Adesso che è imminente l’uscita di Lavoro da fare in cartaceo, alla vigilia dell’inaugurazione della rassegna dedicata a Giuliano Mesa, Tu se sai dire dillo V edizione, pubblico come anticipazione una parte dell’appendice del libro che riguarda la nota critica di Giuliano e lo scambio di mail che avemmo tra il 2005 e il  2006 intorno al libro.

Una nota di Giuliano Mesa e uno scambio di mail

In Lavoro da fare, nel testo di prologo, si legge: “quello / che non ti fu dato all’inizio / non cesserà mai di mancare”. Associando frammenti di memoria culturale, si pensa sùbito ai Four Quartets di Eliot (East Coker I, “In my beginning is my end”) e all’Eraclito da Eliot richiamato e posto in esergo (“hodòs áno káto mía kaì houté”, “strada all’in su e all’in giù una sola e medesima”: fr. B60 Diels-Kranz, A 33 Colli). E vi si pensa anche perché, pochi versi prima di quelli appena citati, Cepollaro ci offre un’ulteriore variante del distico conclusivo, ormai divenuto formulare, di The Hollow Men (“This is the way the world ends / Not with a bang but a whimper”), scrivendo: “e non scherzare più col fuoco / della vita / o in una di queste mattine la piccola / storia sgangherata e sempre / pronta a rimangiarsi il cielo / finirà tra lo strepito del condominio / non come si chiude un volo / ma come un colpo di tosse”.
Ancor più dei Versi nuovi, questo è un libro “di meditazione e di preghiera”, e potrebbe sembrare irriguardoso soffermarsi sui riferimenti culturali. Potrebbe non esserlo ricordando che il “lavoro da fare” “non è lavoro / da fare da soli”. E’ anche, dunque, “lavoro fatto”, nel corso dei millenni. E il legame con questa tradizione di lavoro è lo stesso Cepollaro a ribadirlo, ribadendo, nella V sezione, la memoria di Ifigenia e Agamennone.Che cosa “suoniamo”, “con corde rimediate / tra le rovine della storia”? A questa implicita domanda, nella sezione II, sembrano rispondere alcuni versi della sezione V: “è questo suono acuto / e grave, limpido e / rauco / pieno e gracidante / questo suono ora / è dentro / al cerchio / di noi che non siamo / già più noi finalmente”. E il percorso, anche il percorso del libro, conduce alla “Porta / del ritorno e della restituzione”, ritorno al mai stato e restituzione del mai avuto. “tu vai incontro / all’origine / invecchiando / e ciò che col tempo / hai imparato / è stato solo parafrasi / di versi / all’origine ascoltati” (III). Si “suonano” parafrasi di versi, di suoni, ascoltati all’origine, ma quell’origine è una memoria immemorabile, sempre mancante, “non data all’inizio”. Quell’ascolto, se fosse davvero accaduto, avrebbe dovuto consentire la mimesi, non soltanto la parafrasi. Quel suono onnicomprensivo, onnisonante, risuona dentro il cerchio che congiunge la fine e l’inizio, la strada che scende e quella che sale – il cerchio dentro cui si può giungere e stare, soltanto, finalmente, non essendo “più noi”. Così, il lavoro di Cepollaro sembra un lavoro a de-formare, a slegare suono e senso per non de-legare più alle forme una nominazione potenziale impossibile, che nel darsi come potenziale può allontanare dalla consapevolezza della sua impossibilità. E tuttavia parlando, dicendo. E ogni parlare e dire è sempre, anche, un formare, un fare e dare forma. Questa contraddizione non ha superamento. Ma può non essere conflitto se si abbandona l’ab-soluto per restare dove siamo: nel legame, nella relazione, con tutti i conflitti e le contraddizione che vorremmo sciogliere, ab-solvere. Forse non c’è soluzione. Forse non c’è assoluzione.

Giuliano Mesa, marzo 2006.


 

Caro Biagio,

ho sùbito stampato e letto Lavoro da fare. E’ un grande testo di meditazione
poetica, dove si fa ancor più accentuata, quasi “naturale”, la capacità di
fondere pensiero, preghiera, lacerti di quotidiano e di storia sociale. La
lingua scorre, senza incrinarsi o implodere, ma è lo scorrere, penso, di chi
cammina su un filo, conoscendo l’abisso sottostante; una sorta di esercizio
zen. Sono importantissime le riflessioni sull’età, sul saperla accogliere,
accettare. Ed anche, vorrei dire, nel sapervi trovare “bellezza”. Il
“meriggio della vita”, caro Biagio, ha una sua grande suggestione, a cui di
certo non saprei rinunciare per ritornare, se mai fosse possibile, al
mattino.
Nel leggere “d’un fiato”, ho constatato che, a partire dalla sezione V, o
già alla fine della sez. IV, riprendi la tecnica (?) di eliminare gli
articoli determinativi, che era tratto “stilematico” dei Versi Nuovi. Il suo
ricomparire a metà libro riaccende l’attenzione, appunto, sullo “stile”,
mentre fino a quel momento la concentrazione era tutta sui “contenuti”. Per
pignoleria, voglio poi dirti che, in una scrittura così priva di “giochi”,
di artificio, lo spezzare avan – scoperta all’inizio di III mi ha stupito.
Sono molto contento che tu abbia deciso di affidare la postfazione a
Florinda.
La nevralgia sembra ormai guarita e sto riprendendo il “ritmo buono”, senza
farmi troppe illusioni. I problemi non mancano e non mancheranno, sia quelli
derivanti dalla mia precarietà lavorativa (che ovviamente si aggrava col
passare degli anni) sia, soprattutto, quelli derivanti dalla famiglia. Ma ho
forse finalmente imparato, dopo la grave crisi di due anni fa, a non reagire
autodistruttivamente, pur non potendo ancora inibire le reazioni
psicosomatiche negative.
Scusa per le chiacchiere. Un grande abbraccio

Giuliano
giovedì 22 settembre 2005


Carissimo Giuliano,

grazie delle tue parole che sono sempre ‘interne’ a ciò che dico perché interne a te e quindi al nostro silenzioso dialogo: la relazione non si aggiunge, costituisce ognuno. E la qualità del dialogo dipende anche dal lavoro che ognuno fa per sé: si conosce perché si riconosce, e alla fine , per riconoscenza.
Come la tua nota evidenzia subito, a differenza di ciò che appariva in Versi Nuovi, ora c’è un senso della relazione con la tradizione letteraria più esplicito e positivo: i grandi autori dell’Occidente possono ancora nutrirci, come sai bene tu che ti rileggi i classici…Da lì sono giunto ad un punto che non è né occidente né oriente ma lavoro per aderire al presente, cosa che hai rilevato e che da tempo fa parte di tua acquisizione profonda. Presente scarnificato, tendenzialmente senza infingimenti ma anche senza autolesionismo, c’è posto per la gaiezza se ce n’è per un dolore che non si appaga di una metafora per cambiare le carte in tavola…
Certo, non è il Poetico che dà fondamento alla poesia (ne costituisce al massimo orizzonte d’attesa, categoria sociologica), ma è la Poesia che dà fondamento al poetico, dissolvendo di volta in volta ciò che viene considerato tale e suggerendone uno nuovo. Noi diciamo, credo, comincio davvero a credere, che una cosa è poesia per la qualità dell’esperienza che facciamo e poi ci abituiamo a riconoscere quell’esperienza, quella qualità, fino al punto da codificarla. Come dire che la poesia oggi per me non è un insieme di regole del gioco, o almeno non solo quello, non innanzitutto quello, ma il porre in essere l’invenzione del gioco, lo stupore di vedere formarsi innanzi a sé un altro gioco, come talvolta il bimbo scopre di star giocando con un oggetto che fino ad allora non aveva considerato un gioco.
L’importante comunque è giocare con qualcuno, è sapersi commuovere , e quindi muovere insieme, termine antico, fino al punto che un altro si metti in gioco, per sua conoscenza, per suo godimento, se vuole, se sa. La poesia, comincio a credere, credo sempre di più, è un effetto collaterale della qualità della propria umana esperienza (ciò che manca, ciò che è stato promesso, ciò che non è stato dato, ciò che era lì da sempre) a cui si allude con mezzi inevitabilmente retorici ma al di là di ogni cinismo come di ogni ingenuità. Quindi niente manierismo come niente ingenuo contenutismo. Ciò che non può essere nominato non sarà nominato. Ma ciò che possiamo nominare è il nostro lavoro, il nostro gettare ombra e luce sull’accadere degli inizi in cui consistiamo ma che dobbiamo meritare, appunto. Ciò che non può essere nominato dona il senso ai nostri piccoli nomi…Carissimo, grazie ancora di avere incarnato per me questa possibilità che da giovani entrambi abbiamo scelto (o che da essa siamo stati scelti), grazie insomma per la qualità dell’esperienza, per averla mostrata possibile e per averne cominciato a fare, nel nostro piccolo, grazie ai più giovani, tradizione. Un abbraccio forte, Biagio

19 marzo 2006

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