Archivio degli articoli con tag: Auto-antologie

Una sorta di rubrica che sto curando per il blog Nazione indiana ha l’obiettivo di suggerire delle auto-antologie poetiche. Il poeta viene invitato a ripercorrere il tragitto compiuto e a riflettere su questo percorso dedicando a ciò una pagina di annotazioni. E’ l’autore stesso che scrive la sua storia e l’intervento dall’esterno è ridotto al minimo. Questa richiesta di riflessione necessaria all’auto-presentazione  mi pare che vada in direzione opposta al flusso della rete che per sua natura tenderebbe a non coagulare, fermare, riflettere ma, al contrario, a costituire un continuum di informazioni senza soluzioni di continuità.

Queste auto-antologie vorrebbero opporsi a questa dispersione o disseminazione più o meno euforica che la rete sembra esprimere. Spero che in questo modo si possa dare un’idea della produzione di poeti giunti ad una prima piena maturità letteraria. Questa iniziativa vuole contribuire, in questo caso solo sulla rete, ad offrire un rallentamento riflessivo, in parte correttivo, alla tendenza entropica della diffusione attuale della poesia.

Fin qui sono stati invitati Francesco Tomada, Vincenzo Frungillo, Francesco Filìa, Viola Amarelli, Eugenio Lucrezi, Renata Morresi , Gianni Montieri e, a breve, apparirà l’auto antologia di Italo Testa. Questo è anche un modo, sia pure in minima parte, di restituire alla poesia quella funzione riflessiva, intellettuale e critica che per lo più in questi anni, forse per troppa ricchezza di offerta creativa, sembrerebbe quasi perduta.

2018

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Gianni Montieri

Proposta di lettura

di Biagio Cepollaro

 Gianni Montieri è quasi al terzo libro di poesie: sono stati pubblicati già nel 2010 da Lietocolle il primo volume dal titolo Futuro semplice e nel 2014, presso  Zona, il secondo dal titolo Avremo cura. Il terzo libro è in costruzione. Il lavoro realizzato fin qui offre un’idea abbastanza nitida della direzione molto precisa che ha preso la sua creatività. Una caratteristica della sua scrittura subito evidente alla prima lettura è la leggerezza del tocco. Tanto è decisa la sua direzione realistica quanto leggera e aperta alle possibili fertili contraddizioni è la sua scrittura. Leggo da Futuro semplice , il testo intitolato Abitudini:

Non saranno più le scarpe fuori posto

un nome al suono della sveglia

fra qualche tempo sapremo dirci: è giusto

che abbiamo avuto tanto

 

io, io non lo so davvero

se saprò dare un senso

alle porzioni monodose, alla cottura crisp

addormentarmi voltato dal tuo lato

senza tremare, senza farci caso.

 

Leggo poi da Avremo cura:

 

Invecchiare così, da adesso in poi

contarsi le rughe sulla fronte

i passi, le varianti di ogni sorriso

lo scricchiolare umido delle ossa

 

dicono che un posto valga l’altro

e invece no, è questo solo questo

il tempo nostro, riflesso addosso

nello specchio d’acqua

 

che rimanda l’intreccio di due mani

soltanto due: la mia, la tua.

 

Qui viene esemplificata una modalità  che potrei definire del dire sotto voce, del tono abbassato. Tale modalità è in grado di mettere a fuoco meglio delle verità relazionali come, in un certo senso, riguardanti il destino, il percorso individuale nel tempo, il suo svolgimento, il suo senso. la scrittura si presta a questa ricognizione che nell’insieme dell’opera può anche essere non solo lucida ma anche spietata. Eppure questa stessa ricognizione si realizza anche attraverso lo sguardo della tenerezza che può diventare, in alcuni momenti, sognante. La ricognizione severa resta  comunque il tono dominante pur evitando la sentenziosità e l’astrattezza morale. La necessità di non illudere e di non illudersi diventa impellente quando l’infanzia e l’adolescenza  vissute al sud tornano a galla come un rimosso storico e sociale. Questo è il luogo dell’analisi critica svolta accettando la contraddizione non solo come condizione soggettiva ma anche come realtà condivisa. Tutto accade come se avesse un senso, anche la violenza , il crimine individuale e collettivo, tutto è compresente nella terra dei fuochi. Un altro tema fondamentale della scrittura di Montieri è la città: Napoli, Milano, Venezia. La città appare come il tessuto che articola l’esperienza, che fa da cassa di risonanza storica e collettiva del senso individuale quando sta per essere pronunciato. La città è appartenenza, radice, orizzonte. Le città sono tonalità  emotive e coordinate storiche entro le quali la poesia disegna le sue figure. Ripensare il sud vuol dire ripensare in modo doloroso, anche se apparentemente fenomenologico, la violenza costitutiva, la povertà, il degrado ma in un modo non retorico. E’ proprio questo atteggiamento, a tratti crudo, a rendere la poesia uno strumento atto a dire di queste cose, una volta che sin dall’inizio ci si è liberati dal “poetico” metaforico e simbolista.

Leggo ancora da Avremo cura:

XXVIII

Se posso telefonare a mia madre,
a mio padre, e chiedere da routine
come state? Che fate? Credimi
è per culo, se mia sorella sta bene
se riesce a uscire e a entrare da casa,
prendere suo figlio a scuola, convinciti,
è per culo. La terra dove lo tengono
il culo, quello vero, non è terra
è modificata da altro materiale,
scarto territoriale altrui, dal saldo
positivo su conti correnti sconosciuti.
Se passa l’autobus in orario, segnatelo,
è per culo, se la vicina quarantenne
muore troppo presto è chimica.
Arrivare in tempo al lavoro o non morire
hanno lo stesso numero di probabilità.
Restare vivi è culo, è matematica.

Questa poesia che dice del sud, dice anche di contraddizioni che vissute dall’interno non vengono percepite come contraddizioni:

XXIX

Non pensare che fosse indifferenza
la nostra piuttosto un modo di vivere
le cose così come si vivono:
tutte insieme, una per volta.
La sparatoria dietro l’angolo,
la partita di calcetto i compiti da fare,
poi uscire la sera il bar, la storia di tutti,
tutti tornavamo a casa per cena.
La quotidianità, la normalità si affermano comunque. Anche in condizioni estreme, anche in condizioni di emergenza. Quando l’estremo e l’emergenza diventano normalità producono questo tipo di quotidianità. Questa poesia può anche esser considerata come una risposta all’esasperazione retorica del fatto letterario così frequente in questi anni. Si tratta anche di un antidoto alle forme di estetizzazione manieristica. Questo lavoro restituisce alla poesia e alla sua composizione per strofe una funzione  “organizzativa”: l’accorpamento versale trova il suo senso nel realizzare la qualità ragionativa del “mettere ordine”, di creare gerarchie logiche, di creare contrapposizioni, simmetrie e rotture di simmetria. La struttura poetica diventa un supporto al pensare, alla costruzione del pensiero sulla realtà

2016

Leggerò alcuni versi di Francesco Tomada tratti da Portarsi avanti con gli addii (Raffaeli  Ed.,2014 ) e di Gherardo Bortolotti tratti da Senza paragone (Transeuropa Ed.,2013)

Accosto questi due autori perché secondo me indicano due possibili vie del realismo per i nostri tempi. Nel caso di Tomada vi è una distruzione del lirismo e del biografismo dall’interno per scarnificazione. L’effetto di realtà, per così dire, lo si ottiene attraverso l’eliminazione dell’apparato retorico proprio a ciò che Sanguineti avrebbe detto “poetese” , un insieme di convenzioni linguistiche abusate e prive di senso (come “politichese”) più o meno liriche o misteriose che in realtà occultano l’esperienza, non solo quella estetica ma anche quella “conoscitiva” del mondo. La gratuità del “poetese” non restituisce nessun apporto di conoscenza.

Nel caso di Gherardo Bortolotti abbiamo invece una macchina retorica che, per eccesso di consapevolezza, attraverso la distanza ottenuta da una certa incongruità del linguaggio rispetto all’oggetto, sottolinea la realtà dell’esperienza condivisa. Anche perché al di là dei facili relativismi bisogna ribadire il fatto che vi sono delle esperienze di realtà ampiamente condivise nelle nostre società occidentali. E Bortolotti riesce, utilizzando un linguaggio esso stesso frutto di reificazione, ad esprimere la disumanizzazione delle nostre vite. Questo sguardo neutro ma anche ironico e melanconico, gettato su di un orizzonte assolutamente alienato, esalta la concretezza e la densità della nostra vita “normale” quotidiana in Occidente.

Nel caso del lavoro di Tomada si giunge ad una grammatica essenziale degli affetti e del dolore , nel caso di Bortolotti le realtà emergono attraverso accumulazioni di strati, di codici, fino ad una sorta di neutralità procedurale.

Due strategie opposte: o per sottrazione o per eccesso. Ma entrambe eliminano d’un colpo tutta la zavorra del poetese, cercando di andare al di là di ogni conformismo o di anti conformismo a sua volta conformista, attraverso la conquista di una parola ricca di significato perché si àncora a delle realtà comuni, riconoscibili, senza farne però una maniera, un manierismo né aulico né basso. Due strategie caratterizzate da uno sguardo che in forza della propria eticità scolpisce la dimensione estetica nell’approfondimento dell’esperienza. Sono indagate la prossimità del mondo e le ragioni della sua “miseria”.

Francesco Tomada, da Portarsi avanti con gli addii, Raffaelli, 2014

Le donne della Seleco

Le ho viste uscire alla fine del turno

camminando ma senza toccare il suolo

guardando i lampioni ma senza vedere

la luce e mentre svanivano le ho

immaginate aprire la porta

baciare i figli scaldare in forno

la cena e poi ripulirsi e a volte

giacere sotto un marito qualsiasi

con l’aria di chi da anni ha imparato

che manca sempre mezz’ora di troppo

alla fine del giorno

 

 

Gherardo Bortolotti, da Senza paragone  Transeuropa 2013

  1. come le poche cose che ti ricordi, di quasi tutto quello che ti è successo, come le vicende secondarie scartate, in qualche processo di filtro della memoria a lungo termine, riallocate lontano, depositate in catene paradigmatiche di associazioni di idee, affinità, paragoni i cui elementi, come quello che avanza di una vecchia collana, in fondo a un cassetto
  2. diverso dalle nuvole in aprile, dalla profondità del cielo sereno contro cui veleggiano, al di sopra delle aree residenziali, dei distretti commerciali periferici, in vista di un futuro imminente, votato alla perfezione ed agli acquisti pomeridiani
  3. come tutto quello che manca perché si possa chiudere, per sempre, la vicenda arbitraria della tua vita, il reale come termine di paragone di qualcosa di cui ti hanno detto, di cui pare sia vero, aggiungendo alle vicende dei tuoi mattini in ufficio, alle soste nei bagni illuminati dal sole tra pensieri grandi e impersonali, fatti di una materia diafana, di voci, di frasi ripetute in cui qualcosa di urgente, e impreciso, ancora una volta cerca di farsi ubbidire

Ecco questa è una poesia che non “stacca” dalla concretezza della realtà e lo fa attraverso un linguaggio che ha nostalgia del senso e che ormai può solo prendere atto dell’insensatezza: i saperi umanistici e scientifici vengono qui convocati nel quotidiano per descrivere i gesti di ogni giorno. Non che la quotidianità di per sé sia insensata ma è quella quotidianità che quasi non si avverte più, come una sorta di destino socialmente condiviso ma anche socialmente imposto. La poesia qui sembra ricordare attraverso questa nostalgia di senso che sottende il discorso antropologico pessimista che non vi è via di scampo ma anche che vi è possibilità di respirare proprio attraverso quella nostalgia.

I paesaggi poi sono aree industriali, distretti commerciali: la perfezione qui possibile non è la perfezione della conoscenza della morale, della felicità o della bellezza ma solo la perfezione degli acquisti pomeridiani. La routine non è più l’instaurarsi di un’abitudine ma è un sistema che entra in profondità e colonizza la stessa biologia. Vi è un livello biologico dell’introiezione dei modelli e dei sistemi di vita. Contro questa condizione “macchinica”, senza finalità reale se non la follia dell’insieme, vi è un’ultima resistenza che consiste nel non sfuggire alla realtà ma restare ad essa aderenti per poterla illuminare proprio lì dove questa realtà non ama farsi vedere.

2.

Vorrei aggiungere che entrambe le strategie poetiche mostrano un controllo sulla parola estremamente rigoroso. Non vi è nulla che non sia utile al lavoro di significazione. Questo non può dirsi per tantissima produzione che affolla la rete e che incarna, come dicevo il “poetese”. Qui non c’è solo la stereotipia, la convenzionalità, la ripetitività: c’è qualcosa in più. C’è l’abitudine a riproporre vecchi modi mutuati dal simbolismo, ermetismo, surrealismo, crepuscolarismo che per lo più si risolvono nell’incongruità di senso: parole che vengono accostate secondo procedimenti di scrittura automatica per produrre nel migliore dei casi una suggestione. Quasi mai viene fuori una vera suggestione, per lo più emerge quella patina superficiale di poetico che si vuole identificare con la poesia.

Il controllo nelle scritture di Tomada e Bortolotti non diventa mai manierismo e non si affida alla forma chiusa come un vincolo che possa garantire dall’esterno quella precisione che la propria misura non saprebbe offrire. Rispetto al metricismo questo tipo di poesia che io definisco “realista all’altezza dei tempi” non ha bisogno di una misura esterna, non ha bisogno di “incatenarsi” perché al suo interno ha una salutare e naturale tendenza all’equilibrio. Tale equilibrio appare indispensabile per dire ciò che è sotto gli occhi di tutti ma che spesso non si è in grado di farlo. D’altra parte è proprio questa la grande meraviglia e la grande sorpresa dell’arte. Anche per questo non credo ci si possa sottrarre a questo compito di presenza nel mondo attraverso una presunta quanto improbabile versione “concettuale” e astratta della poesia, priva di soggetto (da augurarsi la scomparsa dell’io ma non del soggetto). Una poesia concettuale sarebbe una poesia disincarnata, scritta da nessuno e soprattutto destinata a nessuno. Sia questi modi concettuali che quelli metricisti si riducono a forma di feticismo linguistico che in parte derivano dalla centralità del linguaggio nel pensiero e nella poesia del ‘900 ma che in questi anni, a mio avviso, non hanno la capacità di illuminare questo nostro mondo.

E ciò è particolarmente importante dal momento che negli ultimi venti anni, per le politiche perseguite, la funzione intellettuale nel suo insieme ha subito dei danni strutturali: proprio le istituzioni culturali come l’università, l’editoria a grande diffusione e la stampa sono sostanzialmente venute meno al loro compito di sostegno della poesia e dell’arte.

 

Biagio Cepollaro

A proposito delle auto-antologie per il blog Nazione indiana

2016

Una sorta di rubrica che sto curando per il blog Nazione indiana ha l’obiettivo di suggerire delle auto-antologie poetiche. Il poeta viene invitato a ripercorrere il tragitto compiuto e a riflettere su questo percorso dedicando a ciò una pagina di annotazioni. E’ l’autore stesso che scrive la sua storia e l’intervento dall’esterno è ridotto al minimo. Questa richiesta di riflessione necessaria all’auto-presentazione in mi pare che vada in direzione opposta al flusso della rete che per sua natura tenderebbe a non coagulare, fermare, riflettere ma, al contrario, a costituire un continuum di informazioni senza soluzioni di continuità.

Queste auto-antologie vorrebbero opporsi a questa dispersione o disseminazione più o meno euforica che la rete sembra esprimere. Spero che in questo modo si possa dare un’idea della produzione di poeti giunti ad una prima piena maturità letteraria. Questa iniziativa vuole contribuire, in questo caso solo sulla rete, ad offrire un rallentamento riflessivo, in parte correttivo, alla tendenza entropica della diffusione attuale della poesia.

Fin qui vi sono state due proposte di auto-antologia: quella di Francesco Tomada che si può leggere qui  e di Vincenzo Frungillo che si può trovare qui, in seguito altri saranno invitati a soffermarsi sul loro percorso. Questo è anche un modo, sia pure in minima parte, di restituire alla poesia quella funzione riflessiva, intellettuale e critica che per lo più in questi anni, forse per troppa ricchezza di offerta creativa, sembrerebbe quasi perduta.