Leggerò alcuni versi di Francesco Tomada tratti da Portarsi avanti con gli addii (Raffaeli  Ed.,2014 ) e di Gherardo Bortolotti tratti da Senza paragone (Transeuropa Ed.,2013)

Accosto questi due autori perché secondo me indicano due possibili vie del realismo per i nostri tempi. Nel caso di Tomada vi è una distruzione del lirismo e del biografismo dall’interno per scarnificazione. L’effetto di realtà, per così dire, lo si ottiene attraverso l’eliminazione dell’apparato retorico proprio a ciò che Sanguineti avrebbe detto “poetese” , un insieme di convenzioni linguistiche abusate e prive di senso (come “politichese”) più o meno liriche o misteriose che in realtà occultano l’esperienza, non solo quella estetica ma anche quella “conoscitiva” del mondo. La gratuità del “poetese” non restituisce nessun apporto di conoscenza.

Nel caso di Gherardo Bortolotti abbiamo invece una macchina retorica che, per eccesso di consapevolezza, attraverso la distanza ottenuta da una certa incongruità del linguaggio rispetto all’oggetto, sottolinea la realtà dell’esperienza condivisa. Anche perché al di là dei facili relativismi bisogna ribadire il fatto che vi sono delle esperienze di realtà ampiamente condivise nelle nostre società occidentali. E Bortolotti riesce, utilizzando un linguaggio esso stesso frutto di reificazione, ad esprimere la disumanizzazione delle nostre vite. Questo sguardo neutro ma anche ironico e melanconico, gettato su di un orizzonte assolutamente alienato, esalta la concretezza e la densità della nostra vita “normale” quotidiana in Occidente.

Nel caso del lavoro di Tomada si giunge ad una grammatica essenziale degli affetti e del dolore , nel caso di Bortolotti le realtà emergono attraverso accumulazioni di strati, di codici, fino ad una sorta di neutralità procedurale.

Due strategie opposte: o per sottrazione o per eccesso. Ma entrambe eliminano d’un colpo tutta la zavorra del poetese, cercando di andare al di là di ogni conformismo o di anti conformismo a sua volta conformista, attraverso la conquista di una parola ricca di significato perché si àncora a delle realtà comuni, riconoscibili, senza farne però una maniera, un manierismo né aulico né basso. Due strategie caratterizzate da uno sguardo che in forza della propria eticità scolpisce la dimensione estetica nell’approfondimento dell’esperienza. Sono indagate la prossimità del mondo e le ragioni della sua “miseria”.

Francesco Tomada, da Portarsi avanti con gli addii, Raffaelli, 2014

Le donne della Seleco

Le ho viste uscire alla fine del turno

camminando ma senza toccare il suolo

guardando i lampioni ma senza vedere

la luce e mentre svanivano le ho

immaginate aprire la porta

baciare i figli scaldare in forno

la cena e poi ripulirsi e a volte

giacere sotto un marito qualsiasi

con l’aria di chi da anni ha imparato

che manca sempre mezz’ora di troppo

alla fine del giorno

 

 

Gherardo Bortolotti, da Senza paragone  Transeuropa 2013

  1. come le poche cose che ti ricordi, di quasi tutto quello che ti è successo, come le vicende secondarie scartate, in qualche processo di filtro della memoria a lungo termine, riallocate lontano, depositate in catene paradigmatiche di associazioni di idee, affinità, paragoni i cui elementi, come quello che avanza di una vecchia collana, in fondo a un cassetto
  2. diverso dalle nuvole in aprile, dalla profondità del cielo sereno contro cui veleggiano, al di sopra delle aree residenziali, dei distretti commerciali periferici, in vista di un futuro imminente, votato alla perfezione ed agli acquisti pomeridiani
  3. come tutto quello che manca perché si possa chiudere, per sempre, la vicenda arbitraria della tua vita, il reale come termine di paragone di qualcosa di cui ti hanno detto, di cui pare sia vero, aggiungendo alle vicende dei tuoi mattini in ufficio, alle soste nei bagni illuminati dal sole tra pensieri grandi e impersonali, fatti di una materia diafana, di voci, di frasi ripetute in cui qualcosa di urgente, e impreciso, ancora una volta cerca di farsi ubbidire

Ecco questa è una poesia che non “stacca” dalla concretezza della realtà e lo fa attraverso un linguaggio che ha nostalgia del senso e che ormai può solo prendere atto dell’insensatezza: i saperi umanistici e scientifici vengono qui convocati nel quotidiano per descrivere i gesti di ogni giorno. Non che la quotidianità di per sé sia insensata ma è quella quotidianità che quasi non si avverte più, come una sorta di destino socialmente condiviso ma anche socialmente imposto. La poesia qui sembra ricordare attraverso questa nostalgia di senso che sottende il discorso antropologico pessimista che non vi è via di scampo ma anche che vi è possibilità di respirare proprio attraverso quella nostalgia.

I paesaggi poi sono aree industriali, distretti commerciali: la perfezione qui possibile non è la perfezione della conoscenza della morale, della felicità o della bellezza ma solo la perfezione degli acquisti pomeridiani. La routine non è più l’instaurarsi di un’abitudine ma è un sistema che entra in profondità e colonizza la stessa biologia. Vi è un livello biologico dell’introiezione dei modelli e dei sistemi di vita. Contro questa condizione “macchinica”, senza finalità reale se non la follia dell’insieme, vi è un’ultima resistenza che consiste nel non sfuggire alla realtà ma restare ad essa aderenti per poterla illuminare proprio lì dove questa realtà non ama farsi vedere.

2.

Vorrei aggiungere che entrambe le strategie poetiche mostrano un controllo sulla parola estremamente rigoroso. Non vi è nulla che non sia utile al lavoro di significazione. Questo non può dirsi per tantissima produzione che affolla la rete e che incarna, come dicevo il “poetese”. Qui non c’è solo la stereotipia, la convenzionalità, la ripetitività: c’è qualcosa in più. C’è l’abitudine a riproporre vecchi modi mutuati dal simbolismo, ermetismo, surrealismo, crepuscolarismo che per lo più si risolvono nell’incongruità di senso: parole che vengono accostate secondo procedimenti di scrittura automatica per produrre nel migliore dei casi una suggestione. Quasi mai viene fuori una vera suggestione, per lo più emerge quella patina superficiale di poetico che si vuole identificare con la poesia.

Il controllo nelle scritture di Tomada e Bortolotti non diventa mai manierismo e non si affida alla forma chiusa come un vincolo che possa garantire dall’esterno quella precisione che la propria misura non saprebbe offrire. Rispetto al metricismo questo tipo di poesia che io definisco “realista all’altezza dei tempi” non ha bisogno di una misura esterna, non ha bisogno di “incatenarsi” perché al suo interno ha una salutare e naturale tendenza all’equilibrio. Tale equilibrio appare indispensabile per dire ciò che è sotto gli occhi di tutti ma che spesso non si è in grado di farlo. D’altra parte è proprio questa la grande meraviglia e la grande sorpresa dell’arte. Anche per questo non credo ci si possa sottrarre a questo compito di presenza nel mondo attraverso una presunta quanto improbabile versione “concettuale” e astratta della poesia, priva di soggetto (da augurarsi la scomparsa dell’io ma non del soggetto). Una poesia concettuale sarebbe una poesia disincarnata, scritta da nessuno e soprattutto destinata a nessuno. Sia questi modi concettuali che quelli metricisti si riducono a forma di feticismo linguistico che in parte derivano dalla centralità del linguaggio nel pensiero e nella poesia del ‘900 ma che in questi anni, a mio avviso, non hanno la capacità di illuminare questo nostro mondo.

E ciò è particolarmente importante dal momento che negli ultimi venti anni, per le politiche perseguite, la funzione intellettuale nel suo insieme ha subito dei danni strutturali: proprio le istituzioni culturali come l’università, l’editoria a grande diffusione e la stampa sono sostanzialmente venute meno al loro compito di sostegno della poesia e dell’arte.

 

Annunci