Biagio Cepollaro

Proposte di lettura

Il percorso di Vincenzo Frungillo

2016

Vincenzo Frungillo è un autore ormai giunto a maturità letteraria e poetica. Il suo percorso è molto riconoscibile. Ciò che mi ha soprattutto colpito del suo lavoro è il talento nel creare dei personaggi  “con la poesia”, il talento di costruire una narrazione drammaturgica, teatrale, ma anche di fare della vera e propria poesia epica a partire da personaggi appartenenti al “registro basso”. E’ come se lui avesse uno sguardo antico rivolto sul presente per illuminarlo. Il suo riferimento a “La ragazza Carla” di Elio Pagliarani è esplicito ed è evidente. Solo che nel suo modo di poetare  è del tutto assente quella componente neo-crepuscolare che il Maestro di Viserba mediava con lo straniamento e con il montaggio brechtiano. Anzi, il movimento di Frungillo è verso la nuda presentazione del personaggio che diventa occasione di riflessione filosofica più che di connessione empatica. Sull’impianto epico o teatrale, il poeta napoletano innesta il suo pensiero. Tale pensiero risulta perfettamente “implementato” nel tessuto poetico, evolvendosi e muovendosi in modo imprevedibile, rifuggendo da qualsiasi riconoscibilità di tesi, di facile riduzione contenutistica. L’ambiguità semantica, propria al discorso poetico, apre le possibilità del pensiero andandosi ad annidare nel cuore delle sequenze logiche, non come un disturbo ma come un potenziamento offerto dall’enigma.

Vi sono ormai tre opere che consolidano questo percorso che va decisamente verso l’abbandono della soggettività  lirica, romantica e crepuscolare: si tratta di una soggettività che si proietta all’esterno in situazioni molto connotate storicamente e sociologicamente. Dove ci sono delle soggettività queste si muovono sempre in contesti determinati e precisi. Nella prima opera che va in questa direzione, Ogni cinque bracciate. Poema in cinque canti, Le Lettere, 2009, vi è il vincolo metrico, anche come tributo all’interesse proprio degli anni ’90 per una rinascente interpretazione della metrica. Solo che qui i legami imposti dalla rima e dalla misura del verso diventano essi stessi allegoria della condizione asservita della protagonista Ute, giovane ginnasta del vecchio Est europeo. In questo caso il metricismo non sostiene più un programma fondamentalmente manierista e nichilista ma si capovolge in potente resa formale del tema affrontato. Il virtuosismo dell’ottava è ginnastica versale che si avvita su se stessa come la vita della protagonista. La giovane Ute è costretta per ragioni di propaganda politica ad allenarsi e a rovinarsi la salute per poter primeggiare ad ogni costo, privandosi di ogni elementare diritto.

Il problema del potere è dominante nella produzione di Frungillo. Il potere che può essere totalitario se è esercitato dallo stato, interpersonale se è dell’azienda o privato se è all’interno della coppia. Tutti i livelli vengono indagati con la precisione di una personale microfisica del potere.

Ne Il cane di Pavlov. Resoconto di una perizia, edizioni d’If, 2013, il lavoro, più libero da vincoli metrici, mette in scena proprio la letteralizzazione del legame e del legarsi. Appare quella che era stata la dialettica servo-padrone in chiave comportamentista: l’esperimento di Pavlov sulle fasi del condizionamento assurge a modello non solo di una privata deviazione della libìdo ma anche dell’intera “educazione sentimentale” contemporanea che sembra aver introiettato le logiche sociali all’interno della sfera privata. La relazione sado-masochistica  diventa una chiave di lettura dei rapporti aziendali: è questo il punto di maggiore vicinanza con il Pagliarani de La ragazza Carla.

L’opera più recente, Le pause della serie evolutiva, Oédipus edizioni, 2016, riguarda, tra l’altro, una più generale e fondante riflessione sul ruolo che il linguaggio ha nella vita degli esseri umani e sulla misteriosa “mancanza” che caratterizza ogni esistenza. Vi sono riferimenti anche espliciti a poeti, come Celan e a filosofi come Heidegger.

Alcuni versi tratti dalle tre opere considerate:

 

Ute sa di essere la più brava e s’allena,

senza sosta, tre ore al mattino e tre ore la sera,

il suo corpo cresce, s’adegua alla lena

e muta coi giorni la forma che era

esile e ossuta sotto il biondo pallido della pena

ma non scompare sotto agli occhi la cera

tesa di una bambina che brucia lenta

quando è sola, guarda chi chiacchiera e non s’allena.

(da Ogni cinque bracciate. Poema in cinque canti, Le Lettere, 2009)

 

Se le donne sono paragonate alle oche,

direzionate negli affetti, portate lontano

dalla faglia di natura che l’ha generate,

allora gli uomini sono come i cani,

addestrati per stimolo e risposta,

e un capo può condizionarli,

guidarli nella discussione,

esacerbarli gli uni contro gli altri,

o tenerli insieme, i maschi,

farli sentire parte di un organismo

senza distinzione – l’azienda,

il mostro senza testa.

(da Il cane di Pavlov. Resoconto di una perizia, edizioni d’If, 2013)

 

Meccanica pesante

 

Bisognerebbe scrivere un galateo dei silenzi,

sottolineare che ce ne sono di diversi,

dai più bassi e volgari ai più alti e religiosi,

che i due estremi si toccano, si tengono insieme,

che in questa tangenza rientra ogni nostra forma.

Eppure la nostra natura è fatta di parole,

la nostra natura è tradire, spostare l’ombra,

risanare ogni volta l’assenza che ci forma.

(…)

Heidegger rimase scosso da tanta innocenza.

Ripeto la formula, una semplice equazione:

non si afferra ciò che ci precede.

E allora si pone sulla bilancia la propria vita,

e la propria morte, chi tenga in equilibrio il tutto

non si conosce. La chiamo meccanica pesante

questo stare fermi a guardare il sistema di leve

in cui siamo entrati senza far rumore

(da Le pause della serie evolutiva, Oédipus edizioni, 2016)

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