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[Qui di seguito la trascrizione dell’intervento di Eugenio Lucrezi alla presentazione di Lavoro da fare , Dot.com Press, Milano 2017, a Napoli, Evaluna cafè libreria, l’11 marzo 2017.]

Questo libro esce in pdf più di dieci anni fa in una collana di ebook curata da Biagio con dei co-curatori. Già dieci anni fa fu accompagnato da diverse scritture critiche e da diverse riflessioni di compagni di strada. Biagio ha esordito più di 30 anni fa lavorando sempre a contatto stretto con altri poeti e critici. Ha sempre creduto che il lavoro intellettuale vada condotto nel confronto e nel dialogo. Ed è proprio il dialogo un tema centrale della sua poetica. Comincia dopo il primo libro dell’84 a progettare una prima trilogia. A quei tempi lavora prima nella redazione di Altri Termini poi, con dei compagni di strada che sono stati Mariano Baino e Lello Voce, fonda Baldus che si trova per qualche anno al centro delle iniziative culturali di quello che fu il Gruppo 93.

A quei tempi la sua progettualità si fondava su una scrittura “artificiosa”  che chiamava pastiche idiolettico che partiva dai duecenteschi, da Jacopone e Dante petroso e l’intenzione stilistica sua era quella di confrontarsi attraverso l’artificiosità dei linguaggio con l’artificiosità dei paesaggi umani.

L’intenzione stilistica era contrastare l’estetizzazione di massa che si diffonderà sempre di più, attraverso la deformazione linguistica. Guido Gugliemi parlava di un atto ostile nei confronti dell’estetizzazione di massa. Si trattava di complicare il verso, come scrisse Niva Lorenzini. Questo tipo di progettualità copre i tre libri che vanno da Scribeide (la cui stesura dura dall’85 all’89) fino a Fabrica (la cui stesura dura dal 1993 al 1997), ma già all’altezza di Fabrica, come rileva Giuliano Mesa che accompagna il suo lavoro con scambi frequenti e fraterni, già allora si passa dalla progettualità linguistica ad un tragitto che va dall’astrattezza del lavoro sulla matericità del linguaggio, dalla progettualità di deformazione linguistica al piano del confronto con la corporeità.

Si lascia la pura progettualità linguistica che era stata al centro della riflessione delle avanguardie storiche e anche della neoavanguardia, come del Gruppo 93, anche se l’intenzione critica era già non solo linguistica. Si passa dal progetto al tragitto. L’innovazione critica delle avanguardie si avvicina molto a quella che è l’estetica del capitalismo stesso, purtroppo. Allora  sia Mesa sia Inglese notano una sorta di conversione non in senso religioso ma dall’astrattezza della ricerca linguistica in direzione dialogica. Al centro di questa svolta credo ci sia la rivalutazione del logos nel senso dato al termine da Aristotele nella Retorica,  come prerogativa di quel vivente che è l’uomo che ha un’attitudine dialogica , il logos. Tale logos diventerà a cavallo del secolo e del millennio il terreno di pratica della poesia.  Questa sarà la caratteristica di Biagio: l’attitudine dialogica con se stesso e con gli altri, da Versi nuovi a Lavoro da fare fino alla seconda trilogia di cui conosciamo le prime due opere e un’anticipazione della terza. Il terreno di pratica di questa dialogicità, così come dice, Aristotele è il discorso condiviso, la doxa, il motore di questo discorrere sono proprio le passioni, la principale delle quali è la paura.

Non per caso Lavoro da fare comincia con quello che Mascitelli chiama la descrizione e il racconto di un attacco di panico ed è così. L’importante però, la principale passione, la paura e l’angoscia non sono attributi della psiche ma sono il carattere principale del corpo.  Sembra essere il sentimento dell’angoscia che tutti gli psicologismi prima romantici e poi caratteristici delle scienze psicoanalitiche, sono altro, sono l’attributo di base della corporeità che usa queste antenne proprio nel dialogare, sono il motore della dialogicità, dell’utilizzo del logos .

Questa cosa la dici nei tuoi versi: la paura, il pathos non è di pertinenza psicologica , come dici che il logos non è intelligenza e il linguaggio nella sua astrattezza ma è dialogo con se stessi e con gli altri.  La conversione dall’intelletto come logos che agisce sul linguaggio al logos come terreno dialogico, il percorso poetico suo dalla matericità linguistica alla concretezza dell’esistenza, è il principale degli snodi della sua poesia che è stata improntata comunque al confronto serratissimo tra l’esistenza e il fare poesia.

Il lavoro che Biagio fa come dice Inglese è spostare l’attività su di un piano di contrasto delle afflizioni. Questa libro è una partitura musicale vi sono delle parti in cui mostra come il canto percorribile monodico perda di significato perché porta per arretramento a delle coralità che perdono il fondamento dell’armonia per sprofondare in quella vociferazione dell’origine che è spesso disarmonica, che spesso è stridente, viene detto “stridio” in un punto.

Per Biagio  il poeta giovane, l’intellettuale giovane si estroflette molto , cerca in mille direzioni, dimenticando però la dialogicità senza cui non può esserci un discorso anche poetico o filosofico e più in generale di critica della realtà. Poi con l’esperienza si è certe volte capaci di recuperare questa dimensione, di portarsi quindi dall’astrazione alla concretezza.

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Registrazione audio della presentazione di Lavoro da fare di Biagio Cepollaro.

La conversazione è avvenuta a Napoli, libreria Cafè Evaluna, l’11 marzo 2017, a cura di Viola Amarelli. A parlare sono due relatori: Eugenio Lucrezi e Angelo Petrella. Sono stati letti dall’autore il canto II, V e VII del poema. Lavoro da fare (2002-2005) dal 2006 in rete come uno dei primi e-book di poesia in Italia, dal 2017 è cartaceo grazie all’interessamento dell’editore Fabrizio Bianchi e della Dot.com Press. Il logo sulla copertina della farfalla si riferisce al blog Perigeion che con questo libro comincia a costruire una specifica collana all’interno delle edizioni Dot.com Press.

Da Lavoro da fare

 

V

 

ora  si prova con brivido

dell’inizio a navigare

– che è diverso dallo stare

a galla solo perché non si hanno

più segreti che dall’interno

bucano col tempo vele e scafo.

 

ora lo possiamo dire quasi tranquilli

che sembrava per attimo tutto

perduto e che una parte importante

e tenace di noi è morta e ci siamo svegliati

quando eravamo ancora in corsa

come nel film del viaggio tra stelle

in cui il cattivo a metà del tragitto

interrompe l’ibernazione: il tempo

azzerato ricomincia a scorrere

come nulla nell’immensità del tempo

cosmico

 

ora il tempo è reale e il viaggio

torna a misura umana che non è

affare di stelle ma di tensione tra paura

e suo superamento: non siamo mai

speciali nessuno lo è ci muoviamo

incerti come possiamo e quanto più

alziamo la voce tanto più ci stiamo

mancando mentre l’urlo vero

si fissa in un gesto congelato

 

ora noi veniamo da quel freddo

e dall’oblò le stelle non scorrono

come alberi dal finestrino dell’auto

ma restano stelle del cielo e noi

anche veloci sembriamo fermi

al nostro posto: non c’è altro

da fare che fare pace con nostre

miserie e sentirle fino in fondo

rospi da buttare giù

se vogliamo ancora mangiare

che non importa innanzitutto

raffinatezza di cibo ed esperienze

la tavola solo in parte è decisa

da noi e solo talvolta ci è stato possibile

aggiungere tocco elegante al centro

con vaso luminoso di fiori aperti:

importa possedere corpo che molto

in sangue trasforma e l’accaduto

ringraziare

 

forse per questo c’era piccola

preghiera all’inizio del pranzo

di Natale: perché navi partissero

bisognava fare sacrificio

di ciò che per anni ci era cresciuto

accanto

è strano come parti

di noi malate si fanno per noi

oggetti

sacri d’amore: fu questa

vera tracotanza di Agamennone:

non l’aver cacciato animale

proibito ma aver distolto sguardo

da sua vita concreta per vivere

sogno da re

 

e chi prega intorno alla tavola

già con l’occhio nel fumo odoroso

della pietanza cosa porta di sé?

non l’essere santo per solo

attimo rivolto al sacro ma proprio

quelle malate parti di sé: noi

siamo nell’occhio pieno di orrore

di Agamennone fisso nel terrore

della piccola Ifigenìa

e sapere cosa davvero sacrificare

è già una bella storia

 

e in quel fermarci a mani giunte

noi ci facciamo magico cerchio

 

e dentro, arresi, alla rinfusa spezzoni

di vita – chi può dire agìta

 

o subìta – alla rinfusa ché

a districare ci siamo fatti male:

 

che non solo allora ma anche ora

ci tiene tutti un palmo aperto

 

di mano

 

i cristiani all’inizio

nell’umidità dei rifugi

dicevano: Signore, io non sono

degno e poi dicevano: tu dì una sola

parola e l’anima mia

(io non sono

degno ma tu dì)

(una sola, una sola

parola)

(e l’anima mia)

sarà salvata

 

ed erano in tanti appoggiati

di schiena alle pareti con i topi

già al riparo dentro i buchi

e i suoni del mercato che prima

venivano dalla strada risolti

ora in nulla

in colpi di tosse

in agitazione dei corpi

 

e il Signore che era in loro

forse principio di vita

emissione

iniziale di raggio

da cui protone

prese a stare in equilibrio

e danza

probabilistica

delle particelle

cominciò a disegnare l’intero

che mai fummo in grado

di scorgere

costretti sempre ad un sol polo

limitati in breve spazio

anche nell’ostinazione

da noi stessi fatti

più miseri

e questo mistero del vasto

e del senza tempo

questo suono che talvolta

ai più fortunati sembrò formarsi

nella gola per venire all’aria

stupito di dire ciò

che senza articolazione di parole

era puro senso

questa cosa che chiamavano

Signore forse davvero

diceva loro parola che cercavano

 

è questa parola anzi è questo suono

puro senso che da soli

non avremmo mai scoperto

illusi su nostra auto-

sufficienza

e che scoprimmo solo

quando spezzati

fummo raccolti da chi

da anni già sapeva

che maggiore inganno

è credere di dover dare

senso e non esserlo già

nell’ignorato trafficare

delle strade

 

è questo suono acuto

e grave, limpido e

rauco

pieno e gracidante

questo suono ora

è dentro

al cerchio

di noi che non siamo

già più noi finalmente

 

a mani raccolte

ora

cerchiamo di capire dai moti

di labbra convulse che a noi

 

vengono dallo specchio di fronte

questa parola non sarà solo

 

per noi che non avrebbe senso

che il male non sciolto di uno

 

è in atto o prossimo male

per un altro: dentro al cerchio

con gli spezzoni – alcuni ancora

roventi – di vita alla rinfusa

 

noi cerchiamo di capire la parola

che salvandoci salvi i prossimi

 

a noi dall’odio

per noi stessi

 

 

e ora su quel palmo aperto

di mano che ci tiene proviamo

a starci tutti: ognuno con suoi

occhi bassi e col disagio

di non sapere come stare

in piedi o sedersi

proviamo a guardarci:

ciò che più ci ha feriti

al punto da doverlo

dimenticare ci dice che cose

non sono andate come ci piacerebbe

che il racconto deve essere scritto

di nuovo e l’ultimo capitolo

dovrà cambiare

 

 

e ora che di nostre debolezze abbiamo fatto

fianchi in cui immergere spade

ora ognuno cercherà il suo posto

e lentamente si piegherà

fino a sedersi e a giungere mani:

 

Signore o Modello che incessantemente

si compie tirandoci dentro

con fili che non sappiamo

scorgere

con nostra testa piegata

ossessi digitiamo

sui nostri cellulari

cellule che non riconoscono

più il tessuto

negate alla radice

che durano come si dice

un tot  di tempo

totale parziale

e nostra inezia

 

Signore, non siamo degni ma tu dì

solo una parola, la stessa parola

che balbettando abbiam provato

mille volte a dire e maldestramente

Signore, insegnaci la parola che troppo

confusi siamo per dire e per ascoltare

insegnaci una nuova tenerezza

che le nostre madri furono troppo

oscurate per amarci – loro stesse

da te troppo lontane – fa che l’orrore

di Agamennone e il terrore di Ifigenìa

abbiano avuto un senso, fa che le navi

possano partire che il vento si alzi…

Signore, non siamo degni ma amare

per noi è cosa difficile: anni e anni

di disamore hanno coperto la nostra

voce e abbiamo rabbiosamente preteso

che qualcun altro, oscurato quanto noi,

per noi cantasse la tua canzone

 

 

Signore, noi non siamo degni, ma il volto

che stamani vediamo allo specchio

è il nostro e quella bocca ci parla

e fluente scorre la parola e dagli occhi

agli occhi ci riversa un fuoco che fin qui

mai ci ha bruciato: accettalo e l’anima

nostra sarà salvata

 

 

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Il Gruppo 93 dopo circa trent’anni.

 Conversazione di Angelo Petrella con alcuni poeti a Tu se sai dire dillo, Milano,2016.

Interventi e letture  in ordine di apparizione: Angelo Petrella, Biagio Cepollaro, Costanzo Ioni, Paolo Gentiluomo e Marcello Frixione.

Interventi dal pubblico di  Luca Vaglio e di  Ferdinando Tricarico

La nascita del Gruppo 93 e la costellazione dei suoi protagonisti, i critici militanti, l’Italia alla fine degli anni ’80.

 La possibilità o impossibilità delle avanguardie e la lirica.

Il postmoderno e la ricerca del nuovo.

La tradizione, la continuità e la rottura. La dimensione orale della poesia.

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TU SE SAI DIRE DILLO

V edizione

Milano, Spazio Ostrakon e Bioforme, 21, 22 e 23 ottobre 2016.

Via Aosta,2 (MM5 Cenisio)

VENERDI’ 21 OTTOBRE ore 20.30

La poetica emergenza: la poesia a Napoli. 

Le poete e i poeti (8) : Angelo Petrella. Con una lettura di Eugenio Lucrezi

Cosa sono queste indecenze?

Queste strofe bisbetiche?

licenze, licenze,

licenze poetiche.

Sono la mia passione.

  1. Palazzeschi

 

 

Se uomo ama donna più di birra ghiacciata

davanti a televisione con finale Champions,

forse vero amore. Ma no vero uomo.

  1. Boskov

 

 

 

Poesia delle vetrine infrante

Amore, non

guardare il mio presepe di plastica,

potresti aspirare le polveri degli

ossidanti cinesi e

diventare anche tu maoista.

 

Ormai

passo le serate da solo,

sento la mandibola che schiaccia

la pasta poco cotta,

poi pulisco i piatti e

mi stendo con accanto il bicchiere,

contando – come Messico – i giorni che mancano alla fine

del mondo.

 

Ai nuovi pezzenti non resta

tanto, se non il whisky la sera,

il caffè la mattina e un’ora

di straordinari passata a giocare a

sudoku.

 

I ricordi li abbiamo barattati in

cambio dello stipendio e i sogni,

cazzo, pure quelli ce li ha tolti

lo psicanalista.

Restano i tweet per prendere per il culo il papa,

un po’ di metamfetamina pippata sul bus al ritorno

dal lavoro

 

e il sorriso,

 

che con quello

 

quanti stronzi ti hanno fregato finora

e quanti pochi ne riuscirai, tu, a fregare…

 

 

 

Poesia dei calzini musicali

Stamattina ho indossato dei calzini musicali

perché avevo voglia di camminare

leggero, tre metri sopra il cielo,

ma poi mi sono accorto che c’era già

un sacco di folla lassù.

 

Allora ho pensato che

era meglio se compravo dei

calzini autochiavanti,

così mi bastava passeggiare sul

lungotevere per diventare un playboy.

 

Solo che costano un

fracco di moneta

e i risparmi di questo mese

ho deciso di investirli per

comprare una rosa per te, amore mio,

 

o anche un perizoma brasiliano

triangolare di fibra con

risvolti plissettati e decorazioni

a uncino in tinta

rosso-pompeiana

 

che così richiamano il colore

della rosa e quando elemosinerò

la prossima trombata

sembrerà un miracolo veder spuntare

un fiore,

 

nel deserto del nostro amore.

 

 

 

Poesia del pub sotto casa

Il tizio del pub sotto casa

dice che sta là da trent’anni

e che non ha mai visto nessuno leggere

un libro mentre aspetta il panino.

Io lo guardo e rido e non so

cosa dirgli,

poi mi cade l’occhio sul verso

di Ezra che fa: but stockjobbing goes on

uninterruptedly at coffee houses

on Sundays and holidays.

 

E glielo leggo e aspetto

la sua reazione

magari un pugno dritto nell’occhio

magari mi brucia la testa sulla piastra

in mezzo agli hamburger.

 

Ma invece, ci credereste?,

 

lui si gira e when it cannot be held upon ‘change

(chiude

il verso

a memoria

e mi spiazza

poi mi incarta il panino e mi chiede

40 centesimi in più, per le bustine di

ketchup).

 

Gli urlo, infuriato, che non tornerò mai più

in quel posto di merda,

mentre pago

e

mentre tutti mi ridono dietro:

 

però mi dimentico i Cantos aperti, ad arte,

con le sottolineature sulle pagine dispari

per fargli capire che,

cazzo,

non ho uno straccio di lavoro,

ma almeno

l’università e il dottorato li ho fatti!

 

 

 

[quando poi arriva l’alba

e mi sento morto dentro

per scordarti accendo al massimo

i miei rimpianti di riscaldamento]

 

 

 

Poesia del cachemire

Veronica

la tua vita era pratica;

la mia idealistica (e

un po’

patetica).

 

Ora,

che sei lontana

e hai un buon

lavoro una bella

casa un bravo marito,

 

ricordi le nostre corride

per le strade maleodoranti di

Ischia? Tu a scansarmi,

io ubriaco e infuriato a tentare

di piantare

banderillas

sul tuo cuore artico (con

la mia patta in

sciopero).

 

Poi, quella notte

di carnevale (tu,

mezza nuda a bere vino –

io, addosso solo i rimorsi e

una stupida maschera da

toro)

 

mi

attirasti a testa bassa

sul tuo cachemire rosso (tra

il camino acceso e il mare

mosso):

e mentre ti atterravo sul divano,

dalla tasca ti scivolò fuori la foto di quel tizio,

«è solo il commesso del negozio»

dicesti, «dove ho preso il tuo costume

per la festa».

 

così, tra uno sbuffo

e la mia maschera in testa,

già finiva – prima di iniziare –

la nostra pseudo-battaglia:

e le mie corna restavano incastrate

nella tua coda

di paglia.

 

°°°

Poesie sgarbate, queste di Petrella, fatte con la stoffa tagliata storta di una lingua dismetrica, anticlassica e antibarocca nello stesso tempo (e pure antiavanguardistica: perché il comico, che è in più punti irresistibile, non viene perseguito per la strada della deformazione linguistica, ma per le vie, meno battutete e più interessanti, dell’intrusione massiva, tra le fila del discorso, delle merci da quattro soldi e dei tic, dei paesaggi waste e delle identità posticce, del junk food e dei bonus tarocchi che di tutte le loro sfavillanti miserie fanno ricchi e mai sazi i poveri cristi dell’oggi). Il nume che sorveglia questa scrittura (e che la sguinzaglia, pure) è Palazzeschi, ma il suo assistente, in panchina, è Vujadin Boškov. L’aria che tira è la stessa che hanno respirato geniali ubriaconi come Charles Bukowski o Tom Waits, mentre risuonano gli echi della lezione di Balestrini,  spogliata del muso duro della rivolta sociale e riproposta, al netto anche degli oltranzismi asemici, nella sua intenzione principale di linguaggio che svicola sottraendosi alla dittatura del senso dato e anche della Letteratura che si vuole, per sola forza d’inerzia, campicello degli Intelligenti: (e.l.)