Intervento di Vincenzo Frungillo.

Il mio incontro con l’opera di Biagio Cepollaro è avvenuto attraverso la lettura di Versi nuovi (1998-2001), uscito da Oedipus nel 2004, e che ritengo uno dei libri di poesia più importanti pubblicati in Italia dopo gli anni zero. Lavoro da fare (2002-2005)  che si presenta stasera  nell’edizione cartacea della Dot.com Press si può considerare una sorta di continuazione di Versi nuovi. Si tratta del libro che chiude la parte centrale, la parte di mezzo dell’opera complessiva di Biagio Cepollaro che si può dividere in tre parti: una prima trilogia che va sotto il nome di De requie et natura (Scribeide e Luna persciente usciti nel 1993 e Fabrica, uscita nel 2002). Poi ci sono i due libri di mezzo: Versi nuovi e Lavoro da fare e successivamente l’ultima trilogia, quella più recente che è ancora in lavorazione, essendo usciti i primi due libri, Le qualità nel 2012 e La curva del giorno nel 2014 mentre Al centro dell’inverno è ancora inedito. Già  in Lavoro da fare che è apparso nel 2006 come e book prima di essere oggi stampato su carta, Biagio cominciava a scrivere in modo differente rispetto ai primi due libri della prima trilogia, cambiavano lingua e strategia retoriche rispetto al suo debutto poetico. I primi due libri mettevano insieme l’idioletto, una sorta di combinazione di dialetto reiventato e neologismi. Qui vi era un’allusione a Jacopone da Todi , in particolare nei primi due libri. Ma già nel terzo libro, in Fabrica, vi è un cambiamento: la lingua diventa più piana, diventa anche più leggibile sulla carta, più leggibile anche per chi non avesse voluto confrontarsi con l’idioletto, lingua più strutturata e articolata, difficile da seguire soprattutto per chi non di origini napoletane o centro-meridionali. Con Fabrica fa la sua apparizione la lingua-oggetto  (Andrea Inglese) questa è la lingua che torna e resta nei due libri successivi: in Versi nuovi e Lavoro da fare di cui parliamo stasera. Lavoro da fare, scritto intorno ai quarant’anni, è un libro importante non solo perché occupa un posto centrale all’interno della produzione di Biagio ma anche perché, secondo me, è un vertice teorico-poetico pari a Versi nuovi e che andrebbe studiato in modo molto approfondito. Il libro si compone di un prologo e di otto parti o movimenti nel senso musicale. E’ un libro sia teatrale , come sostiene l’autore, che musicale. Vi è nel libro un riferimento esplicito a Bach e al far versi come suonando uno strumento, un violoncello, un raccogliere le note raccogliendo con esse lo spazio che ci circonda. Modo sommesso, musica da camera. Otto movimenti di una musica da camera per uno strumento solo che è la voce dell’autore. La novità è che mentre nei libri iniziali i testi erano molto strutturati dal punto di vista linguistico, attraverso l’idioletto e l’allusione alla lingua medioevale di Jacopone da Todi vi era anche un elemento polistrumentale, per così dire, adesso si va a fare musica per uno strumento solo, per una voce sola. A riprova di ciò vi è il prologo del libro che consiste in una riflessione che un uomo fa da solo di fronte a se stesso. Il prologo è l’unica parte del libro in cui l’autore parla a se stesso usando la parola “io”, per gli altri otto movimento vale l’impiego della lingua “oggettiva”, la visione oggettiva delle cose. Le cose vengono dette ma non si capisce il punto di vista da cui vengono ritratte, si tratta dell’autore  ma non di un “io”. Alla fine della prima parte del prologo si legge:

non è colpa di nessuno se la voce

che ti dai è la sola che in piedi ti tiene

Si tratta di una sorta di paradosso logico: la voce non te la dai tu, ma ti viene data, affidata. Alla fine del prologo si legge anche:

ognuno parla davvero

se lo fa

dal chiodo

che un bel giorno

l’ha fissato

la voce che dici è una voce che ti attraversa: tu sei fissato ad un chiodo, la voce ti fissa, e qui vi sono già implicazioni filosofiche. L’autore dice che pur parlando di sé nel prologo in realtà non è uno, noi non siamo uno. Il poeta, chi usa la voce. in realtà è sempre a partire da due, perché sempre attraversato da qualcosa. Con la scarnificazione della voce, della parola e della lingua, tutti gli strumenti retorici che venivano usati in precedenza vengono annullati , le “armi dell’intelligenza” vengono annullate, la voce resta di fronte a se stessa come un basso continuo (Ida Travi), si scopre allora che non si è soli ma si è attraversati da qualcosa. Siamo nelle secche dei quarant’anni gli strumenti le armi dell’intelligenza non ci sono più, vi è una crisi esistenziale anche e scopriamo che la voce che ci tiene in realtà non è nostra, ma è la voce che ci attraversa. Scopriamo a questo punto un elemento sacrale o addirittura religioso, religo, connessione con qualcosa che ci supera. All’altezza del quinto movimento, della quinta parte del libro, l’autore comincia a fare delle citazioni importanti: Agamennone, la cultura greca, Omero ed Euripide. In particolare cita l’episodio di Agamennone che in mancanza di vento non può partire con le sue navi, il tempo si è fermato, siamo nelle secche della storia, Agamennone è costretto a fare un sacrificio perché possa tornare il vento e le navi possano partire verso Troia. Il sacrificio che fa Agamennone è della figlia Ifigenia. L’autore , nella crisi dei quarant’anni, si dice che la lingua è stata da lui denudata, che si sente esposto agli eventi e alle cose e si chiede cosa ha ora da sacrificare. Nel quinto movimento viene detto che ciò che resta da sacrificare è la lingua stessa, la lingua-oggetto. Ritorna la lingua completamente disarticolata dall’Io. La lingua della poesia ora è lo spazio di fronte a me, uno spazio che io posso vedere nella sua semplicità. E infatti nella V parte  dei versi dicono:

perché navi partissero

bisognava fare sacrificio

di ciò che per anni ci era cresciuto

accanto

è strano come parti

di noi malate si fanno per noi

oggetti

sacri d’amore

Al di là di riferimenti autobiografici, a mio avviso, gli oggetti sacri d’amore sono anche le parole. La poesia in questa parte centrale del libro, è lo spazio sacrificale, lo spazio sacro. Lo spazio disposto all’accoglienza . Per i greci accoglienza del divino, per l’autore si tratta di altro perché non vi è trascendenza o metafisica. A questo punto, dopo aver nominato la vicenda di Agamennone, compaiono i protocristiani, nudi, indifesi senza strumenti per difendersi dai romani. Costoro pregano il loro Signore, implorano la salvezza, ancora una volta nudi nell’accoglienza. L’unica cosa che ci resta è essere esposti ed accolti, come era l’Io all’inizio del Prologo (nel testo vi sono precisi riferimenti a mani “a conca”, a spazi accoglienti). Dunque sostanzialmente  si dice l’aperto, lo stare sulla soglia, spesso citata ma non alla Celan, qui non vi è nulla di metafisico. Bisogna stare aperti. Dunque il sacro, il mistico come entrano nella poesia di Cepollaro? Non hanno il ruolo che tradizionalmente rivestono nella poesia sapienziale o nelle religioni tradizionali, anche per il suo sguardo alle filosofie orientali. Queste dimensioni entrano in un altro modo nella sua opera perché  il suo essere giunto alla scarnificazione della lingua, all’essere esposto, non lo fa diventare per questo “puro spirito”, come accade spesso nel percorso dei mistici. Quando l’autore realizza questa spoliazione della lingua ciò che lo richiama è invece la natura. L’aver gettato via l’artificio retorico e simbolico dei primi libri vuol dire disporsi al richiamo dell’amore che si rivela come natura. Lo spazio sacro è lo spazio della natura che compie il suo richiamo. E’ lo spazio della condivisione. Dal momento che lo spazio naturale, come viene detto nei versi, è lo spazio che ci “tiene” insieme. Questo tenerci “insieme” avviene indipendentemente da noi, e sostanzialmente indipendentemente dall’Io. L’uomo ridotto a scimmia, alla sua essenza, a pura e nuda vita non vede la fine. Ad un certo punto viene richiamato all’amore. Ed è qui che si colloca il sacro . E quindi il tema della condivisione. A pag 38 si legge:

e dunque la scimmia che scivola

all’indietro

è comunque mossa

in avanti

quindi non si muove da sola ma è mossa qualche altra cosa, non è la scimmia che decide. E poi :

è tutta presa

senza peso

dal suo andare

«perché -il tale diceva-

cosa vuoi realizzare

che ne valga la pena

davvero

cosa, se non l’amore?»

e lo diceva

duro

come uno che non ha voglia

di perdere tempo

ecco eccolo qui

il numinoso

 

Numinoso è il carattere, l’essenza del sacro, luce diffusa. Si tratta di giungere alle soglie dell’origine, vedere lo spazio originario,  lo spazio naturale che tutti ci contiene al di là della nostra volontà, al di là del nostro Io e poi ricominciare, stando nello spazio con la luce che ci portiamo addosso, che è la luce del numinoso. E’ così che riusciamo a dare un senso alle cose, a dare un senso alla vita, perché il senso non siamo più noi a volerlo dare ma è proprio il senso che già ci contiene, perché senso “lo siamo già”. Tale scoperta è stata possibile dal percorso compiuto: abbiamo fatto un lavoro di denudamento e di spoliazione della lingua, abbiamo spogliato l’Io e abbiamo realizzato ciò che un filosofo importante chiama “la svolta” . Siamo tornati indietro. Tant’è che il libro si chiude con un altro monologo recitante dove compaiono le parole “aperto” e “stare sulla soglia”, e “la porta”. Nelle opere successive, nei libri che verranno scritti dopo Lavoro da fare, e cioè Le qualità e La curva del giorno e Al centro dell’inverno, lo spazio scoperto qui, lo spazio condiviso, viene trattenuto e curato. Cepollaro con le sue lasse poetiche che andranno a costituire questi libri avrà cura di questo spazio sacrale che viene rivelato proprio in questi due libri centrali, Versi nuovi e soprattutto in Lavoro da fare, dove questi temi vengono esplicitati. In questa nuova trilogia, Il poema delle qualità, l’autore ha cura dello spazio scoperto. E quando la parola “corpo” apre ogni lassa del poema, non sta per “il mio corpo”, ma come bene diceva Giorgio Mascitelli, sta come parte per il tutto. Il corpo allora è corpo fisico, corpo sacro, corpo individuale. Il corpo è quel centro (si può anche chiamare Io) che è forma di accoglienza, perché il corpo per definizione accoglie, come Epicuro ci ha insegnato.

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