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Biagio Cepollaro, Letture da Lavoro da fare , 24 marzo 2017.

Libreria Popolare di via Tadino. Presentazione con Giulia Niccolai, Giorgio Mascitelli, Italo Testa.

Riprese di Rosanna Guida

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Registrazione audio della presentazione di Lavoro da fare di Biagio Cepollaro.

La conversazione è avvenuta a Napoli, libreria Cafè Evaluna, l’11 marzo 2017, a cura di Viola Amarelli. A parlare sono due relatori: Eugenio Lucrezi e Angelo Petrella. Sono stati letti dall’autore il canto II, V e VII del poema. Lavoro da fare (2002-2005) dal 2006 in rete come uno dei primi e-book di poesia in Italia, dal 2017 è cartaceo grazie all’interessamento dell’editore Fabrizio Bianchi e della Dot.com Press. Il logo sulla copertina della farfalla si riferisce al blog Perigeion che con questo libro comincia a costruire una specifica collana all’interno delle edizioni Dot.com Press.

Da Lavoro da fare

 

V

 

ora  si prova con brivido

dell’inizio a navigare

– che è diverso dallo stare

a galla solo perché non si hanno

più segreti che dall’interno

bucano col tempo vele e scafo.

 

ora lo possiamo dire quasi tranquilli

che sembrava per attimo tutto

perduto e che una parte importante

e tenace di noi è morta e ci siamo svegliati

quando eravamo ancora in corsa

come nel film del viaggio tra stelle

in cui il cattivo a metà del tragitto

interrompe l’ibernazione: il tempo

azzerato ricomincia a scorrere

come nulla nell’immensità del tempo

cosmico

 

ora il tempo è reale e il viaggio

torna a misura umana che non è

affare di stelle ma di tensione tra paura

e suo superamento: non siamo mai

speciali nessuno lo è ci muoviamo

incerti come possiamo e quanto più

alziamo la voce tanto più ci stiamo

mancando mentre l’urlo vero

si fissa in un gesto congelato

 

ora noi veniamo da quel freddo

e dall’oblò le stelle non scorrono

come alberi dal finestrino dell’auto

ma restano stelle del cielo e noi

anche veloci sembriamo fermi

al nostro posto: non c’è altro

da fare che fare pace con nostre

miserie e sentirle fino in fondo

rospi da buttare giù

se vogliamo ancora mangiare

che non importa innanzitutto

raffinatezza di cibo ed esperienze

la tavola solo in parte è decisa

da noi e solo talvolta ci è stato possibile

aggiungere tocco elegante al centro

con vaso luminoso di fiori aperti:

importa possedere corpo che molto

in sangue trasforma e l’accaduto

ringraziare

 

forse per questo c’era piccola

preghiera all’inizio del pranzo

di Natale: perché navi partissero

bisognava fare sacrificio

di ciò che per anni ci era cresciuto

accanto

è strano come parti

di noi malate si fanno per noi

oggetti

sacri d’amore: fu questa

vera tracotanza di Agamennone:

non l’aver cacciato animale

proibito ma aver distolto sguardo

da sua vita concreta per vivere

sogno da re

 

e chi prega intorno alla tavola

già con l’occhio nel fumo odoroso

della pietanza cosa porta di sé?

non l’essere santo per solo

attimo rivolto al sacro ma proprio

quelle malate parti di sé: noi

siamo nell’occhio pieno di orrore

di Agamennone fisso nel terrore

della piccola Ifigenìa

e sapere cosa davvero sacrificare

è già una bella storia

 

e in quel fermarci a mani giunte

noi ci facciamo magico cerchio

 

e dentro, arresi, alla rinfusa spezzoni

di vita – chi può dire agìta

 

o subìta – alla rinfusa ché

a districare ci siamo fatti male:

 

che non solo allora ma anche ora

ci tiene tutti un palmo aperto

 

di mano

 

i cristiani all’inizio

nell’umidità dei rifugi

dicevano: Signore, io non sono

degno e poi dicevano: tu dì una sola

parola e l’anima mia

(io non sono

degno ma tu dì)

(una sola, una sola

parola)

(e l’anima mia)

sarà salvata

 

ed erano in tanti appoggiati

di schiena alle pareti con i topi

già al riparo dentro i buchi

e i suoni del mercato che prima

venivano dalla strada risolti

ora in nulla

in colpi di tosse

in agitazione dei corpi

 

e il Signore che era in loro

forse principio di vita

emissione

iniziale di raggio

da cui protone

prese a stare in equilibrio

e danza

probabilistica

delle particelle

cominciò a disegnare l’intero

che mai fummo in grado

di scorgere

costretti sempre ad un sol polo

limitati in breve spazio

anche nell’ostinazione

da noi stessi fatti

più miseri

e questo mistero del vasto

e del senza tempo

questo suono che talvolta

ai più fortunati sembrò formarsi

nella gola per venire all’aria

stupito di dire ciò

che senza articolazione di parole

era puro senso

questa cosa che chiamavano

Signore forse davvero

diceva loro parola che cercavano

 

è questa parola anzi è questo suono

puro senso che da soli

non avremmo mai scoperto

illusi su nostra auto-

sufficienza

e che scoprimmo solo

quando spezzati

fummo raccolti da chi

da anni già sapeva

che maggiore inganno

è credere di dover dare

senso e non esserlo già

nell’ignorato trafficare

delle strade

 

è questo suono acuto

e grave, limpido e

rauco

pieno e gracidante

questo suono ora

è dentro

al cerchio

di noi che non siamo

già più noi finalmente

 

a mani raccolte

ora

cerchiamo di capire dai moti

di labbra convulse che a noi

 

vengono dallo specchio di fronte

questa parola non sarà solo

 

per noi che non avrebbe senso

che il male non sciolto di uno

 

è in atto o prossimo male

per un altro: dentro al cerchio

con gli spezzoni – alcuni ancora

roventi – di vita alla rinfusa

 

noi cerchiamo di capire la parola

che salvandoci salvi i prossimi

 

a noi dall’odio

per noi stessi

 

 

e ora su quel palmo aperto

di mano che ci tiene proviamo

a starci tutti: ognuno con suoi

occhi bassi e col disagio

di non sapere come stare

in piedi o sedersi

proviamo a guardarci:

ciò che più ci ha feriti

al punto da doverlo

dimenticare ci dice che cose

non sono andate come ci piacerebbe

che il racconto deve essere scritto

di nuovo e l’ultimo capitolo

dovrà cambiare

 

 

e ora che di nostre debolezze abbiamo fatto

fianchi in cui immergere spade

ora ognuno cercherà il suo posto

e lentamente si piegherà

fino a sedersi e a giungere mani:

 

Signore o Modello che incessantemente

si compie tirandoci dentro

con fili che non sappiamo

scorgere

con nostra testa piegata

ossessi digitiamo

sui nostri cellulari

cellule che non riconoscono

più il tessuto

negate alla radice

che durano come si dice

un tot  di tempo

totale parziale

e nostra inezia

 

Signore, non siamo degni ma tu dì

solo una parola, la stessa parola

che balbettando abbiam provato

mille volte a dire e maldestramente

Signore, insegnaci la parola che troppo

confusi siamo per dire e per ascoltare

insegnaci una nuova tenerezza

che le nostre madri furono troppo

oscurate per amarci – loro stesse

da te troppo lontane – fa che l’orrore

di Agamennone e il terrore di Ifigenìa

abbiano avuto un senso, fa che le navi

possano partire che il vento si alzi…

Signore, non siamo degni ma amare

per noi è cosa difficile: anni e anni

di disamore hanno coperto la nostra

voce e abbiamo rabbiosamente preteso

che qualcun altro, oscurato quanto noi,

per noi cantasse la tua canzone

 

 

Signore, noi non siamo degni, ma il volto

che stamani vediamo allo specchio

è il nostro e quella bocca ci parla

e fluente scorre la parola e dagli occhi

agli occhi ci riversa un fuoco che fin qui

mai ci ha bruciato: accettalo e l’anima

nostra sarà salvata

 

 

Dal Gruppo 47 in Germania al Gruppo 63 in Italia.

Il Gruppo 93 come luogo di  confronto

Riconoscere e rifiutare il poetese.

La dimensione estetica e quella sub-estetica.

Poesia come ampliamento della conoscenza del mondo

La rivista Baldus (Napoli-Milano, 1990-96) e la rivista Altri Luoghi (Genova)

 

 

Renata Morresi

Proposta di lettura di Biagio Cepollaro

(2016)


 

Una micro(auto)antologia

 

[da Cuore comune, peQuod 2010]

Ecografia

Venire a persona –

succede quando una incontro a

una sbatte e sfrega

e fa il suono suo

l’impronta in cui sa di accadere.

 

Quasi essere tutta una orecchia

una cava che amplifica gli echi,

gli attriti, distingue rintocchi

 

quasi a trasmettere

un alfabeto morse

di unghie e di nocche.

 

Pare che persona non comincia

fino a che non cominci a contare

lo spazio battuto da un’altra

e diventi contare il minuto,

il passo già umano sul monitor.

 

Dunque si esiste così,

come per ritmo e richiamo.

 

*

 

Mare alto

L’arrivo

 

Il metodo dell’arrivo

è una ragazza

che ci affida il nostro numero.

 

 

Il campeggio

 

Sulla mente della montagna batte

la base militare. È una luce blu la sua

sapienza di farsi controllo.

 

Dritto davanti il mare, fa un muro,

dal centro della vita si leva, richiude.

Sul fianco della montagna il campeggio

 

dieci per dieci ettari di colonia

è senza pelle la mattina, grata

di condannati e gogna dell’imbelle.

 

Di sera dopo le dieci si prega

di non lavare più i denti, le pentole.

Rimarrò nella tenda, tra le stelle.

 

 

 

La baita

 

La casa ha 3 stanze,

la tesi di vacanza è la veranda

che funziona d’antimondo.

 

 

 

Campeggiatori

 

Intorno brulica l’attività

segreta della specie, occultata

in un cocciare di stoviglie schiuse.

 

 

Ciabatte

 

Ciabatte sparse fuori dalla tenda

né da uomo né da donna. Ciabatte

umane, buone al viaggio verso Marte.

 

 

Posizione

 

C’è una tenda verde così alta da starci

in piedi e due amache messe a fianco

a strisce rosse e azzurre dove non ho

 

mai visto nessuno dondolare, stare

in piedi. La posizione orizzontale

sul mare ci livella frontali al cielo

 

increspature in superficie, miracolo

del morto contro tesi darwiniane,

muscolo a medusa, cuore di derive.

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Biagio Cepollaro

stravaganze

da Il poema de le qualità

(work in progress)

2016

 

il corpo al centro dell’inverno fa il suo giro mentre le vite

passano nelle stravaganze oltre che nell’ordinario: c’è chi

porta a passeggio quattro cani legati ad un guinzaglio: è suo

mestiere e c’è chi invece coglie l’occasione per tagliare una gola

in questo lento voltare del sole arrivano enormi lenzuola

di luce: qualcuno chiude gli occhi. altri li aprono di più

Biagio Cepollaro, La curva del giorno,copertina

Biagio Cepollaro, La curva del giorno,copertina

**

il corpo si è espresso attraverso i suoi liquidi incastri e con la voce
e con le mani ha avvicinato e ha confuso dando vita ad un piano
comune e indistinto che dona a chi lo vive un senso intenso
di benessere che si rende visibile sia attraverso il gemere sia
quando è detto dai racconti che accompagnano il commiato
per questo la promessa di rinnovare quel piano così fecondo
per questo l’aumentata vulnerabilità alla pur fugace distonìa
è quando si dice: mai un pensiero o un affetto ci dividerà

**
il corpo ha conosciuto vari livelli e profondità
della luce e di ognuno ha preso biologica
nota anche dello spiraglio anche dell’abbacino
ora vorrebbe stare in una luce distratta e calma
che può continuare se stessa senza pena
per puro irraggiamento di semplice attesa

**
il corpo nel verso si distende: il suo dire
incede di piede in piede di accento
in accento verso un suo luogo che andando
chiarisce. poi si volta tornando a capo
per mostrare il raccolto: intorno vede
la curva del giorno come sua misura

**
il corpo improvvisamente di fronte al mare riprende
a stupirsi della bellezza che illumina il pianeta e l’abbondanza
dell’acqua e la dissipazione delle specie in un’evoluzione
senza scopo di colpo gli dicono che è ospite di un giorno
e che farebbe bene in tanta brevità a non distrarsi e starci al cuore

**
il corpo raccoglie la sua provvista di parole attraverso le quali
potrà riflettersi il mondo: il muto delle cose e la ferocia degli atti
sono interrotti da quest’energia di piccola creazione: i nomi
apparecchiati sulla tavola non sono iscrizioni ma pietanze

**
il corpo del tempo trascorso ne fa una festa e la luce
che ancora si arrampica sulle gialle facciate delle case
è sempre nuova e senza appigli. ciò che ora più lo stupisce
è che l’umano non ricominci ogni volta daccapo e che abbia
spesso cura di ricordare e questo anche se vive una volta sola

**
il corpo non si pone problemi di metrica
a lui pertiene il respiro che dice ed è questo
il ritmo che non solo esprime ma anche lo fa
felice: il sapere talvolta ha questo potere
di dare al corpo vita quando gli dà coscienza
ed è qui la misura e il piacere della sua danza

 

Nota
Poesie scelte da Gianfranco Fabbri per il blog della casa editrice
http://arcolaio.ning.com/profiles/blog/list

BIAGIO CEPOLLARO – LA CURVA DEL GIORNO – COLLEZIONE DI POESIA N.1 – PAGG. 120 – EURO 11 –
IL LIBRO E’ DISPONIBILE PRESSO ORDINAZIONE IN TUTTE LE FELTRINELLI DEL TERRITORIO NAZIONALE (SERVIZIO OFFERTO DALLA DISTRIBUZIONE LIBRO CO. ITALIA SRL), OPPURE SI PUO’ RICHIEDERE DIRETTAMENTE ALLA CASA ARCOLAIO

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Biagio Cepollaro, La curva del giorno,copertina

Biagio Cepollaro, La curva del giorno,copertina

Ecco una registrazione di alcune poesie de La curva del giorno:

Biagio Cepollaro

Da La Curva del giorno

L’arcolaio Editrice

(in corso di pubblicazione)

*

il corpo scrive il suo poema e lo fa a giornate

questa è la sua scansione accordata al pianeta

e alle stelle che gli coprono il sonno

ogni mattina prova a riprendere dove

di sera aveva lasciato talvolta aspetta

che asciughi talvolta mescola e sovrappone

*

il corpo cresciuto su se stesso per più di cinque

decenni ha visto mutare forme e modi del desiderio

ora nell’abbraccio non sente distanza ma sempre di più

avverte il medesimo: il comune diventa motivo

di compenetrazione tenera come prendendosi cura

*

il corpo sente la sua felicità come uno stato assai precario

ma anche miracoloso e vorrebbe dirne e scriverne quasi

che queste operazioni scolpissero nella pietra i segni

del suo giubilo

*

il corpo conduce la sua vita facendo astrazione dalla collettiva

mitologia che unica attraversa il globo condizionando immagini

e azioni: è come se in memoria avesse un altro tempo quando

i corpi nel loro insieme si pensavano come storia e come progetto

quando la speranza non era solo di sopravvivere ma di vivere insieme

*

il corpo si sa storico per sua intrinseca durata e per suo inevitabile

e progressivo decadimento ma si sa storico anche per contrasto

una volta gli altri erano avvertiti da lui come compartecipi non era

felicità se non collettiva e da soli uno poteva solo riprendere

fiato ma non vivere la vera vita se non come diminuzione

 

*

il corpo è stato a lungo sollecitato nel piacere e anche

ogni mattina nell’andare al lavoro grazie alla prontezza

degli arti alle buone articolazioni che danno il giusto

vincolo al moto. ora alla finestra si sofferma di fronte

al parco mentre da sopra il nuvolo scoraggia ad uscire.

una brulicante umanità si muove e così anche tra le foglie

*

il corpo sa che il palazzo di fronte non si regge

per la sua grammatica ma per la pietà del sisma

che lo risparmia: è questione di proporzione ed è

meglio abituare lo sguardo al grande per non

credere che il piccolo basti e che sia tutto: la forza

del fragile è stare dentro una certa verità delle cose

*

il corpo fa del pensiero un modo per meglio

godere della luce: trattiene tra le sue dita

e accarezza così come può fare l’ultimo

riflesso prima di sparire dallo specchio

questo ha sapore e questo sapore è l’unico

sapere che sa: il resto è scala da rigettare

*

il corpo nel verso dice la sua presenza

sfuggita al racconto della storia e non compresa

neanche dalla presunta compattezza

di un io: lui è là che si muove o sta

nella consumazione cellulare che viene

non detta  -prima e dopo-  ogni parola

*

il corpo nel verso si sottrae al senso

stabilito e si muove come se non vi fosse

argine e direzione: è luogo questo

dove sembra fermarsi il potere

tale è l’impatto del singolo corpo

che di sé nella lingua fa allegoria

*

il corpo non chiede al verso di mentire e di rendere

importante quello che è solo un gioco di parole chiede

solo modo di spandersi nel suono e nell’immagine così

come si spande in altro corpo mescolando sempre

all’ascolto il piacere di dimenticare sé in altro nome

29 SETT 2014 PROTOTIPO COPERTINAE’ in corso di pubblicazione, presso L’Arcolaio Editrice, La curva del giorno, secondo libro di una trilogia iniziata con Le qualità, La Camera Verde, Roma, 2012.

Pubblico qui la videolettura della prima poesia del Prologo:

 

 

Dal Prologo de La curva del giorno:

1.

occorre stabilire i confini del corpo: anche una casa

con le sue camere e le sue funzioni è una guaina

e aderisce ai suoi moti. dormire al riparo dalla pioggia

cucinando i cibi assaporando carni di altri animali

e foglie e frutti. dormire ancora dopo ogni rientro

sistemando lenzuola e coperte lavando con cura

il piatto e il bicchiere affilando il coltello per il pane

occorre lasciar passare da quei confini la notte

e lasciar mescolare i corpi perché parlino tra loro

Biagio Cepollaro
Inedite ‘qualità’ (2012-2013)
Teatro Elfo –Puccini
Milano 25 novembre 2013

Manifestazione Poeti del 2000 leggono il Gruppo 63
Riprese di Rosanna Guida.

Biagio Cepollaro, Inediti ‘Nuove qualità’ (2012-2013).

1.
il corpo scrive il suo poema e lo fa a giornate
questa è la sua scansione accordata al pianeta
e alle stelle che gli coprono il sonno
ogni mattina prova a riprendere dove
di sera aveva lasciato talvolta aspetta
che asciughi talvolta mescola e sovrappone

2.
il corpo sa che tra i suoi mobili confini e le strade si accumula
una gran massa d’acqua che piove dal cielo. è questo mare rovesciato
che suona la sua risacca di gocce sul legno delle finestre e sulla tela
degli ombrelli a inchiodarlo in un ascolto senza azione e costrutto:
il suo movimento vorrebbe la secchezza dell’asciutto la precisione
di ciò che non perde non si frammenta piuttosto una linea tracciata
tra due punti come un’idea illuminata nel centro da un raggio di sole

3.
il corpo fa del pensiero un modo per meglio
godere della luce: trattiene tra le sue dita
e accarezza così come può fare l’ultimo
riflesso prima di sparire dallo specchio
questo ha sapore e questo sapore è l’unico
sapere che sa: il resto è scala da rigettare

4.
il corpo non si pone problemi di metrica
a lui pertiene il respiro che dice ed è questo
il ritmo che non solo esprime ma anche lo fa
felice: il sapere talvolta ha questo potere
di dare al corpo vita quando gli dà coscienza
ed è qui la misura e il piacere della sua danza

5.
il corpo svegliandosi nel sorriso dell’altro si raccoglie tutto
come semplice e nuda vita: le sue pulsazioni sono gli accenti
di un dire che conclude la frase solo per ricominciarne un’altra
il flusso che lo innalza è lo stesso che ha spinto la notte
fino alla sua placida estenuazione: la luce è fiato che riprende
è la pacifica neutralità delle cose del giorno

6.
il corpo non chiede al verso di mentire e di rendere
importante quello che è solo un gioco di parole chiede
solo modo di spandersi nel suono e nell’immagine così
come si spande in altro corpo mescolando sempre
all’ascolto il piacere di dimenticare sé in altro nome