Può essere interessante dare un’occhiata ad uno scritto di ventisei anni fa.Così scrivevo nel 1990, nell’Introduzione a Poesia in Campania, a proposito dei Poeti della sesta generazione:

Una prima caratteristica complessiva dell’ultima produzione poetica campana è l’esser rimasta per lo più refrattaria alle suggestioni e al clima che altrove hanno dato vita a ciò che è stato definito neo-orfismo o neo-ermetismo . Testi che in qualche modo possono riportarsi alla linea con sicurezza seguita da un Milo De Angelis o, su altro versante, da Giuseppe Conte (per citare due dei poeti emersi soprattutto negli anni ‘70) sono relativamente scarsi ; più attiva invece può considerarsi quella parte della poesia italiana che ha proseguito la sperimentazione degli anni ’60 (Adriano Spatola, Giovanni Fontana, Mario Lunetta, lo stesso Franco Cavallo e altri) ma anche, occorre registrarlo, la tradizione crepuscolare e lirica del nostro Novecento.

Da un lato dunque, soprattutto grazie al polo d’attrazione di Altri Termini, l’emergenza d’una nuova leva di poeti sperimentali — sul cui operare si dirà in seguito —, dall’altro un recupero della soggettività narrante — in sintonia con la poesia italiana degli anni ’70 —, ma senza il peso di teorie lacaniane e decostruzioniste tendenti alla disseminazione del soggetto.

Nelle prove più significative, dunque, la poesia campana non ha reagito alla stanchezza e alla sterilità degli epigoni della Neoavanguardia, con proclami d’irrazionalismo misticheggiante, sia pure, aggiornato da teorie ermeneutiche o neosimboliste .

La ragione di questa attenzione complessiva all’extraletterario, nelle diverse modalità in cui si è esplicata, sono profonde. Da un lato la presenza a Napoli di una «tradizione del nuovo» ha orientato le nuove leve sin dall’inizio verso la tensione della ricerca, dall’altro i fenomeni letterari registrabili, ad esempio, a Milano, non avrebbero potuto prodursi per la differenza del contesto socio-culturale: per quanto si tenda a minimizzare, queste differenze trovano uno sbocco anche nelle preferenze di atteggiamenti e mentalità del fare letterario. A questi fattori di fondo vanno aggiunti — come meglio si vedrà — quelli più propriamente culturali: l’attività di Matteo D’Ambrosio come organizzatore di festivals internazionali di poesia con le conseguenti scelte riferibili alla sperimentazione. Dal punto di vista propriamente quantitativo, la componente crepuscolare ha la preminenza ma all’interno di quest’area occorre descrivere una molteplicità di soluzioni.

Si va dalla scarnificazione del «male di vivere» di un Niceforo alle maliziose e ironiche micro-tragedie del dialogo sentimentale di un Grattacaso; dall’originale impostazione di Costanzo Ioni tra protocollo e nonsense dell’esperienza alla tensione narrativa di Rega; da una versione mitologizzante del mondo domestico di Birolini (molto sensibile al magistero di Giuseppe Conte) alla sperimentazione tendente all’astratto e all’ermetico delle ultime prove di Anna Santoro; dalla poesia erotica di Luigia Sorrentino ai tentativi di estroflessione metropolitana di Ariele D’Ambrosio.

Più isolato appare il percorso fuori da quest’area di Alessandro Carandente, più vicino, invece, alla concentrazione sulla parola e sulla sua alea e in qualche modo isolato il percorso di Carmine Lubrano che continua l’esperienza post-surrealista affiancandola a numerose iniziative culturali.

Il polo propriamente neo-sperimentale s’interessa invece alla riscrittura affrontando le problematiche interne alla citazione emerse negli anni ’80 facendo tutti più o meno capo all’attività della rivista Altri Termini che in qualche modo vive un ricambio generazionale. Anche all’interno di quest’area i percorsi si diversificano non poco: si va dalle costruzioni plurilinguistiche di Mariano Baino alla riproposta della lezione citazionista di Pound realizzata con originalità da Lello Voce o al citazionismo sperimentale di chi scrive o anche alla ri-scrittura geometrizzante di Gabriele Frasca.

Differenze tra le aree non di superficie: il soggetto ricomposto nei testi di Niceforo e di Grattacaso, minacciato nei testi di Ioni, esaltato in quelli di Birolini o Lubrano, tende a riproporsi come discorso rischioso e temerario in Carandente, fino a scomparire dietro le maschere di una scrittura di secondo o terzo grado in Voce, Baino, Frasca, e nello stesso Carandente. Quanto peso abbiano le due tradizioni (liriconovecentesca e sperimentale) lo dimostrano gli elementi di continuità anche generazionale: oltre Altri Termini, anche Percorsi e Terra del Fuoco hanno coagulato in modi diversi queste tendenze (come tra breve si vedrà).

Questo quadro provvisoriamente delineato delle specificità della attuale produzione campana non contraddice la riflessione di Lunetta circa una sostanziale differenza tra la poesia prodotta nell’Italia del Nord e quella che nasce nel Centro-Sud.

Solo vanno aggiunte altre considerazioni che riguardano anche il rapporto tra i poeti e il tipo di realtà produttiva in cui sono inseriti: laddove la cultura si organizza sempre più come un servizio, quasi parte integrante del Terziario Avanzato, tende ad assumere certe caratteristiche che non sono riscontrabili altrove. Ma su ciò il lavoro è ancora tutto da fare mancando adeguati apparati concettuali per riprovare a rintracciare relazioni tra l’effettiva produzione testuale e i diversi contesti. Resta il fatto che la poesia a Napoli raramente assume i connotati della celebrazione dell’esistente e più spesso invece propone una scelta critica e un attraversamento anche doloroso del Negativo, anche nelle sue declinazioni più crepuscolari ed intimistiche.

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