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“Ma è lavoro da fare non da soli.” Su Biagio Cepollaro

 

di Luciano Mazziotta

I testi di Biagio Cepollaro presentati in questa sede sono quasi una sintesi della sua opera: si parte con Lavoro da fare, uscito in e-book nel 2006 e per la prima volta su carta per le edizioni Dot.Com Press, e si arriva a “Il centro dell’inverno” (L’Arcolaio 2018), terzo libro della trilogia Il poema delle qualità di cui il primo è Le qualità (2008-2011), La camera verde, Roma, 2012 e il secondo La curva del giorno (2011-2014), L’arcolaio, 2014. Si tratta di una sintesi perché questi testi rappresentano l’atto iniziale – una sorta di incipit vita nova – e  quello conclusivo di un percorso che Cepollaro ha portato avanti per circa quindici anni. Nei testi di Lavoro da fare, singole parti di un poema sinfonico, l’autore mette in dialogo il sé della maturità con il sé del passato, scandendo le strofe con l’anafora di ora,  e “ingiunge” a sé stesso di dialogare con la “carcassa che ci portiamo addosso”, con il nostro scarto, immaginato allegoricamente come fosse il satiro riemerso dal fondo del mare, il recupero di uno scarto archeologico: uno scarto, sì, ma, ad ogni modo, qualcosa di prezioso e da conservare. In Al centro dell’inverno, invece Cepollaro va oltre il sé, cercando nel corpo l’unico minimo comune denominatore dell’umano. Il soggetto del poema, di questa ultima parte, così come dell’intera trilogia, è un corpo che sente, che percepisce, e che allo stesso tempo si trova in bilico tra la coscienza “che tutto è qui”, come recitava un verso del poema Le qualità, e la consapevolezza di trovarsi davanti e dentro un Occidente sempre sul punto di crollare. Significativa a tale proposito risulta anche l’impaginazione: l’unica parola in maiuscolo è Occidente, mentre incombe il minuscolo in tutto il resto del poema. Come se, anche stilisticamente, Cepollaro volesse mettere in scena la vittoria dello scarto, del minuto, della microstoria del corpo sulla macrostoria. Ci troviamo davanti ad un Occidente “maiuscolo” che appare schiacciato dalle nostre piccolezze, le quali costituiscono l’unico riscatto possibile. La pronuncia del corpo è “il sogno del ritmo”, ovvero del flusso delle cose, l’unico “antidoto buono a fare di poco/un mondo”. Il minuscolo, il minimo è l’unico antidoto per costruire un’umanità, un senso di comunanza che, per tensione filosofica e argomentativa, può ricordare La ginestra di Leopardi: siamo nulla, siamo corpo ma a partire da questo si possono costruire “altri mondi”, con la sola prerogativa che non sia opera del singolo ma di tutti i minimi corpi uniti, pur nel loro nulla, pur nell’essere tutto e solo corpo.

Le voci della luna n.71,2018

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