Carmen Gallo, Paura degli occhi, L’arcolaio Editore 2014

L’elenco dei corpi affastellati

all’appello della luce risponde

come sconfinato territorio

di volumi inabitati bianchi

prima di essere cancellati

come calendari distesi a occultare

le vene aperte nella parete

la porta di braccia distese

e intanto ritrovare

negli occhi allineati

una città intera di sassi da scagliare

nel tempo senza ora

l’ordine del giorno

resta quello di guardare

(pag. 37)

Paura degli occhi di Carmen Gallo è il suo primo libro. Come opera prima è decisamente sorprendente per la maturità dello stile che appare subito compatto, senza sbavature, sorvegliato. E’ estremamente rigorosa la selezione lessicale. Il libro è organizzato come un tutto, non come una raccolta: vi sono tre sezioni che costellano un’esperienza. Di quest’esperienza non si avverte la trama concreta ma si capisce che c’è al centro il tema della relazione e del rapporto tra relazione e senso (della relazione). Non appare la fisionomia del pathos, appare l’eco di questa fisionomia. La scrittura, come il corpo di cui si parla, è fondamentalmente qualcosa che tende alla disarticolazione. Il lavoro che qui viene fatto è disarticolare il senso, disarticolare la visione, accostare queste parti disarticolate. L’onnipresenza degli occhi che ritornano, dice sia la capacità di guardare, sia la condizione dell’essere guardati. Gli occhi vogliono dire la visione ma vogliono dire anche la presenza. E ci sono altre parti del corpo che appaiono in qualche modo sempre separate. Ci sono gli occhi,ci sono le ciglia, ci sono le palpebre, ci sono le braccia. Le braccia sono spesso indicate, segnalate in posture innaturali e sono collegate al vuoto, il prendere e l’assenza. Vene, vertebre,voce: il corpo si delinea in questo modo, in questo tipo di accostamento e di composizione. Nello stesso modo i pensieri, le immagini hanno una sorta di continua incongruità. Queste immagini non si susseguono secondo un filo logico, secondo una prevedibilità domestica, ordinaria. Queste immagini, questi pensieri sono sempre in qualche modo imprevisti e talvolta non congrui, puntano all’assurdo in alcuni momenti. Il discorso mostra quindi una sorta di incongruità logica che deriva da una diffrazione. La luce e questi occhi si trovano di fronte ad un ostacolo e invece di riflettersi, questa luce e questi occhi si disintegrano in una molteplicità di fasci. Questa disarticolazione dello sguardo corrisponde alla disarticolazione del senso. E poi i verbi … I verbi sono quasi sempre all’infinito. I verbi all’infinito per indicare una mancanza o un rifiuto, un’impossibilità di coniugare o di indicare o di essere presenti in un’azione. I verbi qui si sottraggono alla funzione dell’azione, sia attiva che passiva. Questi verbi all’infinito diventano la condizione della sospensione. Si tratta di una sospensione della scena ma anche del senso che non viene mai dichiarato.

Come avere paura degli occhi

come sapere che tutte le bocche

professeranno il falso

e per prima la tua

dirà cose che non vuole

vedrà cose che non sa

ma il vero più del falso

resta nelle parole che non riconosco

perché non hanno la tua forma

la calce bianca dei tuoi sensi

deformati per l’occasione

parole annerite,scartavetrate

cercano rifugio tra le mie

ma non trovano

che una pace fatta di spilli

di mura che non tengono

di soldati che non parlano la tua lingua

(pag.11)

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