Il corpo al centro dell’inverno

Con la pubblicazione di Al centro dell’inverno (L’arcolaio, Forlimpopoli, 2018, euro 13) Biagio Cepollaro porta a compimento la trilogia cominciata con Le qualità (2012) e proseguita con La curva del giorno (2014) dal titolo complessivo Il poema delle qualità. Il libro come quelli precedenti è caratterizzato da brevi componimenti, mai sopra i dieci versi, che hanno come soggetto, innanzi tutto in senso grammaticale, il corpo, mentre il riferimento al termine poema sembra richiamare, oltre che la possibilità di una lettura continua come se si trattasse di lasse introdotte dalla stessa anafora, praticata dallo stesso autore in occasione della presentazione milanese, una tradizione della poesia antica come luogo di riflessione critica e conoscenza, già testimoniato dal De requie et natura che titolava la prima trilogia, uscita negli anni Novanta.

Al centro dell’inverno si presenta come il culmine di un percorso di rarefazione e di ricerca dell’essenzialità che attraversa tutta la trilogia e ancora prima l’opera di Cepollaro a cominciare dai Versi nuovi: si tratta di un’istanza stilistica in cui l’invenzione linguistica risiede in meccanismo di descrizione di uno stato del corpo e successivo fulmineo commento sorretto da un lessico colto ma standard usato però con libertà nell’estensione metonimica dell’arco semantico di alcune parole (ad es. la terminologia giuridico-politica nell’ambito della quotidianità: “ il corpo cerca la sua sovranità nel dissipare i confini/ raccolti da ogni notte: qui nella confusione che suscita/ con altro corpo perde importanza ogni nome…” p.37). In questa prospettiva il corpo è un’unità logica minima, il soggetto di un’esperienza che viene liberata da ogni rischio di monumentalità ed esemplarità anche involontarie connessa con l’uso degli istituti della tradizione lirica e dell’io poetico. Questa strategia retorica consente a Cepollaro di approdare a una sorta di inedita osservazione fenomenologica della propria esperienza che risulta ancora dicibile e significante perché non ingabbiata in pregiudizi soggettivistici o ideologici né in orpelli psicologicizzanti.

Del resto in tutta l’opera poetica il problema di Cepollaro, che è al contempo il motore etico della sua ricerca, è quello di trovare una posizione da cui dire l’esperienza senza cadere nelle trappole metafisiche ed estetiche del vecchio io poetico. “Il corpo vivo e distratto non crede di essere eterno/ né collabora chiedendo a rate un prestito alla collettiva/ narrazione: si tiene piuttosto a debita distanza e appare solo/ sol perché si astrae da un mondo di parole fallaci e dall’idiozia” (p.33) sono versi che rendono bene l’operazione poetica in cui la soggettività del poeta diventa semplicemente un nucleo di osservazione dell’esperienza e un tramite per la sua comunicazione con un senso della misura stilistica che è parte essenziale del messaggio. La scelta etica della presa di distanza dalle parole e dalle cose dominanti nella nostra società non è presentata enfaticamente come l’epifania di una sensibilità o di un percorso esemplari, ma come conseguenza logica, alla portata di chiunque, della comprensione di un certo stato di cose.

Motivo specifico di questa raccolta è l’intrecciarsi dell’esperienza individuale con la storia e con la crisi attuale della società, non è un caso che il prologo della raccolta abbia come titolo Dal collasso alla storia e l’ultima sezione sia Ai margini della speranza d’occidente. In realtà la dimensione politica e civile resta, sotto traccia, uno degli elementi fondanti del paesaggio poetico in tutta l’opera di Cepollaro, ma è vero che è dai tempi di Fabrica, pubblicata nel 2002 con testi peraltro risalenti alla metà degli anni novanta, che essa non occupava una posizione così esplicita nella struttura dei libri. Qui addirittura viene citato esplicitamente il Guittone d’Arezzo della canzone ahi lasso, ora è stagion di doler tanto: “il corpo condivide una pace inquieta: il regime del sopruso/ diventa legge e per quanto si possa vivere a una conquistata/ distanza resta comunque un filo di nausea che attraversa i giorni/ anche quelli più illuminati da fervida primavera: è questa/ che si apre oggi per noi la vera stagion di doler tanto” (p.101). Se dunque il giudizio etico e la consapevolezza politica sulla stagione sono assolutamente chiare, la realtà evocata non viene ‘denunciata’ né criticata secondo categorie ideologiche, che pure Cepollaro padroneggia, ma diventa una delle dimensioni in cui si elabora l’esperienza del corpo. La pace inquieta in questi giorni di doler tanto è il modo concreto in cui si riflette nella quotidianità l’esperienza storica. La condizione verosimilmente finale ai margini della speranza d’occidente viene evocata senza alcuna ridondanza espressiva e senza alcuna concessione allo stile apocalittico e addita il non detto collettivo, questa volta però nominato e qualificato, con il quale la nostra coscienza infelice non vuole fare i conti. E tra i meriti di quest’opera non mi sembra certo l’ultimo.

Biagio Cepollaro

Al centro dell’inverno

L’arcolaio, Forlimpopoli, 2018

euro 13

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su Ibs.it.

Giorgio Mascitelli

Alfabeta2, 8 luglio 2018

https://www.alfabeta2.it/2018/07/08/biagio-cepollaro-il-corpo-al-centro-dellinverno/

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