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TU SE SAI DIRE DILLO

V edizione

Milano, Spazio Ostrakon e Bioforme, 21, 22 e 23 ottobre 2016.

Via Aosta,2 (MM5 Cenisio)

VENERDI’ 21 OTTOBRE ore 20.30

La poetica emergenza: la poesia a Napoli. 

Le poete e i poeti (8) : Angelo Petrella. Con una lettura di Eugenio Lucrezi

Cosa sono queste indecenze?

Queste strofe bisbetiche?

licenze, licenze,

licenze poetiche.

Sono la mia passione.

  1. Palazzeschi

 

 

Se uomo ama donna più di birra ghiacciata

davanti a televisione con finale Champions,

forse vero amore. Ma no vero uomo.

  1. Boskov

 

 

 

Poesia delle vetrine infrante

Amore, non

guardare il mio presepe di plastica,

potresti aspirare le polveri degli

ossidanti cinesi e

diventare anche tu maoista.

 

Ormai

passo le serate da solo,

sento la mandibola che schiaccia

la pasta poco cotta,

poi pulisco i piatti e

mi stendo con accanto il bicchiere,

contando – come Messico – i giorni che mancano alla fine

del mondo.

 

Ai nuovi pezzenti non resta

tanto, se non il whisky la sera,

il caffè la mattina e un’ora

di straordinari passata a giocare a

sudoku.

 

I ricordi li abbiamo barattati in

cambio dello stipendio e i sogni,

cazzo, pure quelli ce li ha tolti

lo psicanalista.

Restano i tweet per prendere per il culo il papa,

un po’ di metamfetamina pippata sul bus al ritorno

dal lavoro

 

e il sorriso,

 

che con quello

 

quanti stronzi ti hanno fregato finora

e quanti pochi ne riuscirai, tu, a fregare…

 

 

 

Poesia dei calzini musicali

Stamattina ho indossato dei calzini musicali

perché avevo voglia di camminare

leggero, tre metri sopra il cielo,

ma poi mi sono accorto che c’era già

un sacco di folla lassù.

 

Allora ho pensato che

era meglio se compravo dei

calzini autochiavanti,

così mi bastava passeggiare sul

lungotevere per diventare un playboy.

 

Solo che costano un

fracco di moneta

e i risparmi di questo mese

ho deciso di investirli per

comprare una rosa per te, amore mio,

 

o anche un perizoma brasiliano

triangolare di fibra con

risvolti plissettati e decorazioni

a uncino in tinta

rosso-pompeiana

 

che così richiamano il colore

della rosa e quando elemosinerò

la prossima trombata

sembrerà un miracolo veder spuntare

un fiore,

 

nel deserto del nostro amore.

 

 

 

Poesia del pub sotto casa

Il tizio del pub sotto casa

dice che sta là da trent’anni

e che non ha mai visto nessuno leggere

un libro mentre aspetta il panino.

Io lo guardo e rido e non so

cosa dirgli,

poi mi cade l’occhio sul verso

di Ezra che fa: but stockjobbing goes on

uninterruptedly at coffee houses

on Sundays and holidays.

 

E glielo leggo e aspetto

la sua reazione

magari un pugno dritto nell’occhio

magari mi brucia la testa sulla piastra

in mezzo agli hamburger.

 

Ma invece, ci credereste?,

 

lui si gira e when it cannot be held upon ‘change

(chiude

il verso

a memoria

e mi spiazza

poi mi incarta il panino e mi chiede

40 centesimi in più, per le bustine di

ketchup).

 

Gli urlo, infuriato, che non tornerò mai più

in quel posto di merda,

mentre pago

e

mentre tutti mi ridono dietro:

 

però mi dimentico i Cantos aperti, ad arte,

con le sottolineature sulle pagine dispari

per fargli capire che,

cazzo,

non ho uno straccio di lavoro,

ma almeno

l’università e il dottorato li ho fatti!

 

 

 

[quando poi arriva l’alba

e mi sento morto dentro

per scordarti accendo al massimo

i miei rimpianti di riscaldamento]

 

 

 

Poesia del cachemire

Veronica

la tua vita era pratica;

la mia idealistica (e

un po’

patetica).

 

Ora,

che sei lontana

e hai un buon

lavoro una bella

casa un bravo marito,

 

ricordi le nostre corride

per le strade maleodoranti di

Ischia? Tu a scansarmi,

io ubriaco e infuriato a tentare

di piantare

banderillas

sul tuo cuore artico (con

la mia patta in

sciopero).

 

Poi, quella notte

di carnevale (tu,

mezza nuda a bere vino –

io, addosso solo i rimorsi e

una stupida maschera da

toro)

 

mi

attirasti a testa bassa

sul tuo cachemire rosso (tra

il camino acceso e il mare

mosso):

e mentre ti atterravo sul divano,

dalla tasca ti scivolò fuori la foto di quel tizio,

«è solo il commesso del negozio»

dicesti, «dove ho preso il tuo costume

per la festa».

 

così, tra uno sbuffo

e la mia maschera in testa,

già finiva – prima di iniziare –

la nostra pseudo-battaglia:

e le mie corna restavano incastrate

nella tua coda

di paglia.

 

°°°

Poesie sgarbate, queste di Petrella, fatte con la stoffa tagliata storta di una lingua dismetrica, anticlassica e antibarocca nello stesso tempo (e pure antiavanguardistica: perché il comico, che è in più punti irresistibile, non viene perseguito per la strada della deformazione linguistica, ma per le vie, meno battutete e più interessanti, dell’intrusione massiva, tra le fila del discorso, delle merci da quattro soldi e dei tic, dei paesaggi waste e delle identità posticce, del junk food e dei bonus tarocchi che di tutte le loro sfavillanti miserie fanno ricchi e mai sazi i poveri cristi dell’oggi). Il nume che sorveglia questa scrittura (e che la sguinzaglia, pure) è Palazzeschi, ma il suo assistente, in panchina, è Vujadin Boškov. L’aria che tira è la stessa che hanno respirato geniali ubriaconi come Charles Bukowski o Tom Waits, mentre risuonano gli echi della lezione di Balestrini,  spogliata del muso duro della rivolta sociale e riproposta, al netto anche degli oltranzismi asemici, nella sua intenzione principale di linguaggio che svicola sottraendosi alla dittatura del senso dato e anche della Letteratura che si vuole, per sola forza d’inerzia, campicello degli Intelligenti: (e.l.)

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