Biagio Cepollaro, Nel corpo della scrittura. Antologia poetica 1984-2013 in e-book. A cura di Daniele Poletti

http://www.diaforia.org/floema/2014/04/21/nel-corpo-della-scrittura-biagio-cepollaro/

 

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-12c6465e-c327-4318-8eeb-dc95a9ecde04.html#p=

 

Biagio Cepollaro
Inedite ‘qualità’ (2012-2013)
Teatro Elfo –Puccini
Milano 25 novembre 2013

Manifestazione Poeti del 2000 leggono il Gruppo 63
Riprese di Rosanna Guida.

Biagio Cepollaro, Inediti ‘Nuove qualità’ (2012-2013).

1.
il corpo scrive il suo poema e lo fa a giornate
questa è la sua scansione accordata al pianeta
e alle stelle che gli coprono il sonno
ogni mattina prova a riprendere dove
di sera aveva lasciato talvolta aspetta
che asciughi talvolta mescola e sovrappone

2.
il corpo sa che tra i suoi mobili confini e le strade si accumula
una gran massa d’acqua che piove dal cielo. è questo mare rovesciato
che suona la sua risacca di gocce sul legno delle finestre e sulla tela
degli ombrelli a inchiodarlo in un ascolto senza azione e costrutto:
il suo movimento vorrebbe la secchezza dell’asciutto la precisione
di ciò che non perde non si frammenta piuttosto una linea tracciata
tra due punti come un’idea illuminata nel centro da un raggio di sole

3.
il corpo fa del pensiero un modo per meglio
godere della luce: trattiene tra le sue dita
e accarezza così come può fare l’ultimo
riflesso prima di sparire dallo specchio
questo ha sapore e questo sapore è l’unico
sapere che sa: il resto è scala da rigettare

4.
il corpo non si pone problemi di metrica
a lui pertiene il respiro che dice ed è questo
il ritmo che non solo esprime ma anche lo fa
felice: il sapere talvolta ha questo potere
di dare al corpo vita quando gli dà coscienza
ed è qui la misura e il piacere della sua danza

5.
il corpo svegliandosi nel sorriso dell’altro si raccoglie tutto
come semplice e nuda vita: le sue pulsazioni sono gli accenti
di un dire che conclude la frase solo per ricominciarne un’altra
il flusso che lo innalza è lo stesso che ha spinto la notte
fino alla sua placida estenuazione: la luce è fiato che riprende
è la pacifica neutralità delle cose del giorno

6.
il corpo non chiede al verso di mentire e di rendere
importante quello che è solo un gioco di parole chiede
solo modo di spandersi nel suono e nell’immagine così
come si spande in altro corpo mescolando sempre
all’ascolto il piacere di dimenticare sé in altro nome

Immagine

Biagio Cepollaro

Un pensiero per Gianni Toti

2013

Ho visto Gianni Toti alcune volte a Milano negli anni ’90 in occasione dei convegni del Gruppo 93 e delle edizioni di Milanopoesia, tra il 1989 e il 1992. Non ricordo in quali occasioni precise ma di sicuro ci siamo incontrati nell’ambito di questi appuntamenti dedicati alla poesia sperimentale.

Alla fine degli anni ’80, con la nascita del Gruppo 93 a Milano, si era creato una sorta di coagulo della poesia sperimentale in Italia e lui come altri, come Pignotti, di altra generazione,o Leonetti, partecipava a questi incontri insieme ad esponenti della poesia visiva e della poesia sonora. Gianni Toti s’identificava quasi con la direzione della video poesia che aveva inaugurato: si sapeva di Fluxus e di Nam Jun Paik proprio a Milano poesia ma in generale della videopoesia se ne sapeva ancora poco, anche perchè per praticarla occorrevano macchinari allora costosi, occorreva di fatto la professionalità e le possibilità della RAI. Un’altra occasione di contatto con Toti per me fu quando l’editore Mancosu pubblicò una collana di libri a cui venivano allegate delle audiocassette con la voce del poeta. Nel progetto della collana il nome di Toti mi precedeva o seguiva perché era prevista anche una sua opera, essendo la dimensione orale e sonora così importante per lui. Di Gianni mi colpivano il tono e il timbro della voce: parlava a bassa voce e con un tono quasi vellutato e i contenuti dei suoi discorsi, il modo con cui parlava di poesia, spesso facevano riferimento ad una terminologia di stampo idealistico, quasi crociano. E tutto ciò in contesti sperimentali dove la lingua ufficiale era lo strutturalismo, o il marxismo, o la combinazione tra le due cose in una sola lingua … A me sembrava che Gianni parlasse di poesia con la stessa intensità idealistica di un crociano, a dispetto della sua tecnologia. Non capivo questa cosa che mi sembrava una contraddizione o almeno una stranezza. Successivamente mi sono spiegato il fenomeno con il fatto che la pratica della televisione e delle strutture di produzione industriale, esasperando l’aspetto strumentale e commerciale dell’espressione, finiva con il richiedere quasi per compensazione la nostalgia di un’arte libera e liberata dal mercato. Si pensi al mezzo straordinariamente ricco che era la televisione e si pensi anche all’utilizzo straordinariamente povero che se ne è fatto per motivi sia commerciali, sia soprattutto ideologici. Mi pare allora di poter capire quell’idealismo dei suoi discorsi a fronte della negatività dell’industria culturale.

E’ sorprendente come la poesia di Toti da un certo momento, anche precocemente, ha acquisito una sua fisionomia, un suo stile. Uno stile centrato sul motore del neologismo. Di solito la figura retorica del neologismo non assume un ruolo così centrale in una produzione poetica. Nel caso di Toti credo sia diventato l’emblema della sua creatività. Attraverso questi prefissi e suffissi che finiscono per deformare la parola lasciandola sempre riconoscibile nelle sue metamorfosi combinatorie, Toti vuole non dissacrare ma parodizzare spesso il ruolo stesso del poeta e della poesia, proprio quando in privato collocava la poesia nelle regioni più alte dell’idealità. La desublimazione nel testo avveniva attraverso queste operazioni neologistiche che dovevano mimare, in un certo senso, l’atteggiamento freddo e tecnologico per compensare l’afflato lirico che qui e là appariva. La sua poesia più che ironica è auto-ironica. Più che ironizzare sul mondo, la sua poesia ironizza sul ruolo del poeta nel mondo e sulla concezione che il poeta ha di se stesso. E’ una riflessione continua sulla funzione della poesia ed è metapoesia. E’ quasi incredibile il fatto che questa scrittura tutta sostanziata com’è da neologismi sia una scrittura metapoetica. Toti rifletteva sul significato della poesia attraverso la deformazione lessicale e microlinguistica. Il massimo di astrattezza per l’intenzione metapoetica a fronte invece di un lavoro minimale sugli elementi atomistici del testo che sono interni al singolo lessema. Se si guarda al di là di questi calembour, al di là di questa prima superficie, ciò che si legge è il ‘poetifragio’ per dirla a suo modo. Il naufragio delle avanguardie e delle neoavanguardie che se non erano ciniche alla Sanguineti, andavano di sicuro incontro alla tragedia e al dolore di un fallimento storico radicale. Per coloro che si erano formati nel secondo dopoguerra il crollo delle speranze di miglioramenti sostanziali e di cambiamenti radicali della cultura e della società poteva essere esperito come una vero e proprio naufragio. Dal conformismo consumistico del boom economico alla violenza degli anni di piombo, alla cancellazione successiva, dalla metà degli anni ‘80, del pensiero critico: questa situazione di continua involuzione della storia viene espressa bene dal suo pessimismo solo leggermente coperto dalla patina ‘tecnologica’ dei suoi suffissi e prefissi.

La sostanza dolente, pessimista e forse anche nichilista di questa produzione alla fine emerge con chiarezza. L’intensa e parossistica produzione di calembour si spiega forse come il tentativo poetico di intrattenere inutilmente, ma come una sorta di imperativo morale, nel nulla in cui il naufragio della poesia conduce.

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