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TU SE SAI DIRE DILLO

V edizione

Milano, Spazio Ostrakon e Bioforme, 21, 22 e 23 ottobre 2016.

Via Aosta,2 (MM5 Cenisio)

VENERDI’ 21 OTTOBRE ore 20.30

La poetica emergenza: la poesia a Napoli. (3)

Le poete e i poeti: Francesco Filìa

Con una lettura di Eugenio Lucrezi

da Il Margine di una città ( 2008 )

VI

Creato in un luogo comune di fili sospesi, antenne

e asfalto di tetti addossati l’un l’altro. Sfuggo

all’agguato di bancarelle e ragazzi urlanti nel sole

cercando il freddo di travi che oscillano

nell’ultima stanza. Il grido delle strade si perde

nel grumo irrisolto del giorno, in un pensiero

aggrappato alla sua radice alla sua origine

oscura.

 

VIII

Ho gommapiuma dove dormire e acqua

da bere nel cassetto, ma ora vi immergo

un polpastrello rinsecchito e intingo

la vita nell’inchiostro

della biro esplosa in tasca, ora le

unghie sono sporche di terra e nero.

Mentre una scheggia del bicchiere apre

la via al sangue.

 

da La neve ( 2012 )

(I frammento, Napoli 2007)

                                                                                                                                      .

La neve, quella vera, non l’abbiamo mai vista

se non nella bocca a nord del vulcano

nei pochi giorni di cristallo dell’inverno come una minaccia

che ricorda quel che non abbiamo temuto abbastanza

ma il gelo, quello sì, è dentro di noi fino alle ossa

e lo sentiamo che morde le giunture e crepa le ossa

fino al midollo. Ce ne accorgiamo dai sorrisi tirati

dei passanti, dai gesti circospetti di chi vive per strada

dalle urla dei ragazzi impresse nell’aria, dal nostro esitare.

E non ci sono di conforto i nostri sogni agitati in piena estate

lo scambiare la notte per il giorno o il ricordo di una madre

il tepore della sua ombra. E se anche qualcuno di noi

si chiede qual è il respiro di queste strade, del loro teso

vibrare, della luce che apre spazio tra palazzi e i nostri

incerti passi affrettati rimarrà come un brusio di fondo

tra risate e un colpo di clacson. Tra misericordia

e cielo non c’è più tempo per esitare. L’assedio

è dentro le case. E’ tra la mano e il buio di stanze abbandonate

e non serve ritrarsi di scatto, anche le mura sapranno chi siamo

scrutando la paura nei nostri occhi e allora potremo solo obbedire

ascoltando il silenzio che si insinua tra il vocio e il magma di piazze

e strade, che invade portoni e giardini a mezzacosta, che copre

frammenti di dialoghi affamati di bocche e cuori e allora, tra vestiti

gettati e l’odore di arance cadute, saremo veri e senza età

come chi dovrà morire sul serio.

 

da La zona rossa ( 2015 )

Il contesto

I

“Né eroina né polizia.” Contro
cosa protestiamo contro chi
urliamo il nostro disprezzo
di generazione in generazione?
Il fallimento dei padri – le loro
nevrosi cadute su di noi
come una colpa – che hanno
perso e barato che hanno spergiurato
e credono di essere esempio.
Non c’è un ordine contro cui
lottare ma un’anarchia del potere
che ci fa fare ciò che vogliamo,
non desiderarlo. Memorie
di una nazione morta
diciamo tra noi ridendo
giocando un gioco di ruoli: l’artista,
il nichilista, l’impegnato, la giornalista
ma ognuno è di meno di più di una
forma rinsecchita. È  la gloria di una resa.

 

II

Ardi divina tenaglia sul mondo!
Denaro merce più denaro. In quale
fase di questo ciclo ci colloca
il sistema che fa muovere
ogni singolo passo? Fine e mezzo
interscambiabili, la mano invisibile
che comanda un acquisto e un amore
indifferentemente. E se anche questo
fosse un rimedio? Alcuni ci vogliono al gelo
alla crudeltà della lotta per la vita
e credono così di aver colto
il nocciolo dell’esistenza, denaro
più denaro. Un vento travolge ogni
cosa per voler solo se stesso.
C’è una macina che trita i suoi grani
secondo dopo secondo, eone dopo eone
e noi torniamo sempre di nuovo
su quest’identici passi a correre
a urlare a cercare di aprire
il cerchio imperfetto di queste vite.

 

Primo Gennaio 2015 (Epilogo)

 Non abbiamo avuto nulla di meglio dopo
è vero, ognuno di noi assiderato
in questo crepaccio di piazze e tempo
in un mutismo attonito, occhi
sbarrati che scrutano dal nulla.
Un rimorso, il soffio di un’altra vita
sfuggente, sfumata. L’artiglio dei giorni
che implodono uno sull’altro. Sembra vero
il brulichio di corpi nelle strade,
cataste senza nome di desideri e grida,
anche le nostre ombre, tra le infinite altre
scivolarono su questi ciottoli di pietra lavica.
Non rimarrà traccia del filo di luce
amore bellezza furore – non so
ancora come chiamarlo – che ci ha legati
l’uno negli occhi degli altri per un attimo,
per quella gioia mozzafiato. Ognuno
tradito, da se stesso e dagli altri. Ora
con devozione e calma non resta
che allargare i labbri della ferita
che ci tiene in vita, non resta
che inoltrarsi, silenti, nella resa.

 

***

 La voce in versi di Filia ha un’intonazione ferma che dalle prime prove ad oggi, pur rispondendo colpo su colpo alle fughe e agli stalli del tempo e dell’età sua e della generazione nella quale si riconosce, non smette di mostrarsi in accordo con un’intenzione di realismo, inteso quale visione dinamica dei mutamenti interattivi tra soggetto, moltitudine e luoghi della pratica sociale: luoghi fisici nei quali l’esperienza viva della scrittura non cessa di trovarsi scomoda, se abitare le strade o gli interni non è mai uno star di casa.

La valenza politica di queste narrazioni in versi, che non nascondono ascendenze fortiniane e pasoliniane, declina da un espressivismo puntuto a una più distesa coralità, sommessa per aver dimenticato l’enfasi, spoglia per essersi lasciata alle spalle l’euforia stessa della figurazione. Resta l’ostensione di una parola disalonata e disambiguizzata, che arretrando s’interroga sulle possibilità di comunicazione della poesia. (e.l.)

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