Biagio Cepollaro: i Maestri (da Scribeide 1985 a Le Qualità 2011).

A partire da una richiesta stimolante di Luigi Bosco colgo l’occasione qui per ripercorrere in breve la mia storia attraverso i miei maestri, leggendo alcuni versi di Jacopone da Todi, di Pagliarani, di Eliot e di Lao Tzu. Maestri lontani tra loro nel tempo e nello spazio ma egualmente indispensabili per me e a cui va tutta la mia gratitudine.
Trascrivo qui il mio racconto.

Per me maestri sono stati tutti coloro che attraverso le opere, o attraverso le parole, hanno avuto influenza sulla mia scrittura e sulla mia evoluzione. E’ piuttosto difficile districarsi in un campo di influenza così complesso tra ciò che è strettamente letterario e ciò che invece è più largamente umano. Posso dire che sicuramente le prime opere come Scribeide (1985-1989,edita presso Piero Manni nel 1993 con prefazione di Romano Luperini) e Luna persciente (1989-1992, edita presso Carlo Mancosu editore nel 1993 con prefazione di Guido Guglielmi) devono moltissimo al fascino che esercitava su di me Jacopone da Todi con le sue Laude… Autore lontanissimo … Tra i primi della storia della letteratura italiana … Un autore che non era ancora passato attraverso la normalizzazione petrarchesca della lingua … Un autore che dava la possibilità di percepire la lingua italiana in tutta la sua crudezza e rudezza corporale, senza essere raffinata con quel lavoro che Petrarca fa e che Bembo poi codifica condizionando l’intera storia della poesia.
Devo a Jacopone quest’idea della sonorità di ogni singola parola, l’idea della deformazione lessicale, l’idea di poter, attraverso dei suffissi, ottenere un effetto espressionista. Soprattutto l’idea che sia il corpo a parlare, senza la mediazione di una cultura cerebrale …
Un altro maestro, sempre antichissimo, è stato Brunetto Latini per la sua intenzione enciclopedica nel Tesoretto … E’ stato l’ispiratore del mio Luna persciente che esce nello stesso anno di Scribeide nel 1993 ma è stato scritto dopo. Brunetto Latini con questo Tesoretto dava allo stesso Dante l’idea di cosa poteva fare la poesia didattico-allegorica. Quest’idea di una poesia che pensa, che sa, di un sapere poetico che non si limita al mondo dei sentimenti ma che si estende quasi a qualsiasi argomento per dare una sintesi di valore utile per l’esistenza, era un’idea che mi proveniva per la sua semplicità proprio da Brunetto Latini. Luna persciente in qualche modo reinterpreta quest’intenzione del Tesoretto anche se diventa, attraversando i secoli, quasi irriconoscibile quest’origine. Nel 2002 con l’uscita presso Zona editrice di Fabrica (1993-1997), prefata da Giuliano Mesa, è evidente che la relazione con la tradizione è cambiata. Non vi è più una lingua che tenda all’arcaismo, al neologismo o alla deformazione ma in Fabrica vi è la lingua italiana standard. Qui il punto di riferimento diventa con più precisione, e quasi visibile, l’opera di Pagliarani. il maestro della poesia colloquiale, della poesia che tratta di argomenti non ‘poetici’, della poesia che si costruisce attraverso il montaggio di temi, di interi brani citati, di una poesia tutta tesa all’extraletterario, a quel mondo della realtà anche sociale che si vuole in qualche modo dire. Fabrica fu appunto questo. Qui c’è un cambiamento notevole di accento anche se l’opera fa parte della trilogia che ha come titolo De requie et natura, titolo lucreziano per una trilogia che inizia con Scribeide, continua con Luna persciente e si conclude, appunto, con Fabrica. Pagliarani è considerato un maestro da me per questi motivi ed è apparentato ad autori lontani e diversi come Jacopone e Brunetto Latini: questo potrebbe confermare la mia ipotesi critica del postmoderno critico, esserne un segno. Non c’è l’azzeramento della prospettiva storica ma c’è una confluenza, una compresenza motivata di fasi storiche diverse. Un incontro di maestri così lontani sarebbe stato impensabile credo negli anni ‘50 o ‘60: nel momento in cui il Moderno si rappresentava come superamento continuo della tradizione o come riottura con la tradizione. Certo, anche nel mio caso c’era una volontà di rompere ma non con le tradizioni ma con il presente. Si trattava di un presente neocrepuscolare, neoromantico, neomitologico … Presente che era l’obiettivo polemico dei discorsi che facevo insieme ai miei amici del Gruppo 93, più di venti anni fa … Al di là delle polemiche restava un riferimento a tutte le fasi della tradizione o delle tradizioni, senza però una concezione consolatoria della poesia, ma come Pagliarani insegnava, secondo poi il suo maestro che era stato Brecht, occorreva dare un senso critico all’intervento letterario perché fosse foriero di illuminazione dei contrasti e dei conflitti della realtà. Il poeta si faceva carico anche di questo compito etico ed intellettuale e, in qualche modo, anche politico. Certo che in questa intenzione di realismo critico, di realismo sperimentale non c’era solo Pagliarani a far da maestro. Vi erano anche altri autori che ho potuto frequentare anche di più abitando a Milano: penso a Majorino, a Leonetti e alla collaborazione alla rivista Campo che era stata resa possibile dall’ospitalità di Arnaldo Pomodoro. O penso a poeti incontrati abbastanza spesso o in contatto telefonico come Luigi Di Ruscio o, ad Amelia Rosselli distante perché a Roma ma per me preziosissima amicizia … Anche i rari incontri con Paolo Volponi sono stati determinanti nell’indirizzare, anche con poche battute, verso un campo di ricerca anziché un altro.
Poi ad un certo punto quando ho scritto Versi Nuovi che è uscito nel 2004 le cose sono un po’ cambiate nel senso che i maestri sono diventati altri, anche se l’effetto di tutte queste influenze era diventato mia carne stessa … Incomprensibile sarebbe stato il mio lavoro senza il riferimento a questi autori. Con Versi nuovi comincio ad interessarmi ad altre esperienze anche non letterarie in senso stretto, esperienze che in qualche modo mi erano state indicate da un altro maestro -maestro per molte generazioni di poeti- come Eliot: la riflessione intellettuale che diventa indagine su una spiritualità possibile nella concretezza materiale dell’esistenza. Senza abbandonare il punto di vista realista si è trattato di estendere l’indagine anche alla dimensione più sottile dell’esistenza, verso una forma di poesia che potrei dire ‘sapienziale’. L’ultimo Eliot per me diventa un vero maestro che va ad affiancare i maestri orientali. E’ questo l’incontro che si precisa sempre di più con Lavoro da fare (2002-2005) edito in e-book con prefazione di Florinda Fusco nel 2006 e in cartaceo nel 2013 con prefazione di Andrea Inglese (nel momento in cui registro è in corso di stampa). Tra i maestri orientali in primis il fondatore dall’antico taoismo Lao-Tzu, Varie esperienze, anche non letterarie in senso stretto mi porteranno a frequentare ambienti come quello di un Lama tibetano che viveva e insegnava a Milano. E tale incontro mi fu possibile grazie a Giulia Niccolai, poetessa e monaca buddista che in questa fase fu per me molto importante. Questa per me fu l’occasione di una dimensione dell’esperienza decisamente diversa da quella tradizionale occidentale. Attraverso la sintesi di tutte queste esperienze arrivo a scrivere Le Qualità (edito nel 2012 presso La camera verde di Roma). I maestri qui sono appunto i grandi classici del taoismo, dell’induismo e del buddismo mediati però dalla nostra tradizione letteraria, dalla tradizione della poesia ‘tersa’, dalla tradizione della poesia ‘onesta’ come avrebbe detto Saba e , inoltre, passando attraverso il disincanto che la criticità può dare. Criticità che la stessa combinazione di maestri così diversi può sortire: sono partito da Jacopone all’origine della nostra tradizione letteraria e arrivo a Lao-Tzu all’origine della filosofia taoista cinese. E’ come un richiamo continuo dell’origine per ripensare l’insieme del percorso. E forse è un momento questo, in cui la percezione della storia si è assottigliata nella coscienza media, è forse un momento questo in cui le origini vanno riattraversate con un’intensità non cerebrale ma vissuta con una vera intensità. La poesia dà la possibilità di attraversare i temi culturali grazie ad una sorta di incarnazione del poeta stesso, ponendosi come reale esperienza a tre dimensioni di questi temi. Dunque i maestri possono provenire da tempi e luoghi diversi: quello che conta è utilizzare questi insegnamenti e di sperare, non di eguagliarli, ma almeno di metterli a frutto in modo da rendere le opere più riuscite, più all’altezza dei problemi che il proprio tempo e la propria vita pongono incessantemente

2013

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