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TU SE SAI DIRE DILLO

V edizione

Milano, Spazio Ostrakon e Bioforme, 21, 22 e 23 ottobre 2016.

Via Aosta,2 (MM5 Cenisio)

VENERDI’ 21 OTTOBRE ore 20.30

La poetica emergenza: la poesia a Napoli. 

Le poete e i poeti (6) : Eugenio Lucrezi. Con una lettura di Bernardo De Luca

 

Ave Bernhard!

sei poesie per Ave Vergil – Gedicht  di Thomas Bernhard

 

1 (Ave Bernhard)

… morte le gore, morte le campagne,

morta la morte e morta la rimorte

(un sole nero in pieno giorno guarda

sul golgota due morti ed un rimorto),

rimorti i morti e i non ancora nati,

morti i sepolti, morti gli esumati,

gli agnelli divorati, con le cagne

morte già prima di averli sbranati …

 

 

2 (Tombstone blues)

Selfportait  dai mille

cristalli, in Alphaville:

sopra e sotto cristiani

respiranti, si dice,

anche loro, once

upon a time, e inoltre:

di animali e di piante

una ridicola morìa;

di suole di monaci

un incessante scalpiccio;

di suore gli incesti

col superiore, spacciati

per altro, e una preghiera

che sale, che sale,

ai beati, in bisbigli;

nuovi nati già morti, con figli;

il cane e il suo latrato;

la capra e il suo belato;

un brulicare di seppellitori.

C’è inoltre, extramoenia,

un cimeterino di campagna,

la somma delle grazie, se ci capiti.

 

 

3 (Acufeni)

Dunque: di là per sordi,

mentre nell’aldiqua c’è un gran frastuono,

compendio dei lamenti. Pure il cane

si lecca la ferita e non sa stare

senza piagnucolare. Gli acufeni

come la musica celeste delle sfere?

Pioggia di neri sangui che ticchettano

sui guanciali del sonno, l’abitacolo

di chi non tiene voce non è memore

di quei grandi frastuoni. Se disabiti,

cessa quel delicato gorgheggiare,

piomba ancora chi bussa,

accanto a te che dormi, lo spavento

che non conosce fine, dall’infanzia

a questa fine bassa. La fantasima

bussa e ribussa, chissà chi se la tira,

la funicella. Se tu. Se l’altro mondo.

 

 

4 (Springfood)

Lovely lovely

Flower time

Springtime springtime

Skinny line

Roaring roaring

Teethy alarm

Catfood catfood

In my mind.

April april

Once more time

Songs are leaving

When you come

Growing growing

Up from toes

Walk the line

Up my shoes.

Songs are leaving

When you come

Growing growing

From my bones

Lovely flower

Springtime shines

Lovely april

Skinny line.

 

 

(cibo per gatti, dai tempi dei king crimson,

alimento per anime dementi,

carcere e carcerato, carceriere,

faccia a faccia, per casa, struscialetto,

anime belle, anime fioriere,

amici dei nemici, con i denti

sguainati a coda in su, miao e grrr …)

( furono e sono i k.c,, ben detti,

jazzisti medievali e progressivi,

furetti agnostici, nani maledetti

del bosco velenoso dei ’70 …)

 

 

5 (Distinguere tenebra da tenebra)

Altero stilo,

et nigro et rubro,

Bernhardus fingit.

Mutatis oculis,

ad unum,

et nigrum et nigrum.

In spiritus spectros

mutat, et feles

in aves. Felina

voce aves. Volant

ex sepulcris,  erectis

auribus, sepulti.

Abbiatevi le grazie e i miagolii,

Animelle gentili, che vi crescano

Orecchie a punta, vibrisse sconcertate

che vi guidino miti ed orientate

nel salto dalla pietra, per le scale

saturate da armonici inauditi

dalla gran massa viva, tranne che

dai gatti, fin lassù, nelle alte sfere

da cui precipitare, o se vi accomoda,

dentro le quali sedere stabiliti.

 

 

6 (Paint it, black)

Nulla pur’io, mi par …vel etiam minus.

Ne do conferma, e chiamo a testimoni

Virgilio e Dante, Càtulo e Augustino,

e poi Bernhard che maledice il meo

essere il nullo e l’uno, con la tua

lieta infelicitate, e se non dice

de Dei la civitate  cilestrina,

una, bina e quaterna, nonché trina,

dice per interposto la disposta

superficie spaziata, riflettente

sulla pancia di nubi in movimento

il nero degli avelli, dei porcili,

il sudiciume, ahinoi, lo sperdimento

di spiriti azzoppati, corpi vili,

paesi extramondani, cosmi nani,

etc. etc.

 

^^^

 

Zebra song ( a country waltz)

Mi vida es un erial….

                                              Béquer

 

La mia vita è una brughiera,

tocco il fiore e si sfoglia.

C’è chi semina il male

perché io lo raccolga.

Passi che ripercorrono

piste lontane,

zoccoli che le riperdono.

 

Questa stanza è una savana,

la foresta è lontana.

Tra le stoppie il leone

non sbadiglia per me.

Vento che fai ondeggiare

neri bambù,

scuoti la mia solitudine.

 

Questo mondo è una prigione,

se lo abbatti hai ragione.

Se galoppi da solo

chi trottava con te?

Sbarre nere come strisce,

zoccoli blu,

annegati nella polvere.

 

***

Di fronte al foglio bianco, e non solo, spesso si ha la sensazione d’essere già detti, d’essere nient’altro che un déjà-vu linguistico. E se il kafkiano messaggio dell’imperatore (vera e propria teoria letteraria) dovesse un giorno mai giungere a destinazione, vi leggeremmo un messaggio già ricevuto da molte, innumerevoli spedizioni. In altre parole, oggi, alla vertigine dell’attesa interminabile possiamo sostituire quella della ricezione seriale.  Eugenio Lucrezi risponde a ciò con il metodo della vaccinazione: introduce nella poesia un agente patogeno per stimolare gli anti-corpi; nella pratica, Lucrezi ripercorre la trama di testi già intessuti, li sfilaccia e li ricuce (magari con altro materiale pregiato), affinché proprio in quel già-detto si faccia luce su ciò che bisogna ancora dire. La materia può essere incandescente (qui, Thomas Bernhard), e le riscritture possono appoggiarsi ad altre lingue (l’inglese) o altri linguaggi (la musica) – in un gioco di specchi deformanti e performanti -, ma lo scopo è sempre lo stesso: resta ancora da dire il resto. (b.d.l.)

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TU SE SAI DIRE DILLO

V edizione

Milano, Spazio Ostrakon e Bioforme, 21, 22 e 23 ottobre 2016.

Via Aosta,2 (MM5 Cenisio)

VENERDI’ 21 OTTOBRE ore 20.30

La poetica emergenza: la poesia a Napoli. (4)

Le poete e i poeti: Bernardo De Luca

Con una lettura di Eugenio Lucrezi

 

Da Gli oggetti trapassati (d’if, 2014)

*

Scricchiolano le buste al passaggio

delle ruote. Uno stuolo di corpi sembra

la strada che ammassa le esistenze scartate.

La metamorfosi del mondo diventa

degradazione, gli occhi raccolgono

l’evento della trasformazione

come una condanna. L’auto procede

il suo viaggio minimo tra tappeti

di oggetti trapassati, l’elenco impossibile.

 

«Qui si fa la storia» mi ha detto ieri

la figura che prevede il percorso.

E nella storia ci cammino, ci navigo

nella storia che percola.

 

«Di qui non passi». Ora la strada è chiusa,

un camion con tre uomini la sbarra.

«Perché non dovrei passare? Dall’altra

parte non esisterò più per voi

sono ora meno che niente». L’indifferenza

dello sguardo, poca cosa la stupida

mia presenza. Mi spingo a guardare

al di là, ma s’allunga l’ombra del veicolo

raggiunge le colline e si unisce con la notte.

 

 

*

Nulle presenze nello spazio cavo

deserto come solo il mattino

annienta le distanze in punti vuoti.

La fauna improbabile s’aggira

disperata per le tane, reduplica

i moti nel suo stabile smarrimento.

Annunciano i suoi occhi che disperano

un’altra vita.

 

La gobba appare di uno spazzino

il rumore della scopa ridesta

foglie, tende e insegne.

Scartavetra l’asfalto, spazza croste

essiccate del giorno precedente

in un lavorio di rozza precisione:

la cicca che s’instrada nei rametti,

il sacco che spalanca fauci e bocca,

l’avambraccio che chiude la materia.

Bisogna scarnificare le strade

scartocciare la massa che opprime.

 

*

Rifiuto dei rifiuti, oggetto trapassato tu stesso:

l’ombra che mi ritorna dallo specchio

sfugge al perimetro del suo luogo

e s’impossessa dei mie spazi, estorce

ad uno ad uno gli angoli di casa

di stanza in stanza colmando di sé

pavimenti, pareti e soffitte.

 

Passeggia indifferente tra le camere

e la notte mi veglia muto a letto

l’individuo che non torna al vetro.

Gli innumerevoli frammenti sparsi

a terra formano le incomponibili

schiere di me stesso, inerti saranno

cumulo. Custodisce minacciosa

la sua vita l’ombra che non vuol vedersi.

 

 

Inediti

 

Sopravvivere

 

«Noi dobbiamo assolutamente sopravvivere».

Parla il televisore le sue lingue,

sale dai bicchieri un odore di detersivo.

 

Sono andato alla finestra. Ho aperto

un’anta e a passi lenti ho camminato:

la ringhiera, il freddo ferro verde,

mi divideva dalla strada e il piombo

scendeva dentro nei polmoni.

 

Una rabbia

che non so

mi ha preso.

 

Sono rientrato in casa, ho messo su

l’acqua: ho aspettato che il tè bruciasse

gli organi.

 

*

Punto di visuale rasoterra, asfalti stradali che dei risultati del vivere si fanno ricettacolo esemplare, loquace espressione. De Luca parla così della storia entro cui ciascuno scorre, spara i suoi colpi ad alzo zero perché la poesia è lascito, la figurazione del mondo si aggrega e si disfa nei rimasugli, mei residui del senso che una volta potevano dirsi ridondanza ed eco dell’ineffabile, esclusiva e privilegio dell’iperconnotazione poetica, del nobile overload capace di invaghire il lettore di cui ci hanno detto, al loro tempo, Edgar Poe e il nostro contino. Qui invece ci sono strade da scarnificare, la poesia è una scopa che monda strisce di asfalto dalla massa che le opprime dopo che il mondo, in correlata assonanza, ha a sua volta spazzato via le masse oppresse, le ha tolte dalla vista. Negli inediti, poi, assistiamo ad un rientro nel domicilio, ai ripetuti incroci del domestico e dell’indomestico, allo sconforto che ride in faccia all’illusione del comfort, senza scampo. (e.l.)