Biagio Cepollaro, Lavoro da fare

alla Libreria Trame di Bologna

con Sergio Rotino e Luciano Mazziotta

24 marzo 2018


Intervento di Luciano Mazziotta

Vorrei iniziare questa presentazione di Lavoro da fare di Biagio Cepollaro attraverso una nota forse autoreferenziale, o quantomeno autobiografica. Nel 2006, infatti, quando questo libro è uscito in ebook, mi trovavo a vivere ancora a Palermo, una realtà in cui la poesia contemporanea non circolava o circolava poco. Di Biagio Cepollaro, allora, avevo letto esclusivamente il nome nel manuale di Letteratura italiana a cura di Luperini-Cataldi utilizzato per la preparazione degli esami universitari. Rinvenuto, attraverso una veloce ricerca sul web, il pdf dell’opera, notavo non solo l’altissima qualità del libro, ma mi accorgevo come questo fosse accompagnato da una serie di note critiche redatte da autori che mi aprivano al mondo di quelli che nel contingente si occupavano della cosa letteraria: c’era la postfazione di Florinda Fusco, comparivano i nomi di Andrea Inglese, Giuliano Mesa, ovvero di persone che negli anni successivi sarebbero diventati interlocutori reali, alcuni amici, altri autori di riferimento, e, in ogni modo, il centro delle mie letture, delle mie esperienze. Questo è stato il libro che non solo ha fatto da traghettatore tra la prima e la seconda trilogia di Biagio Cepollaro  ma ha, dunque, traghettato anche me nel mondo della poesia contemporanea italiana. Questa piccola nota non vuole avere carattere universale. Tuttavia ritengo che Lavoro da fare abbia svolto questo ruolo per molti autori della mia generazione.

Entrando, adesso, nel merito del libro, è abbastanza evidente che ci si trova davanti ad un’opera complessa, strutturata in un prologo ed otto movimenti, e che, come ha fatto già notare Vincenzo Frungillo, potrebbe essere paragonata ad una sinfonia musicale. Si tratta di un poemetto filosofico che affonda le proprie ragioni in quella tradizione sapienziale della letteratura italiana che va da Foscolo alle Lezioni di fisica di Elio Pagliarani, di certo autore di riferimento di Biagio Cepollaro.

Ciò che, inoltre, è fondamentale sottolineare è che con Lavoro da fare ci rapportiamo con un poemetto tragico, nel senso greco del termine, ovvero di una creazione letteraria che mette in scena il conflitto, allora tra il bene e il male, in Lavoro da fare tra un’ora che è il presente dell’autore, e il suo passato. Ora, del resto, l’avverbio di tempo, è usato frequentemente nel corso di tutto il poema, e spesso lo si trova in apertura anaforica delle strofe che lo compongono. L’ora è messo, dunque, in rapporto dialettico con l’allora o, piuttosto, con il prima. In una nota di Giuliano Mesa, reperibile online, oppure tra gli scritti che corredano Lavoro da fare, il poeta aveva messo in evidenza come tra queste due parti in conflitto, tra queste due parti scisse, non c’è assoluzione, “non c’è soluzione”. Quest’ultima affermazione mi parrebbe interpretabile come “non c’è soluzione di continuità”, e del resto è lo stesso Biagio Cepollaro che nel corso dell’opera sembra dimostrarcelo attraverso la tensione argomentativa che contraddistingue la sua scrittura.

La tragicità dell’opera, inoltre, è rimarcata dalla presenza costante della domanda tragica per eccellenza, quella che si ponevano gli eroi e le eroine della tragedia greca e si poneva Lenin, utilizzandola come titolo del paphlet sulla strategia che avrebbe dovuto adottare la classe operaia una volta al potere: Che fare? si chiedeva Lenin, Ti drasw, Che farò si chiedevano Antigone, Medea, Ifigenia, Giasone ed Edipo. Ciò che però distingue il Che fare tragico-storico dei sopracitati da quello di Cepollaro, è che in Lavoro da fare il quesito non è in situazione: non è posto, per dire, nelle parti introduttive dell’opera a modo di tesi con domanda retorica, ma è il punto di arrivo, la conclusione. Nel settimo movimento, infatti, Cepollaro scrive:

 

e insomma ora che fare? la scomparsa

dei racconti del mondo in una dittatura

mondiale ci lascia l’uso

solo di una parola

lunga come dura la nostra vita

 

La domanda aperta, dunque, chiude l’opera anziché attraversarla. L’opera, del resto, come ha fatto notare Italo Testa, è composta di ingiunzioni. Si ritrova costantemente la formula “ora bisogna fare”, “ora il lavoro da fare è”, delle ingiunzioni però che, benché concrete, spingono il lettore, più che ad avere una risposta di tipo manualistico, a ricercare da sé quale sia il centro della questione.  Il lavoro da fare, però, mi è parso di capire, lo troviamo già nel prologo, ed è l’ingiunzione fondamentale: calmati e scrivi.  Calmati o il cuore ti scoppierà recita, infatti, il primo verso dell’intero libro, mentre più avanti si rinviene il verso Scrivi come hai sempre fatto, che ricorda le ultime battute di Traducendo Brecht di F. Fortini, La poesia/ non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi. Mi vorrei soffermare sul “come” presente nel verso di Cepollaro perché di grande valenza letteraria, anche per comprendere più a fondo l’operazione dell’autore. Ovviamente quel “come” non ha un valore stilistico. Non significa “Continua a scrivere nello stile in cui hai sempre scritto”, anche perché, è noto che, almeno a partire da Versi nuovi, del 2004, Biagio Cepollaro ha preso linguisticamente le distanze da quello che aveva scritto in precedenza. Ha, sostanzialmente, rinunciato all’idioletto. Allora il “come” di “Scrivi come hai sempre fatto” ha la funzione di unificare l’ingiunzione di scrivere, nel presente, per il presente e per il futuro, con quello che è stato il passato: il “come” stesso funge da collante e spiega il senso dell’operazione cui tende Lavoro da fare. In questa dialettica tra presente/futuro e passato bisogna proseguire a fare ciò che si faceva, magari in modo diverso: bisogna, per l’appunto, recita un verso dell’autore “non dare requie al cadavere che addosso ci portiamo.” L’ingiunzione del libro, dunque, sembrerebbe quella di accettare il passato, l’angoscia e gli sprofondamenti della mente del sé, in quanto, cito ancora dal libro “questo dolore rancido” “puzza”, certo, ma “è roba umana comunque”. Andrea Inglese ha parlato del dato autobiografico nell’opera di Biagio Cepollaro, della vita in sé, mettendo, in effetti, in evidenza come questa esperienza personale sia trattata nella poesia di Cepollaro in modo del tutto differente rispetto ai modi ironici ed autoironici, oltre che teatralizzanti, di Sanguineti e Giudici. La vena teatrale e autoironica, del resto, viene subito negata in Lavoro da fare, tanto nel prologo quanto nelle pagine conclusive dell’opera. Se, infatti, nella prima parte si sostiene che bisogna scrivere/parlare a partire dalla propria ossessione, dal chiodo che ci fissa al muro, “altrimenti è solido teatro”, il libro si conclude asserendo che si è “stanchi dei teatrini/nostri e altrui”. Bisogna, dunque, andare avanti, procedere senza l’esibizione e accettando il passato, accettando, recita il libro, il puer. È ovvio, d’altra parte, che il puer cui si fa riferimento non è affatto un fanciullino di natura pascoliana. Si tratta, altresì, del fanciullo errante e dei suoi travisamenti, nonché del fanciullo che ha fallito, magari, e, beckettianamente continua a fallire. Accettare questo dolore, accettare il passato e i propri errori significa certo inserirsi nel solco della continuità, ma anche fondare e rifondare un qualcosa di nuovo con la coscienza della maturità, o quantomeno con la maturità raggiunta. E del resto se si è parlato di poemetto filosofico, in precedenza, e di poemetto tragico, si può anche aggiungere che si tratta di un poemetto di fondazione e di rifondazione. Qualsiasi mito di fondazione, però, deve essere intrinsecamente legato al sangue, come ci ha insegnato l’antropologia, al sacrificio. Ed è precisamente nei movimenti centrali dell’opera, nel V principalmente e, in parte, nel VI, che Lavoro da fare tematizza e mette in scena tre sacrifici ognuno con i propri significati e le proprie peculiarità: il sacrificio di Ifigenia da parte di Agamennone, il sacrificio di Cristo da parte dei cristiani e infine come ultima tappa, raggiunta con più fatica e più domande, il sacrifico nostro di qualcosa più complesso da identificare, Sapere che cosa sacrificare è già importante, recita l’autore nel V movimento infatti. Ed è però sempre la stessa ossessione: ciò che possiamo offrire, procede l’autore, sono “i nostri pericoli”, “le nostre debolezze”. Accettare e sacrificare sembrano sovrapporsi e scambiarsi il ruolo, ma questo avviene perché il sacrificio tanto di Agamennone quanto dei Cristiani, quanto, infine, di noi soggetti potrebbe essere inteso, etimologico, come rendere sacro, piuttosto che come rendersi privi di qualcosa, “mutilarsi”. Sacrificare potrebbe ancora essere considerato come rendere eterno qualcosa, ma di una eternità laica, immanente. Questa concezione di sacro potrebbe apparentarsi con le Sacre sponde foscoliane, nonché, forse più precisamente, con l’aggettivo Celeste che si ritrova continuamente nel Carme dei Sepolcri. Si tratta di una necessità di conservazione del passato nell’Hic et nunc.

Concluse le due sezioni centrali, la V e la VI, sembra che Cepollaro allenti la tensione argomentativa, e che esca “a riveder le stelle”. Gli ultimi due movimenti, del resto, vengono aperti con due versi in cui è posta al centro l’aria e la respirazione. Comincia ad apparire il cielo, si inizia a respirare e a sperare nel futuro. Due, tuttavia, sono i termini e i concetti sui quali vorrei concludere e che mi sono parsi i più significativi: amore e cielo. Innanzitutto il modo in cui Cepollaro utilizza il termine e la concezione di amore è debitrice della conclusione della Ragazza Carla di Elio Pagliarani, laddove l’autore recitava “Ma non basta comprendere per dare/ empito al volto e farsene diritto:/ non c’è  risoluzione nel conflitto/storia esistenza fuori dell’amare/ altri.” Questo amore tanto per Pagliarani quanto per Cepollaro pare ascrivibile a un sentimento per l’umano, per la natura in sé, per la vita, per il presente, per l’Hiersein. Il risultato del conflitto sta nell’amore per la roba umana che ci portiamo addosso, ma il libro sembra metterci nuovamente in crisi, specie nel momento in cui l’autore scrive “ora va composta/ la scissione.” Direi che è a dir poco emozionante l’enjambement tra il verbo e l’oggetto in questi due versi: laddove, infatti, l’autore ingiunge di “ricomporre la scissione” la scompone, nuovamente, dal punto di vista retorico. Mentre, quindi, invita ad unire, scinde stilisticamente. In effetti, così, avviene ciò che sosteneva Mesa, citando il quale ho iniziato questa presentazione, “non c’è assoluzione, né soluzione”. Anche perché, una volta ricomposta, l’autore ci indica che quello che vediamo è “un’apertura del cielo”, apertura che, mi è parso di poter interpretare, di nuovo, come una nuova frattura. Il cielo di Cepollaro, per me, non è né meraviglia né bagliore, ma un’ennesima divisione, un’ennesima lacuna. Del resto  una volta che va “composta” questa scissione, ci ritroviamo di nuovo davanti alla frattura generata dal cielo aperto. Quindi la risoluzione del conflitto, una volta ricomposta la scissione, è sempre la scissione. Del resto nel terzo movimento della sinfonia, l’autore aveva definito il “numinoso” come collocato all’angolo di una lacuna. A tale proposito mi pare utile concludere con la definizione che dava Seneca nelle Epistulae ad Lucilium di lacuna. “La parte più grande della filosofia – il ragionamento, l’argomentazione – è nelle cose occulte”, maior rationis pars in occultis est. Lo scavo in queste cose occulte e rimosse mi sembra l’azione cui ci spinge anche Lavoro a fare di Biagio Cepollaro.

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