Archivi per la categoria: Libreria Popolare di via Tadino

Invito 24-03-2017_BIAGIO CEPOLLARO[Qui di seguito la trascrizione dell’intervento di Italo Testa nell’ambito della presentazione alla libreria popolare di via Tadino a Milano il giorno 24 marzo 2017. Gli altri relatori erano Giulia Niccolai e Giorgio Mascitelli]


Non è facile capire come parlare di un libro che “ritorna”. In un certo senso, per me è meglio trovare un punto di incontro che sia anche personale. Non è difficile farlo se si tratta di Lavoro da fare che è il libro attraverso il quale ho incontrato Biagio Cepollaro, negli anni immediatamente precedenti e successivi alla stesura del libro. In quell’occasione Biagio, che era già un nome per me, è diventato anche un volto, un amico. Lavoro da fare è soprattutto un libro legato all’incontro con lui e diventa la prospettiva dalla quale ho guardato a ciò che ha fatto prima e anche a ciò che ha fatto dopo. Tendo a leggere e ascoltare la sua voce poetica proprio passando attraverso Lavoro da fare. Credo che non sia una relazione che riguardi solo me. Anche altre persone che hanno condiviso con me un tratto del percorso della propria scrittura e della propria poesia penso possano guardare  a Lavoro da fare in questo senso.  Questo libro esce in ebook nel 2006 nel momento in cui Biagio attraverso il lavoro che faceva con il suo sito come editore on line, ha cercato credo con successo di fare da ponte tra generazioni diverse. Negli ebook delle sue edizioni on line hanno esordito o pubblicato i primi scritti parecchi dei poeti e degli scrittori con i quali ho condiviso,  a partire da quel momento, esperienze comuni. Penso appunto a Stefano Salvi, Alessandro Broggi, Sergio La Chiusa, e tanti altri. Lavoro da fare è un libro la cui importanza va al di là della sua struttura e del suo contenuto, della sua unicità come libro, su cui tornerò dopo. Lavoro da fare ha anche a che fare nell’opera di Biagio con un percorso di ascolto, di stimolo, di richiamo, di interlocuzione con altri. E’ un libro che, nonostante il tono monologico di meditazione, getta un ponte verso gli altri, estremamente interrogativo rispetto ad altre esperienze della poesia e della scrittura. Ed è un libro che è difficile scindere dal suo portatore, da Biagio come voce. L’incipit del prologo lo sento legato alla sua cifra: se devo pensare a lui lo sento leggere questi primi versi.

Dopo questa breve premessa vorrei venire a un corpo a corpo con il libro e  a quella che è una lettura retrospettiva, perché appunto è un libro a cui si ritorna. E’ un libro molto bello nella sua struttura e nella sua unità formale: ha sua riconoscibilità dovuta ad una forma che, fondendo “l’onda del mondo” e il flusso del pensiero, raggiunge una identità tonale molto forte. All’interno del libro è installata una voce: è un libro che come in automatico installa una voce che lo legge dall’interno. Quest’aspetto in parte ha a che fare con la dimensione di soliloquio; in parte ha a che fare con la riuscita, con la grazia di questa scrittura che riesce a individuare fortemente la dizione di ciò che viene detto, come una voce singolare molto marcata.

Vorrei dire qualcosa su come questo libro potesse parlare alla sua uscita negli anni zero, a chi lo leggeva allora. Cercherò di sviluppare un’idea su che tipo di messaggio veicolava rispetto alle scritture coeve. Cominciando proprio dal titolo: Lavoro da fare. Mi sembrava un’ingiunzione, un appello, una chiamata non alle armi, alla lotta, quanto piuttosto una chiamata alla resa: non al darsi per vinti ma all’abbandono, al venire al mondo.

A pag.12 si legge:

Perché la vita è più grande di noi

C’è questo afflato molto forte verso “l’onda del mondo”, come un senso di necessità, di richiamo, per quanto riguarda l’opera della scrittura, a ripensare, a vivere la propria esperienza di poesia all’interno di quest’ingiunzione: come un confronto diretto con l’esistenza, con la vita, con il mondo. Questo è il senso maggiore di necessità che si avverte in questo libro, un aspetto testimoniale presente in questa dimensione che non è tanto esistenziale della poesia come vita… Piuttosto chiama ad una serietà, una tremenda serietà per quello che può significare fare poesia. L’altro elemento che secondo me a questo si lega è che l’ingiunzione non risuona solo per sé ma anche per gli altri che si trovano a scrivere, a fare poesia: è un’idea della poesia. Non è un libro metapoetico ma è un richiamo ad un’idea alta della poesia. Qui vi è l’idea che la poesia non sia solo una questione linguistica, ma sia qualcosa la cui novità e capacità di “apertura”, termine ricorrente nel libro, non si misuri soltanto sulle parole. A pag 74 :

una piazza è tale

non per la fontana al centro

o per le case

intorno

ma per il cielo

vasto che la ricopre

dove c’è questo elemento di un insieme più vasto a cui siamo chiamati e quest’apertura che è un passare attraverso il linguaggio per andare oltre il linguaggio. L’altro elemento che a questo legherei riguarda il suo legame con il contesto letterario coevo. Mi pare che ci sia una forte consapevolezza che Biagio in quel momento volesse trasmettere ad altri, in quel momento degli anno zero, di essere entrati in una condizione post-letteraria. Qui il nostro fare poesia non passa più necessariamente attraverso le istituzioni letterarie che si vanno disgregando. Qui vi è un richiamo alle cose stesse. In un momento di disgregazione in cui la società letteraria come noi la conosciamo in effetti non esiste più. Ma tale situazione comprende anche una possibilità di novità, comunque quel grado zero della scrittura da cui bisogna ripartire e ricostruire. In quel momento, ma anche ora, si avvertiva un forte elemento ricostruttivo, di fiducia nelle possibilità anche antropologiche del fare poesia. Soprattutto di una poesia che deve insieme produrre il proprio contesto, che non è più acclarato, certo, non è più dato rispetto a quello che poteva essere nella situazione di qualche decennio prima, ma insieme mentre produce questo contesto deve liberarsi ad un contesto più ampio. In questo senso citerei i versi a proposito di questa situazione postletteraria in cui saltano gerarchie e l’ordine del sapere, in cui la poesia aveva la sua collocazione.

A pag 17:

non c’è sapere non c’è ignoranza

non c’è neanche alto

e basso

tutto si dà nel cielo

per imponenza

e allora perché raccontarsi

delle storie?

Il termine “cielo” usato in altra accezione rispetto al caso precedente si impone in un panorama dove salta l’ordine anche socialmente definito. Si tratta di prendere atto di questa situazione e ripartire. Il titolo Lavoro da fare richiama programmaticamente questa fiducia ricostruttiva, al seguito di un terremoto che è sia personale che epocale. Vi è l’idea della poesia che non si risolve nel lavoro linguistico e neanche nel lavoro di definizione della propri figura di poeta in un campo letterario. E’ piuttosto una forma di vita, nel senso che la scrittura dà forma alla vita. Questo primato del fare della poesia, come Biagio scrive in Nel fuoco della scrittura (La camera verde, Roma 2008), è “un agire silenzioso” che cerchi di nuovo di stabilire un passaggio tra singolarità e agire comune. In altro verso, a pag. 27:

non c’è canto se non nell’insieme

Il lavoro è da fare assieme, ognuno piantato nella propria singolarità dal chiodo in cui è fissato. A partire da lì riesce a fare appello e a definire uno spazio al di là dello spazio atomico in cui ognuno si trova ad articolare la propria voce.

 

Il corpo è un oggetto. E’ l’elemento del paesaggio plasmato dalla lunga durata, dall’opera millimetrica di una erosione, di un trattamento che riguarda i muscoli del paesaggio, i suoi tessuti viventi. Quello di cui scrive Biagio Cepollaro in questo straordinario libro di versi è un corpo-paesaggio esposto all’intemperie, inevitabilmente: non c’è riparo per ciò che, per essenza, è destinato all’esposizione.  Per necessità naturale spazio e tempo, concordi, modellano, si modellano, agiscono in simmetria e dissonanza. In questo scenario – che è fisico e metafisico allo stesso tempo, manca la casa. Poiché manca l’approdo là dove inevitabile è solo il procedere, incessante.

Il corpo ha la sapienza del sasso. Quello stesso, forse, di cui parlava la Szymborska in Conversazione con una pietra. La sua è la sapienza dell’irriducibilità. L’impenetrabilità è tutto il nostro stare al mondo, la nostra unica forma di consistenza. Uno stare che sembra avere talvolta un’essenza minerale.

Il corpo è un foglio di carta, è un’epidermide su cui scrivere ancora, svoltare le pagine. Non è un caso che la raffinatissima grana su cui sono stampate queste poesie sia identica alla trama della pelle. Questi versi sono scritti nel corpo vivo della lingua, sono un tatuaggio della sua pelle vivente. L’incastro e l’intreccio sono i modi della sostanza-corpo. Nessuno di essi è effimero, nessuno passa invano. Ogni contatto si imprime e lascia il segno; anche quelli più inavvertiti. La pelle è la pellicola sensibilissima e capace di registrare ogni minima variazione di luce. Anche senza contatto apparente.

L’osmosi dei corpi vicini è trasmissione ermetica/erpetica, come dice il poeta. La comunicazione è il contagio virale dei significati. La mente e il linguaggio sono carnali, muscoli e tessuti di un tutto che si compenetra, in cui nulla si individua  mai definitivamente. L’individuarsi, quello sì, è effimero e secondario.

Superate risultano, in questo paesaggio, le distinzioni tra patico e meccanico. Il corpo è macchina carnale, dove la mente e la pelle non si corrispondono come interno ed esterno ma piuttosto stanno come un moto ondoso – o come il volo di un uccello, che trasforma il dentro in un fuori, e viceversa.

La liberazione dall’umano è il post-umano di questo sentire. E’ liberazione da qualcosa di cui non si sente nostalgia, non più; di cui si avverte il differire a stento, riconoscendosi, a tratti, nei mezzibusti dei naufraghi del Mediterraneo.  Poi c’è l’implosione dell’odio. La conflagrazione sotterranea che continua anche al venir meno di ciò che l’ha causato, dell’aggancio. E l’odio diventa quasi la dimostrazione, l’esposizione definitiva dello statuto ontologico di questo corpo-sostanza.

Infine. Il corpo vorrebbe compagnia. Cioè: vorrebbe perfezione, compimento. Il corpo anela forse allo stesso compimento dell’icona, sommersa nell’oro dello sfondo, diversa eppure consustanziale con esso. Ma l’unica sua possibilità, la scelta possibile, è uno stare accanto, una contiguità operosa e senza ombra di perfezione. Nessuna completezza è data al sentire. E la percezione della mancanza è, nel più dei casi, inutile (auto)condanna.

Ma necessari sono questi versi; con la loro stupefacente capacità di contatto.

 

Levania, rivista di poesia, numero 3,dicembre 2014

invito Biagio Cepollaro