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Da sinstra: Giorgio Mascitelli, Giulia Niccolai, Biagio Cepollaro, Italo Testa

[Qui di seguito la trascrizione dell’intervento di Giulia Niccolai nell’ambito della presentazione alla libreria popolare di via Tadino a Milano il giorno 24 marzo 2017. Gli altri relatori erano Giorgio Mascitelli e Italo Testa. Lavoro da fare, Dot.com Press, Milano 2017. Per info:info@dotcompress.it]

Biagio e io abbiamo delle conoscenze  e dei lavori in comune per quanto riguarda l’Oriente, inoltre  Biagio scrive: “ non si può vivere al di fuori della scrittura”. Un’altra persona che scrive qualcosa di simile è Piera Oppezzo per la quale: “ scrivere è togliere dall’indistinto”. Alla nostra età ci rendiamo conto che scrivere è stata una terapia, una cosa importantissima in rapporto alla nostra stessa coscienza. Pensarlo, mi ha fatto venire in mente ciò che per anni non ero riuscita a capire. Ho avuto la fortuna di conoscere Flaiano che diceva, così come ha anche scritto: “ la vita o la si vive o la si scrive”. Non capivo questa affermazione da parte sua, finchè non ho letto bianco  è l’istante di Angelo Lumelli: “ Sono stati uomini durante l’ultima guerra, i padri di una generazione, la mia, vissuta di linguaggio fino all’incoscienza”. Lì ho capito il problema. Lumelli è del 1943, i primi testi di psicoanalisi risalgono all’inizio del 900 , ma la vera divulgazione del fenomeno in senso mondiale (per lo meno dell’Occidente), è avvenuta dopo la seconda guerra mondiale. Sia Lumelli che io che Oppezzo siamo cresciuti  in una generazione che per una serie di ragioni del subconscio collettivo, della paura dei fatti avvenuti (le bombe atomiche, i milioni e milioni di morti), Marx e il comunismo, e la stata costretta a prendere coscienza, a impostare la propria mente all’obbligo  di “voler capire” e di conseguenza “scegliere”; mentre per Flaiano che era del 1910, restava la nostalgia di una vita dove  si viveva forse più “alla giornata”, pensando comunque più alla propria vita familiare che non ai nostri diritti, ai grandi poteri che controllano il mondo.  Quando  me ne sono accorta, il fenomeno mi è parso della massima importanza. Questo spiega come per noi la scrittura sia stata un diario di bordo di tutta l’esistenza, un “togliere dall’indistinto” per individuare i sintomi  dei soprusi, in poche parole, per prendere coscienza.  Ne è prova è la scrittura di Biagio che ha trattato in poesia argomenti validi e veri per noi tutti. Nel riguardare un suo libro [Le parole di Eliodora, 1984] ho ritrovato con grande sorpresa e gratitudine  certi modi di pensare della nostra mente, unici, di quando è innamorata. La poesia di Biagio non è solo capire,  è mostrarci quello che sentiamo, che lui ha già sentito e notato in se. Si tratta di un discorso profondo fatto con grande levità e anche divertimento per la propria consapevolezza. In seguito dirò del suo libro dove mescola il dialetto napoletano alla lingua di Jacopone da Todi [Scribeide,1993] riuscendo a  creare un grammelot  di allusioni, allegria e contorsioni , grazie a delle sonorità teatrali e allusive . La sua scrittura ha tutte queste possibili sfaccettature. Il Lavoro da fare  è un saggio di tutto quello che siamo stati prima dei 50 anni, perché l’ha scritto quando ne aveva 46 circa, e  i 50 anni sono, per quasi tutti noi,  una sorta di giro di boa molto duro e difficile. E’ un piacere leggere le confessioni altrui in questo senso, perché le riconosciamo perfettamente, e proviamo un liberatorio senso di complicità. Ma  prima di iniziare a parlare di Lavoro da fare vorrei citare due brevissime poesie da Le parole di Eliodora, scritto quando Biagio era poco più che ventenne.

Da Le parole di Eliodora, Forum, Forlì 1984:

 

chiuso lo sportello

(ultimi

i capelli a sparire)

eliodora fece larghe

le strade

 

L’idea che questa ragazza prenda il treno e che lui noti che i capelli siano l’ultima cosa a sparire.. Ecco questa è una cosa che succede solo quando si è molto innamorati…

E ancora:

da una parte mi segue

eliodora

più magra

(più sottili le anche

dallo specchio retro

visore

le braccia non hanno più

mani

eliodora è davanti

(di schiena alla penna

 

Biagio è lì a scrivere e vede lei di schiena alla penna… vuol dire che lei è sempre presente e che lui la vede sempre, nelle situazioni più impensabili e irreali…Mi sono ritrovata anch’io ventenne, innamorata… Mi pare straordinario. Questa è la grande capacità di Biagio.

 

Da Scribeide, Piero Manni, Lecce 1993:

 

stravolto il vecio

intra ed esce

como bimbo o tinège

schianta limbo

del metrò de schege e

spira d’in su l’occhio

la chiassosa

forescenza de lumi

e de scudi logi

 

vedi como sono rinchiusi i vetri

como il tempo rifugga la sustanza

e la bruta forza grandiosa avanza

 

E’ chiaro che il Lavoro da fare riguarda i ricordi del nostro egocentrismo, soprattutto quello di un poeta e di un artista. Invecchiando non possiamo fare a ameno di riconoscerlo. E vi è il proponimento di cambiare, ampliando un nostro spazio interiore, fino ad arrivare a scegliere il bene, la positività. Questo concetto di scegliere il bene oggi è imbarazzante per il “buonismo” a cui allude. “Buonismo”, termine cinico e agghiacciante, come  se ci si dovesse  vergognare di non essere “figli di…”. Vediamo di farlo in maniera realistica. C’è in Lavoro da fare un prologo molto drammatico:

 

Da Lavoro da fare (2002-2005), Dot.com Press, Milano 2017:

 

calmati o il cuore ti scoppierà e non è metafora

poetica ma proprio sordo tonfo d’organo

risposta che travalica

domanda e nel vuoto degli occhi

si schianta

ora scrivi come hai sempre fatto

e non scherzare più col fuoco

della vita

o in una di queste mattine la piccola

storia sgangherata e sempre

pronta a rimangiarsi il cielo

finirà tra lo strepito del condominio

non come si chiude un volo

ma come un colpo di tosse

 

Ecco: c’è sempre questa onestà, questi dettagli di una verità  che ci portano all’immedesimazione con quanto viene scritto. A pag. 7  si parla della nostra mente che continua a pensare, la nostra mente sempre in movimento. Quando si comincia a fare meditazione, questo è uno degli aspetti più fastidiosi, più imbarazzanti dei quali si prende coscienza. Naturalmente uno ci mette anni e anni per liberarsene però è possibile, fattibile e dà grandi risultati.

 

Da Lavoro da fare, pag.15:

(…)

così non guardavo in alto ma a mezza altezza

che la mente è larga larga di cose

che fanno a pugni e uno

ci deve mettere prima

o poi la pace

e ci entra tutto ma davvero tutto

e sono tanti i vicini

che ascoltano

senza approvare

e tanti i vicini

che chiamiamo perché ascoltino

(o che credono di ascoltare

o, che è lo stesso, che noi crediamo

che ascoltino: se si può solo

riconoscere è per continui

travisamenti. come in sogno,

appunto)

e allora abbiamo detto all’anima di farsi avanti

che noi poi ci facciamo

un bel lavoro

si, ci son cose che lei preferisce

non pensare

così come ci son cose

che noi preferiamo non sentire:

ma è dalla sua acqua che il fiume s’ingrossa

e si sa che l’acqua

è segno di pericolo (pericolo

di chi si trasforma: dunque l’acqua

è dappertutto…)

 

Sentendo la voce di Biagio che legge, riesco a sentire la forza maggiore che hanno per me i suoi versi, perché li fa risuonare come una doppia verità, sottolineando la forza della scrittura stessa. A pag. 12 incontriamo il concetto che “noi abbiamo visto e sentito abbastanza”. Come se una nostra curiosità insaziabile del passato si dimostrasse vana, perché si potrebbe andare avanti all’infinito e invece non è lì la salvezza, non è lì il modo di uscire dalla sofferenza o dal disagio, o dall’insoddisfazione:

 

e allora cosa diremo?

che siamo a posto

per cominciare il viaggio

(o finirlo, che è la stessa

cosa) o che dell’umano

noi

nel tempo che ci è stato

dato

abbiam visto e sentito

abbastanza

che quel che è venuto

fuori

non è gran cosa

ma che è già tanto

perché la vita è più grande

di noi

perché lo spazio

e il tempo

sono infinitamente più grandi

di noi

e noi che non potemmo essere

uomini di fede

fummo costretti ad inventarci

qualcosa

che alla fede somigliava

un disperato e impossibile

amore per le altre

creature

 

C’è un discorso sulla fede che fa capire che c’è uno spazio più reale del nostro (pag.20):

 

certo, noi fummo ragionevoli

e non insistemmo più di tanto

ci tenemmo per noi

con l’alibi dell’arte

quest’eccedenza

di psiche –provammo

terrorizzati anche ad esorcizzarla

facendone bieco

commercio-

ma quella folla è infinitamente

più grande di noi

e oggi

nel meriggio della vita

siamo costretti ad ascoltarla

perché il bene non si dà

come intenzione buona

ma come una pura

possibilità di questa sofferenza

e di questa

agnizione

 

Il bene non si dà come intenzione, è detto così perché le cose sono tali che ci si vergogna ad avere una buona intenzione. A tal proposito racconterò una storiella. Non avevo mai pensato all’eternità fino al 1990. Per me era un concetto talmente distante che non avevo nemmeno cercato la parola sul dizionario, senonché Giorgio Manganelli aveva scritto due lettere a sua cognata Angela, dopo la morte di suo fratello Renzo che vennero pubblicate da Adelphi per gli amici. In una di queste lettere lui scrive alla cognata: “guarda che l’eternità non è un tempo smisurato che non finisce mai: l’eternità è assenza di tempo”. Io rimasi sbalordita non tanto per il concetto di assenza di tempo ma per il fatto che Manganelli lo dicesse con tanta naturalezza in un momento tale, alla cognata amata e in occasione della morte del fratello amato. Manganelli, per il quale provo grande rispetto  – pensai – non può aver detto questa cosa per sentito dire. Lo deve sapere di suo, in prima persona. Così mi rimisi a leggere tutti i suoi libri cercando altri segni che mi confermassero che l’eternità la conoscesse sul serio. A pag. 16 de Dall’inferno, edizioni Rizzoli del 1985, perfetto ed elegante dice: “ eternità: essere vicini, vicinissimi”. E poi lo ritrovo nel Cubo, dove scrive: “Penso al futuro, mia dimora, come un gigantesco cubo mentale e tale lo definisco perché non ne scorgo il profilo e ne ignoro le dimensioni ma non posso non pensare che in quello spazio stia tutto e non solo il tutto quale oggi lo concepite ma tutti e il tutto del possibile. In Laboriose inezie che raccoglie un centinaio di scritti dedicati a grandi autori ho sempre avuto l’impressione che lui fosse riuscito ad andare talmente all’interno della mente di chi aveva  a suo tempo scritto il libro come se lui avesse potuto intervistarli.  Cosa possibile nell’eternità perché c’è tutto.  Coglie l’essenza di chiunque voglia. Per parlare dell’eternità citerei un grandissimo sacerdote per metà spagnolo e per meta indiano, vissuto quasi per tutta la vita in India, ha commentato i Veda per insegnare l’Oriente agli occidentali. Lui dice:” Una forma sottile di dicotomia e forse una delle più nocive consiste nel conferire all’atemporale alcune caratteristiche della temporalità. Per esempio nell’immaginare che la vita eterna venga dopo questa vita temporale, o che sia oltre ,dietro o qualunque altra parola spaziale o temporale possiamo usare per avvicinare ciò che per definizione trascende sia spazio che tempo. Per accedervi non è necessario il movimento dinamico della nostra mente o la spinta in avanti della nostra volontà ma quiete statica, il riposo di tutto il nostro essere dentro le nostre più intime profondità. Ottenere la libertà significa  divenire immortali, liberi dagli artigli del tempo perché finché si è legati al tempo non si è realmente liberi”. Di questo possiamo essere convinti. Allora cosa vuol dire questo discorso che sto facendo ? In effetti arrivare all’eternità attraverso un lungo esercizio di meditazione, che in tibetano vuol dire letteralmente “fare esperienza”, permette, ma non si sa dopo quanto tempo, se si tratti di una vita o di più vite, permette, ad un certo punto, ad un discepolo di raggiungere quello spazio. Una volta raggiunto quello spazio ci si rende conto che non vi è più odio , vi è solo gratitudine. Se noi qua cerchiamo di essere buoni, lo facciamo per eliminare le nostre pulsioni più immediate di collera, di desiderio, di antipatia etc etc, lo facciamo per assomigliare il più possibile a quello che dobbiamo essere se siamo salvi alla fine di questa vita, cioè se ci troviamo in quell’eternità, proviamo gratitudine. Solo gratitudine. Siamo interdipendenti con tutti gli altri esseri ed essendo interdipendenti non abbiamo emozioni negative nei loro riguardi. Siamo la stessa cosa. Questa esperienza è il caso di farla. Perché hai la prova, vai là e stai benissimo. Magari torni indietro per dare una mano agli altri ma il farlo qua serve a farti assomigliare il più possibile a quello che dovrai essere là.

 

 

perché il bene non si dà

come intenzione buona

ma come una pura

possibilità

 

Questa del bene è una possibilità, la possibilità migliore, sta a noi se realizzarla o no. Questo è quanto. Ma si è arrivati a tal punto di distruzione globale che non mi pare ci siano altre vie di uscita su questa terra…

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