Cepollaro alla Nona giornata

Conversazione con Vincenzo Frungillo sulla trilogia Il poema delle qualità in relazione al tema del corpo.

Introduzione di Vincenzo Frungillo

Il corpo nella trilogia Il poema delle qualità

Da più lettori  e critici degli ultimi libri di poesia di Biagio Cepollaro viene la definizione di Il poema del corpo. La trilogia Il poema delle qualità sarebbe soprattutto un poema del corpo.  Il percorso poetico di Biagio è coerente ed  è stato studiato da molti critici, interessante in particolare è il saggio di Angelo Petrella per il Verri (n.64, 2017) che mostra chiaramente le diverse tappe della sua produzione. Da una prima trilogia, De requie et natura (1985-1997), si passa attraverso una fase mediana , Versi nuovi (2004) e Lavoro da fare (2006) alla seconda trilogia, Il poema delle qualità (2008-2017) costituita da Le qualità (2012),  La curva del giorno (2014) e Al centro dell’inverno (2018). Il tema del corpo, come nota Petrella è già presente all’ inizio del percorso, ne Le parole di Eliodora (1984) che esibisce in esergo una frase di Nietzsche: “ Fu il corpo che disperò della terra che intese parlare il ventre dell’essere”. Già nel 1984 il corpo aveva la funzione di riportare la questione dell’essere dal piano metafisico a quello dell’immanenza. Questa operazione nella prima trilogia è stata realizzata attraverso il linguaggio, attraverso la creazione dell’idioletto, tra lingua inventata e dialetto, lingua del basso, viscerale, per opporsi alla lingua classica della lirica , quella orfica e per cercare strade nuove rispetto alla neoavanguardia. A tal proposito va detto che non è corretto accostare la prima trilogia alla neoavanguardia perché il recupero della lingua medioevale da Jacopone a Cavalcanti è una caratteristica specifica di Biagio e del Gruppo 93 e non del Gruppo 63. Questa fase si chiude nel 1996 e, secondo Petrella, in concomitanza con la morte di Amelia Rosselli. A partire dal 1998 vi sarà la stesura di Versi nuovi per un superamento della crisi, il cui incipit “respira respira” sembra richiamare proprio la grande poetessa. Lavoro da fare continua questa ricerca fino alla pausa che precede Le qualità che, a detta di Luigi Bosco (http://www.inrealtalapoesia.com/nuovo-discorso-sul-metodo-alcune-riflessioni-su-le-qualita-di-biagio-cepollaro-di-luigi-bosco/ ) costituiscono l’elaborazione di un trauma. Bosco dice che a questo punto Cepollaro ha bisogno di ricreare totalmente l’ambiente intorno a sé. Al centro del mondo c’è il copro ma non come poetica o portato ideologico come nel 1984 ma come “unità logica minima” (Mascitelli), nel senso che il corpo è sia soggetto che oggetto della poesia. Il soggetto che dice è lo stesso che fa esperienza, che è oggetto di esperienza, cantato e conosciuto all’interno del poema. E come se il soggetto e l’oggetto diventassero un tutt’uno. Il primo libro, Le qualità, ha unsa storia particolare. E’ statoprsentato attraverso dei dialoghi con i suoi lettori registrati in video, attualmente disponibili su youtube. In occasione della registrazione di uno di questi video avevo detto che questo libro mi faceva pensare, anche per il titolo, a Husserl e a Musil dell’Uomo senza qualità.  La risposta di Cepollaro mi chiarì l’origine di questo titolo che non è occidentale ma orientale. Le qualità vanno intese come guna, i tre aggreganti cosmici della filosofia induista. Leggendo l’indice de Le qualità è come se si assistesse ad una descrizione del corpo secondo le sue qualità o attributi: il corpo e gli incastri, il corpo e il moto, il corpo e il tempo e il corpo e il verso. Nel secondo volume, La curva del giorno è come se il corpo fosse descritto nel suo momento di relazione con l’esterno. Il prologo è “Attraversare il bosco”, richiamo al movimento, a stretto contatto con la vegetazione, l’impossibilità di districarsi, essere tutt’uno con la vegetazione. Vi è in senso etimologico qui l’elemento ecologico de Il poema delle qualità: il corpo è immediata relazione con l’esterno, impossibilità di distinguersi nettamente dall’esterno. Questa impossibilità pone in crisi l’occhio che possa oggettivare l’esterno, l’io cartesiano. Richiamando Spinoza, il corpo identifica spirito e materia. Il corpo diventa allegoria di questa immediata relazione con il mondo esterno. Questa originaria connessione con l’esterno in senso orientale si rivela essere il vuoto. Noi siamo costitutivamente in relazione e in dialogo con il vuoto. Nel terzo libro, Al centro della notte, dove il dato meteorologico si fa allegoria più universale, il corpo si mostra come ciò che illumina il buio o il vuoto che lo circonda. Il corpo illumina e sopporta, delimita il vuoto. Nel terzo libro il corpo estende il suo orizzonte fino a raggiungere la dimensione politica. Il suo prologo s’intitola Dal collasso della storia e ci dice di un corpo posto in una situazione di solitudine e in contatto con la rete, di un corpo “connesso”. Questa condizione potrebbe esprimere anche una chiusura rispetto all’apertura dei due libri precedenti. Il corpo in solitudine e connesso può essere visto come il corpo utilizzato come ganglio della rete, nel senso biopolitico dell’espressione. Il corpo ridotto a esigenze biologiche può essere oggettivato secondo le funzioni della rete. Nelle altre sezioni del libro torna una riproposta etica, soprattutto nell’ultima sezione, un’indicazione di una via di uscita dal solipsismo funzionale a una forma di controllo. Si tratta di un’opera collettiva possibile attraverso la relazione che i corpi stabiliscono tra loro. Si legge: “La dignità dell’insieme” e “manufatti di parole” da cui ripartire nel nuovo Medio Evo in cui stiamo entrando:

“il corpo ai margini del crollo d’Occidente desidera

mettere in salvo i manufatti di parole da cui un giorno

forse l’umanità potrà ripartire. così fu per l’antico

Medio Evo così è per questo nuovo: in salvo le parole

ancora potranno risuonare alla fine della prossima notte”

 

o anche:

“il corpo si protende nel primo freddo di autunno

col disagio e l’allegria del passaggio nuovo: anche lo stile

giunge alla sua saturazione e il gesto che si ripete

con la sua forma non scopre più il mondo ma conferma

un modo di dirlo e ne consolida all’infinito il senso”

 

Vi è come il passaggio dal corpo-monade al corpo-organismo, insieme sistemico di relazione, indicazione etica per uscire dal solipsismo ma “organismo” è anche il poema in sé, e quindi vi sarebbe anche un’indicazione di poetica.

Milano,16 marzo 2018 Bezzecca Lab

 


La trilogia è costituita da Le qualità, La camera verde, Roma, 2012, La curva del giorno, L’arcolaio,Forlì, 2014 e Al centro dell’inverno, L’arcolaio ,di prossima pubblicazione.

Così Angelo Petrella: “Il corpo non è la spersonalizzazione dell’io, né è la risposta sarcastica a una condizione storica: è piuttosto ciò che resta dell’individuo e del poeta, dopo un «azzeramento cartesiano» della realtà esterna e dopo una lettura fenomenologica che lo abbia spogliato degli autoinganni e delle false interpretazioni. Ma è anche l’unico tramite, non solo meramente «corporeo», per l’accesso al mondo ai fenomeni.” Da il Verri, n,64, 2017

*

il corpo ora è come se sapesse
una lingua che nessuno parla
e anche la più raffinata
espressione gli resta appiccicata
come lettera morta
muore infatti la lettera
quando non fa parola
e tutto quel dire e ridire
è comunque starsene zitti
in disparte: non è solo abitudine
che resta fuori dall’acqua
ma respiro che va e non torna

(da Le qualità, La camera verde, Roma, 2012)

*

il corpo non si pone problemi di metrica
a lui pertiene il respiro che dice ed è questo
il ritmo che non solo esprime ma anche lo fa
felice: il sapere talvolta ha questo potere
di dare al corpo vita quando gli dà coscienza
ed è qui la misura e il piacere della sua danza

(da La curva del giorno, L’arcolaio, Forlì, 2014)

*
il corpo al centro dell’inverno vede ancora più buie
le strade che portano fuori dalla città verso un’ecologia
di confine tra periferie sfigurate e il grigio negli occhi
molte vite si sbranano qui senza neanche un racconto
basta la rabbia e la tristezza basta per ogni giorno
l’abitudine e per ognuno la morte è la fine del mondo

 

(da Al centro dell’inverno, in corso si pubblicazione presso L’arcolaio, 2018)


 

Il corpo de Il poema delle qualità

La composizione della trilogia  Il poema delle qualità copre un arco di una decina di anni (2008-2017). Ma se considero le fasi precedenti che hanno portato a questa trilogia e che hanno dato vita a  Versi nuovi (1998-2001)  e Lavoro da fare (2002-2005), il tempo si raddoppia.  Si tratta di venti anni in cui ho cercato uno stile diverso rispetto a quello iperletterario della prima trilogia, diverso rispetto alle mescolanze linguistiche o di codici che ho cercato con Scribeide, Luna persciente e Fabrica

Lavoro da fare mi aveva lasciato con un compito non solo letterario ma anche esistenziale e morale: allentare la prospettiva egoica e intellettuale per considerare da una certa distanza la concretezza della mia vita, le relazioni di cui era intessuta, il contesto anche storico in cui si spendeva e di farlo soprattutto a partire dal qui e ora.

Quando ho iniziato il primo libro della Trilogia, Le qualità (2008-2011), ben presto è apparso questo protagonista, il corpo,  che si ripeterà sempre all’inizio di ogni poesia come soggetto enunciante e contemporaneamente come oggetto. Una certa condizione meditativa mi aveva permesso, nell’atto di scrittura, di provare a pormi ad una certa distanza dall’ordinario  rumore che nella mente  producono pensieri e immagini per poter concentrarmi sulle percezioni di questo corpo in relazione con il mondo circostante.

Non era solo un nuovo inizio per la mia scrittura, era anche un nuovo inizio per la mia vita, una sorta di doppio grado zero da cui ripartire. Il corpo che provavo a dire in poesia era sia sensazione, passione che pensiero, sia percezione che azione, era sia dentro che fuori ma sempre collocato in una determinata situazione e condizione. Ho detto allora della sua paura, del suo sentirsi minacciato come del suo amore per la luce e per la vita quotidiana  spesso vissuta come miracolosa.

Questo corpo a suo modo ha cantato le lodi di ciò che lo tiene in vita ogni giorno, non dando nulla per scontato e provando a sentirsi inserito in un contesto non solo urbano ma anche di civiltà, di specie e cosmico. Il sentimento della gratitudine di “essere stato invitato al banchetto” come si esprimeva Lavoro da fare, qui presiede perfino all’esplorazione del sentimento dell’odio che per quanto sia negativo è pur sempre un sentimento o una secrezione del corpo, se si vuole.

Ma è soprattutto con La curva del giorno (2011-2014) che ho esplorato poeticamente la condizione felice come passione , anche erotica, per l’immanenza e alacrità del vuoto. Si trattava di cercare una misura per il corpo e  per la sua impermanenza, trovare un modo per vivere dentro la condizione che ci tocca senza distrazione, senza spreco di tempo, intensamente. Questa prospettiva del corpo mi appariva come una concreta resistenza alle ideologie e alle propagande del sistema della comunicazione sociale.

Con  Al centro dell’inverno (2013-2017) ho sentito la storia collettiva irrompere con più forza, per il suo collasso. Il corpo non è il corpo naturale che sarebbe astrazione, il corpo è quello concreto, è il corpo continuamente connesso in rete e anestetizzato dalla compulsività del comunicare .

In questo ultimo libro ho avvertito più che altrove l’eccezionalità delle condizioni di equilibrio e la facilità con cui l’esser presenti può essere negato dal torpore, dal conflitto e dal trauma, situazioni negative non sempre legate alle singole persone ma spesso derivanti dal degrado della vita civile e culturale di questi anni. Ecco perché alla minaccia costante di opacità per le esistenze individuali fa da cornice come un venire meno della speranza collettiva nella fortuna dell’Occidente che a me appare sempre più indirizzato verso un nuovo e tecnologico Medioevo.

Se Lavoro da fare era realizzato con una lingua del monologo teatrale, dell’oratoria pensosa non priva di pathos, la trilogia Il poema delle qualità sembra giungere per abbassamento retorico a una sorta di  grado zero come modo dell’immanenza: lontano dalle retoriche dell’io psicologico-romantico e lontano dalla retorica impersonale dell’operatore di scrittura, dalla scrittura “oggettiva”. Oltre i modi sia della poesia orfica e simbolista, sia della poesia “sperimentale” della post-avanguardia o postmoderna, della mia stessa poesia della prima trilogia coeva ai lavori del Gruppo 93.

Chi scrive poesia non è più lo Scriba, protagonista della prima trilogia, versione ormai priva di aura dello scrittore nel mondo dell’estetizzazione diffusa,  ma il  Corpo, non un individuo ma un singolo alla ricerca di nuove prospettive per dare un senso alla sua vita e alla scrittura stessa.

 


 

Appunti di lavoro   sulla trilogia Il poema delle qualità per Vincenzo Frungillo

Da Le qualità (2012) a La curva del giorno (2014), ad Al centro dell’inverno (2018) un cammino dal “corpo e gli incastri”, come recita la prima sezione del primo libro a “Ai margini della speranza d’Occidente”, ultima sezione dell’ultimo libro.

Un itinerario dalla condizione di un singolo corpo, inteso spinozianamente come unità di pensiero e materia, materia animata, attraversato e plasmato dalle situazioni, alla condizione della speranza -o della sua fine- nel mondo occidentale.

Il grado zero come modo dell’immanenza: lontano dalle retoriche dell’io psicologico-romantico e lontano dalla retorica dell’operatore di scrittura, dalla scrittura “oggettiva”. Oltre i modi sia della poesia neoromantica e simbolista , sia della poesia “sperimentale” della post-avanguardia o postmoderna. Dallo Scriba, protagonista della prima trilogia al Corpo, protagonista de Il poema delle qualità.

I.

Ne Le qualità (2008-2011) il corpo come allegoria di immanenza e crocevia di relazioni non connotate psicologicamente, si presenta come “segnato da incastri”, traduzione meccanica del volto segnato dalla sofferenza di cui scrisse all’inizio Cavalcanti. Il corpo nello spazio e nel tempo, il corpo alle prese con la scrittura.

Il sentimento è sostanza che il corpo secerne, sia come odio sia come gentilezza. Liberazione dal pathos (pag.43). Questo corpo si presenta come minacciato nel suo essere (pag.64), si nega alla fusione (pag.67), in cerca di una misura (pag73), affidato ad una risonanza vitale, una vibrazione (pag.73).

Il corpo nella prospettiva del tempo è soprattutto precarietà, l’immanenza è consapevolezza dell’impermanenza. pag. 90,93. L’oblio permette la vita (pag.96)

Il corpo nel tempo si è incarnato attraverso le dimensioni del biologico dell’economico e dell’ideologico pag.97

Il corpo animato è il soggetto enunciante che al mondo sta pag.101.

La poesia “contiene”, sia in senso cognitivo che emotivo, l’acuta emergenza del corpo nel suo presente, tra gli altri corpi nel mondo pag.107

II.

Con La curva del giorno (2011-2014) questo corpo enunciante, definiti i confini della sua immanenza, al di là delle retoriche del sentimento, dell’economia e della cultura, definito il suo grado zero di scrittura, permette le mescolanze e dice il suo attraversamento del bosco.

Gli incastri non saranno più meccanici ma liquidi, vitali, attivi. Nella luce dell’immanenza il corpo dice la sua condizione felice, precaria e finita, a dispetto della mitologia del pensiero unico circolante nella comunicazione globale.

L’immanenza è precarietà costitutiva e radicale impermanenza.

Il corpo vive per questo nell’ansia e nella paura che rendono più intenso il miracolo della condizione felice. Anche il comprendere è precario pag 35.

La conoscenza biologica del corpo  riguarda soprattutto la luce  (pag.48) che collega al cosmo, la terra sotto i piedi pag.49, 58,59,66 101 e 115.

L’intensificazione del vivo pag. 64 insieme all’eliminazione dalla scrittura di ogni traccia di enfasi, verso il grado zero: questa è la presenza viva alle situazioni pag 65.

Il pensiero è godere la luce nella consapevolezza di questo grado zero dell’esistere, sapere è questo sapore pag68.

La curva del giorno è la misura del corpo, la sua cosmicità pag69.

Il corpo come immanenza è resistenza ai poteri e alle loro ideologie pag 71

Il corpo non gioca con le parole  ma tende al piacere di dimenticare sé nell’immagine e nel suono che è il senso della parola poetica pag 73

Con l’Alacrità del vuoto si perfezione la luce dell’immanenza , la scoperta del vuoto non è nichilismo ma passione della finitezza (Camus), pag 78,79

“la meta condivisa è quel pieno che ti svuota” pag 81

Consapevolezza che i pirati organizzano per sé gli stati nella sfera pubblica pag 83

Il corpo è accumulo e dispersione pag 87 mentre l’esperienza è trauma pag 90

Memoria e tradizione sono miracoli pag 98 ,102

L’alacrità del vuoto è un fare  alacre e senza tensione pag 194

La luce a cui il corpo è legato. Ancor più della trama, le intensificazioni vitali sono da ricordare pag.115

Il corpo esprime un sapere che è vitalità consapevole, la scrittura è respiro e ritmo e coinvolge il corpo nella sua danza pag 117

III.

Con Al centro dell’inverno (2013-2017) già dal  titolo del prologo la cornice è la storia: Dal collasso della storia, mentre il prologo della La curva del giorno era Attraversare il bosco e de Le qualità era L’intuizione del propizio.

Nel prologo si dice della condizione del corpo connesso tra virtualità e realtà, corpo terminale di messaggi.

La sezione Tra i due lembi della notte continua la condizione felice dell’immanenza de La curva del giorno, anche se sullo sfondo di un mondo in cui la partita “è persa”.

La condizione felice è ancora poter  dissipare i confini nell’ alacrità del vuoto.

Con Umido e luce appare il freddo e il male della storia che preme.

Momenti di disgregazione interna pag 74,106. La sovranità del corpo è insieme alla sua precarietà pag 78 La fine dell’Occidente possibile per disuguaglianze e oligarchie pag 80. La condizione felice o pace inquieta nel tempo del crollo d’Occidente pag 92

Il dire poetico è significare il  mondo non descriverlo o raccontarlo che ‘il senso si dice e si misura nell’ascolto di chi resta” pag 93.

I molti cantori oggi producono silenzio pag94

Si tratta di raccogliere manufatti di parole per il prossimo Medioevo, pag 100, 107,113.

La rivolta sarebbe un prodigio 102,

L’Occidente è uno stagno 105

E’ stagion di doler tanto (Guittone d’Arezzo) 109.

Tempo non è storia ma tensione e intensità dell’ora 112

Sullo sfondo il nero, il dire è sogno di ritmo, piacere e presenza, di poco fare un mondo attraverso la forma dell’arte, fare del giorno cielo. (senso e speranza per l’umano) pag 115

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