Il corpo è un oggetto. E’ l’elemento del paesaggio plasmato dalla lunga durata, dall’opera millimetrica di una erosione, di un trattamento che riguarda i muscoli del paesaggio, i suoi tessuti viventi. Quello di cui scrive Biagio Cepollaro in questo straordinario libro di versi è un corpo-paesaggio esposto all’intemperie, inevitabilmente: non c’è riparo per ciò che, per essenza, è destinato all’esposizione.  Per necessità naturale spazio e tempo, concordi, modellano, si modellano, agiscono in simmetria e dissonanza. In questo scenario – che è fisico e metafisico allo stesso tempo, manca la casa. Poiché manca l’approdo là dove inevitabile è solo il procedere, incessante.

Il corpo ha la sapienza del sasso. Quello stesso, forse, di cui parlava la Szymborska in Conversazione con una pietra. La sua è la sapienza dell’irriducibilità. L’impenetrabilità è tutto il nostro stare al mondo, la nostra unica forma di consistenza. Uno stare che sembra avere talvolta un’essenza minerale.

Il corpo è un foglio di carta, è un’epidermide su cui scrivere ancora, svoltare le pagine. Non è un caso che la raffinatissima grana su cui sono stampate queste poesie sia identica alla trama della pelle. Questi versi sono scritti nel corpo vivo della lingua, sono un tatuaggio della sua pelle vivente. L’incastro e l’intreccio sono i modi della sostanza-corpo. Nessuno di essi è effimero, nessuno passa invano. Ogni contatto si imprime e lascia il segno; anche quelli più inavvertiti. La pelle è la pellicola sensibilissima e capace di registrare ogni minima variazione di luce. Anche senza contatto apparente.

L’osmosi dei corpi vicini è trasmissione ermetica/erpetica, come dice il poeta. La comunicazione è il contagio virale dei significati. La mente e il linguaggio sono carnali, muscoli e tessuti di un tutto che si compenetra, in cui nulla si individua  mai definitivamente. L’individuarsi, quello sì, è effimero e secondario.

Superate risultano, in questo paesaggio, le distinzioni tra patico e meccanico. Il corpo è macchina carnale, dove la mente e la pelle non si corrispondono come interno ed esterno ma piuttosto stanno come un moto ondoso – o come il volo di un uccello, che trasforma il dentro in un fuori, e viceversa.

La liberazione dall’umano è il post-umano di questo sentire. E’ liberazione da qualcosa di cui non si sente nostalgia, non più; di cui si avverte il differire a stento, riconoscendosi, a tratti, nei mezzibusti dei naufraghi del Mediterraneo.  Poi c’è l’implosione dell’odio. La conflagrazione sotterranea che continua anche al venir meno di ciò che l’ha causato, dell’aggancio. E l’odio diventa quasi la dimostrazione, l’esposizione definitiva dello statuto ontologico di questo corpo-sostanza.

Infine. Il corpo vorrebbe compagnia. Cioè: vorrebbe perfezione, compimento. Il corpo anela forse allo stesso compimento dell’icona, sommersa nell’oro dello sfondo, diversa eppure consustanziale con esso. Ma l’unica sua possibilità, la scelta possibile, è uno stare accanto, una contiguità operosa e senza ombra di perfezione. Nessuna completezza è data al sentire. E la percezione della mancanza è, nel più dei casi, inutile (auto)condanna.

Ma necessari sono questi versi; con la loro stupefacente capacità di contatto.

 

Levania, rivista di poesia, numero 3,dicembre 2014

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