carmen Gallo, Paura degli occhi, L’arcolaio Editore 2014

L’elenco dei corpi affastellati

all’appello della luce risponde

come sconfinato territorio

di volumi inabitati bianchi

prima di essere cancellati

come calendari distesi a occultare

le vene aperte nella parete

la porta di braccia distese

e intanto ritrovare

negli occhi allineati

una città intera di sassi da scagliare

nel tempo senza ora

l’ordine del giorno

resta quello di guardare

(pag. 37)

Paura degli occhi di Carmen Gallo è il suo primo libro. Come opera prima è decisamente sorprendente per la maturità dello stile che appare subito compatto, senza sbavature, sorvegliato. E’ estremamente rigorosa la selezione lessicale. Il libro è organizzato come un tutto, non come una raccolta: vi sono tre sezioni che costellano un’esperienza. Di quest’esperienza non si avverte la trama concreta ma si capisce che c’è al centro il tema della relazione e del rapporto tra relazione e senso (della relazione). Non appare la fisionomia del pathos, appare l’eco di questa fisionomia. La scrittura, come il corpo di cui si parla, è fondamentalmente qualcosa che tende alla disarticolazione. Il lavoro che qui viene fatto è disarticolare il senso, disarticolare la visione, accostare queste parti disarticolate. L’onnipresenza degli occhi che ritornano, dice sia la capacità di guardare, sia la condizione dell’essere guardati. Gli occhi vogliono dire la visione ma vogliono dire anche la presenza. E ci sono altre parti del corpo che appaiono in qualche modo sempre separate. Ci sono gli occhi,ci sono le ciglia, ci sono le palpebre, ci sono le braccia. Le braccia sono spesso indicate, segnalate in posture innaturali e sono collegate al vuoto, il prendere e l’assenza. Vene, vertebre,voce: il corpo si delinea in questo modo, in questo tipo di accostamento e di composizione. Nello stesso modo i pensieri, le immagini hanno una sorta di continua incongruità. Queste immagini non si susseguono secondo un filo logico, secondo una prevedibilità domestica, ordinaria. Queste immagini, questi pensieri sono sempre in qualche modo imprevisti e talvolta non congrui, puntano all’assurdo in alcuni momenti. Il discorso mostra quindi una sorta di incongruità logica che deriva da una diffrazione. La luce e questi occhi si trovano di fronte ad un ostacolo e invece di riflettersi, questa luce e questi occhi si disintegrano in una molteplicità di fasci. Questa disarticolazione dello sguardo corrisponde alla disarticolazione del senso. E poi i verbi … I verbi sono quasi sempre all’infinito. I verbi all’infinito per indicare una mancanza o un rifiuto, un’impossibilità di coniugare o di indicare o di essere presenti in un’azione. I verbi qui si sottraggono alla funzione dell’azione, sia attiva che passiva. Questi verbi all’infinito diventano la condizione della sospensione. Si tratta di una sospensione della scena ma anche del senso che non viene mai dichiarato.

Come avere paura degli occhi

come sapere che tutte le bocche

professeranno il falso

e per prima la tua

dirà cose che non vuole

vedrà cose che non sa

ma il vero più del falso

resta nelle parole che non riconosco

perché non hanno la tua forma

la calce bianca dei tuoi sensi

deformati per l’occasione

parole annerite,scartavetrate

cercano rifugio tra le mie

ma non trovano

che una pace fatta di spilli

di mura che non tengono

di soldati che non parlano la tua lingua

(pag.11)