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Giulia Niccolai tra Lavoro da fare e Giorgio Manganelli.

Un breve passaggio della presentazione di Lavoro da fare, Libreria Popolare di via Tadino, Milano, 24 marzo 2017. Riprese di Rosanna Guida.

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Biagio Cepollaro, Letture da Lavoro da fare , 24 marzo 2017.

Libreria Popolare di via Tadino. Presentazione con Giulia Niccolai, Giorgio Mascitelli, Italo Testa.

Riprese di Rosanna Guida

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Da sinstra: Giorgio Mascitelli, Giulia Niccolai, Biagio Cepollaro, Italo Testa

[Qui di seguito la trascrizione dell’intervento di Giulia Niccolai nell’ambito della presentazione alla libreria popolare di via Tadino a Milano il giorno 24 marzo 2017. Gli altri relatori erano Giorgio Mascitelli e Italo Testa. Lavoro da fare, Dot.com Press, Milano 2017. Per info:info@dotcompress.it]

Biagio e io abbiamo delle conoscenze  e dei lavori in comune per quanto riguarda l’Oriente, inoltre  Biagio scrive: “ non si può vivere al di fuori della scrittura”. Un’altra persona che scrive qualcosa di simile è Piera Oppezzo per la quale: “ scrivere è togliere dall’indistinto”. Alla nostra età ci rendiamo conto che scrivere è stata una terapia, una cosa importantissima in rapporto alla nostra stessa coscienza. Pensarlo, mi ha fatto venire in mente ciò che per anni non ero riuscita a capire. Ho avuto la fortuna di conoscere Flaiano che diceva, così come ha anche scritto: “ la vita o la si vive o la si scrive”. Non capivo questa affermazione da parte sua, finchè non ho letto bianco  è l’istante di Angelo Lumelli: “ Sono stati uomini durante l’ultima guerra, i padri di una generazione, la mia, vissuta di linguaggio fino all’incoscienza”. Lì ho capito il problema. Lumelli è del 1943, i primi testi di psicoanalisi risalgono all’inizio del 900 , ma la vera divulgazione del fenomeno in senso mondiale (per lo meno dell’Occidente), è avvenuta dopo la seconda guerra mondiale. Sia Lumelli che io che Oppezzo siamo cresciuti  in una generazione che per una serie di ragioni del subconscio collettivo, della paura dei fatti avvenuti (le bombe atomiche, i milioni e milioni di morti), Marx e il comunismo, e la stata costretta a prendere coscienza, a impostare la propria mente all’obbligo  di “voler capire” e di conseguenza “scegliere”; mentre per Flaiano che era del 1910, restava la nostalgia di una vita dove  si viveva forse più “alla giornata”, pensando comunque più alla propria vita familiare che non ai nostri diritti, ai grandi poteri che controllano il mondo.  Quando  me ne sono accorta, il fenomeno mi è parso della massima importanza. Questo spiega come per noi la scrittura sia stata un diario di bordo di tutta l’esistenza, un “togliere dall’indistinto” per individuare i sintomi  dei soprusi, in poche parole, per prendere coscienza.  Ne è prova è la scrittura di Biagio che ha trattato in poesia argomenti validi e veri per noi tutti. Nel riguardare un suo libro [Le parole di Eliodora, 1984] ho ritrovato con grande sorpresa e gratitudine  certi modi di pensare della nostra mente, unici, di quando è innamorata. La poesia di Biagio non è solo capire,  è mostrarci quello che sentiamo, che lui ha già sentito e notato in se. Si tratta di un discorso profondo fatto con grande levità e anche divertimento per la propria consapevolezza. In seguito dirò del suo libro dove mescola il dialetto napoletano alla lingua di Jacopone da Todi [Scribeide,1993] riuscendo a  creare un grammelot  di allusioni, allegria e contorsioni , grazie a delle sonorità teatrali e allusive . La sua scrittura ha tutte queste possibili sfaccettature. Il Lavoro da fare  è un saggio di tutto quello che siamo stati prima dei 50 anni, perché l’ha scritto quando ne aveva 46 circa, e  i 50 anni sono, per quasi tutti noi,  una sorta di giro di boa molto duro e difficile. E’ un piacere leggere le confessioni altrui in questo senso, perché le riconosciamo perfettamente, e proviamo un liberatorio senso di complicità. Ma  prima di iniziare a parlare di Lavoro da fare vorrei citare due brevissime poesie da Le parole di Eliodora, scritto quando Biagio era poco più che ventenne.

Da Le parole di Eliodora, Forum, Forlì 1984:

 

chiuso lo sportello

(ultimi

i capelli a sparire)

eliodora fece larghe

le strade

 

L’idea che questa ragazza prenda il treno e che lui noti che i capelli siano l’ultima cosa a sparire.. Ecco questa è una cosa che succede solo quando si è molto innamorati…

E ancora:

da una parte mi segue

eliodora

più magra

(più sottili le anche

dallo specchio retro

visore

le braccia non hanno più

mani

eliodora è davanti

(di schiena alla penna

 

Biagio è lì a scrivere e vede lei di schiena alla penna… vuol dire che lei è sempre presente e che lui la vede sempre, nelle situazioni più impensabili e irreali…Mi sono ritrovata anch’io ventenne, innamorata… Mi pare straordinario. Questa è la grande capacità di Biagio.

 

Da Scribeide, Piero Manni, Lecce 1993:

 

stravolto il vecio

intra ed esce

como bimbo o tinège

schianta limbo

del metrò de schege e

spira d’in su l’occhio

la chiassosa

forescenza de lumi

e de scudi logi

 

vedi como sono rinchiusi i vetri

como il tempo rifugga la sustanza

e la bruta forza grandiosa avanza

 

E’ chiaro che il Lavoro da fare riguarda i ricordi del nostro egocentrismo, soprattutto quello di un poeta e di un artista. Invecchiando non possiamo fare a ameno di riconoscerlo. E vi è il proponimento di cambiare, ampliando un nostro spazio interiore, fino ad arrivare a scegliere il bene, la positività. Questo concetto di scegliere il bene oggi è imbarazzante per il “buonismo” a cui allude. “Buonismo”, termine cinico e agghiacciante, come  se ci si dovesse  vergognare di non essere “figli di…”. Vediamo di farlo in maniera realistica. C’è in Lavoro da fare un prologo molto drammatico:

 

Da Lavoro da fare (2002-2005), Dot.com Press, Milano 2017:

 

calmati o il cuore ti scoppierà e non è metafora

poetica ma proprio sordo tonfo d’organo

risposta che travalica

domanda e nel vuoto degli occhi

si schianta

ora scrivi come hai sempre fatto

e non scherzare più col fuoco

della vita

o in una di queste mattine la piccola

storia sgangherata e sempre

pronta a rimangiarsi il cielo

finirà tra lo strepito del condominio

non come si chiude un volo

ma come un colpo di tosse

 

Ecco: c’è sempre questa onestà, questi dettagli di una verità  che ci portano all’immedesimazione con quanto viene scritto. A pag. 7  si parla della nostra mente che continua a pensare, la nostra mente sempre in movimento. Quando si comincia a fare meditazione, questo è uno degli aspetti più fastidiosi, più imbarazzanti dei quali si prende coscienza. Naturalmente uno ci mette anni e anni per liberarsene però è possibile, fattibile e dà grandi risultati.

 

Da Lavoro da fare, pag.15:

(…)

così non guardavo in alto ma a mezza altezza

che la mente è larga larga di cose

che fanno a pugni e uno

ci deve mettere prima

o poi la pace

e ci entra tutto ma davvero tutto

e sono tanti i vicini

che ascoltano

senza approvare

e tanti i vicini

che chiamiamo perché ascoltino

(o che credono di ascoltare

o, che è lo stesso, che noi crediamo

che ascoltino: se si può solo

riconoscere è per continui

travisamenti. come in sogno,

appunto)

e allora abbiamo detto all’anima di farsi avanti

che noi poi ci facciamo

un bel lavoro

si, ci son cose che lei preferisce

non pensare

così come ci son cose

che noi preferiamo non sentire:

ma è dalla sua acqua che il fiume s’ingrossa

e si sa che l’acqua

è segno di pericolo (pericolo

di chi si trasforma: dunque l’acqua

è dappertutto…)

 

Sentendo la voce di Biagio che legge, riesco a sentire la forza maggiore che hanno per me i suoi versi, perché li fa risuonare come una doppia verità, sottolineando la forza della scrittura stessa. A pag. 12 incontriamo il concetto che “noi abbiamo visto e sentito abbastanza”. Come se una nostra curiosità insaziabile del passato si dimostrasse vana, perché si potrebbe andare avanti all’infinito e invece non è lì la salvezza, non è lì il modo di uscire dalla sofferenza o dal disagio, o dall’insoddisfazione:

 

e allora cosa diremo?

che siamo a posto

per cominciare il viaggio

(o finirlo, che è la stessa

cosa) o che dell’umano

noi

nel tempo che ci è stato

dato

abbiam visto e sentito

abbastanza

che quel che è venuto

fuori

non è gran cosa

ma che è già tanto

perché la vita è più grande

di noi

perché lo spazio

e il tempo

sono infinitamente più grandi

di noi

e noi che non potemmo essere

uomini di fede

fummo costretti ad inventarci

qualcosa

che alla fede somigliava

un disperato e impossibile

amore per le altre

creature

 

C’è un discorso sulla fede che fa capire che c’è uno spazio più reale del nostro (pag.20):

 

certo, noi fummo ragionevoli

e non insistemmo più di tanto

ci tenemmo per noi

con l’alibi dell’arte

quest’eccedenza

di psiche –provammo

terrorizzati anche ad esorcizzarla

facendone bieco

commercio-

ma quella folla è infinitamente

più grande di noi

e oggi

nel meriggio della vita

siamo costretti ad ascoltarla

perché il bene non si dà

come intenzione buona

ma come una pura

possibilità di questa sofferenza

e di questa

agnizione

 

Il bene non si dà come intenzione, è detto così perché le cose sono tali che ci si vergogna ad avere una buona intenzione. A tal proposito racconterò una storiella. Non avevo mai pensato all’eternità fino al 1990. Per me era un concetto talmente distante che non avevo nemmeno cercato la parola sul dizionario, senonché Giorgio Manganelli aveva scritto due lettere a sua cognata Angela, dopo la morte di suo fratello Renzo che vennero pubblicate da Adelphi per gli amici. In una di queste lettere lui scrive alla cognata: “guarda che l’eternità non è un tempo smisurato che non finisce mai: l’eternità è assenza di tempo”. Io rimasi sbalordita non tanto per il concetto di assenza di tempo ma per il fatto che Manganelli lo dicesse con tanta naturalezza in un momento tale, alla cognata amata e in occasione della morte del fratello amato. Manganelli, per il quale provo grande rispetto  – pensai – non può aver detto questa cosa per sentito dire. Lo deve sapere di suo, in prima persona. Così mi rimisi a leggere tutti i suoi libri cercando altri segni che mi confermassero che l’eternità la conoscesse sul serio. A pag. 16 de Dall’inferno, edizioni Rizzoli del 1985, perfetto ed elegante dice: “ eternità: essere vicini, vicinissimi”. E poi lo ritrovo nel Cubo, dove scrive: “Penso al futuro, mia dimora, come un gigantesco cubo mentale e tale lo definisco perché non ne scorgo il profilo e ne ignoro le dimensioni ma non posso non pensare che in quello spazio stia tutto e non solo il tutto quale oggi lo concepite ma tutti e il tutto del possibile. In Laboriose inezie che raccoglie un centinaio di scritti dedicati a grandi autori ho sempre avuto l’impressione che lui fosse riuscito ad andare talmente all’interno della mente di chi aveva  a suo tempo scritto il libro come se lui avesse potuto intervistarli.  Cosa possibile nell’eternità perché c’è tutto.  Coglie l’essenza di chiunque voglia. Per parlare dell’eternità citerei un grandissimo sacerdote per metà spagnolo e per meta indiano, vissuto quasi per tutta la vita in India, ha commentato i Veda per insegnare l’Oriente agli occidentali. Lui dice:” Una forma sottile di dicotomia e forse una delle più nocive consiste nel conferire all’atemporale alcune caratteristiche della temporalità. Per esempio nell’immaginare che la vita eterna venga dopo questa vita temporale, o che sia oltre ,dietro o qualunque altra parola spaziale o temporale possiamo usare per avvicinare ciò che per definizione trascende sia spazio che tempo. Per accedervi non è necessario il movimento dinamico della nostra mente o la spinta in avanti della nostra volontà ma quiete statica, il riposo di tutto il nostro essere dentro le nostre più intime profondità. Ottenere la libertà significa  divenire immortali, liberi dagli artigli del tempo perché finché si è legati al tempo non si è realmente liberi”. Di questo possiamo essere convinti. Allora cosa vuol dire questo discorso che sto facendo ? In effetti arrivare all’eternità attraverso un lungo esercizio di meditazione, che in tibetano vuol dire letteralmente “fare esperienza”, permette, ma non si sa dopo quanto tempo, se si tratti di una vita o di più vite, permette, ad un certo punto, ad un discepolo di raggiungere quello spazio. Una volta raggiunto quello spazio ci si rende conto che non vi è più odio , vi è solo gratitudine. Se noi qua cerchiamo di essere buoni, lo facciamo per eliminare le nostre pulsioni più immediate di collera, di desiderio, di antipatia etc etc, lo facciamo per assomigliare il più possibile a quello che dobbiamo essere se siamo salvi alla fine di questa vita, cioè se ci troviamo in quell’eternità, proviamo gratitudine. Solo gratitudine. Siamo interdipendenti con tutti gli altri esseri ed essendo interdipendenti non abbiamo emozioni negative nei loro riguardi. Siamo la stessa cosa. Questa esperienza è il caso di farla. Perché hai la prova, vai là e stai benissimo. Magari torni indietro per dare una mano agli altri ma il farlo qua serve a farti assomigliare il più possibile a quello che dovrai essere là.

 

 

perché il bene non si dà

come intenzione buona

ma come una pura

possibilità

 

Questa del bene è una possibilità, la possibilità migliore, sta a noi se realizzarla o no. Questo è quanto. Ma si è arrivati a tal punto di distruzione globale che non mi pare ci siano altre vie di uscita su questa terra…

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[Qui di seguito la trascrizione dell’intervento di Giorgio Mascitelli nell’ambito della presentazione alla libreria popolare di via Tadino a Milano il giorno 24 marzo 2017. Gli altri relatori erano Giulia Niccolai e Italo Testa. Lavoro da fare, Dot.com Press, Milano 2017. Per info:info@dotcompress.it]


Ricordo che Lavoro da fare esce in e-book nel 2006 e poi in questa edizione cartacea oggi, nel 2017, dopo i primi due volumi della trilogia a cui Biagio Cepollaro sta lavorando, dopo Le qualità (La camera verde, Roma 2012)  e La curva del giorno (L’arcolaio, Forlì 2014). Il libro occupa una posizione centrale almeno nell’ordine cronologico, insieme a Versi nuovi (Oedipus, Roma 2004), succedendo a quello che era stata la prima trilogia “De requie et natura”, quella di Scribeide (Piero Manni, Lecce 1993), di Luna persciente  (Carlo Mancosu, Roma 1993) e Fabrica (Zona editrice, Genova 2002) . Considerare tale collocazione centrale è un elemento importante proprio per il godimento di questo libro. Queste tre fasi della poesia di Biagio (prima trilogia, le due opere centrali e la seconda trilogia) hanno un epicentro che ruota intorno alla figura del soggetto enunciante. Ciascuna di queste fasi propone un soggetto poetico, proprio la voce che dice la poesia, con  caratteristiche diverse. Questo è il motore nascosto del suo percorso poetico che da un lato interessa la dimensione del contenuto, ciò che filosoficamente si potrebbe definire come la domanda intorno al “buon vivere” , queste tre fasi d’altra parte hanno una tonalità di fondo molto comune, dall’altro lato la questione del soggetto che dice la poesia determina anche le varie questioni attinenti al piano retorico-formale, retorico-stilistico. Non sono mai cambiamenti dovuti a necessità di sperimentalismo fine a se stesso o di trovare vie nuove espressive, ma corrispondono a questo riposizionamento, a questa continua ricerca intorno alla figura della voce poetica. Da un lato abbiamo Biagio che inizia nella sua fase che possiamo chiamare letteraria, siamo negli anni ‘80 quando la società letteraria sembra ancora esistere, con la figura dello Scriba, lo scrivano dell’Egitto che ha una funzione ironica in contrapposizione all’Io lirico, come contrapposizione tipica dell’avanguardia che vede nella poesia anche una dimensione aperta ad una lotta collettiva per un cambiamento della società e che poi si articola coerentemente  ed espressionisticamente in una lingua dello scarto alla norma (come in Scribeide, la fusione di dialetto napoletano, la lingua di Jacopone, lacerti di linguaggio colto, termini dialettali di altre zone). Tutto questo plurilinguismo  si trova insomma dentro l’orizzonte letterario tracciato da Contini. Dall’altra parte nella seconda trilogia, di cui sono usciti i primi due volumi, Le qualità e La curva del giorno, abbiamo l’invenzione retorica del corpo. Il corpo è il soggetto e non l’oggetto del testo, solo che qui il corpo funziona sia a livello letterale sia a livello metonimico. E questo corrisponde ad un’osservazione fenomenologica minimale del mondo con un linguaggio poetico aperto all’aforistico. Tra questi due elementi, si trova in mezzo Lavoro da fare caratterizzato dallo sforzo di autobiografismo radicale non nel senso di un racconto più veritiero della propria esperienza, ma proprio dell’assunzione all’interno del discorso poetico dell’unica possibilità di poter guardare al mondo a partire da quelli che sono i propri elementi di crisi. E’ il chiodo da cui si parla. Tale autobiografismo radicale si traduce in un tono che va dall’autoesortazione  alla preghiera. Il lavoro da fare è un compito, è una perifrasi che indica un dovere, in latino si tradurrebbe con la perifrastica passiva. Si tratta di una crisi personale che non si nasconde, come scrivevo dieci anni fa, il poemetto si apre con la descrizione di un attacco di panico:  scherzando si potrebbe dire a questo proposito  che Biagio non disdegna il genere della poesia didascalica perché ci sono anche dei consigli operativi su come uscirne. Questa crisi ha un’eco visibile anche in Versi nuovi e non è solo privata, ma è la reazione allo scoppio anche  a livello collettivo di quel mondo che la sua generazione, formatisi tra gli anni ‘70 e ’80, poteva ancora sperare di tenere in piedi. Il mondo in cui era ancora possibile pensare, sia pure criticamente, ad una dimensione di liberazione in cui la letteratura sembrava avere uno spazio reale. C’è questa duplice urgenza in questo libro. La voce di cui parlavo si può ascoltare in questi versi a pag.12:

ognuno parla davvero

se lo fa

dal chiodo

che un bel giorno

l’ha fissato

altrimenti è tanto per fare

altrimenti è solido teatro

Qui non si dice che si debba parlare di sé, qui la questione è il punto di vista, ricorda la polemica antihegeliana di Kierkegaard: non puoi escludere il tuo nucleo di conflitto nell’osservazione del mondo, anzi è da lì che tu guardi a tutta l’esperienza ossia da quello che ti ha inchiodato un bel giorno, la tua tara, la tua problematica. Questa è una dimensione di affermazione dell’autobiografismo radicale. A pag. 18 troviamo la dimensione di una crisi che spazza anche un progetto di vita:

ora fare anima ci suona

quasi minaccia

che avremmo voluto imboccata

una strada

fosse buona per tutto

il meriggio

della vita e invece

ci molla dopo qualche

metro

ed è sempre questa la lotta

e vale per ogni età: tra fissità

e mutamento

tra ciò che vorremmo valesse

per sempre

e l’acqua che scorre

che non è mai la stessa

Qui la strada che il poeta abbandona è una duplice strada: anche di organizzazione personale che corrispondeva anche a un certo tipo di condizione storica. Terzo elemento interessante per definire questo nuovo personaggio a pag. 25:

e se ci chiediamo in un mattino

stranamente di pace

cosa dobbiamo adesso

fare

non ci aiuta la suite per violoncello

solo

di bach

perché appunto come lui da soli

ci ritroviamo a fare

tutta la musica

 

A un certo punto bisogna abbandonare anche la sicurezza rappresentata dalla tradizione e della cultura non perché non serva più ma perché la radicalità del momento, la radicalità del lavoro da fare lo impone. Ecco qui che tutte le mediazioni dello Scriba, diciamo così, in un certo senso, non valgono più. Tutta questa crisi però avviene in un contesto della poesia che riconosce la storia, la crisi non fa rinchiudere il poeta in una stanza con le pareti foderate di sughero per non sentire il rumore dell’esterno. La storia irrompe. A pag. 67:

(nel Paese

occupato non collaborare con nemico

è ricerca di un’altra lingua pur sempre

parlando nella propria pur sempre

restando comuni –anche se di comunità

privi)

“Paese occupato” è una metafora che Biagio utilizza in quegli stessi anni nei Blogpensieri (in e-book nel 2005, poi in rivista, Atelier, n.46, 2007), dove l’occupazione aveva una natura politica e culturale ben più profonda di quello che appariva a prima vista allora, i cui effetti si sarebbero sentiti ben oltre quella stagione, A pag. 69:

la poesia nel Paese

occupato

come in genere la rosa

dei simboli in cui

dice di sé

la vita

non c’è più: ancora

si scrive e si pensa

ancora si fa arte

ma da un’altra parte

(una volta si rifugiavano

sulle montagne

preparando imboscate

ora si sparisce nei monitor

e il bosco è salvaschermo )

e qui vi è anche il riferimento al ruolo che la rete gioca per la circolazione delle idee di fronte al crollo delle istituzioni tradizionali. Il poeta non rinuncia a giocare il suo ruolo di osservazione e lotta usando quei mezzi che la realtà sociale gli mette a disposizione. Infine a mo’ di viatico permettetemi di concludere dicendo che ho riletto questo libro dopo dieci anni e mi ha fatto l’impressione del vino buono, che si è tenuto in cantina per dieci anni ed è buono, anzi il suo sapore si è arricchito.

Invito 24-03-2017_BIAGIO CEPOLLARO[Qui di seguito la trascrizione dell’intervento di Italo Testa nell’ambito della presentazione alla libreria popolare di via Tadino a Milano il giorno 24 marzo 2017. Gli altri relatori erano Giulia Niccolai e Giorgio Mascitelli]


Non è facile capire come parlare di un libro che “ritorna”. In un certo senso, per me è meglio trovare un punto di incontro che sia anche personale. Non è difficile farlo se si tratta di Lavoro da fare che è il libro attraverso il quale ho incontrato Biagio Cepollaro, negli anni immediatamente precedenti e successivi alla stesura del libro. In quell’occasione Biagio, che era già un nome per me, è diventato anche un volto, un amico. Lavoro da fare è soprattutto un libro legato all’incontro con lui e diventa la prospettiva dalla quale ho guardato a ciò che ha fatto prima e anche a ciò che ha fatto dopo. Tendo a leggere e ascoltare la sua voce poetica proprio passando attraverso Lavoro da fare. Credo che non sia una relazione che riguardi solo me. Anche altre persone che hanno condiviso con me un tratto del percorso della propria scrittura e della propria poesia penso possano guardare  a Lavoro da fare in questo senso.  Questo libro esce in ebook nel 2006 nel momento in cui Biagio attraverso il lavoro che faceva con il suo sito come editore on line, ha cercato credo con successo di fare da ponte tra generazioni diverse. Negli ebook delle sue edizioni on line hanno esordito o pubblicato i primi scritti parecchi dei poeti e degli scrittori con i quali ho condiviso,  a partire da quel momento, esperienze comuni. Penso appunto a Stefano Salvi, Alessandro Broggi, Sergio La Chiusa, e tanti altri. Lavoro da fare è un libro la cui importanza va al di là della sua struttura e del suo contenuto, della sua unicità come libro, su cui tornerò dopo. Lavoro da fare ha anche a che fare nell’opera di Biagio con un percorso di ascolto, di stimolo, di richiamo, di interlocuzione con altri. E’ un libro che, nonostante il tono monologico di meditazione, getta un ponte verso gli altri, estremamente interrogativo rispetto ad altre esperienze della poesia e della scrittura. Ed è un libro che è difficile scindere dal suo portatore, da Biagio come voce. L’incipit del prologo lo sento legato alla sua cifra: se devo pensare a lui lo sento leggere questi primi versi.

Dopo questa breve premessa vorrei venire a un corpo a corpo con il libro e  a quella che è una lettura retrospettiva, perché appunto è un libro a cui si ritorna. E’ un libro molto bello nella sua struttura e nella sua unità formale: ha sua riconoscibilità dovuta ad una forma che, fondendo “l’onda del mondo” e il flusso del pensiero, raggiunge una identità tonale molto forte. All’interno del libro è installata una voce: è un libro che come in automatico installa una voce che lo legge dall’interno. Quest’aspetto in parte ha a che fare con la dimensione di soliloquio; in parte ha a che fare con la riuscita, con la grazia di questa scrittura che riesce a individuare fortemente la dizione di ciò che viene detto, come una voce singolare molto marcata.

Vorrei dire qualcosa su come questo libro potesse parlare alla sua uscita negli anni zero, a chi lo leggeva allora. Cercherò di sviluppare un’idea su che tipo di messaggio veicolava rispetto alle scritture coeve. Cominciando proprio dal titolo: Lavoro da fare. Mi sembrava un’ingiunzione, un appello, una chiamata non alle armi, alla lotta, quanto piuttosto una chiamata alla resa: non al darsi per vinti ma all’abbandono, al venire al mondo.

A pag.12 si legge:

Perché la vita è più grande di noi

C’è questo afflato molto forte verso “l’onda del mondo”, come un senso di necessità, di richiamo, per quanto riguarda l’opera della scrittura, a ripensare, a vivere la propria esperienza di poesia all’interno di quest’ingiunzione: come un confronto diretto con l’esistenza, con la vita, con il mondo. Questo è il senso maggiore di necessità che si avverte in questo libro, un aspetto testimoniale presente in questa dimensione che non è tanto esistenziale della poesia come vita… Piuttosto chiama ad una serietà, una tremenda serietà per quello che può significare fare poesia. L’altro elemento che secondo me a questo si lega è che l’ingiunzione non risuona solo per sé ma anche per gli altri che si trovano a scrivere, a fare poesia: è un’idea della poesia. Non è un libro metapoetico ma è un richiamo ad un’idea alta della poesia. Qui vi è l’idea che la poesia non sia solo una questione linguistica, ma sia qualcosa la cui novità e capacità di “apertura”, termine ricorrente nel libro, non si misuri soltanto sulle parole. A pag 74 :

una piazza è tale

non per la fontana al centro

o per le case

intorno

ma per il cielo

vasto che la ricopre

dove c’è questo elemento di un insieme più vasto a cui siamo chiamati e quest’apertura che è un passare attraverso il linguaggio per andare oltre il linguaggio. L’altro elemento che a questo legherei riguarda il suo legame con il contesto letterario coevo. Mi pare che ci sia una forte consapevolezza che Biagio in quel momento volesse trasmettere ad altri, in quel momento degli anno zero, di essere entrati in una condizione post-letteraria. Qui il nostro fare poesia non passa più necessariamente attraverso le istituzioni letterarie che si vanno disgregando. Qui vi è un richiamo alle cose stesse. In un momento di disgregazione in cui la società letteraria come noi la conosciamo in effetti non esiste più. Ma tale situazione comprende anche una possibilità di novità, comunque quel grado zero della scrittura da cui bisogna ripartire e ricostruire. In quel momento, ma anche ora, si avvertiva un forte elemento ricostruttivo, di fiducia nelle possibilità anche antropologiche del fare poesia. Soprattutto di una poesia che deve insieme produrre il proprio contesto, che non è più acclarato, certo, non è più dato rispetto a quello che poteva essere nella situazione di qualche decennio prima, ma insieme mentre produce questo contesto deve liberarsi ad un contesto più ampio. In questo senso citerei i versi a proposito di questa situazione postletteraria in cui saltano gerarchie e l’ordine del sapere, in cui la poesia aveva la sua collocazione.

A pag 17:

non c’è sapere non c’è ignoranza

non c’è neanche alto

e basso

tutto si dà nel cielo

per imponenza

e allora perché raccontarsi

delle storie?

Il termine “cielo” usato in altra accezione rispetto al caso precedente si impone in un panorama dove salta l’ordine anche socialmente definito. Si tratta di prendere atto di questa situazione e ripartire. Il titolo Lavoro da fare richiama programmaticamente questa fiducia ricostruttiva, al seguito di un terremoto che è sia personale che epocale. Vi è l’idea della poesia che non si risolve nel lavoro linguistico e neanche nel lavoro di definizione della propri figura di poeta in un campo letterario. E’ piuttosto una forma di vita, nel senso che la scrittura dà forma alla vita. Questo primato del fare della poesia, come Biagio scrive in Nel fuoco della scrittura (La camera verde, Roma 2008), è “un agire silenzioso” che cerchi di nuovo di stabilire un passaggio tra singolarità e agire comune. In altro verso, a pag. 27:

non c’è canto se non nell’insieme

Il lavoro è da fare assieme, ognuno piantato nella propria singolarità dal chiodo in cui è fissato. A partire da lì riesce a fare appello e a definire uno spazio al di là dello spazio atomico in cui ognuno si trova ad articolare la propria voce.

 

 

 

 

Registrazione audio della presentazione di Lavoro da fare (2002-2005), Dot.com press, Milano 2017, alla Libreria Popolare di via Tadino a Milano, 24 marzo 2014.

A parlarne con l’autore, Giulia Niccolai, Italo Testa, Giorgio Mascitelli.

 

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Da sinistra: Giorgio Mascitelli, Giulia Niccolai, Biagio Cepollaro e Italo Testa

 

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Da sinistra: Giorgio Mascitelli, Giulia Niccolai, Biagio Cepollaro e Italo Testa

 

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[Qui di seguito la trascrizione dell’intervento di Eugenio Lucrezi alla presentazione di Lavoro da fare , Dot.com Press, Milano 2017, a Napoli, Evaluna cafè libreria, l’11 marzo 2017.]

Questo libro esce in pdf più di dieci anni fa in una collana di ebook curata da Biagio con dei co-curatori. Già dieci anni fa fu accompagnato da diverse scritture critiche e da diverse riflessioni di compagni di strada. Biagio ha esordito più di 30 anni fa lavorando sempre a contatto stretto con altri poeti e critici. Ha sempre creduto che il lavoro intellettuale vada condotto nel confronto e nel dialogo. Ed è proprio il dialogo un tema centrale della sua poetica. Comincia dopo il primo libro dell’84 a progettare una prima trilogia. A quei tempi lavora prima nella redazione di Altri Termini poi, con dei compagni di strada che sono stati Mariano Baino e Lello Voce, fonda Baldus che si trova per qualche anno al centro delle iniziative culturali di quello che fu il Gruppo 93.

A quei tempi la sua progettualità si fondava su una scrittura “artificiosa”  che chiamava pastiche idiolettico che partiva dai duecenteschi, da Jacopone e Dante petroso e l’intenzione stilistica sua era quella di confrontarsi attraverso l’artificiosità dei linguaggio con l’artificiosità dei paesaggi umani.

L’intenzione stilistica era contrastare l’estetizzazione di massa che si diffonderà sempre di più, attraverso la deformazione linguistica. Guido Gugliemi parlava di un atto ostile nei confronti dell’estetizzazione di massa. Si trattava di complicare il verso, come scrisse Niva Lorenzini. Questo tipo di progettualità copre i tre libri che vanno da Scribeide (la cui stesura dura dall’85 all’89) fino a Fabrica (la cui stesura dura dal 1993 al 1997), ma già all’altezza di Fabrica, come rileva Giuliano Mesa che accompagna il suo lavoro con scambi frequenti e fraterni, già allora si passa dalla progettualità linguistica ad un tragitto che va dall’astrattezza del lavoro sulla matericità del linguaggio, dalla progettualità di deformazione linguistica al piano del confronto con la corporeità.

Si lascia la pura progettualità linguistica che era stata al centro della riflessione delle avanguardie storiche e anche della neoavanguardia, come del Gruppo 93, anche se l’intenzione critica era già non solo linguistica. Si passa dal progetto al tragitto. L’innovazione critica delle avanguardie si avvicina molto a quella che è l’estetica del capitalismo stesso, purtroppo. Allora  sia Mesa sia Inglese notano una sorta di conversione non in senso religioso ma dall’astrattezza della ricerca linguistica in direzione dialogica. Al centro di questa svolta credo ci sia la rivalutazione del logos nel senso dato al termine da Aristotele nella Retorica,  come prerogativa di quel vivente che è l’uomo che ha un’attitudine dialogica , il logos. Tale logos diventerà a cavallo del secolo e del millennio il terreno di pratica della poesia.  Questa sarà la caratteristica di Biagio: l’attitudine dialogica con se stesso e con gli altri, da Versi nuovi a Lavoro da fare fino alla seconda trilogia di cui conosciamo le prime due opere e un’anticipazione della terza. Il terreno di pratica di questa dialogicità, così come dice, Aristotele è il discorso condiviso, la doxa, il motore di questo discorrere sono proprio le passioni, la principale delle quali è la paura.

Non per caso Lavoro da fare comincia con quello che Mascitelli chiama la descrizione e il racconto di un attacco di panico ed è così. L’importante però, la principale passione, la paura e l’angoscia non sono attributi della psiche ma sono il carattere principale del corpo.  Sembra essere il sentimento dell’angoscia che tutti gli psicologismi prima romantici e poi caratteristici delle scienze psicoanalitiche, sono altro, sono l’attributo di base della corporeità che usa queste antenne proprio nel dialogare, sono il motore della dialogicità, dell’utilizzo del logos .

Questa cosa la dici nei tuoi versi: la paura, il pathos non è di pertinenza psicologica , come dici che il logos non è intelligenza e il linguaggio nella sua astrattezza ma è dialogo con se stessi e con gli altri.  La conversione dall’intelletto come logos che agisce sul linguaggio al logos come terreno dialogico, il percorso poetico suo dalla matericità linguistica alla concretezza dell’esistenza, è il principale degli snodi della sua poesia che è stata improntata comunque al confronto serratissimo tra l’esistenza e il fare poesia.

Il lavoro che Biagio fa come dice Inglese è spostare l’attività su di un piano di contrasto delle afflizioni. Questa libro è una partitura musicale vi sono delle parti in cui mostra come il canto percorribile monodico perda di significato perché porta per arretramento a delle coralità che perdono il fondamento dell’armonia per sprofondare in quella vociferazione dell’origine che è spesso disarmonica, che spesso è stridente, viene detto “stridio” in un punto.

Per Biagio  il poeta giovane, l’intellettuale giovane si estroflette molto , cerca in mille direzioni, dimenticando però la dialogicità senza cui non può esserci un discorso anche poetico o filosofico e più in generale di critica della realtà. Poi con l’esperienza si è certe volte capaci di recuperare questa dimensione, di portarsi quindi dall’astrazione alla concretezza.

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Invito 24-03-2017_BIAGIO CEPOLLARO

Lavoro da fare è un grande testo di meditazione poetica, dove si fa ancor più accentuata, quasi “naturale”, la capacità di fondere pensiero, preghiera, lacerti di quotidiano e di storia sociale. La lingua scorre, senza incrinarsi o implodere, ma è lo scorrere, penso, di chi cammina su un filo, conoscendo l’abisso sottostante; una sorta di esercizio zen.

Giuliano Mesa (2006)

Questi versi dunque non annunciano un programma per la poesia, ma semplicemente spiegano una condizione soggettiva (che poi certe condizioni soggettive risultino più interessanti per tutti di molti programmi oggettivi è una cosa talmente ovvia che non vale la pena di dirla) (…) Ma naturalmente il lavoro da fare è lavoro che riguarda innanzi tutto il senso della propria esperienza e la poesia è lo strumento malleabile di questo percorso, senza diventarne mai il monumento.

Giorgio Mascitelli (2006)

La centralità del nesso scrittura–vita in Cepollaro non assume mai comunque i toni dell’autoironia, della mascherata tra l’indulgente e il sacrificale che ritroviamo in Giudici e, seppure con toni più grotteschi e parodistici, in Sanguineti. In entrambi questi autori il nesso scrittura–vita è esibito costantemente, ma attraverso una forma di esorcismo se ne vuole neutralizzare l’eccessiva gravità. In Cepollaro, invece, questa gravità persiste. Nessun tentativo ludico o teatrale di depotenziare questo nesso, quindi, ma neppure l’esigenza di sbandierarlo. (…) In realtà, con Lavoro da fare si annuncia un moto duplice, che è al contempo di denudamento e d’intensificazione.

Andrea Inglese (2013)

Registrazione audio della presentazione di Lavoro da fare di Biagio Cepollaro.

La conversazione è avvenuta a Napoli, libreria Cafè Evaluna, l’11 marzo 2017, a cura di Viola Amarelli. A parlare sono due relatori: Eugenio Lucrezi e Angelo Petrella. Sono stati letti dall’autore il canto II, V e VII del poema. Lavoro da fare (2002-2005) dal 2006 in rete come uno dei primi e-book di poesia in Italia, dal 2017 è cartaceo grazie all’interessamento dell’editore Fabrizio Bianchi e della Dot.com Press. Il logo sulla copertina della farfalla si riferisce al blog Perigeion che con questo libro comincia a costruire una specifica collana all’interno delle edizioni Dot.com Press.

Da Lavoro da fare

 

V

 

ora  si prova con brivido

dell’inizio a navigare

– che è diverso dallo stare

a galla solo perché non si hanno

più segreti che dall’interno

bucano col tempo vele e scafo.

 

ora lo possiamo dire quasi tranquilli

che sembrava per attimo tutto

perduto e che una parte importante

e tenace di noi è morta e ci siamo svegliati

quando eravamo ancora in corsa

come nel film del viaggio tra stelle

in cui il cattivo a metà del tragitto

interrompe l’ibernazione: il tempo

azzerato ricomincia a scorrere

come nulla nell’immensità del tempo

cosmico

 

ora il tempo è reale e il viaggio

torna a misura umana che non è

affare di stelle ma di tensione tra paura

e suo superamento: non siamo mai

speciali nessuno lo è ci muoviamo

incerti come possiamo e quanto più

alziamo la voce tanto più ci stiamo

mancando mentre l’urlo vero

si fissa in un gesto congelato

 

ora noi veniamo da quel freddo

e dall’oblò le stelle non scorrono

come alberi dal finestrino dell’auto

ma restano stelle del cielo e noi

anche veloci sembriamo fermi

al nostro posto: non c’è altro

da fare che fare pace con nostre

miserie e sentirle fino in fondo

rospi da buttare giù

se vogliamo ancora mangiare

che non importa innanzitutto

raffinatezza di cibo ed esperienze

la tavola solo in parte è decisa

da noi e solo talvolta ci è stato possibile

aggiungere tocco elegante al centro

con vaso luminoso di fiori aperti:

importa possedere corpo che molto

in sangue trasforma e l’accaduto

ringraziare

 

forse per questo c’era piccola

preghiera all’inizio del pranzo

di Natale: perché navi partissero

bisognava fare sacrificio

di ciò che per anni ci era cresciuto

accanto

è strano come parti

di noi malate si fanno per noi

oggetti

sacri d’amore: fu questa

vera tracotanza di Agamennone:

non l’aver cacciato animale

proibito ma aver distolto sguardo

da sua vita concreta per vivere

sogno da re

 

e chi prega intorno alla tavola

già con l’occhio nel fumo odoroso

della pietanza cosa porta di sé?

non l’essere santo per solo

attimo rivolto al sacro ma proprio

quelle malate parti di sé: noi

siamo nell’occhio pieno di orrore

di Agamennone fisso nel terrore

della piccola Ifigenìa

e sapere cosa davvero sacrificare

è già una bella storia

 

e in quel fermarci a mani giunte

noi ci facciamo magico cerchio

 

e dentro, arresi, alla rinfusa spezzoni

di vita – chi può dire agìta

 

o subìta – alla rinfusa ché

a districare ci siamo fatti male:

 

che non solo allora ma anche ora

ci tiene tutti un palmo aperto

 

di mano

 

i cristiani all’inizio

nell’umidità dei rifugi

dicevano: Signore, io non sono

degno e poi dicevano: tu dì una sola

parola e l’anima mia

(io non sono

degno ma tu dì)

(una sola, una sola

parola)

(e l’anima mia)

sarà salvata

 

ed erano in tanti appoggiati

di schiena alle pareti con i topi

già al riparo dentro i buchi

e i suoni del mercato che prima

venivano dalla strada risolti

ora in nulla

in colpi di tosse

in agitazione dei corpi

 

e il Signore che era in loro

forse principio di vita

emissione

iniziale di raggio

da cui protone

prese a stare in equilibrio

e danza

probabilistica

delle particelle

cominciò a disegnare l’intero

che mai fummo in grado

di scorgere

costretti sempre ad un sol polo

limitati in breve spazio

anche nell’ostinazione

da noi stessi fatti

più miseri

e questo mistero del vasto

e del senza tempo

questo suono che talvolta

ai più fortunati sembrò formarsi

nella gola per venire all’aria

stupito di dire ciò

che senza articolazione di parole

era puro senso

questa cosa che chiamavano

Signore forse davvero

diceva loro parola che cercavano

 

è questa parola anzi è questo suono

puro senso che da soli

non avremmo mai scoperto

illusi su nostra auto-

sufficienza

e che scoprimmo solo

quando spezzati

fummo raccolti da chi

da anni già sapeva

che maggiore inganno

è credere di dover dare

senso e non esserlo già

nell’ignorato trafficare

delle strade

 

è questo suono acuto

e grave, limpido e

rauco

pieno e gracidante

questo suono ora

è dentro

al cerchio

di noi che non siamo

già più noi finalmente

 

a mani raccolte

ora

cerchiamo di capire dai moti

di labbra convulse che a noi

 

vengono dallo specchio di fronte

questa parola non sarà solo

 

per noi che non avrebbe senso

che il male non sciolto di uno

 

è in atto o prossimo male

per un altro: dentro al cerchio

con gli spezzoni – alcuni ancora

roventi – di vita alla rinfusa

 

noi cerchiamo di capire la parola

che salvandoci salvi i prossimi

 

a noi dall’odio

per noi stessi

 

 

e ora su quel palmo aperto

di mano che ci tiene proviamo

a starci tutti: ognuno con suoi

occhi bassi e col disagio

di non sapere come stare

in piedi o sedersi

proviamo a guardarci:

ciò che più ci ha feriti

al punto da doverlo

dimenticare ci dice che cose

non sono andate come ci piacerebbe

che il racconto deve essere scritto

di nuovo e l’ultimo capitolo

dovrà cambiare

 

 

e ora che di nostre debolezze abbiamo fatto

fianchi in cui immergere spade

ora ognuno cercherà il suo posto

e lentamente si piegherà

fino a sedersi e a giungere mani:

 

Signore o Modello che incessantemente

si compie tirandoci dentro

con fili che non sappiamo

scorgere

con nostra testa piegata

ossessi digitiamo

sui nostri cellulari

cellule che non riconoscono

più il tessuto

negate alla radice

che durano come si dice

un tot  di tempo

totale parziale

e nostra inezia

 

Signore, non siamo degni ma tu dì

solo una parola, la stessa parola

che balbettando abbiam provato

mille volte a dire e maldestramente

Signore, insegnaci la parola che troppo

confusi siamo per dire e per ascoltare

insegnaci una nuova tenerezza

che le nostre madri furono troppo

oscurate per amarci – loro stesse

da te troppo lontane – fa che l’orrore

di Agamennone e il terrore di Ifigenìa

abbiano avuto un senso, fa che le navi

possano partire che il vento si alzi…

Signore, non siamo degni ma amare

per noi è cosa difficile: anni e anni

di disamore hanno coperto la nostra

voce e abbiamo rabbiosamente preteso

che qualcun altro, oscurato quanto noi,

per noi cantasse la tua canzone

 

 

Signore, noi non siamo degni, ma il volto

che stamani vediamo allo specchio

è il nostro e quella bocca ci parla

e fluente scorre la parola e dagli occhi

agli occhi ci riversa un fuoco che fin qui

mai ci ha bruciato: accettalo e l’anima

nostra sarà salvata

 

 

Adesso che è imminente l’uscita di Lavoro da fare in cartaceo, alla vigilia dell’inaugurazione della rassegna dedicata a Giuliano Mesa, Tu se sai dire dillo V edizione, pubblico come anticipazione una parte dell’appendice del libro che riguarda la nota critica di Giuliano e lo scambio di mail che avemmo tra il 2005 e il  2006 intorno al libro.

Una nota di Giuliano Mesa e uno scambio di mail

In Lavoro da fare, nel testo di prologo, si legge: “quello / che non ti fu dato all’inizio / non cesserà mai di mancare”. Associando frammenti di memoria culturale, si pensa sùbito ai Four Quartets di Eliot (East Coker I, “In my beginning is my end”) e all’Eraclito da Eliot richiamato e posto in esergo (“hodòs áno káto mía kaì houté”, “strada all’in su e all’in giù una sola e medesima”: fr. B60 Diels-Kranz, A 33 Colli). E vi si pensa anche perché, pochi versi prima di quelli appena citati, Cepollaro ci offre un’ulteriore variante del distico conclusivo, ormai divenuto formulare, di The Hollow Men (“This is the way the world ends / Not with a bang but a whimper”), scrivendo: “e non scherzare più col fuoco / della vita / o in una di queste mattine la piccola / storia sgangherata e sempre / pronta a rimangiarsi il cielo / finirà tra lo strepito del condominio / non come si chiude un volo / ma come un colpo di tosse”.
Ancor più dei Versi nuovi, questo è un libro “di meditazione e di preghiera”, e potrebbe sembrare irriguardoso soffermarsi sui riferimenti culturali. Potrebbe non esserlo ricordando che il “lavoro da fare” “non è lavoro / da fare da soli”. E’ anche, dunque, “lavoro fatto”, nel corso dei millenni. E il legame con questa tradizione di lavoro è lo stesso Cepollaro a ribadirlo, ribadendo, nella V sezione, la memoria di Ifigenia e Agamennone.Che cosa “suoniamo”, “con corde rimediate / tra le rovine della storia”? A questa implicita domanda, nella sezione II, sembrano rispondere alcuni versi della sezione V: “è questo suono acuto / e grave, limpido e / rauco / pieno e gracidante / questo suono ora / è dentro / al cerchio / di noi che non siamo / già più noi finalmente”. E il percorso, anche il percorso del libro, conduce alla “Porta / del ritorno e della restituzione”, ritorno al mai stato e restituzione del mai avuto. “tu vai incontro / all’origine / invecchiando / e ciò che col tempo / hai imparato / è stato solo parafrasi / di versi / all’origine ascoltati” (III). Si “suonano” parafrasi di versi, di suoni, ascoltati all’origine, ma quell’origine è una memoria immemorabile, sempre mancante, “non data all’inizio”. Quell’ascolto, se fosse davvero accaduto, avrebbe dovuto consentire la mimesi, non soltanto la parafrasi. Quel suono onnicomprensivo, onnisonante, risuona dentro il cerchio che congiunge la fine e l’inizio, la strada che scende e quella che sale – il cerchio dentro cui si può giungere e stare, soltanto, finalmente, non essendo “più noi”. Così, il lavoro di Cepollaro sembra un lavoro a de-formare, a slegare suono e senso per non de-legare più alle forme una nominazione potenziale impossibile, che nel darsi come potenziale può allontanare dalla consapevolezza della sua impossibilità. E tuttavia parlando, dicendo. E ogni parlare e dire è sempre, anche, un formare, un fare e dare forma. Questa contraddizione non ha superamento. Ma può non essere conflitto se si abbandona l’ab-soluto per restare dove siamo: nel legame, nella relazione, con tutti i conflitti e le contraddizione che vorremmo sciogliere, ab-solvere. Forse non c’è soluzione. Forse non c’è assoluzione.

Giuliano Mesa, marzo 2006.


 

Caro Biagio,

ho sùbito stampato e letto Lavoro da fare. E’ un grande testo di meditazione
poetica, dove si fa ancor più accentuata, quasi “naturale”, la capacità di
fondere pensiero, preghiera, lacerti di quotidiano e di storia sociale. La
lingua scorre, senza incrinarsi o implodere, ma è lo scorrere, penso, di chi
cammina su un filo, conoscendo l’abisso sottostante; una sorta di esercizio
zen. Sono importantissime le riflessioni sull’età, sul saperla accogliere,
accettare. Ed anche, vorrei dire, nel sapervi trovare “bellezza”. Il
“meriggio della vita”, caro Biagio, ha una sua grande suggestione, a cui di
certo non saprei rinunciare per ritornare, se mai fosse possibile, al
mattino.
Nel leggere “d’un fiato”, ho constatato che, a partire dalla sezione V, o
già alla fine della sez. IV, riprendi la tecnica (?) di eliminare gli
articoli determinativi, che era tratto “stilematico” dei Versi Nuovi. Il suo
ricomparire a metà libro riaccende l’attenzione, appunto, sullo “stile”,
mentre fino a quel momento la concentrazione era tutta sui “contenuti”. Per
pignoleria, voglio poi dirti che, in una scrittura così priva di “giochi”,
di artificio, lo spezzare avan – scoperta all’inizio di III mi ha stupito.
Sono molto contento che tu abbia deciso di affidare la postfazione a
Florinda.
La nevralgia sembra ormai guarita e sto riprendendo il “ritmo buono”, senza
farmi troppe illusioni. I problemi non mancano e non mancheranno, sia quelli
derivanti dalla mia precarietà lavorativa (che ovviamente si aggrava col
passare degli anni) sia, soprattutto, quelli derivanti dalla famiglia. Ma ho
forse finalmente imparato, dopo la grave crisi di due anni fa, a non reagire
autodistruttivamente, pur non potendo ancora inibire le reazioni
psicosomatiche negative.
Scusa per le chiacchiere. Un grande abbraccio

Giuliano
giovedì 22 settembre 2005


Carissimo Giuliano,

grazie delle tue parole che sono sempre ‘interne’ a ciò che dico perché interne a te e quindi al nostro silenzioso dialogo: la relazione non si aggiunge, costituisce ognuno. E la qualità del dialogo dipende anche dal lavoro che ognuno fa per sé: si conosce perché si riconosce, e alla fine , per riconoscenza.
Come la tua nota evidenzia subito, a differenza di ciò che appariva in Versi Nuovi, ora c’è un senso della relazione con la tradizione letteraria più esplicito e positivo: i grandi autori dell’Occidente possono ancora nutrirci, come sai bene tu che ti rileggi i classici…Da lì sono giunto ad un punto che non è né occidente né oriente ma lavoro per aderire al presente, cosa che hai rilevato e che da tempo fa parte di tua acquisizione profonda. Presente scarnificato, tendenzialmente senza infingimenti ma anche senza autolesionismo, c’è posto per la gaiezza se ce n’è per un dolore che non si appaga di una metafora per cambiare le carte in tavola…
Certo, non è il Poetico che dà fondamento alla poesia (ne costituisce al massimo orizzonte d’attesa, categoria sociologica), ma è la Poesia che dà fondamento al poetico, dissolvendo di volta in volta ciò che viene considerato tale e suggerendone uno nuovo. Noi diciamo, credo, comincio davvero a credere, che una cosa è poesia per la qualità dell’esperienza che facciamo e poi ci abituiamo a riconoscere quell’esperienza, quella qualità, fino al punto da codificarla. Come dire che la poesia oggi per me non è un insieme di regole del gioco, o almeno non solo quello, non innanzitutto quello, ma il porre in essere l’invenzione del gioco, lo stupore di vedere formarsi innanzi a sé un altro gioco, come talvolta il bimbo scopre di star giocando con un oggetto che fino ad allora non aveva considerato un gioco.
L’importante comunque è giocare con qualcuno, è sapersi commuovere , e quindi muovere insieme, termine antico, fino al punto che un altro si metti in gioco, per sua conoscenza, per suo godimento, se vuole, se sa. La poesia, comincio a credere, credo sempre di più, è un effetto collaterale della qualità della propria umana esperienza (ciò che manca, ciò che è stato promesso, ciò che non è stato dato, ciò che era lì da sempre) a cui si allude con mezzi inevitabilmente retorici ma al di là di ogni cinismo come di ogni ingenuità. Quindi niente manierismo come niente ingenuo contenutismo. Ciò che non può essere nominato non sarà nominato. Ma ciò che possiamo nominare è il nostro lavoro, il nostro gettare ombra e luce sull’accadere degli inizi in cui consistiamo ma che dobbiamo meritare, appunto. Ciò che non può essere nominato dona il senso ai nostri piccoli nomi…Carissimo, grazie ancora di avere incarnato per me questa possibilità che da giovani entrambi abbiamo scelto (o che da essa siamo stati scelti), grazie insomma per la qualità dell’esperienza, per averla mostrata possibile e per averne cominciato a fare, nel nostro piccolo, grazie ai più giovani, tradizione. Un abbraccio forte, Biagio

19 marzo 2006